Nel far la pulizia generale, trovo tra alcuni fogli di giornale che conservavo (pressocchè inutilmente, per una buona metà..) un pezzettino quasi stracciato di chissà che articolo del Corriere, una dialogo tra Claudio Magris e Alberto Manguel (che scopro solo ora chi è) a proposito della lettura e della vita (anche questo lo so solo dopo aver trovato l'intero articolo sul web, qui). Guarda un pò, sembra proprio capitare a fagiuolo nel dirmi che tutto l'assembramento di parole che mi ritrovo in casa ha bisogno di una sfoltatina..
"Siamo avidi di parole. Come Cervantes, la maggior parte dei lettori tende a leggere ogni cosa, d'ogni genere. E nelle nostre società del rapido e del facile, questa tendenza è divenuta malsana. Ogni cosa ci circonda con vacui rumori e sterili immagini, sicchè diviene impossibile trovare il silenzio per pensare, persino per conversare nei caffè e nei ristoranti con al musica ad alto volume [...]. Ma forse questa "bulimia", come Lei la chiama, non nasce solo dal bisogno di sentirci meno soli con la sola eco dei nostri pensieri. Cerchiamo di essere ottimisti. Forse abbiamo tutti qualcosa della fede di quelle autorità delle confraternite musulmane al Cairo, che non distruggevano mai un pezzo di carta scritta perchè poteva segretamente contenere il nome di Dio. Forse crediamo inconsciamente che nel prossimo pezzo di carta, sul prossimo schermo, ci sarà rivelato qualcosa che ci illuminerà. Questa è la mia segreta speranza."
A parte il "trovare il silenzio per pensare", che mi dà l'idea di uno molto seriamente impegnato sulla sua poltrona a ricordare e ragionare su chissà cosa, è simpatica e curiosa questa interpretazione sul possedere (dico io) e perciò leggere qualsiasi testo e vedere qualsiasi immagine perchè in fondo si cerca la salvezza, una rivelazione. Effettivamente una frase può essere rivelatrice, ma non può bastare: l'illuminazione non esiste se non diventa stimolo ripetuto e perciò qualcosa che poi ci appartiene.
Quanto, di tutte le letture e visioni, è davvero compreso?
Mi sono ricordato di aver copiato una frase del primo libro di Don De Lillo, Americana, che dice "Bisogna diventare un libro, prima di poter sapere che cosa contiene". A sua volta mi porta al finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (che non ho letto) in cui alcune persone incarnano libri per passarli alle future generazioni.
A questo punto ritorno alla conversazione tra i due.
"Il fatto che tutte le parole del mondo siano o possano essere sotto un unico tetto, non significa che i loro lettori sappiano usarle nel modo giusto. Un cumulo di conoscenze non è conoscenza e sappiamo che, ad onta di tutte le nostre speranzose metafore, un libro non è niente altro che una pila di carta macchiata d’inchiostro e diventa vivo solo quando il suo artefice lo trasforma in qualcosa di reale, di attivo, e anche in questo caso non garantisce nulla. È quasi un luogo comune parlare di tutti quei tiranni, torturatori, criminali che sono stati anche grandi lettori. Durante la dittatura militare in Argentina c’era un generale che, quando un coraggioso giornalista gli disse che un giorno sarebbe stato giudicato per le cose orribili che aveva fatto, rispose citando a memoria gli ultimi versi del Cyrano de Bergerac e vantandosi di portar: «meco, senza piega né macchia, a Dio/ il pennacchio mio!». Se penso che Cyrano era uno dei miei primi amori adolescenti."
Ecco: un cumulo di conoscenze non è conoscenza. Anche Alberto Manguel sarebbe d'accordo col far sloggiare molte cose in questa stanza.
Claudio Magris:
Non c’è talvolta il pericolo che un libro, anziché essere un mondo o un oceano in cui ci si tuffa in avventurosa scoperta (come io mi tuffavo nel Gange dei Misteri della giungla nera di Salgari, il primo libro che ho letto), sia uno scudo, una barricata che mettiamo fra noi e la vita? «Un libro - diceva Valéry - aiuta a non pensare»; ci svia da ciò che dovremmo affrontare e ci angoscia e prenderlo in mano diventa un tic scaramantico, come quando ce lo portiamo perfino al gabinetto incapaci di star soli con noi stessi anche per qualche minuto...
Alberto Manguel:
Lo so. Siamo come Cervantes, il quale diceva di leggere perfino i pezzi di carta stracciata che trovava per strada. Ma non sono certo che Valéry abbia ragione. Perfino quando siamo trasportati dalla corrente delle parole, quando ci lasciamo trascinare dal testo senza fermarci a chiederci dove stiamo andando, la lettura in sé, credo, stimola necessariamente il pensiero. Forse come una corrente nascosta, sottomarina, come nei sogni. Perché le parole chiamano, sollecitano parole. È questo che vorrei chiamare «pensare per citazioni», una forma particolare di pensiero nata dalla lettura. Naturalmente, la grande maggioranza dell’umanità non legge libri.
Insomma, la lettura c'entra col bisogno di non essere soli ma quando si legge troppo può significare che non si sa in realtà stare da soli; le parole stimolano il pensiero ma c'è bisogno di sapere come farci stimolare e poi attivarci. Altrimenti si è solo perso del tempo prezioso. O si finisce come il generale argentino che non si rende conto di non aver capito una sola parola della sua letteratura preferita, oppure come i musulmani egiziani che continuano a cercare la parola di Dio (anche se su questo ci sarebbe da chiarire..).
Vabbè, ho cmq fatto bene a togliere tutto da mezzo :)
