26 apr 2013




Rodriguez - I think of you

Just a song we shared I'll hear
Brings memories back when you were here
Of your smile, your easy laughter
Of your kiss those moments after
I think of you
And I think of you
And think of you.
Of the dreams we dreamt together
Of the love we vowed would never
Melt like snowflakes in the sun
My days now end, as they begun
With thoughts of you
And I think of you
And think of you
[...]



C'è altro a cui pensare, altro da ricordare?
Il cervello dovrebbe smettere di funzionare per tutto il resto.
eppure.. non va così

3 apr 2013

tre citazioni su chi è l'italiano [giusto per inquadrare]

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, […]. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.
(Umberto Saba)
vedi "L'Italiano" di Giulio Bollati e i commenti raccolti da doppiozero.com tra cui questo di Marco Belpoliti

La lettura che il poeta triestino dà del nostro paese è falsata dall’interpretazione freudiana di Totem e tabù, dall’immagine dell’orda primitiva e dei fratelli che si uccidono tra loro, dalla figura onnipresente del Padre. La verità è l’Italia non ha mai avuto dei veri padri, oppure dei nonni, ma solo degli zii, come ci ha spiegato Giorgio Manganelli, dei fratelli della Madre. Non c’è il Padre da uccidere e cui succedere. L’Italia è un paese dominato dalla Grande Madre mediterranea, come lo psicoanalista junghiano Ernst Bernhard ha scritto in un suo celebre testo. I fratelli, se si sono uccisi tra loro, è stato solo per conquistare un posto privilegiato tra le poppe della Madre, per essere i suoi prediletti. La rivoluzione non è mancata, ma assente proprio per la prevalenza della Madre. La Grande Madre è precristiana e pagana, quindi indifferente al mito rivoluzionario. La rivoluzione è stato davvero un mito, e forse lo ancora, un mito maschile, il mito dominante di due secoli: XIX e XX. Un mito trasmesso dalla borghesia agli altri ceti sociali. Con la Madre non si fanno rivoluzioni, ma solo riti.

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Al momento dell'unità [d'Italia, ndr] la più parte delle popolazioni non aveva nè poteva avere alcuna idea di che cosa fosse l'Italia. Il che significa che, al di fuori di immagini retoriche, una nazione italiana non esisteva.
(Roberto Vivarelli - Italia 1861. La recensione qui)

2 apr 2013

“Si può avere coscienza del nulla ma non se ne possono trarre tutte le conseguenze. E’ ovvio che se si ha coscienza del nulla è assurdo scrivere un libro, anzi è ridicolo. Perché scrivere, e per chi? Ma ci sono necessità interiori che sfuggono a questa visione, sono di tutt’altra natura, più intime, più misteriose, irrazionali. La coscienza del nulla spinta all’estremo non è compatibile con niente, con nessun gesto; l’idea di fedeltà, di autenticità e via dicendo: tutto va a farsi benedire. Ma c’è ugualmente questa vitalità misteriosa che ci spinge a fare qualcosa. E forse la vita è proprio questo, senza volere usare paroloni, il fare cose alle quali si aderisce senza crederci. Sì, è suppergiù questo”
(Emil Cioran da Un Apolide Metafisico via nazioneindiana.com)

A razionalizzare troppo, si, si finisce sempre male. Tutti gli eccessi hanno questa "tendenza".
Questa citazione del pensiero di Cioran è rivelatrice proprio della consapevolezza che per quanto si scavi nel farsi domande sul nulla, sull'insignificanza dell'esistenza (non è da tutti, per fortuna della nostra salute mentale), alla fine se non ti suicidi è perchè c'è una piccola ma resistente spinta interiore che ti dice che faresti una fesseria. Se lo dice Cioran (e mi pare di aver capito che nei suoi libri pochissime volte, se non proprio due-tre volte, ha affermato esplicitamente qualcosa di così positivo sulla vita) c'è da crederci. Era un malato d'insonnia che elaborò un pensiero filosofico del tutto distruttivo dello stare al mondo. Nell'utilissimo pezzo su nazioneindiana.com si dice "Il weltschmerz, l’irredimibile dolore del mondo, è il centro della sua riflessione filosofica, e solo la musica, a tratti, è capace di fargli intravedere una speranza di salvezza, un barlume di significato e trascendenza." È molto indicativo di come un tipo totalmente disperato e contro Dio, abbia un anelito (molto nascosto, qualcuno dice del tutto assente invece) di trascendenza.
Non penso ci siano altri filosofi così radicali come Cioran. È da tener presente. Scrive degli aforismi affascinanti, ma il problema è che demoliscono ogni certezza, e leggerne troppi fa davvero male perchè più che "aiutare a vivere", aiutano quel tanto per non suicidarsi; e non riesco a credere che una persona possa ritenere per tutta la vita gli uomini sprofondati in un baratro mediocre da cui non possono tirarsi fuori.
Ma non ce l'ha mai avuta una donna quest'uomo?

24 mar 2013

Libertà, di Jonathan Franzen

"Fu l'inizio di una terribile confusione del cuore, una confusione di cui l'autobiografa soffre ancora. Già allora, al Lago Senza Nome, in quella luce tetra e immutabile, il problema le era molto chiaro. Si era innamorata dell'unico uomo al mondo che provava i suoi stessi sentimenti di affetto e protezione nei confronti di Walter; chiunque altro sarebbe forse riuscito a metterla contro di lui. E ancora peggiore era la colpa che sentiva nei confronti di Richard, che nella vita non aveva nessun altro come Walter, e che considerava la lealtà verso l'amico come una delle poche cose, oltre la musica, che lo salvavano come essere umano. E Patty, con il suo sonnambulismo egoista, aveva messo tutto a repentaglio. Si era approfittata di una persona che, pur essendo incasinata e predisposta, si sforzava di mantenere una specie di ordine morale nella propria vita. E così piangeva anche per Richard, ma ancora di più per Walter, e per se stessa, per la propria sfortuna e per i propri errori."
(Libertà, pag. 191)
--- (è pieno zeppo di spoiler!) ---
Quasi per caso ritrovo questo lungo paragrafo molto rappresentativo dei tre personaggi e decido di incollarlo, senza cercarne di più significativi o di ugualmente significativi. Qui siamo al punto in cui la donna Patty, di 42 anni, ha compiuto un fattaccio spianandosi la discesa nella sua infelicità.

Il personaggio di Patty è davvero interessante. È una donna che semplicemente non ha vissuto. Ha sprecato la vita, lei dice "il suo amore". L'ha direzionato male, anzi è più corretto dire che ha desiderato molto di più la persona sbagliata, ha rinunciato a questo desiderio reprimendolo e sacrificandosi ad esso per stare con Walter senza capire in fondo mai perchè. Desiderare senza saper scegliere, senza sapere cosa volere da se stessi, o quanto meno saperlo benissimo ma costruirsi degli ostacoli per non realizzarsi: è ciò che Franzen ha voluto articolare nel suo romanzo.

A pag.198 Patty è lucida ed energica come poche volte nella sua vita e ad un tratto sente che c'è qualcosa che trattiene tutto questo entusiasmo di fare (scaturito dal tradimento con Richard), ed è una libertà troppo grande che la sta schiacciando: "se ne rendeva conto ma non riusciva a rinunciarvi". È una donna che in fondo vuole essere infelice. E ci riesce dandosi all'alcol per sfuggire completamente alla famiglia, al marito Walter verso cui si sente terribilmente in colpa, rendendo infelici tutti quelli che la circodano.
Aveva subìto uno stupro da giovane e non c'era stata giustizia, nemmeno l'aiuto del padre che non poteva compromettersi professionalmente (non sto qui a riportare perchè e per come); la madre poi è sempre stata più debole e cmq non le aveva mai dato la soddisfazione di andare a vedere una delle sue partite di basket, unica attività in cui poteva dire di riuscire ed esprimere la sua personalità competitiva. Le sorelle erano troppo diverse, tendenzialmente artistoidi, per capirla. Un'anomalia in famiglia, insomma. Negli anni del college, poi, ha subìto l'amicizia parassita della sua coinquilina molto più inguaiata di lei. Infine l'incontro con Walter e Richard tramite quest'amica Eliza.
Patty non riesce a capire e seguire la vita. Si fissa timidamente con l'idea di stare con Richard pur rendendosi conto che non è il tipo che fa per lei. Richard è un musicista rock che si passa continuamente ragazze e ragazzine, è insofferente ai loro ragionamenti e lamentele, le scarica dopo poco, ed è un tipo solitario, introverso e in qualche modo acculturato con l'ambizione di essere una brava persona tanto quanto il compagno di stanza Walter, verso il quale esercita tuta la stima e lealtà. Di fronte al carattere di Richard, Patty non si scoraggia, lo vuole cambiare. Ed è un'impresa ovviamente impossibile. Ritorniamo insomma al concetto del farsi male.

Anche Walter non è da meno. A differenza degli altri due, lui però punta luminosamente all'infelicità. È una persona genitile, responsabile, leale, corretta, timida, ama il mondo volendolo salvaguardare, è un propositivo e cosa più interessante "è attratto dalle persone per come sono e non per come lo fanno sentire" (p.85). Ma nonostante questo non riesce a tenere la propria famiglia sotto controllo. Il figlio Joey contrasta la sua autorità con la sua forte personalità (a proposito: sarà mica figlio di Richard invece? è un mistero che è più bello che resti tale), lo caccia e non ha più rapporti con lui per un certo periodo. Per amare le persone a lui più vicine, in fondo, Walter ha sacrificato le sue ambizioni. In realtà lui non difetta molto in autostima perchè sa quello che vuole, è solo che a tratti si sente fuori dai giochi del mondo perchè è un'idealista, ha una missione e sa di non avere le stesse carte di Richard che invece sa rispondere alle richieste del mondo (pagg. 336-337). Femminista, più amico che competitivo, il motivo per cui ha sposato Patty è perchè vuole difenderla per darle il rispetto che merita, ed è lo stesso motivo per cui si attiva il più possibile per difendere la natura e il bene dell'umanità. E addirittura per difendere l'umanità da se stessa vuole cavalcare l'idea del controllo delle nascite, un progetto per cui coinvolge l'amico Richard. La più grande missione di Walter è appunto quella di rendere le persone più libere nella natura di quanto non siano; ma è qualcosa di irrealizzabile perchè, come gli fa capire Richard, non si può porre un freno alle libertà individuali se esse sono alla base del capitalismo del libero mercato.

(devo dire che a tratti è una gran palla mettere in ordine i pensieri su questo libro troppo minuziosamente vasto e ricco ma molto bello) (metto un pezzo per spezzare)

Riprendiamo.
Tanto Patty quanto Richard pensano però che sia Walter quello da difendere perchè più valido di loro anche se ingenuo; però non sono in grado di farlo perchè loro stessi non hanno la forza di equilibrare le proprie vite mettendo chiarezza. Un casino, un triangolo di spreco di volontà (diciamo così).

Una storia parallela è poi quella del figlio Joey con la ragazza di sempre Connie (odiata dalla madre perchè le ha privato il figlio anche sessualmente per molto tempo a sua insaputa) e con quella desiderata (ricorda molto la madre eh?) Jenna, una ragazza tremendamente bella che però lo usa come amante in vista del suo sfruttamento economico. Interessante è il rapporto con Connie: una ragazza sola che pende dall'amore per Joey, si deprime e quasi si suicida se la trascura ma lo lascia libero perchè lei non può che vivere il suo senso di inferiorità di fronte a chi considera non un fidanzato ma un dio. Ovviamente tutto ciò è un ricatto morale attuato però senza malignità, e Joey, pur volendo staccarsi da lei per non dover sobbarcarsi tutto il suo dolore e depressione, non ci riesce perchè è l'unica da cui può ricevere gratificazioni per il suo talento per gli affari.
Il rapporto di confidenza tra Patty e Joey (solo in questo senso di marcia) e quello col padre, anche dal punto di vista politico (diventa un repubblicano... ma anche Walter alla fine se ne importa poco e abbraccia ingenuamente questa parte politica), sono un bello scarto di maturità del figlio rispetto ai genitori. O meglio dimostra una identità non formata, ancora confusa, una personalità cmq molto forte e indipendente, sostanzialmente reattiva perchè il suo obiettivo principale è distinguersi dalla sua odiata famiglia. Come la madre, anche Joey vuole abbandonare la sua famiglia d'origine... solo che capisce di avere ancora bisogno di una mano, il parere del padre sulla questione della denuncia (anche lui un'idealista! una persona onesta!) dei pezzi danneggiati alle truppe americane (storia lunga..).

(altro pezzo anche se sarebbe meglio non distrarsi troppo) (questo l'ho trovato per caso)

L'infelicità di
(beh.. attaccare con "l'infelicità di" è na mazzata in fronte)... (e vabbè, l'avevo già scritto, lo lascio così...)

L'infelicità di Patty, Richard e Walter è un peso di cui ognuno si sente responsabile verso l'altro. Se Patty non si decise all'epoca del college a scopare con Richard (e viceversa) fu per non tradire Walter; e Walter non riusciva a godersi il rapporto con Lalitha (beh, si, c'è un altro personaggio... ma come inserirlo nel discorso? per me resta l'unico personaggio bidimensionale, funzionale alla seconda vita di Walter ma niente di più) per non sentirsi in colpa verso Patty, ma anche verso la figlia Jessica più o meno coetanea di Lalitha.

"Lui e sua moglie si amavano e si facevano del male tutti i giorni. Ogni altro elemento della sua esistenza, perfino il desiderio nei confronti di Lalitha, era poco altro che una fuga da quella circostanza. Lui e Patty non potevano vivere insieme e non potevano immaginare di vivere separati". (pag. 356)

A pagg. 333-334 c'è un pezzone in cui è esplicitato perfettamente il motivo per cui Walter vuole restare con Patty: (sinteticamente) lui sente un senso di responsabilità verso di lei e il fatto di essere una brava persona, nonostante consideri Lalitha una persona migliore di Patty. Walter è l'unico dei tre che approda più presto degli altri alla consapevolezza di non potersi spingere più in là di quello che è: non può essere un eroe fuorilegge e vivere di libertà. (è importante anche il suo incontro con il fratello Mitch, che nella sua vita solitaria ha capito la propria natura, ma qua si va oltre).


"I genitori hanno il dovere di insegnare ai figli a riconoscere la verità" (pag. 92)

Nel romanzo una grossa fetta è lasciata al diario autobiografico steso da Patty su indicazione del terapeuta, che intitola "Sono stati commessi degli errori". Più volte i personaggi tirano fuori la consapevolezza degli sbagli, con amarezza, impotente senso di colpa. E questi errori sono stati commessi perchè si pensava di agire bene (o almeno nei limiti delle proprie capacità) ma in realtà lo si faceva guidati dalla mancanza di verità su se stessi, prima di tutto, e sugli altri di conseguenza. Senza verità non esiste reale libertà. Ma la libertà è una rottura di palle (pag. 294), perciò accettiamo una menzogna che ci privi della fatica di affrontare le numerose autentiche scelte che ci offre. Quelle messe a disposizione da una libertà apparente sembrano numerose mentre in realtà sono molto limitate. Guardando al principio del romanzo si trovano infatti i due giovani coniugi Berglund andati a vivere lontano dalle loro famiglie d'appartenenza in una nuova cittadina, inaugurandola (come dice la quarta di copertina) "come pionieri di una nuova borghesia": non hanno ancora fatto i conti con i loro conflitti interiori, perciò il cambiare zona non è servito a liberarsi di granchè.
Gli errori vanno corretti.

La parte finale del romanzo è la parte davvero più bella scritta da Franzen. Non c'è più la tensione dei rapporti, c'è silenzio e attesa. Ormai Walter vive da solo da sei anni dopo aver perso Lalitha e perciò l'avvio di un nuovo progetto di vita; Patty ha conquistato lentamente un pò di equilibrio affrontando l'autocommiserazione la depressione, e sperando di poter reincontrare Walter; Richard si è del tutto messo da parte e ha raggiunto una qualche pace con il mondo; Joey è maturato e anche lui in pace con le persone.
Se c'è un'immagine che resta nella memoria è quella dell'incontro tra Walter e Patty: lui ancora incazzato e lei del tutto bisognosa di lui ma rinata e in attesa di una sua approvazione. I due non riescono subito a comunicare fuori dalla casa di Walter. È il crepuscolo (o almeno così l'immagino) e fa freddo e lei l'attende sugli scalini della veranda. Lui non la farà morire di freddo e la prendendola in braccio la porterà in casa. Gli sguardi che si penetrano senza parlare mentre sono distesi sul letto, è il punto più alto del libro.

C'è tanto in questo Libertà di Jonathan Franzen (tradotto magistralmente - anche se non saprei giudicare con competenza - da Silvia Pareschi che non ha solo svolto il suo lavoro, ma ha conosciuto lo stesso Franzen in modi che, penso, non siano frequenti per i traduttori). Nella sostanza è una storia semplice ma è molto scavata con psicologie minuziose. Non so quanti paragrafi ho segnato, diciamo che le pagine in bianco sono circa il 15-20%. Ci sono pagine ci mostruosa bravura, chiare, limpide, parole che costruiscono perfettamente immagini e sensazioni.

Non ho altro da dire.

Ryuichi Sakamoto / Happy End   -----------  una felicità malinconica

23 mar 2013


Cy Twombly

e chi non si divertirebbe un pò a tracciare su una lavagna con un gessetto questi cerchi? lo facciamo distrattamente quando parliamo a telefono o quando c'è della musica nelle orecchie, semmai una musica minimalista ripetitiva fluida tipo Philip Glass ma senza l'angoscia.

Di ritorno dal viaggio, nel 1953 lavorò per l’esercito americano come crittologo, un’attività che lasciò traccia nella sua produzione. Il suo compito era interpretare segnali e messaggi in codici segreti. Parlando della sua arte, Twombly non la definiva simbolica: i suoi segni non erano simboli da interpretare, ma tracce dell’esperienza pittorica, semplici testimonianze del momento in cui si era trovato a tracciare le linee.
[...]
 È stato detto dei suoi primi lavori che “ricordano la stratificazione delle scritte sui muri dei bagni”. Quelle prodotte alla fine degli anni ’60, invece, assomigliano a grandi lavagne: sono grandi pannelli con sfondo grigio o scuro, su cui Twombly tracciava, in vari modi, segni simili a scritte in corsivo. Con le sue opere continuò a praticare l’astrazione pittorica in un periodo in cui l’immaginario della cultura di massa e le forme geometriche definite sembravano aver messo l’astrattismo da parte.
(da ilpost.it)

20 mar 2013

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace

Se non fosse per i 15 euro regalerei questo libro a tutti. Lo regalerei per un compleanno o per Natale sapendo di andare sul sicuro: non è una storia ma un reportage, è un reportage scritto con originalità e umorismo, è la migliore occasione per poter scoprire David Foster Wallace perchè le pagine sono poche e perchè c'è un umorismo apprezzabilissimo.

A me le crociere non piacciono perchè sono come i villaggi vacanze e gli zoo (forse ci metto anche il circo con animali): tutti e tre offrono (per me) un divertimento artificioso dove sei obbligato a fare un intenso numero di esperienze di intrattenimento in poco tempo e in uno spazio ristretto (uno spazio peraltro molto brutto). Mi correggo: sei tu che obblighi te stesso a partecipare a quesi intrattenimenti forzati all-inclusive e dunque in realtà non ne senti questa artificiosità. A dirla tutta non sei tanto costretto: si può benissimo passare la crociera in cabina, ma a quel punto o non ha proprio senso essere salito sulla nave o sei lì come David Wallace per un reportage.

Nei primi brevi capitoli Wallace tira subito giù la sua analisi sul fenomeno e poi, dopo aver analizzato la brochure, passa alle esperienze sul campo, ma lo fa con molta fluidità facendo presente al lettore che il suo è il punto di vista di un semi-agorafobico che ha un pò vergogna dell'immagine del turista americano ma che non ha mai davvero disprezzato nessuno dei nadiriti (come chiama i clienti della crociera) nè l'equipaggio. È prima di tutto un nerd con paure e ossessioni che si diverte a mettersi alla prova con cose che lo fanno sentire estraneo. È insomma una persona capitata su una nave da crociera che ha colto l'occasione per scandagliarla con la sua attenta curiosità.

Il prodotto-crociera che acquistiamo non è il divertimento in sè ma la sensazione di relax, appagamento, eccitazione, accondiscendenza, servilismo o, meglio ancora, è l'essere viziati. Le brochure non promettono ma addirittura profetizzano il non fare assolutamente niente (utilizzando anche la menzogna di un finto testo artistico). Tutto ciò per Wallace (più avanti nella sua analisi) diventa il trionfo sulla morte e la decandenza: si passa dalla fatica del lavoro (nella vita quotidiana) alla fatica del divertimento che "non promette tanto il superamento del terrore della morte quanto piuttosto di allontanarlo per un pò di tempo". Non a caso i maggiori clienti di una crociera sono gli anziani. Una mega costruzione bianca galleggiante al suo interno è un meccanismo perfetto che può tanto esimerti dal preoccuparti di qualsiasi cosa, che gettarti in alcuni momenti nella disperazione. Il servizio di pulizia agisce in modi misteriosi, nella cabina sono sempre presenti ceste di frutta, la doccia e l'asciugacapelli sono esageratamente efficienti, l'ambiente è praticamente inodore, lo scarico ad alto tiraggio del water è addirittura inquietante e fonte di ironiche paranoie per Wallace.
Inutile andare oltre ed elencare gli appuntamenti della giornata tipo suggeriti dal Nadir Daily (il quotidiano della nave), gli incontri con Petra (l'addetta alle pulizie), l'amicizia col cameriere Agoston e Winston 3P, la lezione del capitano Nico, la nemesi Capitan Video e le antipatie per il direttore dell'hotel Dermatitis e il Direttore di Crociera Scott Peterson: tutto dimostra che si può sopravvivere a questa esperienza, ma chissà perchè solo Wallace mi fa uscire da lì con una consapevolezza unica di risate e tristezza.

7 feb 2013

La percezione e la rappresentazione spiegate da Daverio

[parziale trascrizione di una puntata di Passpartout visionabile qui]

Il paesaggio ha una temperatura, un grado di umidità, ha un movimento dell’aria che una fotografia non riesce a restituire.
Problema filosofico della mimesi. Questione già dibattuta moltissimo dai greci antichi. La mimesi per loro in realtà era la rappresentazione. Per Platone ovviamente era quella dell’idea e siccome l’idea già si rappresentava in noi , rappresentare noi che rappresentavamo l’idea, era come rappresentare il rappresentato e quindi era un gesto inutile. Platone consigliava nella sua repubblica perfetta di cacciare gli artisti. Aristotele seguiva una strada un po’diversa: per lui la conoscenza, cioè la gnosi, passava attraverso i sensi. Quindi è l’esperienza sensoriale accumulata che permetteva la conoscenza e che consentiva anche di fare i dipinti. Quando Plinio parla dei grandi pittori greci antichi, ne parla con un’ammirazione folgorante per la loro capacità di generare mimesi. Si dice, non si sa se fosse vero, che alcune uve di Zeusi erano così precise che gli uccelli tentavano di beccarli. Se Platone avesse visto questa fotografia [quella comunissima di un paesaggio] si sarebbe strappato la barba, se l’avesse vista Aristotele si sarebbe posto una serie di domande molto serie sulla capacità di capire, però purtroppo né l’uno e né l’altro avevano a disposizione fotografi.



Eppure i pittori paesaggisti ce l’han fatta a rappresentare il paesaggio. È vero che Canaletto usava la camera ottica e il prisma ottico per tracciare la perfezione delle sue prospettive, ma è anche più vero. Nessuna fotografia riesce a restituire la stessa sensazione di autenticità dell’ambiente di un dipinto di Canaletto. Eppure l’acqua non è affatto rappresentata in un modo mimetico: l’acqua è narrata quasi in un modo iper-semplificato con piccoli colpetti di pennello bianco, e il pavimento è rappresentato con segni iper-semplici.

È che in verità noi non guardiamo i quadri con gli occhi, guardiamo i quadri con il cervello e il cervello ricompone i segnali che gli occhi raccolgono. Più sono semplici come piccoli segni di onde più al nostro cervello viene facile ricostituire l’immagine esatta nella mente: è nella non assimilazione alla rappresentazione perfetta che avviene il miracolo dell’identificazione. È ben diverso il caso di (Francesco) Guardi che ci sembra talvolta molto più raffinato , molto più vivo, molto più intenso nella pittura e sicuramente molto più coinvolgente e moderno nel gesto. Ma la sua pittura non rappresenta più affatto la realtà, rappresenta solo un mondo sognato e onirico.

 Per raggiungere la realtà attraverso la sua ipersemplificazione, (essa) ha un riscontro assolutamente parallelo nel campo della musica. Se io sento a grande distanza, mettiamo nell’isolato accanto, una piccola radiolina che mi suona un notturno di Chopin, posso avere la sensazione che lì stia suonando un pianoforte. Se mi ritrovo di fronte al miglior impianto di riproduzione tecnica proprio davanti al naso, mi rendo conto che non sto ascoltando un pianoforte ma ascolto una replica tecnica di un pianoforte. In quanto anche la musica la percepisco un poco nelle orecchie, e un po’ proprio con le trippe, ma in realtà la elaboro nel mio cervello e la elaborazione cerebrale non è altro che il risultato di tutte le esperienze di musica che ho avuto fino a quel momento.

Quindi andiamo a vedere il più musicale dei pittori. Jean Simeon Chardin. Il primo errore da evitare è pensare che lui sia simile a Giorgio Morandi solo per via del fatto che fa dei quadri piccoli come quelli che farà Giorgio Morandi nel XX secolo, e per il fatto che anche lui compone degli oggetti. Giorgio Morandi era alla ricerca dell’essenza metafisica e delle ombre degli oggetti. Lui (Chardin) è alla ricerca del tema fisico e della specificità dell’oggetto stesso. Della pentola di percepisce alla perfezione la qualità dei metalli che la compongono. E attenzione: lì si comincia a capire il meccanismo della sua rappresentazione. Non è nella perfezione della simulazione che sta la percezione, ma in un puro colpo di pennello bianco su un fondo blu abbastanza vago. È la normalità quasi banale del segno che consente la percezione.



E si riesce così a spiegare meglio la potente ambiguità di questo piccolo dipinto che divenne nel diciannovesimo secolo un mito assoluto. Lo aveva regalato lui direttamente a Luigi XV negli anni nei quali l’assolutismo aristocratico stava iniziando a disfarsi e si guardava la vita degli uomini con quel senso di distacco bonario molto similare a quello che si applicava in Italia guardando i quadri del Pitocchetto. Come sono morbidi, assomigliano a marionette. L’unica parte vera è la zuppa sul tavolo.



Eccolo qua, il risultato capolavoro dell’indagine nella concretezza. Servizio per fumatore. Individuo ogni metallo, ogni boccetta, ogni ceramica, ogni legno, ogni riflesso, e la pipa che brucia. Sicchè tutto si distacca in un mondo dove chi esiste conta pochissimo rispetto a ciò che c’è, dove la vita dell’individuo non è altro che un simulacro di ironie come nel meglio dello scetticismo intellettuale di Voltaire.

Filippo De Pisis.
De Pisis prende il testimone da Chardin. Lui la passione per la natura morta alla francese ce l’aveva già da ragazzo nel 1908 ma se la porta appresso quando diventa uno dei protagonisti della metafisica e mescolerà a dei temi alla de Chirico oppure al gioco sul suo studio disordinato sempre la presenza di nature morte, veramente morte, con micro segni e punte di bianco come quelli di Chardin.

Non è l’immagine di una cosa ma è la cosa stessa, la cosa medesima.

La cartella [vedere video da 25’ in poi] è rappresentata da pochissimi segni: alcuni colpetti di nero e quattro pennellate dall’aspetto improvvisato. Un colpo di blu, un colpo di rosso, un colpo di verde e la cartella diventa viva. Qui si capisce molto meglio del previsto la questione effettiva che è linguistica: più è semplice il segno, più è miserabile, più ci sembra possibile poter ricostruire nella nostra mente come un segno che rappresenta la cosa autentica. L’oggetto autentico non vuole la descrizione come in una fotografia kodachrome, vuole solo i segni semplici che noi ricomponiamo nel cervello.

Per Chardin già il dibattito Platone-Aristotele era superato dalla voglia di conoscenza scientifica tipica degli enciclopedisti, ma loro ci credevano. Bergson pone la questione più avanti ancora alla radice di una nuova metafisica e sostiene che ci sono due percorsi possibili della conoscenza: una che porta all’assoluto e l’altra che porta al relativo. Il relativo si scopre attraverso l’intelligenza e non ha mai fine, perché è un percorso che va avanti all’infinito. L’assoluto si scopre solo con l’intuizione. Con un percorso di sub patos con la realtà: è solo tuffandosi nell’acqua che si percepisce l’acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa, la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell’intelligenza. E il dialogo di De Pisis con il cavolo, la carota, la pera o il pesce marcio è un vero dialogo di simpatia. Etimologicamente parlando!

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Dipinti del Canaletto

Mostra a Ferrara Chardin: il pittore del silenzio visitata da Daverio per la puntata.
Due parole in più sulla mostra.
Foto di diversi dipinti di Chardin.

Dipinti di Filippo De Pisis