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21 lug 2014


di John Register

forse non mi era abbastanza chiaro che i momenti di attesa mi danneggiano.
(per dirne una) scarico le foto dalla reflex (serve ancora un pò di tempo) e mi viene da chiedermi: come faccio davvero a capire che il mondo esiste anche senza di me?

Eh...!

Intendo proprio l'avere la percezione che le cose stiano accadendo senza la mia presenza... Dovrei solo morire e vedere cos'è questo tutto senza di me. Penso sia proprio impossibile.

.....Come non detto.

20 lug 2014

ad un tratto ciò che sento attraversa il filtro del pensiero, come se si manifestasse una superficie trasparente dove avviene il distacco. E così il pensiero è quello della mancanza come condizione umana. Mancanza e non perdita: cosa si dovrebbe perdere in fin dei conti se non c'è mai quella tal cosa? Non c'è niente che si perde, che perdemmo o che perderemo (a parte che nel passato avevamo due "m" e nel futuro ne avremo una sola). Perché esiste questo verbo allora? Mi sembra funzionale solo per il rammarico e altri sentimenti affini.
Esseri manchevoli che fanno di tutto per riempire la mancanza. Più che chiedere e chiedersi se si è felici (che palle..), sarebbe forse il caso di spostarmi sul "ti senti pieno di vita?" (ricordando un pò quel libro di John Fante). A parte il fatto che al solo chiedermelo o chiederlo il pensiero si insinua e taglia via quella pienezza facendola scendere al 98% o più giù. Proprio come quando stacchi lo smartphone dal caricabatteria che ha finito il suo lavoro e appena inizi a riusarlo, zaaak!, già non c'è più quel 100%. Ma l'esempio starebbe dunque a dimostrare che c'è qualcosa che si perde? Ma l'energia non andava a finire da qualche parte in altra forma? Allora, più che altro, la perdita è da concepire solo come mutamento di stato. E ciò che diciamo di perdere, in realtà è ciò che sentiamo che manca. Ma cosa? Appunto il filtro del pensiero orienta il sentire, ma non riesce in alcun modo a giungere a capire il cosa, cerca di farlo controllando i modi, le modulazioni, le modalità, le modularità. Il come modella, plasma. Il cosa manca.

Ora, tutto sto pippone aveva inizio (prendendo poi una strada troppo larga) da una foto. Questa qua

Untitled

che sembra non centrarci niente, ma solo perché l'ho presa molto alla larga.

Il vecchio della foto (qualcosa mi dice che preferisce farsi chiamare vecchio più che anziano) non è un figuro che mi dà simpatia per via di quegli occhiali e per il volto in generale (però ci sono cose che mi suggeriscono anche l'opposto). Il punto è che è stato preso alla sprovvista. Era lì a macinare giudizi a suo vantaggio (come del resto ogni giudizio lo è tendenzialmente) e il fotografo lo lascia a bocca aperta tra un mezzo pensiero e un mezzo sentirsi. Lui gli è proprio come testa sopra l'altra testa, come sagoma-ombra che gli appare e gli svanisce galleggiando. Tutto grazie ad una vetrina: una superficie trasparente dove un sentire si interrompe e un attimo dopo, anzi in quell'attimo, si origina un altro sentire, e dove il pensiero non è ancora davvero arrivato. Noi  siamo tanto il fotografo stesso, quanto siamo dietro il fotografo, ma anche proprio lì in mezzo tra il soggetto (ma quale soggetto ormai?) e il..... non lo so. Direi che siamo quel tempo lì. Siamo il tempo che indica sè stesso.
Interno ed/é esterno, come sempre. Cioè come sempre c'è una trasparenza che fa ed è cose opposte (inutili da elencare) che si sorprendono l'un l'altro.
Il vecchio appoggiato ad un bancone e una piazza fuori dove circolano sentimenti e pensieri in modo molto caotico (e secondo me fa anche molto caldo là fuori).
Sembra proprio che ciò che manca sia stato colto, ed è l'Appartenere.


Ci sforziamo di dare una durata generandola e mantenendola. È una bolla di sapone piccola o talvolta molto grande che resta tale finchè la sua tensione superficiale lo permette. Ecco, manca il permesso.


Sembra proprio che l'unica cosa che si può fare sia curare l'originarsi della pienezza. La sua durata non è permessa. Solo ciò che manca è.


E se invece che mancare di durata fossimo anche noi a mancare alla durata, al tempo? Il tempo potrebbe essere pieno del sentire e il sentire pieno di tempo......
Questa tensione superficiale è esattamente l'originarsi dell'appartenere al tempo. L'aspirazione più grande non può che essere l'essere tempo, il sentire e il pensare che si comprendono e si comprenetrano pienamente.




?

14 lug 2014

ma io penso che certe cose vadano dette....

[...]
Certo, tutto è “atto”; ma tutto è per lui [Andrea Emo: e chi sarà?] atto del nulla; di un ‘nulla’ che, peraltro, mai riesce a essere quel che non-è, e che proprio per questo sostanzia di sé ogni determinazione. E rende vano ogni tentativo di comprenderlo, e dunque di concepirlo senza contraddizione, senza paradosso; lo rende vano ma, nello stesso tempo, necessario. Ché il conoscere non può che ad-tendere a quel nulla, ovvero a quell’assurdo che nessun sapere oggettivante potrà mai adeguatamente testimoniare. E che solo la consapevolezza del Sacro che ogni cosa sospende al proprio niente, avrebbe potuto destinare a una divina iniziazione – la stessa che ci rende capaci di vedere l’autentica realtà creata proprio da quel niente. E dunque di comprendere il senso misterioso e inesprimibile del tempo, ovvero del togliersi di tutto in quell’attività assoluta che mai potrà rendere semplicisticamente ragione del fatto che vi sia qualcosa, piuttosto che niente. [...]
(da qui)

Il concetto di sospendere al proprio niente del sacro è pregno. Ad esempio questo blog (che è sacro in senso lato, diciamo), con questo post, si è sospeso dal proprio niente. È un post creato dal niente e che è niente. E in effetti cosa ho detto? Niente. 

17 feb 2014

La violenza nel sentimento dell'uomo

"L'uomo contemporaneo cerca o tenta di vincere la sua giornata mediante la violenza. Ungaretti, uno dei maestri della poesia contemporanea, ha esercitato un'altra violenza, non soltanto sul corpo della parola e del linguaggio ma profondamente nel sentimento dell'uomo."  
(Salvatore Quasimodo nel 1969)

Tratto dall'unica occasione in cui Quasimodo, Montale e Ungaretti si sono incontrati davanti alle telecamere nel 1969. Non potendo incollare il breve video ne ho trascritto giusto qualche parola.

29 nov 2013

Il Volto del '900 - ritratti a Milano

C'è tanto e avrebbe potuto esserci di più nella mostra al Palazzo Reale di Milano "Il Volto del '900 - Da Matisse a Bacon". Cosa in più francamente non lo so, però si può ben capire che il tema del ritratto è così fondamentale nell'arte che probabilmente non potrà mai essere esaustiva un'esposizione. Tutti i capolavori che si possono amare durante la visita provengono dal Centre Pompidou di Parigi (conosciuto anche come "quello con la scala esterna") e già questo è un ottimo criterio per circoscrivere il tema e anche la certezza di sapere dove poterli rivedere senza sperare di ribeccarli per caso in svariati altri musei (sempre che non siano in prestito).

Nonostante metta insieme grandissimi nomi, non mi è affatto sembrato che ci fosse qualcuno predominante sugli altri, che togliesse attenzione, o che le opere si distanziassero molto dalle altre. Forse solo nell'ultima sala che riguardava il ritratto "Dopo la fotografia" con pezzi di pop art e iperrealismo.

In ogni caso© come sempre alcune scoperte sono state vere sorprese, altri sono stati incontri dal vivo abbastanza attesi, altre cose sono apparse molto belle ma senza enormi scosse.

L' "Autoritratto" di Gino Severini (che non conoscevo perchè i futuristi mi sembrano sempre invecchiati male)

movimento di una testa, bel soggetto, bella frammentazione.


Al suo opposto c'è l' "Autoritratto" di Francis Bacon. Quasi una folgorazione per via di questa fusione della pelle o della carne, un volto che sembra facilmente cancellarsi con una mano su cui si era appoggiato o con due mani che l'hanno violentato per disperazione. Una sorta di tumefazione per colpi subiti qualche ora prima. Gli occhi hanno lo sguardo dell'assenza a sè stessi, una resa. Forse sta sorridendo interiormente con rabbia sfiancata.
Bacon non l'ho mai apprezzato perchè troppo "nero".. ma questo ritratto ha capovolto un pò di cose.



A questo autoritratto accosto la scultura "Diego" di Alberto Giacometti che dà il senso di un corpo che si sta sciogliendo. Quelle di Giacometti le interpreto come sculture di uomini che esistono per lavorare, esili uomini senza tempo induriti dalla fatica di esserci.




"La camicetta rossa" di Pierre Bonnard

Bello per la posa annoiata e il contrasto tra la luminosità pura della tovaglia, il rosso acceso che contrasta con la pensosità, e il colore scuro dello sfondo che stacca ancora di più. Occhi in ombra e delle labbra quasi sorridenti. Un ritratto di quell'interiorità che mi ricavavo nell'isolamento da discorsi che non avevano interesse: a tavola con parenti, in certe occasioni forzate.

Di fronte a questo dipinto c'era quello di Frantisek Kupka "Rossetto": un altro rosso, stavolta però dell'esteriorità che vuole farsi notare .Un volto-maschera abbastanza bianco di trucco, interrotto dal vestito altrettanto chiarissimo, dal collo verde ammuffito (?). Una bella stesura di colori: pesante l'indaco che scende giù come sfondo e generoso il corpo della signora.




Affianco alla Camicetta rossa, l' "Odalisca in pantaloni rossi" di Henry Matisse. Non pervenuta.

Sempre notevole le linee di Modigliani come nel "Ritratto di Dédie": capo reclinato da delicata sensualità, all'opposto della signora di Kupka che invece si protende il più vicino allo specchio. Purtroppo la donna è a lutto.








Il "Ritratto di donna" di Picasso è ovviamente meraviglioso come altri due presenti alla mostra.



Sorvolo su quelli di persone che leggono un libro, soggetto che ha fatto il suo tempo, o anche sulle donne vistosamente abbigliate con gioielli sbrilluccicanti, o la donna di Delaunay fatta più o meno a quadrettoni, l'orecchio gigante del Ralf III di Baselitz, "La marocchina" di John Currin contenta di avere i pesci in testa, un quadro della De Lempika (mai capita), ma anche le "Donne in interno" di Léger che sembrano manichini grassi e squadrati.

La sala delle scultura è stata quella della meraviglia. Ero lì per Giacometti e Brancusi, la cui Musa Dormiente aveva il privilegio del centro della sala (in una teca però sporca), ma ho scoperto che la migliore era "Testa di fanciulla" di Henri Laurens, del tutto sconosciuto fino a quel momento.


Terracotta liscissima, essenzialissima con quei tagli piccoli e accennati, il volto ricavato da uno spigolo che è la linea del naso.... inutile descriverla. Silenziosa, perfetta, una di quelle opere per cui venderei l'auto e andrei per sempre a vivere in un monolocale lontano dal posto di lavoro.

Anche la Musa di Constantin Brancusi dimostra la sua eccezionalità, però.. oltre ad avermi dato immediatamente l'impressione di essere un pallone da rugby dorato (invece che ricordarmi la forma dell'uovo), a confronto con il forte senso di duttilità della Testa di Laurens, è un "gioiellone" duro e pesante (come il suo sonno) e anche distaccato da me che l'osservo. Non svegliare la musa che sennò si incazza, potrebbero scriverle vicino. È un alieno la cui presenza affonda lo spazio-tempo. Il naso sembra un'arma, quasi la canna di una pistola di piccole dimensioni; occhi e bocca abbastanza orientali...; i solchi dei capelli sono afro.



Ottimo ambiente espositivo, luci perfette... dispiace per il catalogo con foto non sempre adeguate, povero di contenuti (ma del resto non è che la mostra aveva lo scopo di dare una nuova interpretazione ad un artista, per esempio) e dal prezzo elevato nonostante lo sconto del bookshop. 

Il tempo dalla visita è passato ormai e non è che potevo scrivere di tutto quello che ho visto. Accuntentammc..


Adieu!

2 nov 2013

ma come fanno a stare in piedi??




  




 









La successione delle foto non è casuale. Sono tutte ****** sculture (tranne l'ultima che è un altro tipo di opera) di Antony Gormley.


Forse mi sento più una figura umana che cerca di essere una figura piuttosto che una che cerca di essere animale. Umano è tra la figura e la materia animale, e penso che sia meglio puntare a sinistra verso la sottoesposizione animale piuttosto che a destra verso la sovraesposizione astratta. (mmm...)
Anche se.... provenendo da una grande sovraesposizione è difficile far venire fuori una immagine definibile e gradevole, poichè molte delle sue informazioni sono bruciate nel bianco e non si possono recuperare. Perciò in fotografia digitale si consiglia di sottoesporre, in modo da far uscire dall'animale poi tutte le informazioni che servono per una esposizione equilibrata. Dal basso verso l'alto si può, dall'alto verso il basso invece non è lo stesso che cadere, è proprio non arrivarci mai bene!

Dal calco in gesso dove c'è ancora una fisionomia naturale, a moduli colorati un pò come dei pixel o l'immagine di un corpo ingrandita del 500%, o robot opachi a sé stessi, o pezzi uguali messi in tre dimensioni; poi una serie di forme rettangolari senza più profondità ma con tanta aria, con tutto l'ambiente in cui si trova che gli passa attraverso: visto in orizzontale può essere il profilo di una serie di palazzi.
Fino agli stecchetti. Non ci sono più moduli, non più rettangoli vuoti ma solo stecchetti come se fossero dei capillari sanguigni o una moltitudine di pezzetti al confine con l'indefinito, il vapore, la nebbia in cui il corpo non vede-precepisce più sé stesso, oppure schegge di vetro.

Alla fine ho incollato una foto che si riferisce ad una installazione sempre di Gormley, un ambiente chiuso da pareti opache in cui le persone posso muoversi nella nebbia. Luce Cieca (Blind Light)  l'ha chiamata. Io ci vedo (anche se servirebbe ovviamente farne esperienza) il contatto con quelle ultime figure composte di pezzetti di metallo che ora si sono definitivamente nebulizzate; oppure, fingendo che non sia un'istallazione e che perciò non ci siano visitatori che entrano lì dentro, potrei pensare ad un ritorno-rigenerazione di quelle figure dal vapore alla materia animale che cercano di uscire da quell'ambiente di luce accecante (o perchè sono ancora luce e perciò ciechi...) per vedersi-percepirsi di nuovo materia.
La scultura probabilmente è sempre materia che fuoriesce in una forma per riconoscersi nella sua presenza. Eh?

La domanda è sempre la stessa: ma come fanno a stare in piedi??

E mo basta.

22 ago 2013



Ryuichi Sakamoto - Before Long

è pura poesia e come tale è difficile portarla in parole. ma non riesco a non provarci..

è una musica che mi conosce. all'improvviso mi blocca, perchè nella breve successione di sette note mi sembra di ascoltare una voce interiore talmente profonda che pensavo non esistesse. come se fossi riuscito in un attimo ad immergermi in apnea fino al fondale del mare e averlo toccato con un dito.
crea uno stato di riflessione in sé stessi che è una sorta di meditazione, una rivelazione di qualcosa per il quale il tempo non scorre.
mi fa scoprire la solitudine, quella propria di ognuno, quella in cui si sta felicemente bene, indispendabile ma sfuggente nel raggiungerla. negli ultimi secondi mi fa sentire, tra le altre cose, totalmente solo all'interno di un universo buio... ma caldo e confortevole.

mi fa pensare ad altre cose, ma non è il caso di farmi delle domande.



8 lug 2013

una fine può essere un inizio

Dicono che una fine può essere un inizio
Sento come se fossi stato sepolto
eppure sono ancora vivo
E’ come un brutto giorno che non finisce mai
Sento il caos intorno a me
Una cosa che non cerco di negare
Meglio che io impari ad accettarlo
Ci sono cose nella mia vita
Che non posso controllare


C’è una parte del mio mondo
che sta svanendo


Ora so che una brezza
Può spazzarmi via
Ora so che c’è molta più dignità
Nella sconfitta che nella vittoria più radiosa
Sto perdendo l’equilibrio sulla corda tesa


Se mai dovessi sentirmi meglio
Ricordami di passare un po’ di piacevole tempo con te
Puoi darmi il tuo numero
Quando è tutto finito ti farò sapere


Un giorno tutto questo casino mi farà ridere

Nella solitudine circolare del mio cuore
Come uno che si sforza di scalare una collina
Sono sicuro di venirne fuori, non so come
Dicono che una fine può essere un inizio
Sento come se fossi stato sepolto
eppure sono ancora vivo


(qui il testo intero)
--

La musica è memorabile ed è il pezzo più rappresentativo del gruppo; le parole calate in uno stato di irrecuperabile confusione e assenza di controllo, lasciano però quello spiraglio che indicano che ci si potrà reincontrare, riamarsi, ritornare a passeggiare come un tempo semmai. Chi parla vuole che lei resti lontana da questo caos, un senso di viva sepoltura (c'è qualcosa di peggio??): mi sembra bello, anche se è sempre meglio non isolarsi e non respingere l'aiuto di qualcuno. Sembra che lui voglia facerla con le proprie forze e nonostante sia sfiduciato ("se mai dovessi sentirmi meglio"), vuole credere che quello che le persone dicono ("dicono che una fine può essere un inizio") sia vero, che cioè altre persone non sono estranee a questo stato, anche se lui tende a sentirsi incompreso ("nessuno sa dei momenti difficili che ho attraversato").

Il video invece va in un'altra direzione. È eccezionale. Un motociclista partecipa ad una gara di coraggio in cui vince chi frena il più vicino ad un muro sul quale rischia di schiantarsi. Sente di essere destinato a morire giovane, gli dei lo guardano dall'alto e lui ricambia lo sguardo perchè è uno di loro e sta per arrivare. Si tiene distante da chi vuole invitarlo a festeggiare o dagli amici che lo idolatrano o lo amano. Appartiene al mito e lo schianto gli apre la breccia per la scalinata verso il tempio.Una storia epica di tre minuti e quaranta.


3 lug 2013

o ga

esiste qualcosa di più soave della Bossa Nova di Jobim cantata da Paula Morelembaum con il piano di Sakamoto? certe volte tutto il peso di giornate-mesi-minuti evapora dopo dieci secondi. dò troppo valore a cose che d'un tratto si sciolgono come nodi poi non così stretti come il mio pensiero li aveva resi.
non conta più niente.


12 mag 2013

ho sognato david foster wallace

la scorsa notte. Era seduto su un divanetto non di casa mia ma che conosco; aveva lo sguardo basso come in questa immagine ma dall'altro lato; aveva la bandana (ovviamente); capelli lunghi e soprattutto aveva una faccia grossa-flaccida e invecchiata rispetto a tutte le foto conosciute, come se avesse qualcosa come poco più di 50 anni portati male. Quest'invecchiamento mi sorprende. Ed era precisamente lui e non un conoscente o un amico con le sembianze morphizzate alle sue.
Forse gli dico qualcosa ma lui inizia subito a parlare di me, come a fare il mio profilo. Lo fermo e gli dico di aspettare n'attimo perchè vado a prendere la videocamera o la fotocamera per registrare quello che dice (vuoi mettere che parla Wallace e non conservi la prova di averlo incontrato, di avergli parlato??). Quando ritorno, per un motivo che non ricordo, non c'è più tempo per parlare come se fosse venuto qualcuno ed entrambi dovessimo andare. Insomma, mi resta un pò la delusione di averlo interrotto e aver preteso troppo: ho perso tutto per non lasciarmi sfuggire l'occasione di registrare quello che diceva.
Chi tutto vuole, nulla stringe? Beh, si. Ma il tempo di andare a prendere la fotocamera e tornare non è stato lungo e un evento esterno a quanto pare ci avrebbe cmq interrotto (lo stesso sogno che crolla su se stesso perchè non ha elementi sufficienti per procedere? sto nel campo di Inception adesso? :P)
Cmq si, chi tutto vuole nulla stringe. E dietro questa morale c'è anche dell'altro che può spiegarla, qualcosa che dice fin troppo di me (e potrei anche scriverne perchè tanto non ci viene quasi nessuno qui sopra... ma meglio evitare, non è il diario dei fattarielli della giornata questo).


In ogni caso, ho trovato questo saggio medio-lungo sul tradurre Wallace e incollo un pezzetto che sembra avere un pò a che fare con questo sogno.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:
Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

3 mag 2013

La Notte, Michelangelo Antonioni (1961)

 “Mi parve di sentire un aereo, invece era il mio silenzio, il parco è pieno di silenzio fatto di rumore; se metti l’orecchio contro la corteccia di un albero e rimani così per un po’, alla fine senti un rumore…. Io non vorrei suoni inutili, vorrei poterli scegliere durante la giornata, così le voci, le parole, quante parole non vorrei ascoltare, ma non puoi sottrarti, non puoi far altro che subirle, come subisci le onde del mare quando ti distendi a fare il morto…”
(Lidia - Jeanne Moreau)



(un post che nelle intenzioni doveva consistere di tre frasi)

Tra i vivi e i morti ci sono i sonnambuli, quelli che pressappoco non riescono ad amare e dunque.. non sanno più cosa fare! È un film tanto formale nei primi quaranta minuti con i soggetti decentrati nelle inquadrature riempite invece da linee architettoniche e spazi deserti, quanto appunto buio e notturno in tutto il resto, fino ad una lunga scena finale in cui i due protagonisti si riferiscono finalmente le proprie verità, i pensieri trattenuti, i sentimenti e chi più ne ha più ne metta..  minuti molto densi fino a scoppiare.
Marcello Mastroianni è uno scrittore indolente, convinto del propio ruolo ma a secco di nuove idee e lontano dal gradire il successo. Crede nella scrittura ma si tormenta per la ricerca di una forma moderna da dare alle sue storie. Passare una serata ospite ad una festa di un industriale, in un giardino enorme e tra tanta gente che si annoia ma non se lo dà a vedere, gli è abbastanza indifferente. Una conversazione con questo ricco industriale fa capire quanto siano distanti e incomunicabili i mondi del pragmatico costruttore di cose concrete che fanno vivere le persone, e quello dell'intellettuale debole nell'incidere sulla realtà.. o chi per essa. Il primo vorrebbe acquistare il secondo per fargli scrivere la sua storia imprenditoriale da offrire all'ammirazione dei suoi dipendenti, e ovviamente pensa che anche per un intellettuale questa sia un'offerta che non si può rifutare. "Il nostro tempo, caro signore, è anti-filosofico e vile. Non ha il coraggio di dire ciò che ha valore e ciò che non ne ha. E la democrazia, per dirla in parole povere, significa fai quello che accade", così si inserisce un tizio all'interno di una delle conversazioni. Mastroianni-Giovanni Pontano risponde "conosco queste parole, sono di uno scrittore che amo. Ma dette qui mi fanno un pò orrore, perchè il signore le ha dette con un certo compiacimento, l'autore al contrario le ha scritte con disperazione". Un imprenditore anziano controbatte aggiungendo che "quello che conta è quello che si dice, non le intenzioni". C'è tutta la frattura tra la costruzione di valori ad opera del pensiero e la produzione di valore materiale ad opera di chi crede se non in quello che fa nel presente ("il futuro è probabile che non incominci mai. Il futuro è una cosa orribile!"). Ma si potrebbero trascrivere interi dialoghi e tagliare corto senza star qui a spiegare.
Tra donne malate di sesso, sole, troppo sensibili c'è Lidia, la moglie dello scrittore, che vaga per Milano con il volto e le labbra tristi & sensuali di Jeanne Moreau, piena di pensieri trattenuti sulla sua incapacità di amare due uomini: l'uno che la faceva sentire più speciale di quanto fosse e l'altro che invece ha sempre parlato solo di sè. Lei cerca di allontanarlo e spingerlo verso una ragazza alla festa, non riesce più ad amarlo e vorrebbe morire per questo; lui è convinto di poter ancora ripristinare vecchi sentimenti. Tutto perduto in realtà. Una coppia morta e da seppellire.

Non è proprio il film con cui approcciare Antonioni, la noia può essere insostenibile e i due protagonisti possono dare una sorta di insofferenza per quel loro essere ricchi, privilegiati, vacui e inerti. Rispetto a L'Avventura il tempo e lo spazio sono ristretti e soffocanti e in più capiamo benissimo che il confronto nella coppia non porterà soluzioni alla crisi ma solo un filino di consapevolezza in più.

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      da Quaderni del Centro Cinematografico università di Padova 1961 – Analisi del linguaggio narrativo di Giorgio Tinazzi
“C’è in Antonioni l’ansia di trovare un modo nuovo di guardare le cose, uno sforzo di guardare all’essenza, all’antidecorativo, di ridare ai gesti, ai fatti, ai ritmi il loro peso e il loro significato: non occorre più la “storia”, costruzione inutile; la “storia” e nei particolari, nel non costruito, nei fatti e nelle cose. Di qui il suo modo di narrare tutto all’interno, nei lunghi “monologhi figurativi”, nelle lente, inesorabili “spogliazioni” dei personaggi, nei ritorni, negli indugi necessari, nelle allusioni, nei ritmi interni, nelle cadenze (si pensi alla musica, alla fotografia, alla “forma’ insomma, sempre pregna e significante). È questa la vera modernità di Antonioni, il suo stile, il suo star pari con la poesia e la narrativa d’oggi richiamando Proust e Joyce, Musil e Gide, o, addirittura, il Nouveau Roman francese.

26 apr 2013




Rodriguez - I think of you

Just a song we shared I'll hear
Brings memories back when you were here
Of your smile, your easy laughter
Of your kiss those moments after
I think of you
And I think of you
And think of you.
Of the dreams we dreamt together
Of the love we vowed would never
Melt like snowflakes in the sun
My days now end, as they begun
With thoughts of you
And I think of you
And think of you
[...]



C'è altro a cui pensare, altro da ricordare?
Il cervello dovrebbe smettere di funzionare per tutto il resto.
eppure.. non va così

27 nov 2012

My Blueberry Nights (2007)

Non ci vogliono molti minuti per capire che questo filmetto di Wong Kar-Wai è fatto della stessa pasta degli spot più eleganti, prestigiosi, affascinanti, più o meno quelli delle auto. Ma è riduttivo farlo secco con i vezzeggiativi giacchè come tutti i film davvero minori, evidentemente minori, anche questo si presta ad essere trasformato in qualcosa di meglio con un'interpretazione da riciclaggio (in fin dei conti, creativo).
La storia non è sostanzialmente male, anzi col suo carico di metafore è piuttosto intrigante: una ragazza sta cercando il suo compagno in un cafè dove lui la sera precedente avrebbe cenato; lei arriva lì incazzata per parlare direttamente con il cameriere-proprietario per chiedergli se l'ha visto, ma la verità viene allo scoperto (era con un'altra) ed entrambi si ritrovano a parlare. Lentamente, lungo un paio di sere in cui il locale sta per chiudere, le offre più di una spalla su cui deprimersi, le offre tutte le storie di coppie spezzate, o di persone in attesa di qualcuno, che lì hanno lasciato le loro chiavi come segno di un contatto non più condiviso.
Il cafè è da subito un luogo iper-accogliente, di transito e di stagnazione dei sentimenti, della dimenticanza, dei sogni, di cambiamenti che stanno per avviarsi e che stanno per arrivare a compimento, un luogo che raccoglie cose che le persone ritengono futili o che respingono, come ad esempio una torta di mirtilli che nessuno sceglie di assaporare perchè non ne conoscono il sapore. E il sapore in questo film ha una sua espressione sinestetica nel bacio capovolto (o a spirale, o a 69..) tra i due amici, oltre che nello stile fluido delle immagini e delle luci sempre più affascinanti e avvolgenti di Wong Kar-Wai. La ragazza capisce che ha bisogno di compiere una sua odissea per dimenticare e cambiare, e lascia il cafè ma non il cameriere a cui scriverà raccontandogli le storie che questa volta lei ha conosciuto. Come in altri suoi film, il regista è di nuovo interessato a quel giro in tondo molto largo che i suoi personaggi devono compiere per amare e non essere sperduti, quella scoperta di un universo interiore alienato e umorale. La ragazza si fionda nella notte solitaria di New York e parte senza meta raccogliendo mentre lavora in un bar la storia di un poliziotto che non vuol accettare di essere stato lasciato dalla moglie, la quale a sua volta pensa di essere libera dal vecchio amore; e quella di una giocatrice d'azzardo che ha trascurato la propria relazione col padre malato. Entrambi sono esempi che portano alla protagonista il senso della profondità di un rapporto, la sua disperazione e tragicità, compreso troppo tardi quando è ormai irrimediabilmente perso. In questo modo Elizabeth (Norah Jones) trova la parte mancante delle storie raccontate dal cameriere Jeremy, cioè il motivo per cui le chiavi che conserva nella boccia di vetro non sono state riprese da nessuno.

22 lug 2012

Marina Abramovic: The Artist is Present

Attenzione: l'artista è nel museo. La persona dell'artista, la sua immobilità, il suo sguardo nel tuo sguardo, il peso di centinaia di sguardi dritto nel suo per sette ore ogni giorno per tre mesi, è l'opera d'arte. 



È vero, è una persona che ha fatto del male al suo corpo in modi (non sto qui ad elencarli) che possono turbarci e che normalmente non concepiamo. Qualcuno può perciò definirla pazza e chiedersi se questa è arte, penso solo che bisogna essere grati a una persona che fa capire e sentire di riflesso cosa il corpo è, cosa può sopportare, come è possibile trascenderlo. Resto meravigliato di fronte a questa donna sexy di sessant'anni che concepisce un'opera di tale semplicità e potenza come l'immobilità forzata e il contatto umano attraverso gli occhi: mi svela cos'è il tempo, cosa sono le emozioni, cos'è uno spazio condiviso e l'essere umano che lo occupa appartenendovi, cos'è guardare e osservare, partecipare, scavare dentro di sè attraverso l'altro, cosa è essenziale. Da un certo punto in poi del documentario mi sono dimenticato che lo stavo vedendo, poi me ne sono accorto ed è stata una scoperta incredibile. Ma voglio ritornare sul concetto di tempo: alla fine, quando osserviamo un dipinto quanto tempo ci restiamo davanti? Trenta secondi? Un minuto? Poi si passa a quello successivo no? Beh, stare di fronte alla bellezza per me è anche voler scivolarci dentro e averne esperienza, e un minuto non basta proprio. Marina Abramovic regala un'esperienza in cui in quel minuto prendi contatto con il tuo vedere un'opera d'arte, e vedere e osservare da dentro te stesso quest'atto stesso. Ci sarebbe altro su cui pensare oltre la superfice, ma non ho più sotto mano il documentario perciò rimando a quando riuscirò a procurarmelo. Ringrazio la multisala The Space che ha deciso di proiettarlo per una settimana ad un buon prezzo, davvero un'ottima visione.

sul nytimes.com

27 dic 2011

«Forse dovresti scrivere.»
«Invece tu dovresti piantarla di leggere tutto ciò che è stato scritto.»
«E cosa dovrei fare nel tempo libero?»
«Immergerti nella vita vera.»
«C’è un libro che parla proprio di questo, sai.»

Philip Roth, Il professore di desiderio.

6 set 2010

Lost in Translation

Nei primi secondi c'è un'inquadratura di Scarlett Johansson, Charlotte nel film, che dorme sul fianco sinistro nel letto di un albergo e ci porge il fondoschiena coperto da uno slip semitrasparente, un'immagine che messa come sfondo del titolo sembra un pò la cover di un magazine su cui muovere gli occhi quando siamo in una sala d'attesa. Si, è un pò elaborata come interpretazione ma di altre non ne so trovare.. Nel corso del film Charlotte non la si vedrà mai dormire o posata su di un fianco.. perciò questa sembrerebbe una di quelle immagini-sintesi, un pò una strizzata d'occhio da indovinare, credo.

"Persi nella traduzione" è la pedissequa traduzione (ops!) del titolo anche se rende più chiaro accettarne un'altra tipo "Lost in Translation = il proprio mondo perso ancora più perso nello scarto linguistico-culturale-antropologico in un ambiente (in)solito al confine tra ciò che ci portiamo dentro e ciò che non capiamo di fuori". Il confine è quello circoscritto dal grande torrione dell'albergo giapponese in cui due americani, una ragazza che accompagna il giovane marito fotografo e un attore di mezza età non più quotato in patria e costretto a girare spot in un altro Paese, si conoscono lentamente per noia e per lento avvicinamento, spinti da una città come Tokyo buffa ma anche luminoso-protettiva che risulta incomprensibile, che appare altro dall'interiorità dei due protagonisti tanto ben creata da Sofia Coppola. La prima si accorge che ha sposato (da due anni) una persona che la lascia nell'albergo senza ascoltarla e il secondo non riesce a pareggiarsi con moglie e figlio dimenticandoli di proposito, allontanandosi così anche troppo dalla propria vita professionale... Persone in crisi che si trovano a decidere di obiettivi confusi come la vita dopo la laurea o la vita nella famiglia, passaggi entrambi alla vita adulta. La Coppola elabora un film perfetto nel delineare gli umori e lo scarto con l'ambiente circostante, facendo giocare Bill Murray con oggetti fuori dalla sua portata o con giapponesi che lo trattano da grande attore con riverenti sorrisi, dando così alla storia una memorabile forma ironica oltrechè sentimentale. Innamorarsi per breve tempo in un hotel (e grazie ad un hotel) per Sofia Coppola non porta tristezza o lacrime perchè un intimo incontro sta per evaporare, ma significa tenersi semplicemente compagnia, e la città di Tokyo che possiede certamente coordinate diverse da quelle occidentali, qui è lo spazio desertico eppure così ludico che rende utile la percezione del perdersi, che non è un morire dentro, ma un coccolarsi.

6 feb 2010

synecdoche new york

Non credo che ne scriverò quando crederò di aver le frasi giuste per parlarne, perchè non credo che ne avrò. Resta così, un'impressione, un'esperienza è la parola giusta. Una vita intera morta nel volerla vedere svolgersi, nel tragico dipanarsi... Una vita intera che è stata solo il contenitore di se stessa, un contenitore riempito da cartoni viventi raffiguranti le persone non amate e da cui non si è stati amati, gli appartamenti non abitati ma solo tenuti molto puliti in ogni suo piccolo punto... ovvero personaggi, scenografie... proiezioni su proiezioni di sè: un contenitore praticamente vuoto.


Un film che nella prima parte contagia, annienta, è straziante, un film impossibile perchè suicida e brutale, nella seconda parte passa il segno, si moltiplica, si espande e implode diventando qualcosa al di là di se stesso. Due volte se stesso, tre volte, quattro... Un film sulla morte per solitudine.

omelia del prete (una piccola scheggia - inutile - di consapevolezza)
E’ tutto più complicato di quello che pensi. Vedi solo un decimo di ciò che è vero. Ci sono milioni di fili attaccati a ogni scelta che fai; puoi distruggere la tua vita ogni volta che fai una scelta. Ma forse non lo saprai per vent’anni. E non riuscirai mai a risalire indietro alla fonte. E hai solo una possibilità da giocarti. Prova solo a capire il tuo divorzio. E dicono che non esiste il fato, ma esiste: è ciò che tu crei. Anche se il mondo va avanti per una frazione di una frazione di secondo. La maggior parte del tempo lo passi da morto o prima di nascere. Ma mentre sei vivo, aspetti invano, sprecando anni, una telefonata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che aggiusti tutto. E non arriva mai oppure sembra che arrivi ma non lo fa per davvero. E così spendi il tuo tempo in vaghi rimpianti o più vaghe speranze perché giunga qualcosa di buono. Qualcosa che ti faccia sentire connesso, che ti faccia sentire completo, che ti faccia sentire amato. È la verità è che sono così arrabbiato e la verità è che sono così triste, cazzo, e la verità è che ho sofferto, cazzo, per un cazzo di tempo lunghissimo, per quello stesso tempo in cui ho fatto finta di essere ok, giusto per andare avanti, giusto per, non so perché, forse perché nessuno vuole sapere della mia tristezza, perché hanno la loro e la loro è troppo opprimente per permettere di starmi a sentire o di curarsi di me. Be’, vaffanculo tutti. Amen.


1 gen 2010

Premetto che non sono minimamente capace di scrivere racconti, descrivere ambienti, percezioni, singoli o numerosi momenti. Uno di questi dovrebbe essere il primo gennaio: se sapessi come dare l'idea di come vedo il primo gennaio avrei scritto un primo buon racconto. Ma forse qualcosa riesco a dirla. Se fosse un telefilm (mmm, per restare in tema blog) il 31 e l'1 sarebbero il puntatone finale da un'ora e mezza di cui non si distingue la prima parte-puntata e la seconda. Ma m'importa niente di questa metafora. Diciamo che nel lasso di tempo di una notte resti eccezionalmente sveglio insieme ad altri per circa 5-6 ore facendo cose diverse in un posto dove si paga più del solito (ed è questo che non piace a me e a nessun altro), cose che dovrebbero essere ritualmente significative, ma nei fatti non lo sono perchè ritenuto quasi socialmente imposto. Quasi, perchè se non tiri la notte fino all'alba in buona compagnia di sicuro non accade niente, ma passi per quello che fa un pò tristezza e serietà a casa propria quando poteva uscirsene con gli amici. Ma nemmeno questo mi interessa. Più che altro mi importa che esiste uno sfasamento di orari (torni alle 6-7 del mattino invece che alle 2 di notte come un sabato sera, diciamo) e che tale sfasamento produce quello della giornata seguente, della mia giornata seguente, che è appunto il primo gennaio... che posso per comodità chiamare la notte lunga.
Alle 7, dopo un cornetto non programmato in una caffetteria piena di gente ancora piuttosto sveglia e proveniente da chissà dove, ritorno in macchina a casa. Anche se poco, piove ogni due /tre minuti, le strade sono poco meno che deserte, niente aurora, il buio è ovunque. Il buio di una nottata che si è esaurita lentamente, forzatamente e in altri modi. Parcheggio, salgo con l'ascensore, il palazzo sta dormendo. Entro in casa, c'è il calore, tutti dormono ma manca poco che si sveglino. Vorrei evitarli. Giacchè non ho sonno potrei vedermi un pò di tv, ma non mi va di farmi togliere il gusto di restare lì dal cielo che tra un pò si schiarirà, così abbasso la tapparella e mi metto nel letto. Non so, ma tendo a voler rinchiudermi nell'illusione che questo buio continui, che non ci sia appunto alcuna luce fuori. È l'aurora, ma voglio fregare la giornata. Mi addormento. Mi sveglierò alle 2 e mezza e per fortuna ci saranno le nuvole che tratterranno la luce: ancora tre ore e sarà di nuovo notte.
Niente, per me non devono esserci segni che ci sarà un'altra giornata da passare allo stesso modo di tutte le altre dell'anno. Dovrà piuttosto essere in piena solitudine (nessuno da vedere, nessuno da sentire) tagliando quello che c'è tra l'aurora e il tramonto, come se non fosse mai esistito altro. Ricordo ancora un capodanno quando riuscii a svegliarmi alle 4 circa, beccai quasi in pieno il sole che stava per scomparire e che poco prima avevo visto qualche centimetro sopra l'orizzonte. Fregare il tempo. È questo che intendo dire. Godersi un unico momento buio come se si fosse fermato l'ultimo visto. È una percezione delle cose che non vado a ricercare, semplicemente avviene. E non sono l'unico che può farlo. C'è da farci caso: il primo gennaio tutte le strade di città restano deserte, come se tutti stessero ancora dormendo. Svegliarsi nel buio pur essendo giorno ancora per poco, e senza aver passato nel giorno. Tornare a casa alle 7 di mattina, poi uscire di nuovo di casa alle 5 del pomeriggio con la stessa macchina, per le stesse strade, vedi la stessa pioggia, ti ritrovi di nuovo nello stesso deserto. Sembra che nulla sia cambiato, che abbia ricominciato da dove credevi di aver finito qualche minuto prima, hai prodotto un consapevole deja-vu. Alle 20, poi, ricomincia quello che deve ricominciare. Di nuovo notte ma stavolta è quella allineata all'ordine delle cose.

15 nov 2009

Sussurri e Grida, Ingmar Bergman (1972)



Attenzione al modo in cui questo film si svela allo spettatore: il suono cristallino di piccole campane accompagna molto delicatamente i titoli di testa su una superficie rosso accecante, poi appaiono le immagini di un giardino nebbioso, freddo, deserto. Non c'è alcuna presenza umana, nessun segno, eppure si è come accolti per entrare, o meglio per percepire qualcosa di ineffabile. I suoni diventano quelli dei rintocchi di antichi orologi in una casa. La macchina da presa scende lungo questi orologi dorati, ne mostra i fregi, le incisioni, con calma sembra che il tempo scorra nel silenzio, nell'assoluto rispetto di un luogo dove una donna e poi un'altra respirano nel sonno. Dormono di chissà quale tipo di sonno, in qualcosa di imperturbabile e di sospeso. Bergman ha dischiuso un mondo di assoluta intimità, un ambiente ovattato che non ha necessità di trovare un esterno, perchè in questa casa tappezzata di un rosso morbido e onnipresente, avvolgente, pesante, soffocante ma caldo, maligno e terapeutico, c'è già molto di estraneo che è stato come allontanato.
Tutto quel rosso fa venire in mente il sangue anche se non sembra vero che stia lì a significare il sangue. È un rosso che annulla le dimensioni spaziali e tutti gli altri colori che di fatto non esistono. Le pareti e i pavimenti sono dominati dai tessuti, costituendo più di uno sfondo per le tre sorelle e la governante vestite di un bianco accecante, poi sostituito dal nero profondo che annullerà i loro corpi.
Respirano nel sonno, poi una di loro nel letto si sveglia, si muove contorcendo il volto. Si alza dal letto e dopo un giro per la stanza, ancora da sola, scrive su un diario "è lunedì mattina presto... e sto soffrendo".


Quanti film di Bergman sono drammi da camera? Anche se non lo conosco abbastanza, per me sono tutti drammi da camera... da cui vorrei non uscire mai nonostante tutta l'umanità soffocata a cui dà spazio o a cui toglie spazio.
Non mi stancherei mai di percepire tutte le espressioni dei volti dei suoi attori ripresi in rigorosi primi piani in modo magistrale: prima ancora delle parole e i gesti associati sono i silenzi che introducono e colpiscono la mancanza e il bisogno di umanità. Non la evocano solamente ma la straziano fino a richiederne una terribile presenza sullo schermo, senza tuttavia risultare insopportabile agli occhi ma solo alla mente che affronta quel silenzio racchiuso e rinchiuso in uno spazio vastissimo e scomparso.