"Persi nella traduzione" è la pedissequa traduzione (ops!) del titolo anche se rende più chiaro accettarne un'altra tipo "Lost in Translation = il proprio mondo perso ancora più perso nello scarto linguistico-culturale-antropologico in un ambiente (in)solito al confine tra ciò che ci portiamo dentro e ciò che non capiamo di fuori". Il confine è quello circoscritto dal grande torrione dell'albergo giapponese in cui due americani, una ragazza che accompagna il giovane marito fotografo e un attore di mezza età non più quotato in patria e costretto a girare spot in un altro Paese, si conoscono lentamente per noia e per lento avvicinamento, spinti da una città come Tokyo buffa ma anche luminoso-protettiva che risulta incomprensibile, che appare altro dall'interiorità dei due protagonisti tanto ben creata da Sofia Coppola. La prima si accorge che ha sposato (da due anni) una persona che la lascia nell'albergo senza ascoltarla e il secondo non riesce a pareggiarsi con moglie e figlio dimenticandoli di proposito, allontanandosi così anche troppo dalla propria vita professionale... Persone in crisi che si trovano a decidere di obiettivi confusi come la vita dopo la laurea o la vita nella famiglia, passaggi entrambi alla vita adulta. La Coppola elabora un film perfetto nel delineare gli umori e lo scarto con l'ambiente circostante, facendo giocare Bill Murray con oggetti fuori dalla sua portata o con giapponesi che lo trattano da grande attore con riverenti sorrisi, dando così alla storia una memorabile forma ironica oltrechè sentimentale. Innamorarsi per breve tempo in un hotel (e grazie ad un hotel) per Sofia Coppola non porta tristezza o lacrime perchè un intimo incontro sta per evaporare, ma significa tenersi semplicemente compagnia, e la città di Tokyo che possiede certamente coordinate diverse da quelle occidentali, qui è lo spazio desertico eppure così ludico che rende utile la percezione del perdersi, che non è un morire dentro, ma un coccolarsi.
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6 set 2010
Lost in Translation
"Persi nella traduzione" è la pedissequa traduzione (ops!) del titolo anche se rende più chiaro accettarne un'altra tipo "Lost in Translation = il proprio mondo perso ancora più perso nello scarto linguistico-culturale-antropologico in un ambiente (in)solito al confine tra ciò che ci portiamo dentro e ciò che non capiamo di fuori". Il confine è quello circoscritto dal grande torrione dell'albergo giapponese in cui due americani, una ragazza che accompagna il giovane marito fotografo e un attore di mezza età non più quotato in patria e costretto a girare spot in un altro Paese, si conoscono lentamente per noia e per lento avvicinamento, spinti da una città come Tokyo buffa ma anche luminoso-protettiva che risulta incomprensibile, che appare altro dall'interiorità dei due protagonisti tanto ben creata da Sofia Coppola. La prima si accorge che ha sposato (da due anni) una persona che la lascia nell'albergo senza ascoltarla e il secondo non riesce a pareggiarsi con moglie e figlio dimenticandoli di proposito, allontanandosi così anche troppo dalla propria vita professionale... Persone in crisi che si trovano a decidere di obiettivi confusi come la vita dopo la laurea o la vita nella famiglia, passaggi entrambi alla vita adulta. La Coppola elabora un film perfetto nel delineare gli umori e lo scarto con l'ambiente circostante, facendo giocare Bill Murray con oggetti fuori dalla sua portata o con giapponesi che lo trattano da grande attore con riverenti sorrisi, dando così alla storia una memorabile forma ironica oltrechè sentimentale. Innamorarsi per breve tempo in un hotel (e grazie ad un hotel) per Sofia Coppola non porta tristezza o lacrime perchè un intimo incontro sta per evaporare, ma significa tenersi semplicemente compagnia, e la città di Tokyo che possiede certamente coordinate diverse da quelle occidentali, qui è lo spazio desertico eppure così ludico che rende utile la percezione del perdersi, che non è un morire dentro, ma un coccolarsi.
21 apr 2009
Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno (1973)
Credevo fosse il primo film di Martin Scorsese in assoluto dopo il famoso corto "The Big Shave", invece è il terzo dopo "Chi sta bussando alla mia porta?" del 1969 e "America 1929 - Sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha)" del 1972. Ma cmq è il primo esordio di De Niro in un suo film anche se in un ruolo di co-protagonista affianco ad Harvey Keitel. Dopo aver fatto le presentazioni passo al dunque: Mean Streets soffre lungo tutta la sua durata di un ritmo meno dinamico di quanto potrebbe essere, e questa è davvero l'unica pecca di un film che imposta personaggi, battute, temi e stile con sicurezza e passione. È la storia di un inferno in terra tra amici non ancora gangster (Michael) che passano le giornate nel bar di uno di loro (Tony) o in salette da biliardo tra debiti accumulati (Johnny Boy- De Niro) e con un'esistenza in tormentato equilibrio (Charlie-Keitel) tra la prospettiva dell'apertura di un ristorante e la relazione nascosta con la cugina di uno di loro. Le risse da bar per tutti i soldi ancora da restituire hanno ancora quella violenza scatenata da insofferenza per le regole della strada, sulle quali i personaggi iniziano adesso a bruciarsi; ma soprattutto quella violenza che proviene dalle radici culturali-spirituali in conflitto con un territorio da conquistare, e da una pace intima, familiare rincorsa e mai nemmeno sfiorata.
Little Italy e la festa di San Gennaro: le canzoni napoletane accompagnano gran parte delle scene con una presenza sgomitante che incornicia e penetra vicende che avvengono poco lontano dall'Empire State Building.
Scorsese gira questo film preoccupandosi solo di raccontare a se stesso il quartiere e i dissidi di un uomo di fede: non dà spiegazioni nè descrizioni, il suo stile permette allo spettatore di essere travolto da quella violenza.
I sogni dei gangster muoiono sempre all'alba. Da rivedere e da riparlarne.
Little Italy e la festa di San Gennaro: le canzoni napoletane accompagnano gran parte delle scene con una presenza sgomitante che incornicia e penetra vicende che avvengono poco lontano dall'Empire State Building.
Scorsese gira questo film preoccupandosi solo di raccontare a se stesso il quartiere e i dissidi di un uomo di fede: non dà spiegazioni nè descrizioni, il suo stile permette allo spettatore di essere travolto da quella violenza.
I sogni dei gangster muoiono sempre all'alba. Da rivedere e da riparlarne.
19 apr 2009
Ciao America (1968)
Nel 1968 De Palma fa questo film che in America intitola "Greetings" e in Italia qualcuno traduce con "Ciao America!" e che è forse meglio conosciuto da qualcuno per essere il primo film di Robert De Niro. In quell'anno il 28enne De Palma si merita un Orso d'Argento a Berlino con questo filmetto amatoriale di nemmeno un'ora e mezza sulla società americana in pieno arruolamento per il Vietnam, o almeno occupata a trovare il modo per non farsi spedire al fronte. I tre amici del film, presentati all'inizio con lunghi piani sequenza statici e dinamici, parlottano, ciarlano di metodi per evitare di essere presi e per (ri)prendere le ragazze. Non c'è molto da dire se non che questa apparente banalità enuncia rapidamente quello che sarà del regista: politica, ossessioni, voyerismo, sesso, metacinema...
Se lo stile è ancora lì da divenire c'è però molto riferimento alla nouvelle vague, e il gioco della provocazione e dello spettatore tirato in ballo quando si parla di una finestra e una donna all'interno che si spoglia, c'è tutto con ironia e in due occasioni anche con risate.
A guidare il film sono cmq certe situazioni, scenette a due personaggi, in appartamenti o all'aperto ripresi a mò di candid camera con angolazioni sempre alte o a grande distanza dai personaggi: De Palma segue l'ossessione e spia la paranoia di persone che si nascondono, che cercano di scrollarsi da dosso l'asfittico messaggio alla nazione di un Presidente più preoccupato di non stimolare l'autocritica della nazione e di salvaguardare invece l' immagine dei suoi valori., che altro. L' ossessione di un Paese come la ricerca della verità nell'assassinio di Kennedy, effettuata prima con ingrandimenti sgrananti alla BlowUp, e poi sul corpo nudo di una donna assonnata a mò di preliminari, ma anche la verità di un De Niro intellettualmente voyeur prima e militarmente voyeur dopo (col mirino del fucile), diventano pezzi da satira politica anche irresistibili.
Anche se all'inizio si fa un tanto di fatica a resistere alle riprese lunghe logorroiche, val la pena vederselo perchè la freschezza di un filmetto come questo verrà subito fuori.
Se lo stile è ancora lì da divenire c'è però molto riferimento alla nouvelle vague, e il gioco della provocazione e dello spettatore tirato in ballo quando si parla di una finestra e una donna all'interno che si spoglia, c'è tutto con ironia e in due occasioni anche con risate.
A guidare il film sono cmq certe situazioni, scenette a due personaggi, in appartamenti o all'aperto ripresi a mò di candid camera con angolazioni sempre alte o a grande distanza dai personaggi: De Palma segue l'ossessione e spia la paranoia di persone che si nascondono, che cercano di scrollarsi da dosso l'asfittico messaggio alla nazione di un Presidente più preoccupato di non stimolare l'autocritica della nazione e di salvaguardare invece l' immagine dei suoi valori., che altro. L' ossessione di un Paese come la ricerca della verità nell'assassinio di Kennedy, effettuata prima con ingrandimenti sgrananti alla BlowUp, e poi sul corpo nudo di una donna assonnata a mò di preliminari, ma anche la verità di un De Niro intellettualmente voyeur prima e militarmente voyeur dopo (col mirino del fucile), diventano pezzi da satira politica anche irresistibili.
Anche se all'inizio si fa un tanto di fatica a resistere alle riprese lunghe logorroiche, val la pena vederselo perchè la freschezza di un filmetto come questo verrà subito fuori.
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