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29 dic 2014

Antichrist, di Lars von Trier (2009)

Prologo, quattro capitoli ed Epilogo. Una donna in forte e profonda crisi interiore assistita dal marito terapeuta: un percorso per scoprire e affrontare le paure, una relazione perversa. (sembra la pubblicità televisiva di un romanzo scadente)
Inquietante? Sconvolgente? Colpisce, prende, sconquassa questa sua visione-"allucinazione"?
Quasi tutto quello che riesco a dire di questo film (e del suo cinema) è che le sue immagini per me prive di movimento non hanno un buon legame con il mio modo di sentire. Crea un mondo profondamente alieno, con cui cioè non esiste contatto, a parte qualche momento in cui il male ritratto in questa Natura risulta appena più profondo di tutto il resto. "Gotico"? Iperrealista?

Nel film il mondo umano e della natura è intriso di morte: le ghiande che cadendo battono sul tetto della casa nel bosco sono, nella visione della donna, prodotti morti della quercia che per riprodursi ha bisogno di una sola ghianda in cento anni. Tutte le altre migliaia sono insomma inutili. L'Uomo per Lars von Trier è guidato da un ossessivo piacere egocentrico che annienta sè stesso e tutto il resto: i due coniugi hanno dimenticato durante il sesso di badare al loro figlio nel lettino che, svegliatosi, si è gettato dalla finestra. Molto più tardi nel film si scopre che durante il rapporto sessuale la madre aveva visto il bambino camminare ma aveva fatto finta di non accorgersene. Come si scopre anche che i piedini storti del figlio erano stati deformati per l'avergli fatto calzare le scarpe al contrario. Consapevolmente-inconsapevolmente. La donna in questione, ma anche tutte le donne, risultano matrigne al pari della Natura.
Essa si adopera per la morte dell'uomo (il corvo che  continua a gracchiarenonostante sia stato pestato, in modo da far scoprire alla donna dove lui si è rifugiato); una volpe si ciba di se stessa; gli alberi si spezzano per abbattersi sulla casa; degli organismi si attaccano ad una mano come sanguisughe. L'uomo qui non ha paura ma osserva egocentricamente la donna e sè stesso. Il suo ruolo è decisamente "secondario" perchè lei procederà in ogni caso a creare morte. Senza alcun evidente sentimento, ma senza nemmeno una piatta e fredda spietatezza, l'uomo la soffocherà e ne brucerà il corpo. L'unica nota rilevante del suo comportamento è l'aver capito e cercato di far capire alla donna che le sue paure sono state influenzate da una lettura troppo personale del genocidio femminile avvenuto in quei luoghi. Mancandole uno sguardo critico sulla sua ricerca, si era fatta così fagocitare.
Nell'epilogo (di nuovo in bianco e nero, al ralenti e con la musica barocca di Handel) l'uomo è nel bosco che si ciba di bacche e si ritrova travolto da centinaia di donne senza volto, molto prbabilmente tutte le cosiddette streghe uccise negli anni.

Quanto di più interessante ricordo del film è la rappresentazione della Natura come un'entità puramente non vivente. Non sembra esistano sensi per sentirla ma solo la possibilità di avvertirne la presenza immobile. È inconcepibile trovare pace o contemplazione in essa, cosmica e luminescente invece che viva. Se in Tarkovskij l'Uomo ha una voce nella Natura, con Antichrist egli ne è assimilato, è una parte del male che essa costituisce, è giusto poco meno che muto. "Il Caos Regna" sono infatti le parole più forti e incisive di tutto il film per via del modo, del momento e da cosa vengono pronunciate.
Com'è il dolore in Anthicrist? I due si torturano ma il dolore per una gamba trafitta, delle forbici nelle spalle, per un'evirazione e altro, si spegne quasi immediatamente come se non esistesse energia in esso. La violenza inflitta e subita è catartica per i personaggi ma anche nulla per lo spettatore poichè, come tutta l'estetica del film, essa è "grafica" o di "superficie", virtuale o meglio finta... ma di una finzione che indica se stessa e quasi nient'altro.
Tutto è male-malvagio-distruzione. Ma non è ciò che pensava Tarkovskij a cui il film è dedicato. Il regista russo aveva una visione decisamente luminosa e salvifica, che a Von Trier non appartiene proprio. Se c'è qualcosa che li accomuna è la radicalità, ma hanno due modi di sostanziarla abbastanza diversi.

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in giro ho trovato delle letture più avanzate che certamente, io, con una sola visione (ma anche due o tre?) ho difficoltà a trovare.

per esempio un'interpretazione della misoginia (o apparente misoginia); quella del film come terapeutico (beh, questo dipende se è piaciuto o no); del film come anti-cinematografico e oltre-cinematografico (un clichè delle analisi di spettatori entusiasti all'ennesima potenza); il senso dell'immagine; il senso dell'art; etc, etc...

ma mi chiedo: perchè Von Trier usa il mezzo cinematografico per curarsi (avendo dunque fede nel film, come ha dichiarato) se realizza immagini che danno visione del vuoto stesso delle immagini? La risposta ce l'ho ed è (banalmente, per come la scrivo) che usare un linguaggio per tirare fuori il malessere è necessario ed inevitabile, nonchè ovviamente naturale. Ma anche che questo è ciò che si definisce un'arte metafisica. Dunque tutto ciò che Von Trier ritiene che si possa dire del linguaggio, è che esso è fondamentalmente, estremamente vuoto eppure utile (non è propriamente sua questa..). Ma un linguaggio-negazione è un linguaggio che si afferma, e lui cosa pensa e dice di questo inevitabile/naturale affermarsi??  (e che può dire? è già stato affrontato da filosofi..)
Non sarebbe più concreto e meno ultimativo pensare e dire qualcosa sul perchè e come crede nel linguaggio (nel film) come una manifestazione orrorifica, autopunitiva e via dicendo? Cioè perchè l'oscuro e non la luce?
Sto perdendo il punto.. soprattutto perchè le risposte sono semplici, già date.



3 lug 2012

if you walk with Jesus he's gonna save your soul you gotta keep the devil way down in the hole

Da martedì 10 aprile (subito dopo Pasqua) a lunedì 2 luglio sono state trasmesse per la prima volta su un canale in chiaro, Rai4, dal lunedì al venerdì verso le 14.00-14.30 le 60 puntate delle 5 stagioni da 10 episodi di 1 ora ciascuno di The Wire. La migliore serie tv mai realizzata? È un prodotto televisivo che non assomiglia a nessun altro. E non lo dico perchè ne ho visti di tutti i tipi (perchè non è così, ovviamente) ma perchè l'impressione è proprio che The Wire come Lost o meglio di Lost è riuscita a scardinare i clichè dei prodotti televisivi. Sinteticamente, The Wire è letteratura. Prima di tutto non è un poliziesco ma il vasto racconto di una città americana, Baltimora, dal piccolo spacciatore di 10 anni all'angolo della strada passando per i vari "soldati", il boss e il suo braccio destro, i killer, il fornitore della droga di primo e secondo livello (diciamo così..), i portuali che la fanno scendere dalle navi, i polizziotti-detective-tenenti-sergenti-commissari-vice comandante e comandante, i professori, le classi per alunni speciali, i barboni e i non esattamente barboni, i tossici, l'informatore, il palazzinaro, fino al sindaco uscente e il candidato sindaco e il suo entourage che lavora per le elezioni. Non ce la faccio a riassumere una serie tv tanto articolata e complessa, di una complessità che ad un certo punto ha bisogno di una seconda visione. Come ho letto da badtv.it, secondo un'analisi della rivista Prospect Magazine un episodio di The Wire è caratterizzato da 21 storyline contro le 4 di una serie inglese come Life on Mars. È tutto dire. Questa serie mostra quanto sia difficile incastrare una criminalità che diventa sempre più aggressiva e senza codici morali, in più all'interno di un commissariato e un sistema politico che non riesce a fare di più di quanto vorrebbe (nel migliore dei casi), o che è costretto a fare di meno contro la criminalità perchè non può economicamente permetterselo (il peggiore dei casi). Alla fine sono sempre gli interessi politici a prevalere; e per far agire in primo piano il sistema della legalità i pochi sono costretti a mentire rischiando tutto quello che hanno. Non c'è una stagione più bella, ma la quinta è proprio quella che porta a maturazione tutto il discorso messo su dal creatore David Simon, ad indicare che per smuovere una città come Baltimora serve un piano folle e geniale contro ogni interesse di parte. Questo è quello che ho da dire. Altri (come una manciata di università americane) sanno scendere più in profondità (anzi è lo stesso David Simon che lo fa prima di tutti) e parlano di critica al capitalismo.

The Wire mi ha sorpreso molto perchè non ci sono personaggi che spiccano su altri (l'unico è la città di Baltimora), perchè non ci sono climax anche nelle scene più importanti dove di regola il climax ci starebbe tutto, perchè la recitazione è naturalissima, perchè ogni personaggio è sempre da solo nella città, perchè i dialoghi sono magnifici, perchè ci sono personaggi che si salvano dalla strada e altri pur avendoci provato non ce l'hanno fatta, perchè i personaggi vanno per conto loro comparendo e scomparendo, perchè non c'è realmente un caso per ogni stagione, perchè lavorare dalla parte della polizia è difficile, perchè mostra come il sistema scolastico non ce la fa da solo a recuperare i ragazzi dalla strada, perchè in sostanza è girato quasi come un documentario di Frederick Wiseman e dunque alla fine delle 5 stagioni hai un efficacissimo e illuminante quadro di insieme su come funziona una città.


23 set 2011

M:I 3 (J. J. Abrams, 2006)

Che fastidio Mission: Impossible 3. È passato ieri sera su italia 1 e ne ho guardato diverse sequenze tra cui tutta la parte finale e insomma lo osservavo cercando di capire cos'è che non quadra. Uno cosa cerca in questo film? Non è di certo James Bond, ma Ethan Hunt a condurre l'azione verso imprese sempre più improbabili prima che impossibili (e mi sembra di ricordare quella parodia che ne fece Ben Stiller :) Più il personaggio dimostra di essere abile mentalmente e fisicamente nel trovare soluzioni estreme per raggiungere l'obiettivo, e più ci godiamo. Ma in questo terzo film non ci credo, Ethan Hunt è troppo protagonista ed è troppo lontano dal commettere errori, dunque è poco umano (ma non per questo sembra una macchina... attenzione: l'obiettivo è dimostrare che quelle azioni siano compiute davvero da Tom Cruise). Lo dimostra il fatto che il team della IMF è messo in secondo piano e che Ethan Hunt viene tirato sempre più personalmente dentro con il rapimento della moglie (un riferimento al nuovo reale status di Tom Cruise). Ed è proprio blanda come trovata visto che la carta del salvataggio di un familiare è qualcosa di già fatto e rifatto, per altro molto meglio e con ironia (prendi ad esempio True Lies, capolavoro). In più c'è una fotografia che punta talmente tanto sui colori (le facce alla fine sono sempre gialle) di primo piano e sfondo, da apparire come qualcosa di irreale. Sembra che il film l'abbia fotografato un allievo di Chistopher Doyle. Il punto è che vogliamo vedere azioni spericolate e abbastanza (in)credibili e solo quelle, ma Abrams le gira con leggerezza... per altro con la solita macchina a spalla per cui dovrebbe andare a lezioni dalla saga di Jason Bourne. È un film piuttosto patinato e paraculo. Tanti apprezzamenti cmq alla performance di Philip Seymour Hoffman.

6 set 2010

Lost in Translation

Nei primi secondi c'è un'inquadratura di Scarlett Johansson, Charlotte nel film, che dorme sul fianco sinistro nel letto di un albergo e ci porge il fondoschiena coperto da uno slip semitrasparente, un'immagine che messa come sfondo del titolo sembra un pò la cover di un magazine su cui muovere gli occhi quando siamo in una sala d'attesa. Si, è un pò elaborata come interpretazione ma di altre non ne so trovare.. Nel corso del film Charlotte non la si vedrà mai dormire o posata su di un fianco.. perciò questa sembrerebbe una di quelle immagini-sintesi, un pò una strizzata d'occhio da indovinare, credo.

"Persi nella traduzione" è la pedissequa traduzione (ops!) del titolo anche se rende più chiaro accettarne un'altra tipo "Lost in Translation = il proprio mondo perso ancora più perso nello scarto linguistico-culturale-antropologico in un ambiente (in)solito al confine tra ciò che ci portiamo dentro e ciò che non capiamo di fuori". Il confine è quello circoscritto dal grande torrione dell'albergo giapponese in cui due americani, una ragazza che accompagna il giovane marito fotografo e un attore di mezza età non più quotato in patria e costretto a girare spot in un altro Paese, si conoscono lentamente per noia e per lento avvicinamento, spinti da una città come Tokyo buffa ma anche luminoso-protettiva che risulta incomprensibile, che appare altro dall'interiorità dei due protagonisti tanto ben creata da Sofia Coppola. La prima si accorge che ha sposato (da due anni) una persona che la lascia nell'albergo senza ascoltarla e il secondo non riesce a pareggiarsi con moglie e figlio dimenticandoli di proposito, allontanandosi così anche troppo dalla propria vita professionale... Persone in crisi che si trovano a decidere di obiettivi confusi come la vita dopo la laurea o la vita nella famiglia, passaggi entrambi alla vita adulta. La Coppola elabora un film perfetto nel delineare gli umori e lo scarto con l'ambiente circostante, facendo giocare Bill Murray con oggetti fuori dalla sua portata o con giapponesi che lo trattano da grande attore con riverenti sorrisi, dando così alla storia una memorabile forma ironica oltrechè sentimentale. Innamorarsi per breve tempo in un hotel (e grazie ad un hotel) per Sofia Coppola non porta tristezza o lacrime perchè un intimo incontro sta per evaporare, ma significa tenersi semplicemente compagnia, e la città di Tokyo che possiede certamente coordinate diverse da quelle occidentali, qui è lo spazio desertico eppure così ludico che rende utile la percezione del perdersi, che non è un morire dentro, ma un coccolarsi.

4 set 2010

Inglourious Basterds

Non è un capolavoro e non è il miglior film di Tarantino. Non è un capolavoro e non è il miglior film di Tarantino. Anzi ci fa una brutta figura al cospetto del resto della sua filmografia. Forse è brutto ma nel senso che non è così piacevole vederlo come invece avrebbe potuto essere (cioè è difficile che abbia voglia di rivederlo subito tutto o qualche pezzo). E il campo dei "poteva essere" si sa che squalifica chi cerca di giocarci su, perciò mi fa incazzare. Non è il cinema puro che Tarantino ha imposto finora, è il suo cinema teorico perchè ogni capitolo in cui è suddiviso il film sembra uno studio sulla sequenza-tipo che rappresenta un confronto a due personaggi, poi a uno contro tre, uno contro alcuni e alcuni contro tanti. Quasi ognuna di queste si spinge consapevolmente al di là della durata che ci si aspetta, è la messa in scena di un dialogo o meglio di una tensione che scorre molto lentamente, fermandosi anche e poi cambiando di impatto fino ad esplodere in una chiusura epica e potentissima. Bastardi senza gloria è indubbiamente potentissimo in alcuni isolati momenti, sempre delle chiusure o delle cerniere: ad esempio la fuga di Shosanna ad inizio film con un pezzo di Morricone pazzesco e una semplice scalata di due piani su lei che corre per salvarsi e mille altre finezze che fanno scattare i brividi, ma anche i secondi finali nella cantina che esplodono prima che ci si accorga di cosa li ha fatti scattare.. il che significa un montaggio Perfetto. Ma tutte queste lunghe durate valgono la pena, cioè valgono l'attesa per ciò che accadrà alla fine? No. Restano scritte e girate benissimo ma laccate. Solo nell'ultimo quarto d'ora si trovano altri due momenti eccelsi. [Inizio SPOILER] Quello dell'uccisione, depalmiana nella sua prevedibilità, di Shosanna che viene sparata al ralenti con uno schizzare di sangue e una contorsione volante del corpo che sono un pezzo davvero stupefacente di uso dell' ottica della macchina da presa; e quello del messaggio di Shosanna proiettato in sala: il viso gigante che dallo schermo aggredisce e ride dei nazisti in sala, soprattutto la voce che esce profonda dalle casse della sala, le fiamme, le mitragliate sul pubblico, e altre cose. [FINE SPOILER] Brividi di puro cinema (della vendetta).
E Christoph Waltz? E Brad Pitt? Straordinario e unico il primo ma, come anche Brad Pitt, non si prende il film che stavolta inevitabilmente non fa spiccare i personaggi ma la successione delle lingue (francese, tedesca, inglese e italiana) e delle flessioni che le tradiscono. La sintassi del rispetto "civile" e reciproco per i nazisti contro la lingua spaccona e caricaturale degli americani, fino alla muta passione cinefilo-infiammabile della bionda vendicatrice.


12 mar 2010

Alice in Wonderland di Tim Burton (2009)

Prima della proiezione di Up ci fu il trailer di Alice in Wonderland col suo Stregatto che usciva dallo schermo, a detta di diverse persone la cosa migliore (2 secondi appena) vista in quella sala. Prima della proiezione di Alice in Wonderland c'è stato il trailer di Toy Story 3, il teaser, nulla di che rispetto a quello esteso ma forse "migliore" di tutto il film seguente. Una storia risaputa ma sempre florida di fantasia, di non sense, di surreale strabordante, è stata rappresentata invece in modo simile a tante altre. Due cose mancano in quest'ultimo film del gruppo di Tim Burton (insieme alla compagna, a Johnny Depp e a Danny Elfman): la serietà della trasposizione/ispirazione e l'insana e incontrollabile forza dei personaggi. È troppo sbrigativo perchè si appoggia più del dovuto alla familiarità che abbiamo con l'immaginario, senza così azzeccare un solo momento buono per farci meravigliare di quel mondo: sappiamo che è il ritorno di Alice nel regno dell'impossibile, un luogo di cui non ricorda niente ma in cui non fa che correre senza stupirsi o spaventarsi per più di mezzo secondo di quello che la circonda.
L'inizio, i preparativi per la proposta di matrimonio, è la parte migliore anche se i personaggi con cui Alice è in conflitto sono presentati come una veloce carrellata che fa l'occhiolino citazionista; quando poi cade nell'albero il film smette di essere promettente. Un storia smozzicata, il ridicolo ballo del Cappellaio Matto alla fine e il 3D che non approfitta abbastanza di tutta questa creazione fantastica giocata sulle dimensioni, le deformazioni, le duplicazioni e le antropomorfizzazioni, rendono questo film piuttosto piatto. Si salva la convenzionale ma coinvolgente battaglia finale contro il drago, davvero necessaria!


Nel 2007 le parole di Tim Burton erano queste:
E' un tale classico, questo romanzo, e il suo immaginario è così surreale. Non so, non ho mai visto una versione cinematografica di questa storia che riflettesse davvero questo aspetto. Si tratta di una serie di avventure una più strana dell'altra, e cercare di farle funzionare tutte in un film sarà interessante. Le storie sono come droga, per i bambini, sapete? Li lasciano stupefatti. L'immaginario: nessuno è mai riuscito a trasmettere l'immaginario di questo romanzo trattandolo come un'unica storia. E' una sfida interessante.
(da badtaste.it)

The Hurt Locker (2)(e altre cose)

Il film di guerra è un altro di quei generi che sono morti o che stanno morendo. Dopo il western e la fantascienza e non so quale altro, forse l'horror ma non del tutto, la rappresentazione della guerra è ormai a secco di spunti sia per quanto riguarda una guerra in particolare che per tutte le guerre in generale, che poi è lo stesso. Sono troppo definitivo? L'ultimo forse è stato Clint Eastwood con il suo dittico su Iwo Jima (dalla parte degli americani e dei giapponesi, più riuscito il secondo) per me non così stimolante. Se poi si vuole inserire sul territorio di guerra un personaggio esterno tipo un agente della CIA, un contrabbandiere o fare un biopic, è un' altra cosa. Non so ancora di Redacted di Brian DePalma, l'unico che potrebbe essere accostato a The Hurt Locker, ma entrambi (in realtà c'è anche Flags of our Fathers) sembrano dire qualcosa in più solo dal punto di vista della rappresentazione della guerra e non dei temi, dei sentimenti di paura o di alienazione ormai sviscerati. Se la guerra in Iraq non c'è mai stata, come disse Braudillard, questo film ne è forse un'altra dimostrazione: lo stile di ripresa è quello di un cinema diretto fatto con la macchina a spalla con spostamenti veloci e piccoli zoom a cui ormai siamo abituati non solo per la serie 24, e le scene non sono che blocchi in successione di picchi di tensione in cui si inserisce un pò di coscienza in crisi nel soldato più addicted degli altri, un film videogame. Mentre lo vediamo in qualche modo ne siamo dentro ma non ci resta dentro quando termina. Il protagonista ne è proprio la dimostrazione: noi e lui ci salutiamo, ognuno ritorna sulla propria strada, nei propri ruoli, ci siamo incontrati giusto per due ore poi niente più.

Ora non voglio fare il nostalgico anche se potrei sembrarlo, ma rivedendo ieri sera Apocalypse Now (di seguito la considerazione facile del post) viene proprio da rendersi conto con più forza che certo cinema attuale è del tutto virtuale, e nel virtuale non c'è esperienza possibile per chi vede. Non si tratta solo di immagini fatte col digitale e manipolate in post-produzione, ma anche di personaggi, storie, narrazioni sempre fredde, distanti. Poi insomma c'è sempre da distinguere. Penso ad esempio a un Public Enemies di Michael Mann e a un Babel di Inarritu, diversissimi eppure tentano di avvicinare diversi contrasti. Avatar è singolarmente un'esplosione di questa virtualità, dell'assenza di esperienza.

10 mar 2010

The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (2008)


La guerra è una droga, dà dipendenza, assuefazione. E il film lo dice con un cartello ancora prima che partano le immagini. Annullando qualsiasi rischio corso per salvare e difendere qualcuno o qualcosa e in parte per portare a casa i soldi della missione, nel soldato resta solo l'impeto di avvicinarsi alla bomba, spogliarsi, toccarle i fili, tagliarli, portar via un ricordo e alla fine voltare le spalle. Prima di essere bello è soprattutto interessante un film che riproduce le azioni su un territorio di guerra facendosi prestare la guerra, per poi spingerci dentro costantemente fino ad essergli talmente vicino da dover arretrare istintivamente per la tensione. I primi 10 minuti sono quasi sicuramente i migliori perchè introducono un tipo di guerra che si preferirebbe fare (quella dei mini-rover, dei droni aerei, etc.) ma che non funziona (almeno per i civili), diventa impacciata e troppo collaterale. Dunque la sostituzione con un folle che mette sempre a disposizione il proprio corpo, che qualcuno vorrebbe uccidere ma che risulta più utile da vivo, procedendo di obiettivo in obbiettivo da bombe intrecciate, bombe in un bagagliaio, fino a bombe umane. Strade evacuate, deserti e balconi da cui gli irakeni con una videocamera puntata sull'azione, solleticano e mettono alla prova chi è andato lì per disinnescare. Il resto è la paura degli altri, una tranquilla debolezza che ha purtroppo un doppio conto alla rovescia che può essere ricaricato per un altro giro: gli uomini che non hanno figli non ritornano e non tutti quelli che ce l'hanno ci vedono il miglior motivo. Per questo gli ultimissimi minuti sono il senso perfetto di un film così diretto e pulito, sono come il senso di una notizia dal fronte finalmente sentita e compresa, immediata per pochi attimi.
Andava accorciato in qualche modo dopo la prima ora, quando inizia a girare attorno ad attese non proprio perfette e ai soliti giochi virili tra soldati, come anche in parte la scena notturna nella città. Non mi spiego perciò (anche se in realtà non mi interessa più di tanto) un numero tanto alto di Oscar, ben 6, soprattutto quello dato alla migliore sceneggiatura. Un buon film (presentato addirittura a Venezia nel 2008 e distribuito in poche sale nel 2009 in America) certamente non bellissimo.

6 feb 2010

synecdoche new york

Non credo che ne scriverò quando crederò di aver le frasi giuste per parlarne, perchè non credo che ne avrò. Resta così, un'impressione, un'esperienza è la parola giusta. Una vita intera morta nel volerla vedere svolgersi, nel tragico dipanarsi... Una vita intera che è stata solo il contenitore di se stessa, un contenitore riempito da cartoni viventi raffiguranti le persone non amate e da cui non si è stati amati, gli appartamenti non abitati ma solo tenuti molto puliti in ogni suo piccolo punto... ovvero personaggi, scenografie... proiezioni su proiezioni di sè: un contenitore praticamente vuoto.


Un film che nella prima parte contagia, annienta, è straziante, un film impossibile perchè suicida e brutale, nella seconda parte passa il segno, si moltiplica, si espande e implode diventando qualcosa al di là di se stesso. Due volte se stesso, tre volte, quattro... Un film sulla morte per solitudine.

omelia del prete (una piccola scheggia - inutile - di consapevolezza)
E’ tutto più complicato di quello che pensi. Vedi solo un decimo di ciò che è vero. Ci sono milioni di fili attaccati a ogni scelta che fai; puoi distruggere la tua vita ogni volta che fai una scelta. Ma forse non lo saprai per vent’anni. E non riuscirai mai a risalire indietro alla fonte. E hai solo una possibilità da giocarti. Prova solo a capire il tuo divorzio. E dicono che non esiste il fato, ma esiste: è ciò che tu crei. Anche se il mondo va avanti per una frazione di una frazione di secondo. La maggior parte del tempo lo passi da morto o prima di nascere. Ma mentre sei vivo, aspetti invano, sprecando anni, una telefonata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che aggiusti tutto. E non arriva mai oppure sembra che arrivi ma non lo fa per davvero. E così spendi il tuo tempo in vaghi rimpianti o più vaghe speranze perché giunga qualcosa di buono. Qualcosa che ti faccia sentire connesso, che ti faccia sentire completo, che ti faccia sentire amato. È la verità è che sono così arrabbiato e la verità è che sono così triste, cazzo, e la verità è che ho sofferto, cazzo, per un cazzo di tempo lunghissimo, per quello stesso tempo in cui ho fatto finta di essere ok, giusto per andare avanti, giusto per, non so perché, forse perché nessuno vuole sapere della mia tristezza, perché hanno la loro e la loro è troppo opprimente per permettere di starmi a sentire o di curarsi di me. Be’, vaffanculo tutti. Amen.


20 nov 2009

Open Water, Chris Kentis (2003)


Giovane coppia americana viene dimenticata nell'oceano dal gruppo di immersione al quale una mattina aveva deciso di partecipare. In mare, da soli, qualcuno riesce a capire cosa significa?? Qualcosa come venti minuti di angoscia pura (i primi, quando per i due inizia l'attesa di essere recuparati) sono mostrati con un realismo da documentario che taglia fuori qualsiasi stratagemma cinematografico conosciuto, come frasi ad effetto, sangue in gran volontà e inquadrature strane, allucinate, immagini del mondo che continua a scorrere sulla terra ferma e che prima o poi verrà a riprenderli, e via dicendo. Chris Kentis che scrive, dirige e monta questo film non fornisce davvero alcun appiglio convenzionale a cui potersi aggrappare: penso prima di tutto alle immagini in digitale che creano quell'impatto di qui ed ora impossibile da scrollarsi da dosso, le inquadrature non sono sempre sul pelo dell'acqua ma un pò più in alto per tenerli sempre schiacciati nell'acqua ed emersi in balia dei flutti e della corrente. Anche l'idea stessa di spersonalizzare il resto del mondo è valida. L'oceano è spietato e ci aspettiamo che prima o poi qualche squalo si farà vedere, ma anche il gruppo di immersione e chi l'organizzava risulta altrettanto e terribilmente: altre anonime persone scompaiono dopo essere risalite sulla barca, anche se a stento sono mostrate le loro gambe mentre scendono al porto. In pratica nessuno alla fine del giro si era accorto della coppia mancante. È bastata quella manciata di minuti di ritardo nel risalire insieme agli altri, e un errore dell'organizzatore nel conteggio di chi ritornava sulla barca, per non esistere più.
L'altro punto è che i due americani passano le successive sei-sette ore cercando di distrarsi in modo creativo, senza angosciarsi: solo dopo più di tre quarti d'ora circa di film, dopo l'attacco di uno squalo, le punture delle meduse e i contati di vomito, la loro rabbia esplode, iniziano a incolparsi l'un l'altro. Nonostante tutto, però riescono a domare il panico da sopravvivenza senza apparire irreali. Chiunque sarebbe esploso di rabbia molto prima, anzi immediatamente, ma l'obiettivo di Kentis è soprattutto quello di raccontare qualcosa di terribilmente monotono, una situazione di estrema immobilità e invariabilità, di tensione senza soluzione, in modo che non se ne perda mai il controllo. Purtroppo non tutto il film riesce a tenere accesa la tensione iniziale che inevitabilmente cala quando i due non interagiscono più in modo creativo con l'oceano, dando gradualmente tempo, più che alla paura e alla disperazione, all'assuefazione e al naturale irrigidimento che impone una natura assoluta. Da qui in poi i due iniziano a parlarsi quasi come se fossero legati, affiora la consapevolezza dei loro limiti umani, esistenze al loro limite fisico.
Sui titoli di coda sono agghiaccianti alcune immagini sulla terraferma che mostrano qualcosa di alieno, il segno di una sopravvivenza così primordiale che non viene riconosciuta. Fa molto orrore tanto l'essere lontani e persi in un mondo animale, sia l'essere lontani da esso?

Se non fosse uscito solo nel 2003 ma molto prima, mi sa che si poteva consigliarlo al Christopher McCandless (o meglio Alex Supertramp) di Into the Wild....

16 nov 2009

Youth without Youth, Francis Ford Coppola (2007)

Basta la metafora della zanzara rimasta intrappolata nell'ambra, o quella di una mosca nel miele, per redere l'idea di cosa è questo film. La viscosità del miele insieme al suo colore dorato sono un pò come lo stile adottato da Coppola per la storia di un professore tirato fuori dallo scorrere normale del tempo e immerso in un altro più denso. I temi affrontati sono talmente filosofici che inevitabilmente lo studio del protagonista, un linguista che conosce una certa quantità di lingue antiche, deve coincidere con quello del regista. Se questo film è difficile e apparentemente noioso, è perchè soprattutto da un certo punto in poi si perde in una rincorsa tra lo sviluppo dei personaggi, sempre più complicato, e proprio il modo in cui tutto ciò si complica. Alla fine, dopo due visioni, tutto risulta chiaro ma certamente la sfida di Coppola con se stesso non è completamente un successo, Coppola ha maneggiato una materia che inevitabilmente non può che scappargli dalle mani.
È un melodramma metafisico ma anche un'odissea quasi immobile in cui il professore Matei perde e riacquista anni, esperienza, saggezza, arriva all'origine del linguaggio sacrificando la seconda volta di un amore per la causa della conoscenza. È affascinante quello che viene rappresentato, la stessa idea di un superuomo che si ritiene un mutante del tempo, che scampa ai pericoli del corso della Storia, che vede sdoppiarsi la propria identità e sperimentare una benefica regressione del corpo, tutto calato in un'Europa appartata dell'Est. Reso qui e là con soluzioni visive da cinema delle origini, o da cambi di tonalità di colore, ma anche da inquadrature capovolte come ingressi nella mente.
Perciò, a parte ciò, forse il suo difetto sta nell'essere tutto estremamente controllato con sicurezza dal protagonista e così dal regista: entrambi (sicuramente il secondo) possiedono il tempo che hanno a disposizione ma non mettono bene in discussione cosa implica tutto ciò. Non è solo un fatto di perdere l'amore per la conoscenza. Nel finale, ormai solo nella sua vecchia stanza d'albergo, il protagonista si chiede se il progresso dell'Uomo meriti tutto il sacrificio umano che gli necessita perchè si compia. Ovviamente la risposta vorrebbe essere che il fine non giustifica i mezzi, questo è chiaro ma non è così marcato in quello che risulta essere un ottimo finale ma anche una conclusione inevitabile. Avrebbe forse dovuto mettere prima e meglio in crisi il personaggio?
Possedere il tempo, quello della narrazione, è il problema di Coppola credo un pò da sempre. E qui non lo risolve, lo lascia incompleto, la sua ambizione lo sovrasta. Un vero marchio di umile e onesta autorialità.