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15 set 2013

Un cumulo di libri non è conoscenza

(segue tematicamente dal post precedente)
Nel far la pulizia generale, trovo tra alcuni fogli di giornale che conservavo (pressocchè inutilmente, per una buona metà..) un pezzettino quasi stracciato di chissà che articolo del Corriere, una dialogo tra Claudio Magris e Alberto Manguel (che scopro solo ora chi è) a proposito della lettura e della vita (anche questo lo so solo dopo aver trovato l'intero articolo sul web, qui). Guarda un pò, sembra proprio capitare a fagiuolo nel dirmi che tutto l'assembramento di parole che mi ritrovo in casa ha bisogno di una sfoltatina..

"Siamo avidi di parole. Come Cervantes, la maggior parte dei lettori tende a leggere ogni cosa, d'ogni genere. E nelle nostre società del rapido e del facile, questa tendenza è divenuta malsana. Ogni cosa ci circonda con vacui rumori e sterili immagini, sicchè diviene impossibile trovare il silenzio per pensare, persino per conversare nei caffè e nei ristoranti con al musica ad alto volume [...]. Ma forse questa "bulimia", come Lei la chiama, non nasce solo dal bisogno di sentirci meno soli con la sola eco dei nostri pensieri. Cerchiamo di essere ottimisti. Forse abbiamo tutti qualcosa della fede di quelle autorità delle confraternite musulmane al Cairo, che non distruggevano mai un pezzo di carta scritta perchè poteva segretamente contenere il nome di Dio. Forse crediamo inconsciamente che nel prossimo pezzo di carta, sul prossimo schermo, ci sarà rivelato qualcosa che ci illuminerà. Questa è la mia segreta speranza."

A parte il "trovare il silenzio per pensare", che mi dà l'idea di uno molto seriamente impegnato sulla sua poltrona a ricordare e ragionare su chissà cosa, è simpatica e curiosa questa interpretazione sul possedere (dico io) e perciò leggere qualsiasi testo e vedere qualsiasi immagine perchè in fondo si cerca la salvezza, una rivelazione. Effettivamente una frase può essere rivelatrice, ma non può bastare: l'illuminazione non esiste se non diventa stimolo ripetuto e perciò qualcosa che poi ci appartiene.

Quanto, di tutte le letture e visioni, è davvero compreso?

Mi sono ricordato di aver copiato una frase del primo libro di Don De Lillo, Americana, che dice "Bisogna diventare un libro, prima di poter sapere che cosa contiene". A sua volta mi porta al finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (che non ho letto) in cui alcune persone incarnano libri per passarli alle future generazioni.

A questo punto ritorno alla conversazione tra i due.
"Il fatto che tutte le parole del mondo siano o possano essere sotto un unico tetto, non significa che i loro lettori sappiano usarle nel modo giusto. Un cumulo di conoscenze non è conoscenza e sappiamo che, ad onta di tutte le nostre speranzose metafore, un libro non è niente altro che una pila di carta macchiata d’inchiostro e diventa vivo solo quando il suo artefice lo trasforma in qualcosa di reale, di attivo, e anche in questo caso non garantisce nulla. È quasi un luogo comune parlare di tutti quei tiranni, torturatori, criminali che sono stati anche grandi lettori. Durante la dittatura militare in Argentina c’era un generale che, quando un coraggioso giornalista gli disse che un giorno sarebbe stato giudicato per le cose orribili che aveva fatto, rispose citando a memoria gli ultimi versi del Cyrano de Bergerac e vantandosi di portar: «meco, senza piega né macchia, a Dio/ il pennacchio mio!». Se penso che Cyrano era uno dei miei primi amori adolescenti."

Ecco: un cumulo di conoscenze non è conoscenza. Anche Alberto Manguel sarebbe d'accordo col far sloggiare molte cose in questa stanza.


Claudio Magris:
Non c’è talvolta il pericolo che un libro, anziché essere un mondo o un oceano in cui ci si tuffa in avventurosa scoperta (come io mi tuffavo nel Gange dei Misteri della giungla nera di Salgari, il primo libro che ho letto), sia uno scudo, una barricata che mettiamo fra noi e la vita? «Un libro - diceva Valéry - aiuta a non pensare»; ci svia da ciò che dovremmo affrontare e ci angoscia e prenderlo in mano diventa un tic scaramantico, come quando ce lo portiamo perfino al gabinetto incapaci di star soli con noi stessi anche per qualche minuto...

Alberto Manguel:
Lo so. Siamo come Cervantes, il quale diceva di leggere perfino i pezzi di carta stracciata che trovava per strada. Ma non sono certo che Valéry abbia ragione. Perfino quando siamo trasportati dalla corrente delle parole, quando ci lasciamo trascinare dal testo senza fermarci a chiederci dove stiamo andando, la lettura in sé, credo, stimola necessariamente il pensiero. Forse come una corrente nascosta, sottomarina, come nei sogni. Perché le parole chiamano, sollecitano parole. È questo che vorrei chiamare «pensare per citazioni», una forma particolare di pensiero nata dalla lettura. Naturalmente, la grande maggioranza dell’umanità non legge libri.

Insomma, la lettura c'entra col bisogno di non essere soli ma quando si legge troppo può significare che non si sa in realtà stare da soli; le parole stimolano il pensiero ma c'è bisogno di sapere come farci stimolare e poi attivarci. Altrimenti si è solo perso del tempo prezioso. O si finisce come il generale argentino che non si rende conto di non aver capito una sola parola della sua letteratura preferita, oppure come i musulmani egiziani che continuano a cercare la parola di Dio (anche se su questo ci sarebbe da chiarire..).

Vabbè, ho cmq fatto bene a togliere tutto da mezzo :)

16 mag 2013

Libri con titoli TROPPO intellettuali

Libri che mi spaventano, che non immagino tra le mie mani, di cui sento la pesantezza al solo guardarli impilati in libreria, che se immagino di dover dire che a qualcuno che li sto leggendo mi viene da sorridere e terrorizzarmi, libri che mi rende incredulo pensare che qualcuno può dire seriamente che li sta leggendo.. Con questo intendo solo che l'impressione che mi danno, senza conoscere granchè o niente del loro contenuto (dunque pregiudizio quasi puro), è che sono libri che permettono di mettersi in posa, quella appunto del TROPPO intellettuale, dell'impegno più assoluto. Sacri archivi aperti del DIO PAROLA. Beh, se poi sei davvero intellettuale per studi e per professione, allora nessuna ironia.
Ma sia chiaro: un giorno (?) potrei ritrovarmi a prendere in mano uno di questi libri per un motivo che ancora non conosco e allora le cose si metteranno, o si saranno già messe evidentemente, in modo diverso :O
- (questo è un post-tag in corso di aggiornamento) -


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Point Lenana: si legge "Poillenana" e come si può vedere dalla copertina con bei colori tipo acqua minerale, si capisce che nel libro si parla di persone appassionate di ballo in alta montagna senza problemi di calcoli ai reni. I due sono evidentemente Fred Astair e Ginger Rogers, simboli della leggerezza della danza di coppia sincronizzata che immaginiamo non avrebbero avuto nessuna difficoltà a muoversi sulle cime innevate senza scivolare, lì dove l'aria è davvero rarefatta. 
"Che stai leggendo in questo periodo?" - "Poillenana" - "Eh?"
Il punto è che dal titolo non si capisce niente e dall'associazione strana tipo Magritte ancora meno. A peggiorare la posizione di un potenziale lettore (che sta lì a dover interpretare la copertina, prima di girare il libro e leggere la quarta), c'è il nome di uno dei due autori (e già il fatto che di autori ce ne siano due, la dice lunga su quanto il contenuto sia stato pensato, elaborato, affinato a partire da un confronto tra due esperienze probabilmente diverse: con una cifra che sta attorno ai 20 euro porti a casa un perfetto prodotto di autentico sudore intellettuale): Wu Ming 1. Pseudonimo! L'abisso diventa sempre più profondo. Il libro è scritto da un uomo mascherato a cui piace la Cina e che forse è il primo di 5 fratelli (cinque fratelli in Cina? E chi se li può permettere lì?). È primo per età? per esperienza? per numero di libri letti? 
Lascio stare.
In sostanza i due autori hanno portato alla luce una storia (o la Storia) rimossa. La parola da ricordare è "rimossa", dall'oblio, e dunque rimessa (così intendono, penso, i due), riposizionata nella conoscenza collettiva.
Per tutto il resto rimando alla quarta di copertina, perchè ne sento già la pesantezza.


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 Ausmerzen: sembra il suono di uno starnuto turco o forse la parola turca per dire "salute!" dopo uno starnuto. Chissà che viene fuori pronunciato da chi ha un intasamento nasale. L'immagine della copertina non è affatto allegra: un vestito quasi fossile appeso come un crocifisso ad un muro duro graffiato e ruvido, ma senza il corpo al suo interno, consumato forse o addirittura incenerito. A sprofondarci ancora di più in quell'intuizione che abbiamo avuto sull'argomento del libro, c'è il micidiale sottotitolo "vite indegne di essere vissute" che dopo averlo letto alzi gli occhi, li giri sgranandoli di nascosto come a sperare che nessuno ti abbia notato a leggere la copertina, e desideri aprire una finestra per far entrare un pò di aria fresca anche se non ci sono finestre nei dintorni. Na botta tremenda! Marco Paolini è una garanzia in questo. C'è un'altra versione della copertina, quella con il dvd allegato, che propone anche la faccia in bianco e nero di Paolini, pensoso, un pò sofferente e stupito, sicuramente infreddolito. E sembra una versione leggera della faccia dello stalker nel film, appunto, Stalker di Tarkovskij: si ma... lui si che era una persona tormentata!
No, non si può proprio dire che sto leggendo Ausmerzen. Perchè un titolo come questo presuppone, anzi richiede assolutamente che tu a tua volta mi chieda che libro misterioso è, di che parla e dunque è una trappola per chi mi ascolta, perchè è un modo micidiale per appestare l'umore e il livello intellettuale di chiunque. E alla fine ti fai un sorrisino interiore perchè l'hai soggiogato con il tuo spessore, il tuo impegno.
Ma devo piuttosto scrivere che non c'è niente da scherzare: oltre la superfice c'è un testo in cui si parla dello sterminio nazista di persone disabili. Preparate un borsone, uscite di casa, prendete il treno per andare in un posto dove isolarvi e dove trovare la concentrazione e lo spirito per leggerlo. Quando sarà il momento vi raggiungerò (chissà quando però).


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(waiting for the next title)
 

3 apr 2013

tre citazioni su chi è l'italiano [giusto per inquadrare]

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, […]. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.
(Umberto Saba)
vedi "L'Italiano" di Giulio Bollati e i commenti raccolti da doppiozero.com tra cui questo di Marco Belpoliti

La lettura che il poeta triestino dà del nostro paese è falsata dall’interpretazione freudiana di Totem e tabù, dall’immagine dell’orda primitiva e dei fratelli che si uccidono tra loro, dalla figura onnipresente del Padre. La verità è l’Italia non ha mai avuto dei veri padri, oppure dei nonni, ma solo degli zii, come ci ha spiegato Giorgio Manganelli, dei fratelli della Madre. Non c’è il Padre da uccidere e cui succedere. L’Italia è un paese dominato dalla Grande Madre mediterranea, come lo psicoanalista junghiano Ernst Bernhard ha scritto in un suo celebre testo. I fratelli, se si sono uccisi tra loro, è stato solo per conquistare un posto privilegiato tra le poppe della Madre, per essere i suoi prediletti. La rivoluzione non è mancata, ma assente proprio per la prevalenza della Madre. La Grande Madre è precristiana e pagana, quindi indifferente al mito rivoluzionario. La rivoluzione è stato davvero un mito, e forse lo ancora, un mito maschile, il mito dominante di due secoli: XIX e XX. Un mito trasmesso dalla borghesia agli altri ceti sociali. Con la Madre non si fanno rivoluzioni, ma solo riti.

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Al momento dell'unità [d'Italia, ndr] la più parte delle popolazioni non aveva nè poteva avere alcuna idea di che cosa fosse l'Italia. Il che significa che, al di fuori di immagini retoriche, una nazione italiana non esisteva.
(Roberto Vivarelli - Italia 1861. La recensione qui)

24 mar 2013

Libertà, di Jonathan Franzen

"Fu l'inizio di una terribile confusione del cuore, una confusione di cui l'autobiografa soffre ancora. Già allora, al Lago Senza Nome, in quella luce tetra e immutabile, il problema le era molto chiaro. Si era innamorata dell'unico uomo al mondo che provava i suoi stessi sentimenti di affetto e protezione nei confronti di Walter; chiunque altro sarebbe forse riuscito a metterla contro di lui. E ancora peggiore era la colpa che sentiva nei confronti di Richard, che nella vita non aveva nessun altro come Walter, e che considerava la lealtà verso l'amico come una delle poche cose, oltre la musica, che lo salvavano come essere umano. E Patty, con il suo sonnambulismo egoista, aveva messo tutto a repentaglio. Si era approfittata di una persona che, pur essendo incasinata e predisposta, si sforzava di mantenere una specie di ordine morale nella propria vita. E così piangeva anche per Richard, ma ancora di più per Walter, e per se stessa, per la propria sfortuna e per i propri errori."
(Libertà, pag. 191)
--- (è pieno zeppo di spoiler!) ---
Quasi per caso ritrovo questo lungo paragrafo molto rappresentativo dei tre personaggi e decido di incollarlo, senza cercarne di più significativi o di ugualmente significativi. Qui siamo al punto in cui la donna Patty, di 42 anni, ha compiuto un fattaccio spianandosi la discesa nella sua infelicità.

Il personaggio di Patty è davvero interessante. È una donna che semplicemente non ha vissuto. Ha sprecato la vita, lei dice "il suo amore". L'ha direzionato male, anzi è più corretto dire che ha desiderato molto di più la persona sbagliata, ha rinunciato a questo desiderio reprimendolo e sacrificandosi ad esso per stare con Walter senza capire in fondo mai perchè. Desiderare senza saper scegliere, senza sapere cosa volere da se stessi, o quanto meno saperlo benissimo ma costruirsi degli ostacoli per non realizzarsi: è ciò che Franzen ha voluto articolare nel suo romanzo.

A pag.198 Patty è lucida ed energica come poche volte nella sua vita e ad un tratto sente che c'è qualcosa che trattiene tutto questo entusiasmo di fare (scaturito dal tradimento con Richard), ed è una libertà troppo grande che la sta schiacciando: "se ne rendeva conto ma non riusciva a rinunciarvi". È una donna che in fondo vuole essere infelice. E ci riesce dandosi all'alcol per sfuggire completamente alla famiglia, al marito Walter verso cui si sente terribilmente in colpa, rendendo infelici tutti quelli che la circodano.
Aveva subìto uno stupro da giovane e non c'era stata giustizia, nemmeno l'aiuto del padre che non poteva compromettersi professionalmente (non sto qui a riportare perchè e per come); la madre poi è sempre stata più debole e cmq non le aveva mai dato la soddisfazione di andare a vedere una delle sue partite di basket, unica attività in cui poteva dire di riuscire ed esprimere la sua personalità competitiva. Le sorelle erano troppo diverse, tendenzialmente artistoidi, per capirla. Un'anomalia in famiglia, insomma. Negli anni del college, poi, ha subìto l'amicizia parassita della sua coinquilina molto più inguaiata di lei. Infine l'incontro con Walter e Richard tramite quest'amica Eliza.
Patty non riesce a capire e seguire la vita. Si fissa timidamente con l'idea di stare con Richard pur rendendosi conto che non è il tipo che fa per lei. Richard è un musicista rock che si passa continuamente ragazze e ragazzine, è insofferente ai loro ragionamenti e lamentele, le scarica dopo poco, ed è un tipo solitario, introverso e in qualche modo acculturato con l'ambizione di essere una brava persona tanto quanto il compagno di stanza Walter, verso il quale esercita tuta la stima e lealtà. Di fronte al carattere di Richard, Patty non si scoraggia, lo vuole cambiare. Ed è un'impresa ovviamente impossibile. Ritorniamo insomma al concetto del farsi male.

Anche Walter non è da meno. A differenza degli altri due, lui però punta luminosamente all'infelicità. È una persona genitile, responsabile, leale, corretta, timida, ama il mondo volendolo salvaguardare, è un propositivo e cosa più interessante "è attratto dalle persone per come sono e non per come lo fanno sentire" (p.85). Ma nonostante questo non riesce a tenere la propria famiglia sotto controllo. Il figlio Joey contrasta la sua autorità con la sua forte personalità (a proposito: sarà mica figlio di Richard invece? è un mistero che è più bello che resti tale), lo caccia e non ha più rapporti con lui per un certo periodo. Per amare le persone a lui più vicine, in fondo, Walter ha sacrificato le sue ambizioni. In realtà lui non difetta molto in autostima perchè sa quello che vuole, è solo che a tratti si sente fuori dai giochi del mondo perchè è un'idealista, ha una missione e sa di non avere le stesse carte di Richard che invece sa rispondere alle richieste del mondo (pagg. 336-337). Femminista, più amico che competitivo, il motivo per cui ha sposato Patty è perchè vuole difenderla per darle il rispetto che merita, ed è lo stesso motivo per cui si attiva il più possibile per difendere la natura e il bene dell'umanità. E addirittura per difendere l'umanità da se stessa vuole cavalcare l'idea del controllo delle nascite, un progetto per cui coinvolge l'amico Richard. La più grande missione di Walter è appunto quella di rendere le persone più libere nella natura di quanto non siano; ma è qualcosa di irrealizzabile perchè, come gli fa capire Richard, non si può porre un freno alle libertà individuali se esse sono alla base del capitalismo del libero mercato.

(devo dire che a tratti è una gran palla mettere in ordine i pensieri su questo libro troppo minuziosamente vasto e ricco ma molto bello) (metto un pezzo per spezzare)

Riprendiamo.
Tanto Patty quanto Richard pensano però che sia Walter quello da difendere perchè più valido di loro anche se ingenuo; però non sono in grado di farlo perchè loro stessi non hanno la forza di equilibrare le proprie vite mettendo chiarezza. Un casino, un triangolo di spreco di volontà (diciamo così).

Una storia parallela è poi quella del figlio Joey con la ragazza di sempre Connie (odiata dalla madre perchè le ha privato il figlio anche sessualmente per molto tempo a sua insaputa) e con quella desiderata (ricorda molto la madre eh?) Jenna, una ragazza tremendamente bella che però lo usa come amante in vista del suo sfruttamento economico. Interessante è il rapporto con Connie: una ragazza sola che pende dall'amore per Joey, si deprime e quasi si suicida se la trascura ma lo lascia libero perchè lei non può che vivere il suo senso di inferiorità di fronte a chi considera non un fidanzato ma un dio. Ovviamente tutto ciò è un ricatto morale attuato però senza malignità, e Joey, pur volendo staccarsi da lei per non dover sobbarcarsi tutto il suo dolore e depressione, non ci riesce perchè è l'unica da cui può ricevere gratificazioni per il suo talento per gli affari.
Il rapporto di confidenza tra Patty e Joey (solo in questo senso di marcia) e quello col padre, anche dal punto di vista politico (diventa un repubblicano... ma anche Walter alla fine se ne importa poco e abbraccia ingenuamente questa parte politica), sono un bello scarto di maturità del figlio rispetto ai genitori. O meglio dimostra una identità non formata, ancora confusa, una personalità cmq molto forte e indipendente, sostanzialmente reattiva perchè il suo obiettivo principale è distinguersi dalla sua odiata famiglia. Come la madre, anche Joey vuole abbandonare la sua famiglia d'origine... solo che capisce di avere ancora bisogno di una mano, il parere del padre sulla questione della denuncia (anche lui un'idealista! una persona onesta!) dei pezzi danneggiati alle truppe americane (storia lunga..).

(altro pezzo anche se sarebbe meglio non distrarsi troppo) (questo l'ho trovato per caso)

L'infelicità di
(beh.. attaccare con "l'infelicità di" è na mazzata in fronte)... (e vabbè, l'avevo già scritto, lo lascio così...)

L'infelicità di Patty, Richard e Walter è un peso di cui ognuno si sente responsabile verso l'altro. Se Patty non si decise all'epoca del college a scopare con Richard (e viceversa) fu per non tradire Walter; e Walter non riusciva a godersi il rapporto con Lalitha (beh, si, c'è un altro personaggio... ma come inserirlo nel discorso? per me resta l'unico personaggio bidimensionale, funzionale alla seconda vita di Walter ma niente di più) per non sentirsi in colpa verso Patty, ma anche verso la figlia Jessica più o meno coetanea di Lalitha.

"Lui e sua moglie si amavano e si facevano del male tutti i giorni. Ogni altro elemento della sua esistenza, perfino il desiderio nei confronti di Lalitha, era poco altro che una fuga da quella circostanza. Lui e Patty non potevano vivere insieme e non potevano immaginare di vivere separati". (pag. 356)

A pagg. 333-334 c'è un pezzone in cui è esplicitato perfettamente il motivo per cui Walter vuole restare con Patty: (sinteticamente) lui sente un senso di responsabilità verso di lei e il fatto di essere una brava persona, nonostante consideri Lalitha una persona migliore di Patty. Walter è l'unico dei tre che approda più presto degli altri alla consapevolezza di non potersi spingere più in là di quello che è: non può essere un eroe fuorilegge e vivere di libertà. (è importante anche il suo incontro con il fratello Mitch, che nella sua vita solitaria ha capito la propria natura, ma qua si va oltre).


"I genitori hanno il dovere di insegnare ai figli a riconoscere la verità" (pag. 92)

Nel romanzo una grossa fetta è lasciata al diario autobiografico steso da Patty su indicazione del terapeuta, che intitola "Sono stati commessi degli errori". Più volte i personaggi tirano fuori la consapevolezza degli sbagli, con amarezza, impotente senso di colpa. E questi errori sono stati commessi perchè si pensava di agire bene (o almeno nei limiti delle proprie capacità) ma in realtà lo si faceva guidati dalla mancanza di verità su se stessi, prima di tutto, e sugli altri di conseguenza. Senza verità non esiste reale libertà. Ma la libertà è una rottura di palle (pag. 294), perciò accettiamo una menzogna che ci privi della fatica di affrontare le numerose autentiche scelte che ci offre. Quelle messe a disposizione da una libertà apparente sembrano numerose mentre in realtà sono molto limitate. Guardando al principio del romanzo si trovano infatti i due giovani coniugi Berglund andati a vivere lontano dalle loro famiglie d'appartenenza in una nuova cittadina, inaugurandola (come dice la quarta di copertina) "come pionieri di una nuova borghesia": non hanno ancora fatto i conti con i loro conflitti interiori, perciò il cambiare zona non è servito a liberarsi di granchè.
Gli errori vanno corretti.

La parte finale del romanzo è la parte davvero più bella scritta da Franzen. Non c'è più la tensione dei rapporti, c'è silenzio e attesa. Ormai Walter vive da solo da sei anni dopo aver perso Lalitha e perciò l'avvio di un nuovo progetto di vita; Patty ha conquistato lentamente un pò di equilibrio affrontando l'autocommiserazione la depressione, e sperando di poter reincontrare Walter; Richard si è del tutto messo da parte e ha raggiunto una qualche pace con il mondo; Joey è maturato e anche lui in pace con le persone.
Se c'è un'immagine che resta nella memoria è quella dell'incontro tra Walter e Patty: lui ancora incazzato e lei del tutto bisognosa di lui ma rinata e in attesa di una sua approvazione. I due non riescono subito a comunicare fuori dalla casa di Walter. È il crepuscolo (o almeno così l'immagino) e fa freddo e lei l'attende sugli scalini della veranda. Lui non la farà morire di freddo e la prendendola in braccio la porterà in casa. Gli sguardi che si penetrano senza parlare mentre sono distesi sul letto, è il punto più alto del libro.

C'è tanto in questo Libertà di Jonathan Franzen (tradotto magistralmente - anche se non saprei giudicare con competenza - da Silvia Pareschi che non ha solo svolto il suo lavoro, ma ha conosciuto lo stesso Franzen in modi che, penso, non siano frequenti per i traduttori). Nella sostanza è una storia semplice ma è molto scavata con psicologie minuziose. Non so quanti paragrafi ho segnato, diciamo che le pagine in bianco sono circa il 15-20%. Ci sono pagine ci mostruosa bravura, chiare, limpide, parole che costruiscono perfettamente immagini e sensazioni.

Non ho altro da dire.

Ryuichi Sakamoto / Happy End   -----------  una felicità malinconica

20 mar 2013

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace

Se non fosse per i 15 euro regalerei questo libro a tutti. Lo regalerei per un compleanno o per Natale sapendo di andare sul sicuro: non è una storia ma un reportage, è un reportage scritto con originalità e umorismo, è la migliore occasione per poter scoprire David Foster Wallace perchè le pagine sono poche e perchè c'è un umorismo apprezzabilissimo.

A me le crociere non piacciono perchè sono come i villaggi vacanze e gli zoo (forse ci metto anche il circo con animali): tutti e tre offrono (per me) un divertimento artificioso dove sei obbligato a fare un intenso numero di esperienze di intrattenimento in poco tempo e in uno spazio ristretto (uno spazio peraltro molto brutto). Mi correggo: sei tu che obblighi te stesso a partecipare a quesi intrattenimenti forzati all-inclusive e dunque in realtà non ne senti questa artificiosità. A dirla tutta non sei tanto costretto: si può benissimo passare la crociera in cabina, ma a quel punto o non ha proprio senso essere salito sulla nave o sei lì come David Wallace per un reportage.

Nei primi brevi capitoli Wallace tira subito giù la sua analisi sul fenomeno e poi, dopo aver analizzato la brochure, passa alle esperienze sul campo, ma lo fa con molta fluidità facendo presente al lettore che il suo è il punto di vista di un semi-agorafobico che ha un pò vergogna dell'immagine del turista americano ma che non ha mai davvero disprezzato nessuno dei nadiriti (come chiama i clienti della crociera) nè l'equipaggio. È prima di tutto un nerd con paure e ossessioni che si diverte a mettersi alla prova con cose che lo fanno sentire estraneo. È insomma una persona capitata su una nave da crociera che ha colto l'occasione per scandagliarla con la sua attenta curiosità.

Il prodotto-crociera che acquistiamo non è il divertimento in sè ma la sensazione di relax, appagamento, eccitazione, accondiscendenza, servilismo o, meglio ancora, è l'essere viziati. Le brochure non promettono ma addirittura profetizzano il non fare assolutamente niente (utilizzando anche la menzogna di un finto testo artistico). Tutto ciò per Wallace (più avanti nella sua analisi) diventa il trionfo sulla morte e la decandenza: si passa dalla fatica del lavoro (nella vita quotidiana) alla fatica del divertimento che "non promette tanto il superamento del terrore della morte quanto piuttosto di allontanarlo per un pò di tempo". Non a caso i maggiori clienti di una crociera sono gli anziani. Una mega costruzione bianca galleggiante al suo interno è un meccanismo perfetto che può tanto esimerti dal preoccuparti di qualsiasi cosa, che gettarti in alcuni momenti nella disperazione. Il servizio di pulizia agisce in modi misteriosi, nella cabina sono sempre presenti ceste di frutta, la doccia e l'asciugacapelli sono esageratamente efficienti, l'ambiente è praticamente inodore, lo scarico ad alto tiraggio del water è addirittura inquietante e fonte di ironiche paranoie per Wallace.
Inutile andare oltre ed elencare gli appuntamenti della giornata tipo suggeriti dal Nadir Daily (il quotidiano della nave), gli incontri con Petra (l'addetta alle pulizie), l'amicizia col cameriere Agoston e Winston 3P, la lezione del capitano Nico, la nemesi Capitan Video e le antipatie per il direttore dell'hotel Dermatitis e il Direttore di Crociera Scott Peterson: tutto dimostra che si può sopravvivere a questa esperienza, ma chissà perchè solo Wallace mi fa uscire da lì con una consapevolezza unica di risate e tristezza.

3 dic 2012

Memorie dal sottosuolo, di Fedor Dostoevskij

La verità dell'uomo del sottosuolo è che lui non riesce a far parte della società, invidia e odia la persone normali, non vuole essere come loro eppure gli si avvicina facendosi del male, rischiando di essere espulso violentemente pur di ottenere da questi il riconoscimento della propria esistenza. La verità è che si contorce in una solitudine disperata senza ottenere niente che non sia una "coscienza ipertrofica" e un sadico piacere nel continuare a farsi del male.
Le sue teorie sull'uomo vogliono dare una valida giustificazione alla sua condizione, ma non reggono, perchè non gli permettono di vivere bene. Per lui l'uomo non può essere ingabbiato nelle leggi della necessità e dell'utile, la pretesa dell'uomo nel crederci è fasulla perchè esso, in qualsiasi modo, agirà contro le regole della ragione per far valere il proprio capriccio, il capriccio di desiderare ciò che non può e non vuole ottenere, perchè il suo unico interesse è il voler raggiungere qualcosa ma non di ottenerlo definitivamente. E dunque l'uomo è incessantemente distruzione.
La coscienza sofferente ha portato l'uomo del sottosuolo ad una cocente verità che solo lui ha compreso e che tutti gli altri rifiutano di vedere, e cioè che l'uomo vive nel proprio inganno, l'inganno di stare bene, di aver raggiunto il proprio scopo, il proprio vantaggio, che esiste il progresso e la civiltà.

Io altro non ho fatto nella mia vita se non portare all'estremo ciò che voi avete osato portare soltanto fino a metà; voi, per giunta, avete preso la vostra viltà per buonsenso, e con ciò vi siete consolati ingannando voi stessi. Cosicchè io risulto perfino "più vivo" di voi. Considerate la cosa più attentamente: se non sappiamo neppure dove si trova la vita, nè cos'è precisamente, nè come si chiama!
Lasciateci soli, senza libri, e noi c'imbrogliamo e ci perdiamo subito, senza sapere a che cosa attaccarci per reggerci a galla, cosa amare o cosa odiare, cosa disprezzare o cosa rispettare. Ci è penoso perfino essere uomini, uomini con un corpo vero e proprio, col sangue nelle vene; ci vergognamo di questo, lo consideriamo un'onta, e ci sforziamo in ogni modo di incarnare un certo tipo di uomo universale che non è mai esistito. Noi siamo nati morti, già da un pezzo non siamo più generati da padri viventi, e la cosa ci piace sempre di più. Cominciamo a prenderci gusto. ben presto inventeremo il modo di nascere da una qualche idea. ma ora basta; non voglio più scrivere "dal sottosuolo".
(p. 142)

In realtà io continuo a pormi una domanda oziosa: che cosa è meglio, una felicità da quattro soldi o delle sublimi sofferenze? Dite su, che cos'è meglio?
(p. 140)

La risposta ce l'ha, ma non l'ha fatta sua, perchè se l'è lasciata scappare: l'amore è più di una felicità da quattro soldi.

30 nov 2012

Madre Notte di Kurt Vonnegut

Esporre linearmente il contenuto di questo libro che non è lineare, ma una serie di brevi dialoghi decisivi, piccole biografie, sensazioni raccontate in prima persona come testimonianza di una coscienza sconfitta, non dico che non sia facile ma nemmeno complesso. Kurt Vonnegut ha scritto qualcosa di molto concentrato, sentito e urgente.

Il protagonista è un giovane commediografo americano che durante la Seconda Guerra Mondiale vive in Germania e ed è al servizio sia della propaganda nazista per gli Stati Uniti che dell'America. È un morto che cammina, una persona senza identità in un periodo storico in cui la guerra obbligava a schierarsi dall'una o dall'altra parte. Howard W. Campbell non si schiera nemmeno con se stesso. O meglio, riesce ad essere fedele al suo doppiogioco, ma interpreta la parte del nazista per sentire di aver ingannato milioni di persone. Ci si chiede se è stato davvero un nazista, se ha creduto in quello che trasmetteva alla radio. L'uomo americano che l'ha reclutato come spia afferma di si, ma lui sembra destabilizzato, incerto e combattuto schizofrenicamente perchè ritiene di essere differente da quelle persone che seguivano con convinzione l'deologia. Il punto è che il protagonista è un uomo senza terra d'appartenenza (p. 109), senza una nazione che non sia il suo "Stato a due" formato dall'amore con la moglie tedesca (p. 46). I vitali e felici sentimenti che ha provato per questa donna (che non ha mai saputo di avere affianco una spia) sono state le sue uniche certezze, sulle quali, perdipiù, è stato a sua volta anche tratto in inganno. Howard W. Campbell è uno spettro della Storia, un qualcuno su cui Vonnegut riversa la colpa di eventi che travolgono chiunque tragicamente, distruggendolo interiormente. Il protagonista afferma più volte che molte persone hanno sbagliato a credere in quello che propagandava (addirittura credevano più a lui che alle stesse parole pronunciate da Hitler o Goebbels, perchè sapeva comunicarle meglio), ma nonostante questo lui continuava ad essere uno tra i tanti nazisti che frequentava alle feste e che riteneva semplicemente persone, non incarnazioni del male. La sua analisi del nazismo è chiara: i suoi seguaci hanno voluto eliminare certe semplici verità dai propri ragionamenti (p. 174), hanno voluto odiare senza riserve godendo nel fare la guerra (p. 194), e questa non è propriamente pazzia. Lui si vergona e si pente di quello che ha fatto perchè non ci credeva, eppure l'ha fatto.

Non mi sogno neppure di negare di averle fatte [le trasmissioni].  Tutto quello che posso dire e che non ci credevo, che sapevo fin troppo bene di dire cose stupide, distruttive e così ridicole da essere perfino oscene. [...] Ma mi sono sempre reso conto di quel che stavo facendo. Sono sempre stato capace di sopportare quel che facevo. Come? Grazie al semplice e diffuso beneficio di cui gode tutta l'odierna umanità: la schizofrenia.
(p. 142)
Ma ciò che lo differisce da questi nazisti alla fine è la capacità di ridere delle cose ridicole, invece di credervi.

La morale di questa storia è esplicitata dallo stesso Vonnegut all'inizio: bisogna stare molto attenti a ciò che si fa finta di essere.

Di semplice e veloce lettura, magistrale nel mettere in fila la frasi, l'autore però crea un personaggio talmente distaccato da sè emotivamente, talmente privo di motivazioni nel vivere (e in effetti sta per essere processato per crimini contro l'umanità...!) che mi sembra troppo rigido e fermo, senza espressività.

27 nov 2012

Ghiaccio-nove, di Kurt Vonnegut

Laborioso, laborioso, laborioso è ciò che sussurriamo noi bokononisti ogni volta che pensiamo a quanto è complicato e imprevedibile, in realtà, il meccanismo della vita.
(da Ghiaccio-Nove p. 56)
Bah, io penso che Kurt Vonnegut abbia in schifo la vita (---ipotesi da dimostrare---). In questo libro fa però dire al suo protagonista che il nichilismo non fa per lui (p.65) e allora mi chiedo (prima di finire la sua rilettura) quale sia la sua posizione in merito (alla vita intendo). Penso che da essa abbia imparato duramente  a esercitare un distacco non freddo ma ironico verso le persone e verso le cose per come vanno.. e le lascia andare, avendo capito che non può influire minimamente. E allora perchè la sua letteratura? Cosa intende dire con i suoi romanzi?

Devo dire che di lui mi piace quel suo costruire dei quadretti, delle piccole scenette in cui il suo alter ego dialoga con persone strane, bizzarre, brutte, cattive che però lui mette sotto una luce ironica, grottesca che in fondo le giudica. Tutto questo libo si potrebbe ridurre nella frase "uno scrittore incontra delle persone per ottenere informazioni sul suo libro e ne resta coinvolto" anche se fino a che punto non lo so ancora dire.

Il motivo per cui lo sto rileggendo è che non me lo ricordo quasi per niente, cioè non mi ricordo lo svolgimento e tutti i personaggi se non in via generale e neppure tanto. Il modo in cui è stato scritto è straordinario ma inconsueto tanto da non lasciarmi un'immagine compatta ma frammentatissima, da ricomporre. Che poi è l'attività del protagonista.

Felix Hoenikker è lo scienziato premio Nobel che ha inventato la bomba atomica (uno dei padri in realtà, anche se suo figlio lo ritiene l'unico padre della bomba) ed è uno che di umano non ha niente. Ha generato dei figli (anche se è dubitabile che sia stato direttamente lui), uno più inutile dell'altro, che invece di disprezzarlo per come si è comportato per qualsiasi cosa, lo tengono in buona considerazione. Diciamo che non si rendono conto di quello che dicono e di quello che sono. Noi possiamo dire che sono degli scemi. O meglio stupidi, che è infine è l'argomento del libro. Tutti e tre (questo è importante!) posseggono i tre semi di ghiaccio-nove (vedi sotto) ereditati dal padre: il punto è seguire la vicenda per vedere che fine faranno.

Felix Hoenikker è estraneo al mondo, probabilmente è un marziano (p.50). Ed è uno che ha inventato sia la bomba che questo fatidico "ghiaccio-nove", cioè un cristallo delle dimensioni di un seme che può congelare tutta l'acqua presente sulla Terra. Vedi tu nelle mani di chi siamo!

I problemi del mondo però non finiscono qui perchè esiste un' isola (di medie dimensioni con tanto di montagna alta 3500 metri), San Lorenzo, dove regna la follia più assoluta. È un'isola praticamente priva di qualsiasi valore e per questo conquistata e riconquistata da qualsiasi nazione che l'ha sempre ceduta alla successiva che si è fatta avanti, proprio perchè in fondo non aveva alcuna importanza. E su quest'isola la popolazione è malata, schiavizzata, povera e per di più felice di essere sotto una dittatura e una religione, quella di Bokonon, che gioiosamente innalza la bugia, la fandonia inoffensiva a principio di regolazione di tutte le cose. Ma attenti: chi segue la religione di Bokonon viene giustiziato. Il nostro protagonista piano piano viene conquistato dalla saggezza bokononista che tutto spiega.

La storia che c'è attorno all'isola di San Lorenzo è disarmante, non ci sono parole più azzeccate. È come se lì fossero accadute le cose più liberamente inconcepibili del mondo. Basterebbe sapere quali personaggi hanno rifondato la moderna San Lorenzo, chi la governa e altre cose che ancora non ho letto. Di tutto questo non voglio scrivere niente, sarebbe noioso darne un riassunto.

Ma Viva San Lorenzo!
Quando arrivano sull'isola, tutti i personaggi sono accolti da una cerimonia di benvenuto presenziata dal vecchio despota Papa Monzano e da una buona fetta di popolazione decrepita.E ci sono anche altri due eventi che dovranno compiersi: l'unione tra uno dei figli di Hoenikker e la sublime Mona Monzano, e la celebrazione dei caduti di San Lorenzo nella guerra mondiale con tanto di omaggio americano dell'ambasciatore arrivato lì apposta.
Si, vabbè ma tutto questo è secondario. Succederà fondamentalmente una cosa e cioè che Papa Monzano sta per morire e a Frank Hoenikker viene in mente di far diventare il protagonsita scrittore John/Jonah il nuovo regnante dell'isola semplicemente perchè da quelle parti gli sembra l'unico in grado di reggere quella carica. Per lui inizialmente è inconcepibile una cosa del genere, poi si lascia convincere soprattutto perchè c'è da unirsi con la ragazza più bella dell'isola.

Bazzecole, fesserie. Il punto è che la cesta del gatto, che è stato l'ultimo gioco del Nobel Felix Hoenikker e che è anche ciò che viene dipinto da suo figlio nano e che è il titolo originale di questo libro, è la rappresentazione della mancanza di significato di tutto quanto (p. 130) .

Luomo è spregevole, e l'uomo non fa niente che valga la pena di fare, non sa niente che valga la pena di sapere.
(p. 131)

Per Vonnegut tutto può essere considerato nei termini di commedia umana nella quale ci sono due attori principali: il crudele tiranno e il mite santone che si danno caccia e fuga per finta in modo da creare un pò di attività e divertimento nella popolazione che sta a guardare. Della vita non c'è niente da capire, ma solo far finta di capire. E gli uomini sono inadatti a governare qualsiasi cosa nonostante i buoni propositi, forse perchè non posseggono affatto un senso di responsabilità umana. Se possiedono qualcosa di potente (un'arma, un'invenzione pazzesca, ma anche un'intuizione) la vendono senza badare alle conseguenze morali, senza nemmeno sapere cosa possiedono.

"Che speranze ci sono per l'umanità", pensai, "finchè esistono uomini come Felix Hoenikker che danno un giocattolo come il ghiaccio-nove a dei figli miopi come più o meno quasi tutti gli uomini e le donne del mondo?". "Nessuna".
(p. 185)
 Dopo l'apocalisse ghiacciata generata dal cristallo che ha casualmente (ma nemmeno tanto, direbbe Bokonon) raggiunto l'acqua e solidificato qualsiasi cosa, la convinzione del protagonista scrittore su questa religione piano piano si affievolisce. "Che religione deprimente!", gridai. Ma nonostante tutto non può non notare come ci siano state persone che hanno fatto qualcosa di buono: chi ha donato tutta la propria speranza e misericordia all'ospedale dell'isola e chi ha iniziato a suonare il proprio clarinetto.
A sugello del libro, Vonnegut fa incontrare il protagonista con Bokonon che muore di ghiaccio-nove sdraiato sul suo libro della stupidità umana facendo marameo a Dio.


 Attraverso una satira lucidissima, di un pessimismo che ha gelato ogni forma di illusione, Vonnegut descrive perfettamente la violenza del sistema e la sua furia selvaggia nell’annullare prima di tutto ogni forma di pensiero. E racconta anche la storia di una corruzione: quella dello scrittore, che avrebbe dovuto descrivere una verità e invece si trova impigliato, irretito nelle armi di una dittatura che riesce a dipingere fedelmente. Fino all’immagine finale di una landa desolata piena di cadaveri gelati. (da RaiLibro)

20 lug 2012

Le Correzioni, Jonathan Franzen

In principio fu la dedizione di Alfred per il lavoro, unico scopo di vita da compiere alla perfezione senza concessioni: come marito non ha saputo esprimere amore e comprensione per la moglie, come padre è stato rigido, ma non severo, e comunicativo quanto bastava. Nessun sorriso, nessuna emozione su un viso che immagino sempre di pietra. Enid ha infuso alla sua vita e ai suoi figli un'educazione socialmente perbenista, improntata sull'illusione che tutto andrà bene; una donna ossessiva, anch'ella chiusa nei suoi princìpi conservatori e in una tirchieria assoluta, un'amore per la casa e  i souvenir pacchiani, per la forma, l'apparenza delle relazioni e dei sentimenti. In questo contesto sono cresciuti tre figli che all'età di 43, 38 e 32 vivono di normali fallimenti e depressioni. Gary è il maggiore e quello che ha dato stabilità alla propria vita mettendo su una famiglia con tre figli e un lavoro che gli rende molto bene. Il suo problema è una depressione paranoica che non accetta facilmente scaricata sulla moglie e i figli ancora molto piccoli. Non riesce a trovare un equilibrio tra il dover tornare per la sera di Natale dai suoi genitori e il forte desiderio della sua famiglia di non andarci. E soprattutto sente su di sè tutta la responsabilità del futuro dei suoi genitori che non mostrano di voler cambiare stile di vita a fronte sia dei problemi di salute di Alfred, sia di quelli legati al mantenimento della casa. Il secondogenito Chip cade nel proprio fallimento quando viene licenziato dall'università per aver avuto una relazione con una sua studentessa; fa il correttore di bozze giuridiche ed è impaurito dal non riuscire a correggere in tempo la sua sceneggiatura da una esagerata quantità di sue ossessioni sessuali prima che venga letta dalla sua editrice; finirà bizzarramente col fare il webmaster per il sito della Lituania alle dipendenze di un tizio che vuole rilanciare economicamente quel Paese con una frode. Denise, la più piccola, ha ereditato la freddezza del padre ma anche la capacità di darsi con piacere anima e corpo al lavoro di chef; la sua incertezza è sessuale sia verso uomini più grandi di lei che verso le donne: un conduzione della propria vita, come quella di Chip, del tutto avversata dalla madre, che se lo sapesse rischierebbe un tracollo psicologico-morale. Jonathan Franzen non fa altro che ritrarre una famiglia che subisce quella educazione che ha impedito alle emozioni e all'autenticità dei suoi componenti di manifestarsi senza complicazioni. C'è molto senso di colpa in questo libro, anche vergogna, violenza morale su se stessi,  mancanza di autostima e di amore all'interno della famiglia.
La famiglia Lambert è normalissima nella sua anormalità perchè come loro tutti abbiamo l'ansia di essere migliori di come ci hanno educato, ma non sempre questi tentativi di correggerci vanno a buon fine. Bisogna correggersi dall'educazione ottenuta, ma anche dalle sue conseguenze distorte, e anche correggere il comportamento di chi ha dato il via a tutto ciò, perchè si arriva ad un punto in cui è necessario cambiare un'idea di vita: è il compito di Gary che deve convincere il padre ostinato nella sua nobile ma vetusta onestà e lealtà a chiedere una somma elevata e congrua per il suo vecchio brevetto, perchè quei soldi servono ai due anziani genitori per non pesare su nessuno dei figli. "Correggere" è capire che le cose non vanno e devono essere modificate. A ben vedere è un verbo che indica l'eliminazione di una parte del comportamento, dunque un atto duro, decisivo, e violento. La correzione che viene richiesta dalla madre Enid è un atto di pietà dei suoi figli verso i genitori, un bel gesto che possa fare per un' ultima volta la felicità di due persone anziane e malate, in pratica un ultimo Natale passato tutti insieme. Ed è questo desiderio che i figli non vogliono parzialmente o del tutto esaudire, perchè le loro vite sono state un continuo allontanarsi dalla morale dei genitori e da quella di una città di provincia come St. Jude. Loro non vogliono far parte dell'illusione della madre perchè quelle due persone sono "due killer" della felicità. Ma non è solo questo, c'è soprattutto il parkinson e la demenza del padre e marito Alfred che spaventa i tre figli e tiene in scacco la madre Enid: l'ultimo Natale consisterebbe proprio nel vederli faccia a faccia con un mondo non solo infelice ma con la malattia del corpo e della mente con la quale loro non vogliono avere a che fare. In tutt'e tre c'è però un fondo di pietà, ed è lì che la correzione deve agire. Il tempo corregge le persone, la relazione tra le persone crea l'inevitabile correzione dall'inizio alla fine delle loro storie: queste cinque persone non sono mai state davvero vicine affettivamente, a loro è mancato un autentico contatto. Tutta la normale tristezza del romanzo, che sfocia in un finale commovente, è in questa mancanza.

4 lug 2012

La strada di Arturo Bandini

Sei un simpatico e patetico presuntuoso bugiardo, Bandini! Mi piaci tanto perchè vuoi fortemente essere qualcuno che non sei. Anche se un pò di talento da scrittore ce l'hai, questo è sicuro. E allora continua per la tua strada, per quello che senti, innalzati sulla stupida umanità che ti circonda e poi cadi rovinosamente facendomi sorridere d'affetto! Sei il trionfo della lotta contro te stesso. Chi non ti ha conosciuto non sa quanto significano per te le parole "odio", "amore", "sogni di ricchezza e successo" che tu già vedi scolpite nel futuro come doni già acquisiti dal destino, dal Dio che ha deciso di renderti una delle persone più grandi che siano mai esistite. Sai che la tua storia è già scritta, sei consapevole di vivere doppiamente quello che gli altri non saranno mai. Sai già che le tue abilità di scrittore ti piazzeranno sugli scaffali delle biblioteche tra gli autori più famosi, ma hai capito anche che tutto ciò non vale l'amore che si prova per una singola donna o per tutte le donne.
"Volevo saltare, vivere, morire, volevo... dormire da sveglio in un sogno senza sogni. Che cose meravigliose, che meravigliosa chiarezza. Stavo morendo, ero morto, ed ero immortale. Ero il cielo e non lo ero. C'era troppo da dire, e non c'era maniera di dirlo" (p.172 di La Strada per Los Angeles)
 Hai così tanto da dire e da combattere, che lì dove vivi le cose ti stanno strette. Hai bisogno di spazi grandi dove amare in modo viscerale cose anche molto piccole come un fiammifero o inafferrabili come la nebbia che vorresti ti baciasse. So che non esisti, però mi insegni a credere fortemente più che in me stesso, a riporre le mie convinzioni nell'atto continuo di sentire la vita, a farle del male, facendola fuoriuscire da se stessa. Trionfi soprattutto per la tua verità, cioè che sei piccolo come tutti. Anche se ti senti già parte della Storia hai un forte bisogno di cose normali come un lavoro che ti faccia realmente soffrire, nauseare, vomitare. Quant'è vero quell'episodio nel conservificio dove uno dei filippini addetto al nastro trasportatore ti grida di bere l'acqua per stare meglio dopo aver vomitato per la puzza di pesce. E quanto giustamente vieni sopportato da chi ti sta intorno che sa di ricevere provocazioni e insulti da una persona che non sa bene quello che sta dicendo, la cui presunzione è l'immaturità che non ferisce e che anzi alla fine punisce se stessa. Pensi di saper fare meglio il lavoro di chi ha più esperienza di te con i carelli che trasportano pesanti casse di pesce? Tua madre e tua sorella credono in un Dio che tu respingi, eppure facevi parte di un coro religioso qualche tempo fa, e quando senti ti aver raggiunto il fondo ti tradisci e inizi a pregare. Arturo Bandini, sei grande nel tuo essere impreparato all'umiltà. Sei sul confine tra la creazione e la distruzione di te stesso.

 La strada per Los Angeles - John Fante


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qui
"Come scrive Pier Vittorio Tondelli, la voce di Fante è un impasto di humour, candore e cattiveria, che ne ha fatto uno scrittore amatissimo anche dal pubblico dei piú giovani che in lui e nel suo alter ego hanno riconosciuto il prototipo di tutti gli sbandati-sognatori che hanno popolato la letteratura, non solo americana, dei nostri anni."

9 mar 2012

Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi

Di questo libro mi hanno conquistato le prime quattro pagine. "Quel bel giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perchè? Questo a Pereira è impossibile dirlo." È un disegno di contrasti fortissimi di cui si sente la concretezza e l'istantaneità più che il ricordo. Pereira è un uomo di mezza età che pensa e vive nel passato, nel ricordo della moglie defunta con la foto della quale parla ogni giorno, è un "feticista del passato", affoga nella nostalgia. Ma c'è una spinta in lui sconosciuta e che non riesce a gestire, che gli permette di non isolarsi del tutto e di non ricacciare la conoscenza di un ragazzo, Monteiro Rossi, che può aiutarlo a riempire la pagina della cultura del giornale per cui lavora, preparando coccodrilli (necrologi) su personaggi famosi non ancora morti. La morte ritorna ed è affrontata in questo libro in modo leggero ancora prima che ironico, sia con la passione giovanile che con l'incertezza e la confusione senile che si sostanzierà in un coraggio epico. Il foglio culturale del giornale Lisboa è la coscienza a due facce dei portoghesi: chi vuole lottare contro la dittatura e chi sottostà alla sua censura. Pereira è in questo senso una coscienza combattuta e fertile di cambiamento, pensa di essere lui l'agente che dovrebbe influenzare i giovani e invece ne è quasi influenzato, o meglio loro si fanno sostenere candidamente nei loro valori, contro la comica volontà di Pereira. Ci sono tante cose che Pereira pensa ma non dice, e non sa perchè; ma in fondo la verità gli molto vicina rivelandogli che la vita che conduce non ha più ragione di esistere. C'è sempre nell'agire di Pereira questo comportamento che continuamente gli sfugge. È uno che vuole pentirsi di qualcosa, ne ha nostalgia, ma non sa di cosa. "La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro" gli dice il Dottor Cardoso, e a lui questo slogan piace. Pereira è il vecchio Portogallo che ha bisogno nel 1938, in un epoca di soprusi e violenze della Storia, di dimostrare impeto e sentimento. È un libro di una simpatica leggerezza, come il suo protagonista, fatto di immagini precise ed essenziali come quella alle terme, quella in redazione col ventilatore acceso, al Cafè Orquìdea. È il profondo agosto: limonate e omelettes alle erbe aromatiche è tutto quello che chiederei anche io fino alla fine dei giorni.

3 mar 2012

Hyperion, di Dan Simmons

Sto cercando di farmi rinascere il gusto per la fantascienza letteraria e a tal fine ho comprato tre settimane fa questo romanzo di Dan Simmons che viene elogiato a destra e a manca e... anzi, riporto proprio la sentenza del New York Times Book Review che in quarta di copertina dice "Una delle più belle conquiste della fantascienza moderna". In questo caso però ho approcciato alla sua lettura senza badare ai premi ottenuti pensando solo a calarmici dentro.

Le prime venti pagine sono state durissime tant'è che stavo lasciando, anzi lo
stavo lanciando nel cestino dell'immondizia; poi la storia è letteralmente cambiata e ha iniziato a prendermi. Sinteticamente (per quanto possibile):
in Hyperion di narra di un pellegrinaggio di sette persone sul pianeta omonimo per entrare in contatto con il misterioso Shrike, un essere di circa quattro metri e quattro braccia che è pura distruzione. A suo nome è stata fondata una Chiesa che ha sedi su ogni pianeta. A proposito: in questo libro la Terra non esiste più da non so quanti secoli per via di un fattaccio (di cui si parla solo nelle ultime pagine) che l'ha completamente distrutta. La razza umana ha così dovuto sparpagliarsi su altri pianeti che formano la cosìdetta Rete in cui si può circolare anche grazie ai teleporter (archi che permettono di passare da un pianeta all'altro in men che non si dica). Ora della razza umana di parla come l'Egemonia, il cui governo è la Totalità, la cui forza militare è la FORCE (spazio e terra); esistono navi-torcia, spin-navi, navi-albero (non chiedetemi di descrivervi la differenza tra i tre perchè nemmeno nel libro è fornita). Inoltre esiste anche una parte robotica della razza che va sotto il nome di I(ntelligenza)A(rtificiale) che ha il suo centro operativo nel TecnoNucleo che dà una mano agli umani per il governo dell'Egemonia. E poi ci sono i cattivi che sono gli Ouster che hanno particolari mire per Hyperion e l'essere Shrike. Vabbè poi ci sono diverse altre cose di contorno come i Templari o i cibridi, ma meglio non parlarne. Sostanzialmente tutto il romanzo è la successione dei sette racconti dei pellegrini le cui storie hanno tutte a che fare con lo Shrike svelando ognuna una parte di questo mistero. Alla fine più che un'impressione si ha la certezza che questo libro sia solo il prologo ai successivi tre, e solo un pretesto per dare spazio a sette racconti diversi: come quello del prete antropologo che si cala nella vita della stranissima comunità dei primitivi Bikura (il pezzo più bello in assoluto del libro), quello della donna investigatrice che lavora per un giovane ibrido di uomo e robot, quello di un militare che sogna una strana donna che non gli parla, quello di un poeta il cui unico scopo è scrivere di nuovo un grande poema, e così via... Non tutte le storie sono di alto livello e devo dire che tranne due, delle altre conservo un ricordo non sufficientemente definito. L'ostacolo, almeno per me, è stato nel trovarmi di fronte una mole di informazioni che non riguardano direttamente il filo generale del libro, ma che puntano a fornire diramazioni per creare un universo più esteso: il problema è che di questo universo si accumulano fattarielli inconstistenti che non fanno estensione, cioè ad esempio i pianeti vengono solo nominati ma non viene detto cose li distingue, com'è la vita su di essi o cose del genere. Tutte le informazioni più importanti che riguardano la storia portante del libro vengono sempre inserite verso la fine delle narrazioni: in certi casi l'autore è partito fin troppo lontano per arrivare al dunque, e non sempre mi andava di sorbirmi cose prive di mio interesse per arrivare poi alla parte fondamentale. Il limite non è ovviamente solo del libro, ma anche mio: probabilmente Hyperion un romanzo profondo che dovrei leggere due volte per apprezzarlo, ma di tempo non ne ho e se la prima impressione è stata di un certo tipo, è quella che mi resterà.
Cmq il gusto nel leggere questo Hyperion sta insomma, se non si fosse già capito, nel passare da un "genere" letterario all'altro senza perdere di vista il mistero e la fantascienza. Dan Simmons per far ciò utilizza molti clichè tant'è che se proprio si volesse trarne un film io lo vedrei come molto simile alla superficialità di messa in scena di un "Io, robot" o un "Io sono leggenda". Ma cmq, ritornando al libro.. solo nelle ultime pagine viene a galla tutto ciò che c'è da sapere sull'intrigo tra Egemonia, Ouster e le Tombe del Tempo presiedute dallo Shrike. A proposito, non ho detto cosa sono le Tombe del Tempo: ebbene sono reperti archeologici di misteriosissima provenienza la cui apertura segna l'inizio della distruzione.. perchè e percome poi spetta comprare e leggere (anche se potrei spoilerare qualcosa giusto per tenermelo a mente). Quella delle Tombe del Tempo è cmq un'idea eccezionale, molto suggestiva, anzi l'unica idea suggestiva che potrebbe portarmi a leggere anche gli altri libri. Ciò che mi frena è però il mio disinteresse verso diversi particolari che l'autore non spiega a dovere (cosa che invece Asimov faceva sempre) lasciandomi dunque come un fesso che non deve capire di cosa si sta parlando. L'intento di un romanzo così corposo è anche quello di far sforzare il lettore nel collegare varie cose, però, ripeto, a me pare che nel libro Dan Simmons non crei un universo tangibile in cui poter girare il proprio sguardo. La lettura devo dire che è stata diverse volte piacevole, però non basta a farmelo riprendere in mano e sfogliarlo. Non è uno di quei romanzi che offrono belle frasi intelligenti, ben scritte, dunque è una letteratura di azione più che di riflessione o di sfumature o di proiezione. Penso che finirà tra quei libri letti e infine chiusi ermeticamente.

27 dic 2011

«Forse dovresti scrivere.»
«Invece tu dovresti piantarla di leggere tutto ciò che è stato scritto.»
«E cosa dovrei fare nel tempo libero?»
«Immergerti nella vita vera.»
«C’è un libro che parla proprio di questo, sai.»

Philip Roth, Il professore di desiderio.

4 nov 2011

re-reading.... waiting for november......




waiting for (ma nemmeno tanto in fin dei conti) the upcoming trailer on this november.

___________________________________on the road__sulla strada__jack kerouac


C’è un dettaglio che riguarda il protagonista Sal che dimentico sempre mentre leggo e rileggo il libro: è separato dalla moglie. È un’informazione che non ritorna più nel testo eppure mi sembra importante. Ma in realtà sono io che la rendo importante. Kerouac sin dalla prima pagina del romanzo mette in chiaro una cosa, che questa è la storia della vita passata viaggiando per le strade d’America, e che nessuno più di un personaggio come quello di Dean Moriarty, mitizzato dall’entusiasmo di Sal, è rappresentativo di questa esistenza inquieta. Lui è l’unico protagonista al quale Sal regala la sua ammirazione e testimonianza. Sal non è altro che un’ ombra, uno che vive di luce riflessa, è secondario, inferiore per importanza rispetto a Dean che merita invece il piedistallo, gli onori e gli odori della Storia.

La prima parte del libro che Kerouac scrive come una sorta di giro di prova per l’America per ciò che verrà successivamente, non mi convince. Già di suo Sal, come ho detto, conta relativamente, ma poi le sue avventure sono narrate come una sorta di excursus di un’esperienza di due mesi (mi pare), perciò molto velocemente dandosi tempo su pochi episodi come quello al lavoro come poliziotto di ronda notturna, ma senza profondità né pensiero. È il ritratto del vitalismo di chi viaggia e non si ferma mai accumulando e scaricando senza pace le proprie energie che sembrano provenire dal nulla e andare nel nulla. Sal è in sostanza un osservatore superficiale delle cose e delle persone, il suo unico stato d’animo è la gioia, l’entusiasmo, la meraviglia, ma non di colui che scopre e apprende, ma di chi si nutre del semplice contatto- e- via di queste cose. C’è qualcosa che insomma non va se Sal è un personaggio così piatto (come del resto anche altri, di cui non ricordo più le caratteristiche non riuscendo a distinguerli). O almeno egli è subordinato ad un’altra presumibile dimensione che è quella del bisogno di qualcosa di più grande. Egli è disposto a viaggiare da costa a costa per incontrare la sua leggenda personale, Dean, la quintessenza della verità della strada. “Nonostante la diversità dei nostri temperamenti, egli mi appariva come un fratello da lungo tempo perduto”. “[Dean] era uno scoppio sfrenato pieno di assenzi di americana gioia; era occidentale, il vento d’Occidente, un’ode alle praterie, qualcosa di nuovo, da lungo tempo profetizzato, da lungo atteso.” Ma la frase più bella del libro che sintetizza al meglio la storia è forse questa: “In qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla” (p. 10-11). Non penso ci sia altro da chiarire. Sal è il profeta, è il microfono della generazione del dopoguerra che vuole vivere dandoci dentro, sbattendo la testa e sorridendo, godendo, elevandosi al di sopra di se stessa. Ecco, è questo istinto che non condivido: un movimento interiore che non ha fine. Forse dipende dal fatto che il mio tempo non è quello di sessant’anni fa, o forse è un problema solo mio non immedesimarmi in questo stile di vita.

C’è però un pezzo bellissimo che mi ha preso perché è unico nella prima parte, e dà spazio alla dimensione interiore di Sal che viene di solito autocensurata, mostra il suo smarrimento, il suo dubbio, ma solo per un attimo:

“Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l’unico chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero… Mi trovavo lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d’albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi; e guardavo l’alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l’America, alla linea divisoria tra l’Est della mia giovinezza e l’Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso. Ma dovevo rimettermi in cammino e smettere di lamentarmi, così presi su la valigia, dissi arrivederci al vecchio albergatore che sedeva accanto alla sua sputacchiera, e andai a mangiare” (p.17-18).