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23 set 2011

La Febbre del Sabato Sera (John Badham, 1977)

Che poi (semmai) uno si chiede come si fa a fabbricare un nome, un ruolo, un Personaggio. E così ti vedi La Febbre del Sabato Sera e capisci. Dici o senti "Tony Manero" e già sai chi è senza averlo conosciuto. Poi lo conosci e fai "Ooh".
È un film talmente resistente al tempo, ma talmente tanto da fare l'unica impressione possibile che è quella di aver riscoperto il cinema, come quando iniziavi a vedere film e ti piaceva tutto, tutto diventava mitico. Un regalo.

23 dic 2009

Visti e rivisti...

...in due mesi circa senza aver postato una sola parola a riguardo.

alien (con spoiler)
ieri sera. Cos'è un astronave e cos'è lo spazio profondo: un pò quando ti fermi da solo con la macchina guasta nel mezzo della notte su una stretta strada provinciale tra le colline.
Il finale è da commedia alla Denny DeVito: lui è l'ex-marito cacciato di casa qualche anno prima con una difficile e drastica causa di separazione, lei una donna che vuole rifarsi una vita cercando un altro marito meno violento. Lei è solita dare feste a cui invita amici, amiche, amici di amici. Una di queste sere la scorta di bottiglie di vino e di whisky finisce improvvisamente, così alcuni tra loro vengono mandati a prenderne qualcuna a casa di altri. Sulla strada incontrano un tizio che dice di essere un loro vecchio amico, loro si convincono di averlo riconosciuto così al ritorno lo portano con sè alla festa. Cosa succede.. che nemmeno lei sa chi sia, ma si preoccupa poco perchè tanto i frizzi e lazzi non dureranno ancora per molto. Oh, uno non se l'aspettava davvero: il tizio con giacchetta figa ma sprucida, fatto salire in macchina poco prima, inizia a bere forte e a romper bottiglie vuote ferendo qualcuno lì dentro. Chi va via di corsa, chi resta a terra tenendosi una mano sulle ferite nel braccio e nella gamba, alla fine il tizio sembra essersi stancato ma lei dopo aver chiamato il 911 (ma chi vuoi che venga se nello Spazio nessuno ti sente??), per precauzione, si chiude nella depandance del giardino. Poco attenta, troppo scossa, nella depandance ritrova il tizio. Cazzo, non si può star tranquilli nemmeno in giardino e poi questo qua che ne sa come si entra qui dentro: non può che essere l'ex-marito. Lui. Lui è ritornato nascondendosi sotto falsi abiti, è ritornato per un'ultima scopata. Ma lei lo caccia di nuovo di casa con un calcio in culo.
Ma insomma... paragonando il finale di Alien a quello di 2001 cosa c'è da dire? Che entrambi dopo un lungo percorso (in linea retta o in tondo) finiscono in una stanza (o una sorta di) dove avviene un contatto intimo: uno dei due spiccherà un volo, non per forza rigenerante.

15 nov 2009

Sussurri e Grida, Ingmar Bergman (1972)



Attenzione al modo in cui questo film si svela allo spettatore: il suono cristallino di piccole campane accompagna molto delicatamente i titoli di testa su una superficie rosso accecante, poi appaiono le immagini di un giardino nebbioso, freddo, deserto. Non c'è alcuna presenza umana, nessun segno, eppure si è come accolti per entrare, o meglio per percepire qualcosa di ineffabile. I suoni diventano quelli dei rintocchi di antichi orologi in una casa. La macchina da presa scende lungo questi orologi dorati, ne mostra i fregi, le incisioni, con calma sembra che il tempo scorra nel silenzio, nell'assoluto rispetto di un luogo dove una donna e poi un'altra respirano nel sonno. Dormono di chissà quale tipo di sonno, in qualcosa di imperturbabile e di sospeso. Bergman ha dischiuso un mondo di assoluta intimità, un ambiente ovattato che non ha necessità di trovare un esterno, perchè in questa casa tappezzata di un rosso morbido e onnipresente, avvolgente, pesante, soffocante ma caldo, maligno e terapeutico, c'è già molto di estraneo che è stato come allontanato.
Tutto quel rosso fa venire in mente il sangue anche se non sembra vero che stia lì a significare il sangue. È un rosso che annulla le dimensioni spaziali e tutti gli altri colori che di fatto non esistono. Le pareti e i pavimenti sono dominati dai tessuti, costituendo più di uno sfondo per le tre sorelle e la governante vestite di un bianco accecante, poi sostituito dal nero profondo che annullerà i loro corpi.
Respirano nel sonno, poi una di loro nel letto si sveglia, si muove contorcendo il volto. Si alza dal letto e dopo un giro per la stanza, ancora da sola, scrive su un diario "è lunedì mattina presto... e sto soffrendo".


Quanti film di Bergman sono drammi da camera? Anche se non lo conosco abbastanza, per me sono tutti drammi da camera... da cui vorrei non uscire mai nonostante tutta l'umanità soffocata a cui dà spazio o a cui toglie spazio.
Non mi stancherei mai di percepire tutte le espressioni dei volti dei suoi attori ripresi in rigorosi primi piani in modo magistrale: prima ancora delle parole e i gesti associati sono i silenzi che introducono e colpiscono la mancanza e il bisogno di umanità. Non la evocano solamente ma la straziano fino a richiederne una terribile presenza sullo schermo, senza tuttavia risultare insopportabile agli occhi ma solo alla mente che affronta quel silenzio racchiuso e rinchiuso in uno spazio vastissimo e scomparso.

21 apr 2009

Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno (1973)

Credevo fosse il primo film di Martin Scorsese in assoluto dopo il famoso corto "The Big Shave", invece è il terzo dopo "Chi sta bussando alla mia porta?" del 1969 e "America 1929 - Sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha)" del 1972. Ma cmq è il primo esordio di De Niro in un suo film anche se in un ruolo di co-protagonista affianco ad Harvey Keitel. Dopo aver fatto le presentazioni passo al dunque: Mean Streets soffre lungo tutta la sua durata di un ritmo meno dinamico di quanto potrebbe essere, e questa è davvero l'unica pecca di un film che imposta personaggi, battute, temi e stile con sicurezza e passione. È la storia di un inferno in terra tra amici non ancora gangster (Michael) che passano le giornate nel bar di uno di loro (Tony) o in salette da biliardo tra debiti accumulati (Johnny Boy- De Niro) e con un'esistenza in tormentato equilibrio (Charlie-Keitel) tra la prospettiva dell'apertura di un ristorante e la relazione nascosta con la cugina di uno di loro. Le risse da bar per tutti i soldi ancora da restituire hanno ancora quella violenza scatenata da insofferenza per le regole della strada, sulle quali i personaggi iniziano adesso a bruciarsi; ma soprattutto quella violenza che proviene dalle radici culturali-spirituali in conflitto con un territorio da conquistare, e da una pace intima, familiare rincorsa e mai nemmeno sfiorata.
Little Italy e la festa di San Gennaro: le canzoni napoletane accompagnano gran parte delle scene con una presenza sgomitante che incornicia e penetra vicende che avvengono poco lontano dall'Empire State Building.
Scorsese gira questo film preoccupandosi solo di raccontare a se stesso il quartiere e i dissidi di un uomo di fede: non dà spiegazioni nè descrizioni, il suo stile permette allo spettatore di essere travolto da quella violenza.

I sogni dei gangster muoiono sempre all'alba. Da rivedere e da riparlarne.