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23 set 2014

"Tv Buddha", di Nam June Paik

(esiste in diverse versioni)
al Museo Madre di Napoli


La prima interpretazione è stata quella del resistere alla doppia tentazione della televisione: la telecamera fissa sul Buddha e l'immagine registrata posta di fronte come uno specchio. Imperturbabile lui, rompipalle lei. A seguire mi è parso di intuire che le cose fossero più complesse, ma al momento non sapevo dire quanto.
La statua sta guardando lo schermo? No. Gli occhi sono socchiusi verso il basso. Ma "sa" che lì c'è la sua immagine? Una statua può mai essere cosciente? Certamente no ed è un errore pensarla vivente. Il punto allora è che sono posti di fronte la calma meditativa e l'invadenza visiva; ma mi risulta invadente solo perchè dall'altro lato c'è uno stato di concentrazione che non va disturbato, oppure sarebbe in ogni caso invadente?
Se ci fosse stato uno specchio non sarebbe stata la stessa cosa perchè con la videocamera c'è proprio un dito che punta fisso indicando e colpendo. E poi la tv è (sempre) piuttosto ignorante e manipolatoria. Dunque, da un lato il "bene" e dall'altro il "male". Embè, questa è una interpretazione morale... moralista.. o no?
Il divino e il corruttore. E in più, la videocamera inquadra anche l'ambiente attorno al Buddha e perciò anche lo spettatore dell'opera che può far parte senza accorgersene dell'immagine televisiva. Se resto dietro al Buddha ne faccio parte, se mi sposto dietro al televisore ne sono così esterno che alla videocamera sono adesso del tutto indifferente (ma, di nuovo, ritorno ad antropomorfizzare... anche se non è del tutto sbagliato). Ciò che detiene l'orientamento dell'interpretazione è allora la televisione, e la presenza della meditazione non può che rendere l'opera pendente quasi tutta verso il mezzo invece che sul manufatto. Peraltro, della meditazione è fornita una figura, cioè "l'aspetto esteriore di una cosa" o meglio "la rappresentazione simbolica", e il video sta registrando e trasmettendo (anzi, è registrazione e trasmissione) la presenza di questo simbolo: sia l'uno che l'altro sono due mediatori, ma quello televisivo è un mezzo che fa da mediatore (o almeno così cercherebbe) anche dell'altro.... Insomma è un casino che risolvo dicendo che è tutta una riflessione sul vedere. E anzi direi meglio del vedere attraverso il mezzo televisivo.

Leggendo in giro si parla della "capacità del teleschermo di mesmerizzare l'essere umano e oscurare qualsiasi illuminazione religiosa e filosofica" (devo ricordarmi che "mesmerizzare" sta per "ipnotizzare").

ma anche (da qui)

"Tv-Buddha è un esempio dell'approccio artistico alla televisione, per quanto condensi anche una componente chiave in tutte le produzioni multimediali digitali. Tale elemento chiave è un desiderio o sforzo di riprodurre qualcosa del mondo fisico, come la statua di Buddha, e dimostrare il riflesso interiorizzato che la creazione richiede. In altre parole, come Nam June Paik padroneggia la tecnologia necessaria per visualizzare l'immagine del Buddha in televisione, egli definisce anche il modo in cui l'immagine dovrebbe essere interpretata. Attraverso i media digitali, il Buddha, e l'umanità in generale, vede un riflesso di sè stesso filtrato attraverso il posizionamento e la stilizzazione dei diversi elementi del lavoro."

e ancora  (da qui)

"In questo loop a circuito chiuso, il Buddha è seduto di fronte alla propria immagine proiettata, non consentendo la sua trascendenza dalla propria fisicità. Invece egli è colto nella sua riflessione, destinata a rimanere sulla superficie della realtà. Il teorico dei media Marshall McLuhan affermò nel suo libro seminale del 1964 "Gli strumenti del comunicare":
E’ l’ininterrotta ricezione della nostra tecnologia nell’uso quotidiano che, nel rapporto con queste immagini di noi stessi, ci pone nella posizione narcisistica della coscienza subliminale e del torpore.

 in più  (da fucinemute)

Oltre alla ripetizione, emerge anche una grande attenzione alla decostruzione in chiave ironica del medium televisivo in base ai propri contenuti; è il caso di TV Buddha, opera realizzata in differenti versioni fin dalla metà degli anni Settanta, come è il caso della videoinstallazione del 1976, presentata alla Kunsthalle di Brema.
La presenza della statua di Buddha rinvia alla dimensione spirituale orientale, (che alla fine degli anni Sessanta era molto in voga negli ambienti della cultura alternativa, così come molte altre teorie religiose e filosofiche orientali), che rappresenta anche il background di provenienza di Paik, mentre la televisione è la rappresentazione di una illuminazione che non ha nulla di trascendente, ma che anzi si pone davanti allo spettatore con la propria versione del reale visibile e accessibile tramite la sola accensione elettronica.



E duqnue l'immagine televisiva sembrerebbe in questo un'interiorizzazione ma è solo manipolazione.La tv mesmerizza, ho incollato più su. Andando a cercare l'origine di questa parola, leggo da Treccani che


Mesmerismo:
Teoria elaborata dal medico ted. Franz Anton Mesmer (1734-1815), il quale suppose la presenza, nei minerali e negli esseri viventi, di un «magnetismo vitale» che riteneva potesse essere usato, da individui che ne fossero eccezionalmente dotati, a fini terapeutici; tale ipotesi esercitò un certo influsso sulla filosofia naturale del Romanticismo e costituì un tentativo di spiegazione del fenomeno dell’ipnosi. 


Ipnosi e magnetismo... Paik poneva sopra o di fronte i suoi televisori proprio un magnete per alterarne l'immagine.. facendo fisicamente ciò che è proprio della televisione, il disturbare pesantemente un "segnale" che è quello della percezione della realtà.






Sempre da FucineMute

"
Paik rileva la possibilità di manipolare gli schermi televisivi tramite l’applicazione di magneti. L’immagine televisiva interessa Paik in maniera marginale, poiché ciò lo colpisce maggiormente è l’idea di disturbo, nonché la componente elettronica del mezzo, la modalità di funzionamento. Non tanto cosa si vede, quindi, ma come si fa a realizzarlo. La padronanza tecnica del mezzo diventa per Paik un passaggio necessario, perciò egli inizia a condurre esperimenti con l’ausilio di un ingegnere di elettronica, Shuya Abe; l’azione espressiva passa quindi, come con la musica, tramite la manipolazione elettronica dell’oggetto. Così come le campionature trasformano la registrazione sonora, Paik sente la necessità di trasformare la immagine visiva attraverso il disturbo della frequenza e della composizione."

Ci sarebbe da conoscerlo tutto Nam June Paik, anche per la sua affinità con John Cage, la cui filosofia sulla musica aleatoria lo ispirò in modo determinante.

 
--

Bonus:

la statua del Buddha aveva la mano sinistra in grembo (gesto della meditazione) e quella destra in basso posata sul ginocchio, cioè la combinazione di questi due gesti simbolici (mudra):


Dhyana MudraThe gesture of meditation.

 
Earth Witness MudraThe gesture of "earth witness," which the Buddha is said to have made at the time of his Enlightenment.


22 apr 2014

The War of Warhols??


Ormai è diventato l'altro ieri, il giorno in cui ho visitato la mostra su Andy Warhol qui a Napoli al museo PAN (Palazzo delle Arti di Napoli): evento della città esploso in (quanto tempo?) in poco tempo con una folla di persone in fila per entrare in un palazzo storico della parte ancora più bella della città, fila che io non ho mai visto prima e che cmq non si vedeva da anni (che sembrano secoli).

Un pomeriggio di domenica pasquale; fresco, bel sole calmo in strade straordinariamente popolate pochissimo (tutte sul lungo mare); dieci minuti circa di attesa in orario strategico (mentre iniziava a formarsi un codazzo che avrebbe richiesto la pazienza che non avevo). Entro gratuitamente perchè per i tre giorni iniziali la mostra è offerta da una "nota marca di acqua in bottiglie", che però non l'ha fatto sapere a nessuno non mostrando il proprio logo.
Due piani di esposizione: prime cose che vedo sono le copertine dei vinili, poi i barattoli Campbell, le confezioni Brillo e le bottigliette grigie della coca cola... Cose che abbiamo visto tutti in foto, sto mica ad elencarle... Sulle pareti ci sono i soliti utili commenti critico-contestualizzanti (su fogli di carta grandi con testi in font scelto all'ultimo minuto) tra i quali anche quello scritto da qualcuno a firma Sindaco De Magistriis per fargli fare bella figura, e quello del curatore Achille Bonito Oliva che spiega col suo linguaggio complesso e concentrato il titolo "Vetrine" :



Nella visione nietzschiana la morale origina dalla paura della considerazione dell’altro. L’uomo teme il giudizio altrui, perché stima se stesso in base al pensiero che gli altri hanno di lui e adegua il proprio comportamento a quello della moltitudine. In Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881) il filosofo tedesco scrive a proposito dei vanitosi: “Siamo come vetrine in cui noi stessi continuiamo a disporre in bell’ordine, a nascondere o a mettere in mostra, le pretese qualità che altri ci attribuiscono – per ingannarci” . [...]


Ma cosa ha a che fare Andy Warhol con NAPOLI?



A parte l'esserci stato sul finire degli anni '70 invitato dal gallerista Lucio Amelio; a parte l'aver creato l'enorme trittico "Fate Presto" (dallo storico titolo e prima pagina del Mattino stampata tre giorni dopo il terremoto dell'80 per spronare gli aiuti alla popolazione sotto le macerie); e la serie di serigrafie sul Vesuvio. Direi che c'è stata un certo interesse per il pop napoletano non so quanto in comune col pop da società di massa americana di quegli anni. Ci sarebbe anche la fobia di Warhol per la morte e il culto dei morti della città, chissà. L'immagine di consumo, il prodotto, il personaggio reso ancora più celebre... Più che altro si tratta di vedere Napoli come icona, come antica New York, che con Warhol diviene pop con il suo lavoro sul simbolo del Vesuvio. Il più interessante, secondo me. Un'intera sala espone il mega Vesuvio esplodente conservato al Museo di Capodimonte, insieme ad altre serie più piccole.. tra le quali penso che la più bella sia quella del poster della mostra (qui sotto)(peccato non abbiamo pensato a venderlo nel bookshop!).


(dettaglio)

Il resto della produzione di Warhol esposta avrà la sua importanza, ma non mi tiene granchè appassionato. Una buona parte è costituita dai ritratti delle personalità del giro artistico napoletano degli anni '70-'80, di cui nessuno che sia cresciuto nei '90 sa nemmeno lontanamente chi sia.

In sale spoglie per nulla accoglienti e che non valorizzano le opere, vengono proiettati due video amatoriali della cricca di Warhol, con audio-senza audio, in ogni caso senza sottotitoli o rilevanza alcuna. Le sedie poste di fronte servono ai più stanchi solo per riposarsi.

L'unico video esaustivo della sua frequentazione della città che avrebbero dovuto proiettare è questo qui. Ma non c'è!

Una mostra su Warhol è sempre, secondo me, una mostra sul modo in cui fabbricava le sue immagini, sui colori che affibbiava ai tizi per nulla conosciuti (come prostitute), a quelli meno conosciuti (come sopra), a quelli straconosciuti (come la Monroe) rendendoli ancora più belli da ammirare (ma si tratta di ammirazione?). Ma poi si tratta di bellezza? Per me ha un interesse storico, il che significa che Warhol è archiviato, non è contemporaneo, non è universale, è espressione di quegli anni. L'associazione dei colori è straordinaria, ma è andata, odora di passato, anche se prima o poi non pochi sono quelli che vogliono warholizzare il proprio volto. Ma anche una forchetta andrebbe bene.



Riguardo il titolo del post, mi riferisco all'apertura in contemporanea di questa mostra con quella più vasta con sede a Roma e già passata per Milano (e sembra anche da Pisa), che ha dato fuoco a una mezza polemica  di due-tre curatori-critici sia online che su stampa. Giusto per redermi conto di come si mettono certe cose quando c'è da organizzare l'arte.

Eduardo Cicelyn, che è stato fino a poco fa direttore del Museo Madre qui a Napoli, su Repubblica definisce  la mostra "brutta", "inutile", "di basso profilo", "costruita per la maggior parte sui luoghi comuni e più banali dell'immensa (molto spesso falsificata) produzione warholiana" e poi fa un mea culpa collettivo: "Avremmo dovuto costruire negli anni un pubblico più informato ed esigente, che pretendesse dai nostri musei un'effettiva capacità di inserirsi nel circuito internazionale dell'arte contemporanea. Se questo non è stato, se il Pan non ha più neanche la parvenza di organizzazione e di programmazione museale e ciò nonostante sbaraglia la concorrenza del Madre, che invece appare ingessato in attività corrette dal punto di vista scientifico, ma in molti casi noiose e autoreferenziali, solo per addette ai lavori, vuol dire che il sistema ha collassato e che a Napoli va ripensata completamente e in fretta l'offerta di arte contemporanea, a fronte di una domanda ancora grezza, ma sempre, anzi da sempre impetuosa."

Poco più di vent'anni fa, con grande voglia di fare il gallerista Lucio Amelio diceva ciò:


Come nacque la nuova Napoli, se è nata mai?
Ma Napoli non è che è nata, Napoli è sempre stata, Napoli è come una cosa…, non è che nasce, è là da sempre, Napoli ha tremila anni di energie, di culture. Non è che l’abbiamo fatta nascere, noi abbiamo semplicemente sviluppato un progetto per inserire Napoli all’interno di un circuito internazionale di cultura. Eco questo è stato il lavoro che abbiamo fatto in venti anni, io e tutti coloro che hanno contribuito a questo progetto, soprattutto gli artisti, le centinaia di artisti che si sono succeduti in queste sale.
[...]

Com’è nato il movimento della “nuova Napoli”? che all’esterno è più noto per la musica che non per l’arte..
Ma ripeto, Napoli non nacque in un certo momento, Napoli è sempre stata. C”è stata un energia che c’era nell’aria da sempre. Il problema non è di far nascere qualcosa, ma di organizzare questa energia, come il teatro, il cinema, lo spettacolo, la musica, le canzoni, l’ arte. Ma Napoli è sempre stata la capitale, come diceva Stendhal “…Napoli è la città più bella dell’universo…”. Oggi c’è una sola capitale, che è Napoli, perché Parigi è diventata provincia.

Forse bisogna organizzare tutto meglio, bisogna dare un’immagine migliore, internazionale, alla città?
Certo, l’organizzazione è necessaria, poiché manca l’organizzazione dello Stato e le istituzioni private devono far fronte a questa carenza e quindi devono organizzarsi. Io in questo senso mi sono organizzato, la mostra che vedi qui al muro è il frutto di venti anni di lavoro. E’ la selezione di seicento mostre organizzate a Napoli, questo significa organizzarsi.

(da qui)

Anche se più giù afferma che preferisce questa energia creativa della città, inclusi terremoto-catastrofe-racket-camorra, alla "mentalità computerizzata" di Milano.




Sul Corriere del Mezzogiorno c'è invece l'intervento di Francesco Bonami che ha collaborato all'esposizione a Roma.

questo breve commento sull’inaugurazione contemporanea di una mostra di Warhol a Napoli non nasce dal desiderio di fare una gara a chi è piu bravo fra Achille Bonito Oliva e me, ma da una riflessione sulle politiche culturali pubbliche delle città italiane.
[...]
La mostra di Roma è stata prodotta privatamente, mentre la mostra di Warhol curata da Bonito Oliva a Napoli — che apre curiosamente lo stesso giorno di quella romana — credo sia stata fatta con fondi pubblici. Perché Napoli organizza una mostra su Warhol che coincide con una mostra sempre di Warhol, già collaudata nella sua qualità a Milano, che si apre a un’ora di treno? È un’operazione di per sé suicida che temo nasconda motivazioni narcisiste, infantili e autolesioniste.

Risponderei con una domanda: e perchè non avete fatto arrivare quella mostra qui a Napoli invece di passare sempre per Roma? Chissà quanto ne è coinvolto in queste decisioni....

Il triste sospetto è purtroppo quello che la mostra di Warhol sia stata organizzata in tutta fretta per il gratuito gusto di disturbare la mostra romana che, però, essendo una mostra scientificamente solida, ben poco potrà essere disturbata. Mi auguro che Warhol a Napoli abbia la stessa qualità. Sarebbe un vero peccato che per far dispetto a poche persone a farne le spese e a spendere inutilmente siano la città di Napoli e i napoletani.




In ogni caso, una buona organizzazione si vede per la mostra su Ettore Spalletti, per cui si sono coordinate al meglio per la prima volta il MAXXI di Roma, il GAM di Torino e il MADRE di Napoli che espongono tuttora in contemporanea.

17 feb 2014

La violenza nel sentimento dell'uomo

"L'uomo contemporaneo cerca o tenta di vincere la sua giornata mediante la violenza. Ungaretti, uno dei maestri della poesia contemporanea, ha esercitato un'altra violenza, non soltanto sul corpo della parola e del linguaggio ma profondamente nel sentimento dell'uomo."  
(Salvatore Quasimodo nel 1969)

Tratto dall'unica occasione in cui Quasimodo, Montale e Ungaretti si sono incontrati davanti alle telecamere nel 1969. Non potendo incollare il breve video ne ho trascritto giusto qualche parola.

15 feb 2014

l'armonia delle virgole






 Ballare, volare, amarsi. Siamo sempre lì :)

22 set 2013

c'è sempre una videocamera...




 (da un reportage di Michael Wolf)

6 ago 2013

c'è un fresco vento di sentimenti stasera






Tanto sentimentale quanto i baci perugina. Un classico che forse avrei fatto bene a non postare preferendogli invece qualcosa di meno marcato. Ma stasera va così. Caro Rachmaninov, è solo l'inizio.

27 lug 2013

il film del weekend

Periodo estivo, esce un solo film.

Wolverine: un pianeta da salvare a tavola.
Il protagonista Logan, supereroe della Marvel, si è ritirato sui monti. Viene ritrovato da una ragazza giapponese e accompagnato a Tokyo da un ricco magnate della tecnologia che gli presenta tre bambini con i quali deve far di tutto per essere invitato a un matrimonio dove i quattro dovranno scambiare i segnaposto degli invitati, facendolo sembrare un errore, in modo da salvare il mondo dal riscaldamento globale, tutto ciò in cambio di una vita normale e mortale.

Se trovo chiusa la spiaggia, vado a cinema.

8 lug 2013

una fine può essere un inizio

Dicono che una fine può essere un inizio
Sento come se fossi stato sepolto
eppure sono ancora vivo
E’ come un brutto giorno che non finisce mai
Sento il caos intorno a me
Una cosa che non cerco di negare
Meglio che io impari ad accettarlo
Ci sono cose nella mia vita
Che non posso controllare


C’è una parte del mio mondo
che sta svanendo


Ora so che una brezza
Può spazzarmi via
Ora so che c’è molta più dignità
Nella sconfitta che nella vittoria più radiosa
Sto perdendo l’equilibrio sulla corda tesa


Se mai dovessi sentirmi meglio
Ricordami di passare un po’ di piacevole tempo con te
Puoi darmi il tuo numero
Quando è tutto finito ti farò sapere


Un giorno tutto questo casino mi farà ridere

Nella solitudine circolare del mio cuore
Come uno che si sforza di scalare una collina
Sono sicuro di venirne fuori, non so come
Dicono che una fine può essere un inizio
Sento come se fossi stato sepolto
eppure sono ancora vivo


(qui il testo intero)
--

La musica è memorabile ed è il pezzo più rappresentativo del gruppo; le parole calate in uno stato di irrecuperabile confusione e assenza di controllo, lasciano però quello spiraglio che indicano che ci si potrà reincontrare, riamarsi, ritornare a passeggiare come un tempo semmai. Chi parla vuole che lei resti lontana da questo caos, un senso di viva sepoltura (c'è qualcosa di peggio??): mi sembra bello, anche se è sempre meglio non isolarsi e non respingere l'aiuto di qualcuno. Sembra che lui voglia facerla con le proprie forze e nonostante sia sfiduciato ("se mai dovessi sentirmi meglio"), vuole credere che quello che le persone dicono ("dicono che una fine può essere un inizio") sia vero, che cioè altre persone non sono estranee a questo stato, anche se lui tende a sentirsi incompreso ("nessuno sa dei momenti difficili che ho attraversato").

Il video invece va in un'altra direzione. È eccezionale. Un motociclista partecipa ad una gara di coraggio in cui vince chi frena il più vicino ad un muro sul quale rischia di schiantarsi. Sente di essere destinato a morire giovane, gli dei lo guardano dall'alto e lui ricambia lo sguardo perchè è uno di loro e sta per arrivare. Si tiene distante da chi vuole invitarlo a festeggiare o dagli amici che lo idolatrano o lo amano. Appartiene al mito e lo schianto gli apre la breccia per la scalinata verso il tempio.Una storia epica di tre minuti e quaranta.


7 feb 2013

La percezione e la rappresentazione spiegate da Daverio

[parziale trascrizione di una puntata di Passpartout visionabile qui]

Il paesaggio ha una temperatura, un grado di umidità, ha un movimento dell’aria che una fotografia non riesce a restituire.
Problema filosofico della mimesi. Questione già dibattuta moltissimo dai greci antichi. La mimesi per loro in realtà era la rappresentazione. Per Platone ovviamente era quella dell’idea e siccome l’idea già si rappresentava in noi , rappresentare noi che rappresentavamo l’idea, era come rappresentare il rappresentato e quindi era un gesto inutile. Platone consigliava nella sua repubblica perfetta di cacciare gli artisti. Aristotele seguiva una strada un po’diversa: per lui la conoscenza, cioè la gnosi, passava attraverso i sensi. Quindi è l’esperienza sensoriale accumulata che permetteva la conoscenza e che consentiva anche di fare i dipinti. Quando Plinio parla dei grandi pittori greci antichi, ne parla con un’ammirazione folgorante per la loro capacità di generare mimesi. Si dice, non si sa se fosse vero, che alcune uve di Zeusi erano così precise che gli uccelli tentavano di beccarli. Se Platone avesse visto questa fotografia [quella comunissima di un paesaggio] si sarebbe strappato la barba, se l’avesse vista Aristotele si sarebbe posto una serie di domande molto serie sulla capacità di capire, però purtroppo né l’uno e né l’altro avevano a disposizione fotografi.



Eppure i pittori paesaggisti ce l’han fatta a rappresentare il paesaggio. È vero che Canaletto usava la camera ottica e il prisma ottico per tracciare la perfezione delle sue prospettive, ma è anche più vero. Nessuna fotografia riesce a restituire la stessa sensazione di autenticità dell’ambiente di un dipinto di Canaletto. Eppure l’acqua non è affatto rappresentata in un modo mimetico: l’acqua è narrata quasi in un modo iper-semplificato con piccoli colpetti di pennello bianco, e il pavimento è rappresentato con segni iper-semplici.

È che in verità noi non guardiamo i quadri con gli occhi, guardiamo i quadri con il cervello e il cervello ricompone i segnali che gli occhi raccolgono. Più sono semplici come piccoli segni di onde più al nostro cervello viene facile ricostituire l’immagine esatta nella mente: è nella non assimilazione alla rappresentazione perfetta che avviene il miracolo dell’identificazione. È ben diverso il caso di (Francesco) Guardi che ci sembra talvolta molto più raffinato , molto più vivo, molto più intenso nella pittura e sicuramente molto più coinvolgente e moderno nel gesto. Ma la sua pittura non rappresenta più affatto la realtà, rappresenta solo un mondo sognato e onirico.

 Per raggiungere la realtà attraverso la sua ipersemplificazione, (essa) ha un riscontro assolutamente parallelo nel campo della musica. Se io sento a grande distanza, mettiamo nell’isolato accanto, una piccola radiolina che mi suona un notturno di Chopin, posso avere la sensazione che lì stia suonando un pianoforte. Se mi ritrovo di fronte al miglior impianto di riproduzione tecnica proprio davanti al naso, mi rendo conto che non sto ascoltando un pianoforte ma ascolto una replica tecnica di un pianoforte. In quanto anche la musica la percepisco un poco nelle orecchie, e un po’ proprio con le trippe, ma in realtà la elaboro nel mio cervello e la elaborazione cerebrale non è altro che il risultato di tutte le esperienze di musica che ho avuto fino a quel momento.

Quindi andiamo a vedere il più musicale dei pittori. Jean Simeon Chardin. Il primo errore da evitare è pensare che lui sia simile a Giorgio Morandi solo per via del fatto che fa dei quadri piccoli come quelli che farà Giorgio Morandi nel XX secolo, e per il fatto che anche lui compone degli oggetti. Giorgio Morandi era alla ricerca dell’essenza metafisica e delle ombre degli oggetti. Lui (Chardin) è alla ricerca del tema fisico e della specificità dell’oggetto stesso. Della pentola di percepisce alla perfezione la qualità dei metalli che la compongono. E attenzione: lì si comincia a capire il meccanismo della sua rappresentazione. Non è nella perfezione della simulazione che sta la percezione, ma in un puro colpo di pennello bianco su un fondo blu abbastanza vago. È la normalità quasi banale del segno che consente la percezione.



E si riesce così a spiegare meglio la potente ambiguità di questo piccolo dipinto che divenne nel diciannovesimo secolo un mito assoluto. Lo aveva regalato lui direttamente a Luigi XV negli anni nei quali l’assolutismo aristocratico stava iniziando a disfarsi e si guardava la vita degli uomini con quel senso di distacco bonario molto similare a quello che si applicava in Italia guardando i quadri del Pitocchetto. Come sono morbidi, assomigliano a marionette. L’unica parte vera è la zuppa sul tavolo.



Eccolo qua, il risultato capolavoro dell’indagine nella concretezza. Servizio per fumatore. Individuo ogni metallo, ogni boccetta, ogni ceramica, ogni legno, ogni riflesso, e la pipa che brucia. Sicchè tutto si distacca in un mondo dove chi esiste conta pochissimo rispetto a ciò che c’è, dove la vita dell’individuo non è altro che un simulacro di ironie come nel meglio dello scetticismo intellettuale di Voltaire.

Filippo De Pisis.
De Pisis prende il testimone da Chardin. Lui la passione per la natura morta alla francese ce l’aveva già da ragazzo nel 1908 ma se la porta appresso quando diventa uno dei protagonisti della metafisica e mescolerà a dei temi alla de Chirico oppure al gioco sul suo studio disordinato sempre la presenza di nature morte, veramente morte, con micro segni e punte di bianco come quelli di Chardin.

Non è l’immagine di una cosa ma è la cosa stessa, la cosa medesima.

La cartella [vedere video da 25’ in poi] è rappresentata da pochissimi segni: alcuni colpetti di nero e quattro pennellate dall’aspetto improvvisato. Un colpo di blu, un colpo di rosso, un colpo di verde e la cartella diventa viva. Qui si capisce molto meglio del previsto la questione effettiva che è linguistica: più è semplice il segno, più è miserabile, più ci sembra possibile poter ricostruire nella nostra mente come un segno che rappresenta la cosa autentica. L’oggetto autentico non vuole la descrizione come in una fotografia kodachrome, vuole solo i segni semplici che noi ricomponiamo nel cervello.

Per Chardin già il dibattito Platone-Aristotele era superato dalla voglia di conoscenza scientifica tipica degli enciclopedisti, ma loro ci credevano. Bergson pone la questione più avanti ancora alla radice di una nuova metafisica e sostiene che ci sono due percorsi possibili della conoscenza: una che porta all’assoluto e l’altra che porta al relativo. Il relativo si scopre attraverso l’intelligenza e non ha mai fine, perché è un percorso che va avanti all’infinito. L’assoluto si scopre solo con l’intuizione. Con un percorso di sub patos con la realtà: è solo tuffandosi nell’acqua che si percepisce l’acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa, la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell’intelligenza. E il dialogo di De Pisis con il cavolo, la carota, la pera o il pesce marcio è un vero dialogo di simpatia. Etimologicamente parlando!

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Dipinti del Canaletto

Mostra a Ferrara Chardin: il pittore del silenzio visitata da Daverio per la puntata.
Due parole in più sulla mostra.
Foto di diversi dipinti di Chardin.

Dipinti di Filippo De Pisis


20 lug 2012

riguardo le armi in America



I don't know what futuristic utopia
you live in, but the world I live in...

  
A bitch need a gun.

  
You can't get around the fact...

  
... that people who carry guns

  
... tend to get shot
more than people who don't.

  
And you can't get around the fact...

  
that if I go down in the laundry room
in my building at midnight enough times

  
I might get my ass raped.

  
Don't do your laundry at midnight.

  
Fuck that! I wanna do my laundry
whenever the fuck I wanna do my laundry.

  
There are other things
you can carry other than a gun.

  
Pepper spray.

  
But if a motherfucker try to rape me,
I don't wanna give him a skin rash.

  
I wanna shut that nigga down.

  
How about a knife at least?

  
You know what happens to
motherfuckers carrying knives?

  
They get shot.

  
Look...

  
If I ever become a famous actress

  
I won't carry a gun.

  
I'll hire me a do-dirt-nigga
and he'll carry the gun.

  
And when shit goes down,
I'll sit back and laugh.

  
But until that day...

  
It's Wild West motherfucker.

3 lug 2012

if you walk with Jesus he's gonna save your soul you gotta keep the devil way down in the hole

Da martedì 10 aprile (subito dopo Pasqua) a lunedì 2 luglio sono state trasmesse per la prima volta su un canale in chiaro, Rai4, dal lunedì al venerdì verso le 14.00-14.30 le 60 puntate delle 5 stagioni da 10 episodi di 1 ora ciascuno di The Wire. La migliore serie tv mai realizzata? È un prodotto televisivo che non assomiglia a nessun altro. E non lo dico perchè ne ho visti di tutti i tipi (perchè non è così, ovviamente) ma perchè l'impressione è proprio che The Wire come Lost o meglio di Lost è riuscita a scardinare i clichè dei prodotti televisivi. Sinteticamente, The Wire è letteratura. Prima di tutto non è un poliziesco ma il vasto racconto di una città americana, Baltimora, dal piccolo spacciatore di 10 anni all'angolo della strada passando per i vari "soldati", il boss e il suo braccio destro, i killer, il fornitore della droga di primo e secondo livello (diciamo così..), i portuali che la fanno scendere dalle navi, i polizziotti-detective-tenenti-sergenti-commissari-vice comandante e comandante, i professori, le classi per alunni speciali, i barboni e i non esattamente barboni, i tossici, l'informatore, il palazzinaro, fino al sindaco uscente e il candidato sindaco e il suo entourage che lavora per le elezioni. Non ce la faccio a riassumere una serie tv tanto articolata e complessa, di una complessità che ad un certo punto ha bisogno di una seconda visione. Come ho letto da badtv.it, secondo un'analisi della rivista Prospect Magazine un episodio di The Wire è caratterizzato da 21 storyline contro le 4 di una serie inglese come Life on Mars. È tutto dire. Questa serie mostra quanto sia difficile incastrare una criminalità che diventa sempre più aggressiva e senza codici morali, in più all'interno di un commissariato e un sistema politico che non riesce a fare di più di quanto vorrebbe (nel migliore dei casi), o che è costretto a fare di meno contro la criminalità perchè non può economicamente permetterselo (il peggiore dei casi). Alla fine sono sempre gli interessi politici a prevalere; e per far agire in primo piano il sistema della legalità i pochi sono costretti a mentire rischiando tutto quello che hanno. Non c'è una stagione più bella, ma la quinta è proprio quella che porta a maturazione tutto il discorso messo su dal creatore David Simon, ad indicare che per smuovere una città come Baltimora serve un piano folle e geniale contro ogni interesse di parte. Questo è quello che ho da dire. Altri (come una manciata di università americane) sanno scendere più in profondità (anzi è lo stesso David Simon che lo fa prima di tutti) e parlano di critica al capitalismo.

The Wire mi ha sorpreso molto perchè non ci sono personaggi che spiccano su altri (l'unico è la città di Baltimora), perchè non ci sono climax anche nelle scene più importanti dove di regola il climax ci starebbe tutto, perchè la recitazione è naturalissima, perchè ogni personaggio è sempre da solo nella città, perchè i dialoghi sono magnifici, perchè ci sono personaggi che si salvano dalla strada e altri pur avendoci provato non ce l'hanno fatta, perchè i personaggi vanno per conto loro comparendo e scomparendo, perchè non c'è realmente un caso per ogni stagione, perchè lavorare dalla parte della polizia è difficile, perchè mostra come il sistema scolastico non ce la fa da solo a recuperare i ragazzi dalla strada, perchè in sostanza è girato quasi come un documentario di Frederick Wiseman e dunque alla fine delle 5 stagioni hai un efficacissimo e illuminante quadro di insieme su come funziona una città.


4 nov 2011

re-reading.... waiting for november......




waiting for (ma nemmeno tanto in fin dei conti) the upcoming trailer on this november.

___________________________________on the road__sulla strada__jack kerouac


C’è un dettaglio che riguarda il protagonista Sal che dimentico sempre mentre leggo e rileggo il libro: è separato dalla moglie. È un’informazione che non ritorna più nel testo eppure mi sembra importante. Ma in realtà sono io che la rendo importante. Kerouac sin dalla prima pagina del romanzo mette in chiaro una cosa, che questa è la storia della vita passata viaggiando per le strade d’America, e che nessuno più di un personaggio come quello di Dean Moriarty, mitizzato dall’entusiasmo di Sal, è rappresentativo di questa esistenza inquieta. Lui è l’unico protagonista al quale Sal regala la sua ammirazione e testimonianza. Sal non è altro che un’ ombra, uno che vive di luce riflessa, è secondario, inferiore per importanza rispetto a Dean che merita invece il piedistallo, gli onori e gli odori della Storia.

La prima parte del libro che Kerouac scrive come una sorta di giro di prova per l’America per ciò che verrà successivamente, non mi convince. Già di suo Sal, come ho detto, conta relativamente, ma poi le sue avventure sono narrate come una sorta di excursus di un’esperienza di due mesi (mi pare), perciò molto velocemente dandosi tempo su pochi episodi come quello al lavoro come poliziotto di ronda notturna, ma senza profondità né pensiero. È il ritratto del vitalismo di chi viaggia e non si ferma mai accumulando e scaricando senza pace le proprie energie che sembrano provenire dal nulla e andare nel nulla. Sal è in sostanza un osservatore superficiale delle cose e delle persone, il suo unico stato d’animo è la gioia, l’entusiasmo, la meraviglia, ma non di colui che scopre e apprende, ma di chi si nutre del semplice contatto- e- via di queste cose. C’è qualcosa che insomma non va se Sal è un personaggio così piatto (come del resto anche altri, di cui non ricordo più le caratteristiche non riuscendo a distinguerli). O almeno egli è subordinato ad un’altra presumibile dimensione che è quella del bisogno di qualcosa di più grande. Egli è disposto a viaggiare da costa a costa per incontrare la sua leggenda personale, Dean, la quintessenza della verità della strada. “Nonostante la diversità dei nostri temperamenti, egli mi appariva come un fratello da lungo tempo perduto”. “[Dean] era uno scoppio sfrenato pieno di assenzi di americana gioia; era occidentale, il vento d’Occidente, un’ode alle praterie, qualcosa di nuovo, da lungo tempo profetizzato, da lungo atteso.” Ma la frase più bella del libro che sintetizza al meglio la storia è forse questa: “In qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla” (p. 10-11). Non penso ci sia altro da chiarire. Sal è il profeta, è il microfono della generazione del dopoguerra che vuole vivere dandoci dentro, sbattendo la testa e sorridendo, godendo, elevandosi al di sopra di se stessa. Ecco, è questo istinto che non condivido: un movimento interiore che non ha fine. Forse dipende dal fatto che il mio tempo non è quello di sessant’anni fa, o forse è un problema solo mio non immedesimarmi in questo stile di vita.

C’è però un pezzo bellissimo che mi ha preso perché è unico nella prima parte, e dà spazio alla dimensione interiore di Sal che viene di solito autocensurata, mostra il suo smarrimento, il suo dubbio, ma solo per un attimo:

“Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l’unico chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero… Mi trovavo lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d’albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi; e guardavo l’alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l’America, alla linea divisoria tra l’Est della mia giovinezza e l’Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso. Ma dovevo rimettermi in cammino e smettere di lamentarmi, così presi su la valigia, dissi arrivederci al vecchio albergatore che sedeva accanto alla sua sputacchiera, e andai a mangiare” (p.17-18).