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17 giu 2014

Hal, stavolta qui fuori ci resto volentieri

Davvero bella l'intervista letta su repubblica a Luca Parmitano, il primo astronauta italiano ad essere stato fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale cioè davvero nello Spazio. Parla di percezione, di limiti, di Umanità, di argomenti insomma di grosso calibro che riesce a trattare con semplici risposte personali (poetiche certamente). Senza nemmeno leggerla si può intuire cosa avrà detto, cioè che è tutto così bello che dobbiamo accorgercene, anche se non avremo mai il privilegio di quella sua esperienza. Sapere che in sei mesi di permanenza sulla ISS è uscito "solo" due volte nello Spazio (da una delle due è dovuto rientrare in anticipo per un problema all'interno del casco... che rabbia, aggiungo), delude un pò: saranno state intense quelle poche ore, che dire.

incollo giusto qualche risposta.

La prima cosa che ha visto quando è uscito a spasso nello Spazio?
"Non l'ho vista, l'ho sentita. Il nulla. L'universo s'annuncia non allo sguardo, ma all'udito. Un silenzio irreale. Come se improvvisamente qualcuno spegnesse il sonoro. Tutto d'un tratto s'interrompe l'assordante scampanellìo degli strumenti che cozzano sul tuo scafandro. Continui a vedere gli oggetti che si toccano, eppure non senti più niente. Avverti solo la ventola che mette in circolazione l'aria dentro la tuta. È quello il suono della vita".


Com'è il nero dello Spazio?
"Un nero diverso da tutti gli altri. È assenza di colore, l'assoluta mancanza di luce. È come se tutto si perdesse là dentro, nel buio del vuoto".

Invidia.

Nemmeno molto tempo fa, vedendo qualche ripresa della Nasa, di quelle fisse all'esterno dello Shuttle in orbita e con il portellone spalancato, mi chiedevo qualcosa di simile. Era una di quelle immagini in cui la Terra è sopra lo Shuttle. Mi spiego meglio: sono molto di più le foto della semisfera terrestre presa dall'alto o di lato, di meno una come questa



Mi chiedevo su cosa poggiasse la Terra.
Vista dall'alto è una semplice foto, ma dal basso si insinua ancora di più la percezione che si tratti di un oggetto e che dunque debba pesare (quanto non lo so e non mi interessa.. se non altro perchè al solo pensarci sento esplodere il cervello). Ma di fatti non pesa, è completamente assurdo concepirlo.
Non voglio incriccarmi ancora di più (anche se adesso sono a stomaco pieno), ma c'è da rendersi conto che lì "sotto" non c'è niente.
Non poggia su niente!!
!?!???(?((^§ç°éç!

O almeno poggia sulle due rotazioni.. insomma è ancorata al Sole. Ora sono più calmo :)



Qual è lo spettacolo più bello del mondo?
"L'orizzonte terrestre, che sembra contenere la risposta a tutte le domande. Non solo la curvatura della Terra ma l'atmosfera intorno: sottile, fragile, trasparente. Là ho visto fenomeni di una bellezza indescrivibile, come le nubi "nottilucenti": colpite dai raggi del sole diventano di un blu turchese che fatico a descrivere. Il colore della fantasia e dell'invenzione".

"Ho superato un limite che è proprio dell'immaginazione. Una nuova prospettiva per cui non è stato ancora inventato il linguaggio". Che cosa intende?
"Quella spaziale è una condizione inimmaginabile, che non è cresciuta con l'evoluzione umana. Le culture dell'uomo sono nate dall'osservazione, da cui poi scaturiscono un linguaggio e un pensiero. Staccarsi da Terra è un'esperienza inedita, per cui fatico a trovare le parole".

Più che extraterrestre, è un ambiente-uno stato extraumano insomma, effettivamente inconcepibile e solo immaginabile anche se possibile e sperimentabile, perciò enormemente affascinante.

18 ott 2013

MFWW - mostra foto wim wenders

Un pò un critico alla Enrico Ghezzi, un pò il Godard della Germania e un pò un compositore minimalista con quegli occhiali tondi neri, Wim Wenders mi dà sempre questa impressione. Di questi tre personaggi penso sia la parte migliore e non quella antipatica perchè astrusa nei ragionamenti in gran parte autoriferiti. Wenders sembra davvero uno di quegli artisti con cui si può facilmente parlare.
Ma io non l'ho mai praticato. I suoi film stranamente non mi hanno mai raggiunto e io a stento sono andato a cercarmelo. Chissà come mai... Antonioni è un punto in comune, lo stesso per Edward Hopper... vabbè..

Insomma, a Villa Pignatelli (Napoli, sulla parallela del lungomare, un piccolo edificio, un'oasi, di metà ottocento che oggi ospita concertini e una raccolta di ceramiche pregiate tra le altre cose) espongono venti delle sue foto realizzate in vari anni in tre Paesi, Armenia, Germania e Giappone, dove è andato a cercare i suoi luoghi solitari pieni di memoria perduta.
Molte sono di grandi se non grandissime dimensioni (siamo dalle parti dei 5 metri di larghezza) perchè chi vi si trova di fronte deve portersi trovare anche dentro di esse. Purtroppo l'illuminazione delle sale non aiuta, perchè troppo diffusa senza creare quella penombra ai lati dello spazio di osservazione che permette di assaggiarne (ma si) la luminosità. Ma vogliamo lamentarci? No,anzi, c'è da ringraziare chi ha pensato a questa esposizione e posso capire che un'illuminazione diversa avrebbe richiesto soldi che non ci sono.

Affianco alle foto sono riportate le parole che quei luoghi ritratti hanno ispirato Wenders e da esse si capisce sicuramente meglio quale sia stato il suo interesse principale. Sono tutti edifici abbandonati che hanno a che fare ad esempio con la storia della Germania prima della caduta del Muro, perchè riportano scritte che stanno scomparendo, e che sono tracce di un'ideologia e delle relazioni tra i popoli che la incarnavano in una eterna (!) amicizia; oppure oggetti come uno pneumatico nel terreno di un bosco (senza altra traccia di macchina) o un'auto (non quella inesistente dello penumatico... o forse si?) quasi seppellita in un giardino privato, ma anche un uomo che, si viene a sapere da un appunto-didascalia di Wenders, è uscito fuori dalla casupola abbandonata di un benzinaio non appena si era accorto che qualcuno la stava fotografando. L'uomo ci stava dormendo dentro: è un aneddoto che conferma realtmente che in fondo le foto ritraggono luoghi che in sè stessi contengono qualcosa che non vediamo, anche solo la domanda "perchè il tempo passa? perchè le cose si manifestano nel loro essere solo quando sono lasciate a sè stesse?"
Forse anche noi abbiamo bisogno di essere lasciati a noi stessi, lasciati dal senso di utilità delle cose che usiamo, non più in gran parte dipendenti da questa utilità, e perciò lo stato di questi oggetti o luoghi sono finalmente la domanda che riusciamo a sentire mentre si pone.



Come questa ruota panoramica che non serve più ad alcun panorama e che non fa parte più di nessuna struttura di divertimento imposto, ma che ora si muove solo grazie al vento (come scrive Wenders) e lascia immaginare il suono delle voci di chi vi saliva e vi stava sotto a guardare. L'immagine del vento che fa girare questo pezzo pesante di ferro è anche più convincente della foto stessa.
La domanda che queste foto contengono non esce fuori incazzata come quell'uomo, ma come qualcosa che sporge per un attimo da una finestra e guarda me che sono in basso: però ancora non so se tra me e il qualcosa c'è la promessa di rivederci o no... penso sia più quel riconoscersi familiari tra sconosciuti per qualche secondo e poi, senza dire una parola, andar via.


Questa qui su mi ha inquietato. È una casa molto brutta, anche di più quando noto quella porta al centro da cui non si può entrare nè uscire.

Curiosa e molto bella quella di un vicolo con i muri di alluminio (?) colorato di alcune case basse che lo chiudono da ogni lato: l'interesse di Wenders era nell'assenza di finestre. E come potevano avere finestre se sono edifici che danno le spalle a una strada che non conta niente? Purtroppo non l'ho trovata sul web...
Una strada come luogo camminabile può non meritare nemmeno una finestra?


Quest'altra non è granchè a dir la verità, se non per un appunto che mi fa notare che questo è un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino che durante la seconda guerra mondiale venne mitragliato con tale intensità. Fori di proiettile o fiori (ehm...) rossi di proiettile (mi viene da pensare)? In ogni caso oggi lì c'è un negozio di souvenir.


"Posti strani e tranquilli" è il titolo del volume che contiene questi e altri scatti. Qui sopra ce n'è uno che non mi ha colpito per niente perchè mi ricorda le architetture kitsch dell'europa orientale che hanno preso tutta la ruggine della bruttezza. Per fortuna vado a leggere che si tratta dell'alfabeto armeno, di grande valore per quel popolo tanto da farne una scultura.
Al di là degli edifici e di altri suoi prodotti, l'essere umano in queste foto non c'è, però ci sono tracce delle sue parole con le scritte sui muri. Scritte che peraltro stanno scomparendo! Ma quest'alfabeto armeno qui sopra non è un segno grafico, ma la presenza fisica più vicina a quella di un uomo. Da qui a commuoversi per questo, però, ce ne vuole.


Ciò che è assente, insomma, non è che non c'è mai stato, è che è scomparso o che sta scomparendo in qualcos'altro producendo un'eco di immaginazione, di sentimento che può essere tanto di spettralità quanto di calma in momenti che si alternano.

Lascia ammutoliti la scritta su un muro di una casa dell'ex germania est che dice "Questa casa sorgeva un tempo in un altro Paese" e l'appunto di Wenders se non sbaglio aggiunge che secondo la DDR quel Paese non è poi davvero esistito.


Nel complesso non tutte mi sono piaciute, non tutte sono poi così significative soprattutto senza didascalia (quella nella città giapponese del film Tokyo Story di Ozu e un paio di paesaggi di mare o cielo ad esempio). Tra le belle che non c'erano incollo questa che ha scattato a Mosca.




22 ago 2013



Ryuichi Sakamoto - Before Long

è pura poesia e come tale è difficile portarla in parole. ma non riesco a non provarci..

è una musica che mi conosce. all'improvviso mi blocca, perchè nella breve successione di sette note mi sembra di ascoltare una voce interiore talmente profonda che pensavo non esistesse. come se fossi riuscito in un attimo ad immergermi in apnea fino al fondale del mare e averlo toccato con un dito.
crea uno stato di riflessione in sé stessi che è una sorta di meditazione, una rivelazione di qualcosa per il quale il tempo non scorre.
mi fa scoprire la solitudine, quella propria di ognuno, quella in cui si sta felicemente bene, indispendabile ma sfuggente nel raggiungerla. negli ultimi secondi mi fa sentire, tra le altre cose, totalmente solo all'interno di un universo buio... ma caldo e confortevole.

mi fa pensare ad altre cose, ma non è il caso di farmi delle domande.



9 lug 2013

il doc sull'abramovich

ne ho rivisto giusto qualche minuto finale ora che rai5 lo sta trasmettendo per la prima volta (finalmente). potrei andarmi a rileggere quello che scrissi più di un anno fa (mi pare) quando andai a vederlo a cinema:  ricordo solo che ne uscii conquistato.
Beh, ora ne ho un'opinione forse diversa. Sicuramente questa performance della Abramovich al Moma ha tutto di geniale, ma davvero geniale. Penso stia tutto nella estrema semplicità dell'evento, cioè due persone che si guardano negli occhi sedute all'interno di uno spazio esclusivamente loro. Talmente semplice che è anche na fesseria. Tutto sta in piedi perchè la Abramovich è una donna di una certa fama nel mondo dell'arte e stare di fronte a lei in una situazione intima è sentito come privilegio: lei è lì che ti concede il suo corpo e le sue emozioni, ma non è una "persona qualsiasi". Se l'avesse fatto una persona qualunque per strada in una piazza esattamente allo stesso modo, con la fila e il numeretto ma forse solo per tre ore al giorno, molto probabilmente l'effetto non sarebbe stato lo stesso. Idem se la performer fosse stata solo una donna all'inizio del suo percorso. Dunque essere all'interno di un museo importantissimo ha anche il suo valore.
Non è che quelle persone lì sedute piangono perchè sono suggestionate, perchè è stato detto loro che è un evento di grande portata? L'esclusività è fare parte di un'opera d'arte. Esserne esattamente la metà, vivere l'opera d'arte vivente, il presente in cui accade, portarsi poi per sempre il ricordo di quell'esperienza, etc. etc...
Alla fine sono due persone che si guardano negli occhi, l'una pensa all'altra e vive (se ci riesce e non si blocca nel pensiero che è lì seduta ed emozionatissima e che c'è poco tempo per viverla davvero senza mandare tutto in fumo) l'una le emozioni dell'altra. Che poi è un gesto che tutti potremmo attuare con chi eventualmente non sta bene o è triste.. Equivale ad ascoltare. Diciamo che accade sempre, solo che dura pochi secondi e di solito nel silenzio dopo tutte le parole già dette e ormai inutili. Ma è cmq un atto talmente umano che non tutti danno così spazio ai soli sentimenti, solo chi si ama davvero "ci riesce". C'è bisogno a quanto pare di chi ne dia una dimostrazione.
Forse Marina Abramovich in quel momento non è più Marina Abramovich ma diventa la madre di chi è lì di fronte, o il padre o chiunque altro quella persona abbia amato o non sia riuscita ad amare o che non è stata ricambiata per tutta una vita. In questo senso Marina Abramovich è lì che si offre al sacrificio per farti provare autenticamente un'emozione (beh, arrivarci all'autentico!).
C'è qualcosa della contemplazione...
Ci offre il suo corpo, dobbiamo usarlo per comprenderci meglio: crede in Cristo o cosa?
La performance però non avviene solo all'interno dell'area delimitata. Tutt'intorno c'è chi è in attesa di passare da spettatore a spettacolo e chi non ne farà mai parte ma inizia a desiderare o a non desiderare di entrare nel recinto. Il momento di intimità è anche la sua esibizione. E poi? E poi ci sarebbe il senso del sacro.
Gli occhi della Abramovich si attivano quando qualcuno si siede, un pò come inserire una moneta nell'apposita fessura e far partire il video (per via telepatica, attraverso i neuroni specchio) del passato presente e futuro, un altro universo, un'altra vita, un trip...

3 mag 2013

L' Eclisse, Michelangelo Antonioni (1962)

All'inizio del film non sembra, anzi rivedere un'altra coppia in crisi muta chiusa in casa (stavolta) che si sta separando è una mazzata non indifferente; ma Antonioni con questo "L'Eclisse" si spinge più in là degli altri film e sorprende bene e tanto. Direi che mi solleva dalla pesantezza del precedente "La Notte".
Astratto, svuotato, malinconico, metafisico, potrebbe benissimo reggersi sui suoni e i rumori ambientali se non che qualche parola serve, ma anche questi sono suoni. La mischia di urla delle contrattazioni alla Borsa di Roma (chi perde e chi vince, ma poi i soldi di chi perde dove vanno? chiede Monica Vitti e Alain Delon non risponde... se non molto dopo dicendo che alla Borsa ci si abitua, è passione) sembrano quelle di persone che cercano di salvarsi da una catastrofe imminente. E guarda un pò le notizie su un giornale non dicono niente di buono e le strade sono deserte. C'è un senso di attesa diffuso e un tipo di pace che non acquieta del tutto nelle inquadrature del vento che scuote le foglie. Anticipatore un pò di Zabriskie Point per via di un semi-documentarismo delle immagini e del volo di un aereo, e anche un pò di Blow-Up. A me però sembra che forse lo sguardo di questo film sia quello dell'isola rocciosa delle Eolie in "L'Avventura" poco prima che vengano abbandonate le ricerche.

La Notte, Michelangelo Antonioni (1961)

 “Mi parve di sentire un aereo, invece era il mio silenzio, il parco è pieno di silenzio fatto di rumore; se metti l’orecchio contro la corteccia di un albero e rimani così per un po’, alla fine senti un rumore…. Io non vorrei suoni inutili, vorrei poterli scegliere durante la giornata, così le voci, le parole, quante parole non vorrei ascoltare, ma non puoi sottrarti, non puoi far altro che subirle, come subisci le onde del mare quando ti distendi a fare il morto…”
(Lidia - Jeanne Moreau)



(un post che nelle intenzioni doveva consistere di tre frasi)

Tra i vivi e i morti ci sono i sonnambuli, quelli che pressappoco non riescono ad amare e dunque.. non sanno più cosa fare! È un film tanto formale nei primi quaranta minuti con i soggetti decentrati nelle inquadrature riempite invece da linee architettoniche e spazi deserti, quanto appunto buio e notturno in tutto il resto, fino ad una lunga scena finale in cui i due protagonisti si riferiscono finalmente le proprie verità, i pensieri trattenuti, i sentimenti e chi più ne ha più ne metta..  minuti molto densi fino a scoppiare.
Marcello Mastroianni è uno scrittore indolente, convinto del propio ruolo ma a secco di nuove idee e lontano dal gradire il successo. Crede nella scrittura ma si tormenta per la ricerca di una forma moderna da dare alle sue storie. Passare una serata ospite ad una festa di un industriale, in un giardino enorme e tra tanta gente che si annoia ma non se lo dà a vedere, gli è abbastanza indifferente. Una conversazione con questo ricco industriale fa capire quanto siano distanti e incomunicabili i mondi del pragmatico costruttore di cose concrete che fanno vivere le persone, e quello dell'intellettuale debole nell'incidere sulla realtà.. o chi per essa. Il primo vorrebbe acquistare il secondo per fargli scrivere la sua storia imprenditoriale da offrire all'ammirazione dei suoi dipendenti, e ovviamente pensa che anche per un intellettuale questa sia un'offerta che non si può rifutare. "Il nostro tempo, caro signore, è anti-filosofico e vile. Non ha il coraggio di dire ciò che ha valore e ciò che non ne ha. E la democrazia, per dirla in parole povere, significa fai quello che accade", così si inserisce un tizio all'interno di una delle conversazioni. Mastroianni-Giovanni Pontano risponde "conosco queste parole, sono di uno scrittore che amo. Ma dette qui mi fanno un pò orrore, perchè il signore le ha dette con un certo compiacimento, l'autore al contrario le ha scritte con disperazione". Un imprenditore anziano controbatte aggiungendo che "quello che conta è quello che si dice, non le intenzioni". C'è tutta la frattura tra la costruzione di valori ad opera del pensiero e la produzione di valore materiale ad opera di chi crede se non in quello che fa nel presente ("il futuro è probabile che non incominci mai. Il futuro è una cosa orribile!"). Ma si potrebbero trascrivere interi dialoghi e tagliare corto senza star qui a spiegare.
Tra donne malate di sesso, sole, troppo sensibili c'è Lidia, la moglie dello scrittore, che vaga per Milano con il volto e le labbra tristi & sensuali di Jeanne Moreau, piena di pensieri trattenuti sulla sua incapacità di amare due uomini: l'uno che la faceva sentire più speciale di quanto fosse e l'altro che invece ha sempre parlato solo di sè. Lei cerca di allontanarlo e spingerlo verso una ragazza alla festa, non riesce più ad amarlo e vorrebbe morire per questo; lui è convinto di poter ancora ripristinare vecchi sentimenti. Tutto perduto in realtà. Una coppia morta e da seppellire.

Non è proprio il film con cui approcciare Antonioni, la noia può essere insostenibile e i due protagonisti possono dare una sorta di insofferenza per quel loro essere ricchi, privilegiati, vacui e inerti. Rispetto a L'Avventura il tempo e lo spazio sono ristretti e soffocanti e in più capiamo benissimo che il confronto nella coppia non porterà soluzioni alla crisi ma solo un filino di consapevolezza in più.

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      da Quaderni del Centro Cinematografico università di Padova 1961 – Analisi del linguaggio narrativo di Giorgio Tinazzi
“C’è in Antonioni l’ansia di trovare un modo nuovo di guardare le cose, uno sforzo di guardare all’essenza, all’antidecorativo, di ridare ai gesti, ai fatti, ai ritmi il loro peso e il loro significato: non occorre più la “storia”, costruzione inutile; la “storia” e nei particolari, nel non costruito, nei fatti e nelle cose. Di qui il suo modo di narrare tutto all’interno, nei lunghi “monologhi figurativi”, nelle lente, inesorabili “spogliazioni” dei personaggi, nei ritorni, negli indugi necessari, nelle allusioni, nei ritmi interni, nelle cadenze (si pensi alla musica, alla fotografia, alla “forma’ insomma, sempre pregna e significante). È questa la vera modernità di Antonioni, il suo stile, il suo star pari con la poesia e la narrativa d’oggi richiamando Proust e Joyce, Musil e Gide, o, addirittura, il Nouveau Roman francese.

2 apr 2013

“Si può avere coscienza del nulla ma non se ne possono trarre tutte le conseguenze. E’ ovvio che se si ha coscienza del nulla è assurdo scrivere un libro, anzi è ridicolo. Perché scrivere, e per chi? Ma ci sono necessità interiori che sfuggono a questa visione, sono di tutt’altra natura, più intime, più misteriose, irrazionali. La coscienza del nulla spinta all’estremo non è compatibile con niente, con nessun gesto; l’idea di fedeltà, di autenticità e via dicendo: tutto va a farsi benedire. Ma c’è ugualmente questa vitalità misteriosa che ci spinge a fare qualcosa. E forse la vita è proprio questo, senza volere usare paroloni, il fare cose alle quali si aderisce senza crederci. Sì, è suppergiù questo”
(Emil Cioran da Un Apolide Metafisico via nazioneindiana.com)

A razionalizzare troppo, si, si finisce sempre male. Tutti gli eccessi hanno questa "tendenza".
Questa citazione del pensiero di Cioran è rivelatrice proprio della consapevolezza che per quanto si scavi nel farsi domande sul nulla, sull'insignificanza dell'esistenza (non è da tutti, per fortuna della nostra salute mentale), alla fine se non ti suicidi è perchè c'è una piccola ma resistente spinta interiore che ti dice che faresti una fesseria. Se lo dice Cioran (e mi pare di aver capito che nei suoi libri pochissime volte, se non proprio due-tre volte, ha affermato esplicitamente qualcosa di così positivo sulla vita) c'è da crederci. Era un malato d'insonnia che elaborò un pensiero filosofico del tutto distruttivo dello stare al mondo. Nell'utilissimo pezzo su nazioneindiana.com si dice "Il weltschmerz, l’irredimibile dolore del mondo, è il centro della sua riflessione filosofica, e solo la musica, a tratti, è capace di fargli intravedere una speranza di salvezza, un barlume di significato e trascendenza." È molto indicativo di come un tipo totalmente disperato e contro Dio, abbia un anelito (molto nascosto, qualcuno dice del tutto assente invece) di trascendenza.
Non penso ci siano altri filosofi così radicali come Cioran. È da tener presente. Scrive degli aforismi affascinanti, ma il problema è che demoliscono ogni certezza, e leggerne troppi fa davvero male perchè più che "aiutare a vivere", aiutano quel tanto per non suicidarsi; e non riesco a credere che una persona possa ritenere per tutta la vita gli uomini sprofondati in un baratro mediocre da cui non possono tirarsi fuori.
Ma non ce l'ha mai avuta una donna quest'uomo?

15 mar 2012

Ellsworth Kelly, Two Grays I 1975 Oil on canvas, two joined panels 92 x 102 inches; 234 x 259 cm


Come ha detto Italo Calvino "Vedere vuol dire percepire delle differenze".
Non ho proprio niente da aggiungere a questo quadro che toglie praticamente tutto, qualsiasi parola, pensiero e visione, solo la musica minimalista può raggiungerlo. Lo considero la pura percezione di tutto, forse meglio dire dell'eternità, dell'assenza di tempo. Il bianco e il grigio. La semplicità e l'essenzialità delle cose, delle loro forme. Mi ricorda questa fotografia di Andre Kertesz di tre anni prima che prima o poi posterò qui sopra come prima e unica foto possibile. Penso anche a tutta la fotografia metafisica di Mimmo Jodice e, per ora, in particolare a questa. E facendo un passo indietro arrivo a Caribbean Sea, Jamaica (1980) di Hiroshi Sugimoto, alla "sicurezza di una casa ancestrale fatta di aria e acqua".


...ma più lo guardo e più mi colpisce la forte luminosità di queste superfici piatte eppure in rilievo che mi fanno dimenticare tutti gli altri colori. Quella linea diagonale non è un taglio ma il dialogo tra le uniche due parti possibili forse della mente. Lo sguardo si posa e ci riposa per ore.

23 set 2011

OPERA experiment reports anomaly in flight time of neutrinos from CERN to Gran Sasso

E’ arrivata la conferma ufficiale: la velocita’ della luce e’ stata superata. I dati, resi noti questa mattina, dimostrano che le i neutrini viaggiano ad una velocita’ di circa 60 nanosecondi superiore a quella della luce, il limite della velocità nel cosmo. Il risultato e’ stato ottenuto nell’esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso) e le anomalie sono state osservate dal rivelatore Opera, che ha analizzato il fascio di neutrini che dal Cern di Ginevra vengono lanciati verso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).
I dati dimostrano che i neutrini impiegano 2,4 millisecondi per coprire la distanza, con un anticipo di 60 miliardesimi di secondo rispetto alla velocità attesa.
(ansa.it)

23 nov 2010

grande schermo!

Entro nel Metropolitan. Per sicurezza passo dal box office per chiedere se non c'è da fare alcun biglietto per la proiezione, mi risponde di no. Mentre percorro il lungo corridoio penso che sono in ritardo di un minuto e non ci sono trailer per ammortizzarlo, scendo la breve rampa di scalini, giro a sinistra, salgo altre tre rampe piuttosto appese, la sala 6 ha ancora le porte aperte e sento che il film è già iniziato. Passo sotto il grande numero 6 giallo e cammino sulla moquette che attutisce il rumore dei passi. Schermo nero e titoli di testa bianchi: sono in tempo e il silenzio è attorno a me. Al buio scelgo il posto purtroppo non centrale non ottimale ma cmq adeguato e comodo, non so quante persone riempiono la sala (di certo si arriva a metà). Lo schermo si illumina con un'immagine di un cielo in bianco e nero e senza audio, nella sala non si sente nessun suono per qualche secondo, il momento è sacro.
La senzasione è strana. Il grande schermo è enormemente riempito da immagini senza peso, dalla presenza minima di elementi, sono apparizioni nel vuoto. E il silenzio che caratterizza il loro muoversi in una sala grande tanto da accoglierle nella giusta proporzione domina l'atmosfera. Le immagini mi danno il senso meraviglioso di immediato e sospeso, la storia dal canto suo è quella di una perdizione, il trascinamento di un apparentemente sicuro di sè protagonista tra donne, strade e salotti lungo un pezzo di vita sempre senza orari e senza possedimenti se non il proprio nome. Trova l'estasi accarezzando l'aura di una bionda e generosa donna nella Fontana di Trevi dove l'acqua smette di far rumore e l'alba arriva d'improvviso. Tra le stradine di Roma e in labirintiche ville aristocratiche, in ristoranti esotici con clown che cantano la propria tristezza con al seguito un tappeto di palloncini e apparizioni troppo illuminate della Madonna tra il gioco infantile e la morte, ambizioni artistiche, il ritrovamento di un mostro marino, l'omicidio per angoscia esistenziale, troppa bella vita fuori età. L'eccesso e l'estasi, incanto e disincanto. Il film dura tutta la giornata, entra nella mia vita di una giornata, ho l'impressione che non finirà mai.



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Fremo per l'attesa. Lo schermo è lì e io gli sono di fronte, agito le gambe libere da qualsiasi altra fila di poltrone più che sufficientemente lontane da me. Sto già ridendo anche se non lo so. Inizia... grande Giove! Una lunga e lenta panoramica su orologi di varia fattura, formato, dimensioni, tempo.. uno skate avanza e va a sbattere fermandosi su una cassa gialla nascosta sotto un letto, non c'è nessuno in casa, c'è solo il tempo di decine di orologi tutti sincronizzati.. ma di una mezz'ora in avanti: il film è appena iniziato e siamo già spostati in avanti nel futuro mentre Marty McFly è in ritardo sul presente. La cosa straordinaria di Ritorno al Futuro, a parte tantissime altre che si possono elencare, è che nella relazione figlio-genitori il primo salva i secondi da una vita sfigata, succube, triste per un caso fortuito. Il destino! Il corso degli eventi modificato da una scelta coraggiosa! Marty McFly se la sa cavare nei suoi anni '80, mentre per il resto della famiglia le cose non tirano bene, se non male. La lezione che con fatica impartisce al padre è che deve sapersi prendere quello che vuole, sapersi difendere e avere la forza di tirare fuori e poi usare la propria passione per la scrittura, per le storie di fantascienza in particolare; e tutto il film è un rotolante sfogliare delle pagine della cultura pop usata per salvarsi la pelle. Ritorno al Futuro è la storia di un mago (Doc) che perde il controllo della propria magia coinvolgendo nel guaio un altro mago (Marty) che invece sa bene che le magie sono un bene troppo potente e non fa altro che metterla al suo posto nel modo in cui lui sa fare.
Una risata due secondi prima di ogni battuta e una battuta ogni quattro secondi è l'evento di questa proiezione eccezionale in digitale in tutta Italia per la presentezione del nuovo restauro per il bluray. Rivederlo a cinema con un botto di gente sembra ovvio dirlo ma è stato tanto divertente quanto irripetibile.

15 nov 2009

Sussurri e Grida, Ingmar Bergman (1972)



Attenzione al modo in cui questo film si svela allo spettatore: il suono cristallino di piccole campane accompagna molto delicatamente i titoli di testa su una superficie rosso accecante, poi appaiono le immagini di un giardino nebbioso, freddo, deserto. Non c'è alcuna presenza umana, nessun segno, eppure si è come accolti per entrare, o meglio per percepire qualcosa di ineffabile. I suoni diventano quelli dei rintocchi di antichi orologi in una casa. La macchina da presa scende lungo questi orologi dorati, ne mostra i fregi, le incisioni, con calma sembra che il tempo scorra nel silenzio, nell'assoluto rispetto di un luogo dove una donna e poi un'altra respirano nel sonno. Dormono di chissà quale tipo di sonno, in qualcosa di imperturbabile e di sospeso. Bergman ha dischiuso un mondo di assoluta intimità, un ambiente ovattato che non ha necessità di trovare un esterno, perchè in questa casa tappezzata di un rosso morbido e onnipresente, avvolgente, pesante, soffocante ma caldo, maligno e terapeutico, c'è già molto di estraneo che è stato come allontanato.
Tutto quel rosso fa venire in mente il sangue anche se non sembra vero che stia lì a significare il sangue. È un rosso che annulla le dimensioni spaziali e tutti gli altri colori che di fatto non esistono. Le pareti e i pavimenti sono dominati dai tessuti, costituendo più di uno sfondo per le tre sorelle e la governante vestite di un bianco accecante, poi sostituito dal nero profondo che annullerà i loro corpi.
Respirano nel sonno, poi una di loro nel letto si sveglia, si muove contorcendo il volto. Si alza dal letto e dopo un giro per la stanza, ancora da sola, scrive su un diario "è lunedì mattina presto... e sto soffrendo".


Quanti film di Bergman sono drammi da camera? Anche se non lo conosco abbastanza, per me sono tutti drammi da camera... da cui vorrei non uscire mai nonostante tutta l'umanità soffocata a cui dà spazio o a cui toglie spazio.
Non mi stancherei mai di percepire tutte le espressioni dei volti dei suoi attori ripresi in rigorosi primi piani in modo magistrale: prima ancora delle parole e i gesti associati sono i silenzi che introducono e colpiscono la mancanza e il bisogno di umanità. Non la evocano solamente ma la straziano fino a richiederne una terribile presenza sullo schermo, senza tuttavia risultare insopportabile agli occhi ma solo alla mente che affronta quel silenzio racchiuso e rinchiuso in uno spazio vastissimo e scomparso.