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23 gen 2015

Hungry hearts, di Saverio Costanzo (2014)

*************** sono entrato in sala circa 7-10 minuti dopo l'inizio del film per aver letto male l'orario di inizio, ma penso di non essermi perso granchè (o forse si: pare che ci sia l'unica scena simpatica)
A parte questa premessa di onestà intellettuale, a distanza di due giorni, riguardo quest'ultimo di Saverio Costanzo (altra premessa: non ho visto nessuno dei suoi precedenti) mi viene da scrivere solo le briciole che mi sono rimaste in mente, cioè pochissimo.. meglio così. [erano briciole, sono diventate un malloppo di mollica cruda]

La maternità. Dunque: sembra che per Mina (Alba Rohrwacher) già l'attesa del figlio sia un trauma. Ora, non so se in termini psicanaqualcosa sia esatto scomodare il concetto di "trauma", ma come si spiega l'apprensione esagerata, direi estrema, per un figlio che non è ancora nato e che si cerca in tutti i modi di non farlo contaminare dal mondo? Che tipo di amore è quello che la porta a togliere al bambino il cibo proteico, la luce, l'aria del mondo esterno, le onde elettromagnetiche (!), le visite pediatriche e ancor prima un completo esame ecografico, un necessario parto cesareo, e via dicendo...? Il bambino non cresce, lei diventa sempre più magra, avverte un forte senso di stanchezza, mai un sorriso, parla pochissimo. È evidente che nella sua mente tutto porta alla lenta eliminazione propria e del figlio per soffocamento della vita, sempre che ci sia stata la vita. I tratti di questa storia angosciante non hanno a che fare con lo sfogo emotivo, nemmeno con un'escalation del dramma: in quanto dramma psicologico il malessere o lento avvelenamento è qualcosa di non dichiarato, accettato, silenzioso. Le decisioni di Mina trovano fino ad un certo punto una via libera  nel comportamento amorevole del marito Jude (Adam Driver) che è appunto accondiscendente, comprensivo, paziente, ma anche incastrato nella tela della moglie, una malattia di cui è perciò in fin dei conti complice. Anche se "complice", Jude si trova ad un tratto ad approfittare della stanchezza della moglie per uscire con il figlio e dargli da mangiare della carne, cioè qualcosa che non appartenga ad una dieta vegana attuata da autodidatta.
Dunque..... "Cuori Affamati", che però non si nutrono o non si sono mai nutriti dell'amore che fa crescere, in primis il corpo del bambino.
Come finirà questo film? Verso la fine, quando ha ottenuto di vivere da sola col figlio, sembra che abbia superato la fase dell'ossessione poichè la si vede andare in spiaggia ed esporlo perciò alla luce del sole: ho i miei dubbi però che ci sia stata della consapevolezza. È vero che con questa scena si affaccia l'impressione che quel periodo di attenzione per l'alimentazione fosse limitato, con quell'intensità, ai primi mesi del neonato, che insomma fosse un comportamento giusto e non giudicabile; ma alla fine lo stile del film, una visione distorta (i fish eye che in una certa scena allargano tantissimo quegli spazi stretti) e documentaristica, in un'atmosfera fredda ma non del tutto glaciale, punta a farci sentire del tutto scomodi, comprensivi ma anche arrabbiati e fortemente tristi. Il bene profuso con tale apprensione per me è in fondo un atto disperato verso qualcosa di cui non si riesce a sbarazzarsi, un conflitto continuo tra il tenere e il rifiutare qualcosa di irreversibile come la nascita di un figlio. Insomma: sarà pure un modo personalissimo di amare, ma quel modo ha messo in pericolo di vita un piccolo essere che nel film non vediamo mai nemmeno piangere o emettere versetti.
Esco dalla sala con la tristezza di chi ha visto una situazione molto difficile dove amore e malattia non dovrebbero essere così coincidenti fino alla pazzia.


Non ho scritto della madre di Jude...... che avrà un ruolo determinante perchè l'unica nella famiglia (anche se tenuta a distanza) che porta lucidità senza essere invadente, e che alla fine risolverà la situazione con un personale sacrificio (un atto d'amore che è opposto a quello di Mina). Ma tant'è...
Non ho detto niente nemmeno del sogno ricorrente di Mina che avrà qualcosa di premonitore. Ma tant'è.. il tempo non è poi così abbondante come credo.

5 apr 2014

Nymph()maniac + Her = movie crushes





Ancora per pochissimo nelle sale sono presenti contemporaneamente due film del tutto opposti come Her (Lei) di Spike Jonze con Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson, e Nymphomaniac di Lars von Trier con Charlotte Gainsbourg e altri attori conosciuti. In cosa mi sembra che i due abbiano a che fare reciprocamente? Direi che in entrambi c'è la solitudine dall'amore. Nel primo, l'amore è colto in una nuova definizione d'origine e sostanza tecnologica, reso da un sistema operativo così emotivamente coinvolgente da risultare autentico, che si forma a partire dal suo prosumer fino a staccarsi da esso rendendosi drammaticamente umano. Ed è proprio il lato drammatico che il protagonista voleva inconsciamente evitare, cioè evitare una persona vera: un corpo, da non usare. Nel secondo film, la ragazza protagonista si ritrova inceppata nel gioco tra amiche che si fondava sul non ripetere mai il sesso con lo stesso uomo, non riuscendo ad adattarsi alla sua evoluzione, cioè al "segreto del sesso: l'amore". In questo modo resta da sola rovinando la vita delle famiglie senza alcun rimorso, scansando l'idea di costruirsi una relazione che ha sotto mano, e finendo (?) per non sentire più niente. Un corpo usato eccessivamente. E in entrambi i film la tecnica si pone in primo piano: quella di un software ubiquo e quella che ordinerebbe il caos immorale. In Nymphomaniac, la ragazza non sta lì a contare i rapporti, però l'uomo a cui racconta di sè dall'inizio del film, le fa notare come tutto ciò che ha compiuto e subìto, ha una corrispondenza nella Natura: le tattiche di pesca nei fiumi possono essere uguali a quelle per far abboccare gli uomini; la successione di numeri di Fibonacci; la polifonia di Bach. Il sesso viene ricondotto a schemi funzionanti, razionali e trascendenti e consapevolmente ironici. Da un lato (Her) c'è un senza-corpo troppo umano, dall'altro (Nymphomaniac) c'è un troppo-corpo senza umano (o meglio, "orribilmente umana" come lei stessa afferma di sè).    - FINE -

Trailer 1
Trailer 2


20 feb 2014

A proposito di Davis, dei Fratelli Coen (2013)

Tenendo presente che non mi ero affatto preoccupato di vederne il trailer e a stento sapevo di questo nuovo dei Fratelli Coen, e tenendo presente che mi sono basato esclusivamente sul poster e alcune foto, mi è andata molto bene.

Tra tutte le scene, penso che quella più memorabile sia il "provino" col disografico di Chicago per via della concentrazione di Llewys Davis che precede l'inizio della canzone e la disponibile attesa dell'uomo che gli darà la sua opinione. Per quante situazioni passa per scampare alla pura esistenza, il protagonista dimostra di affrontarle con quella tenacia un minuto prima di essere mollata nella rabbia contro tutto.
Cosa ne sarà di lui? 

Nè dolente, nè malinconico, nè amaro, nè ironico, nè drammatico. Non un on the road già visto, ma forse un nastro di Mobius, il deja-vu del gatto Nessuno e poi del gatto Odisseo, o forse anche del gatto di Schrodinger. Quasi sicuramente una miniserie compressa meravigliosamente in nemmeno due ore.





11 gen 2014

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, di Peter Jackson e la nuova major che ci mette i soldi (2013)

Seconda parte della nuova trilogia da Tolkien. Andiamo peggio.
Stavolta, purtroppo, l'ho visto in 3D non HFR, il che significa che tutta la bellissima visione in HFR della prima parte vista nel 2012, è andata a farsi benedire. A questo proposito inizierebbe un paragrafo a parte che per ora posticipo.

Cosa c'è di buono? C'è che poteva esser peggio, e cioè che avrebbe potuto dirigerlo un altro regista e sarebbe perciò andata del tutto persa la continuità con la ben più riuscita trilogia precedente. Si, questa è una valutazione sull'aspetto pre-produttivo.. ma tant'è, il film mi dà quasi solo questa impressione.
Ben inteso, ci sono produzioni fantasy in circolazione realizzate senza chissà quale passione per la storia trattata, con personaggi che non hanno un carattere robusto. Perciò, alla fine, non è che sia da passarci davanti come in altre occasioni.
Però la delusione qui fa rima col dispiacere di dover vedere qualcosa messo su per far soldi. Perchè, altrimenti, dare ad una storia meno imponente del Signore degli Anelli, una durata di 3 film lunghi tre ore (senza contare le versioni estese)? Ne La Desolazione di Smaug vedo una seconda parte piuttosto ben montata ma piatta (volendola anche paragonare a Le Due Torri). Scontri emozionanti, pericoli emozionanti, bei momenti emozionanti... dove sono? Quanti sono i nani e che differenze ci sono tra loro (non è trivial pursuit cmq)? Quanto meno nella prima parte (Un viaggio inaspettato) venivano presentati, qui parlano a stento; Thorin ScudodiQuercia non si prende troppo sul serio? Gandalf ce l'ha un ruolo degno della sua parte?
E poi blablablabla... tra cui ci metto anche la colonna sonora di Howard Shore che non aggancia nemmeno un tema che si distingua.

Riguardo il 3D, confermo di essere un sostenitore della sua versione HFR perchè gli dà quel senso che ancora gli mancava, e precisamente il senso di teatralità della scena degli eventi, un'immagine che si fa davvero profonda con una presenza degli attori palpabile. Ma il circuito The Space Cinema quest'anno ha deciso di rendere disponibile questo tipo di proiezione solo in una manciata di città alla quale non appartiene Napoli. Il prezzo del biglietto per il 3D resta però sempre di 11.30 euro (e che senso hanno quei 30 centesimi???) nonostante non ci siano più per le sale costi da smaltire per queste proiezioni e credo nemmeno per le major per realizzare film in questo modo.Il circuito The Space Cinema mi  deve anche spiegare perchè i bagni non vengono riparati e soprattutto perchè devo vedermi una mezz'ora esatta di pubblicità prima del film se già questo mi dura tre ore, se pago di più per il 3D, se non me lo fai vedere (ripeto) nemmeno in HFR (facendolo praticamente morire). In più nella mezz'ora di pubblicità ci sono anche quelle della promozione del canale televisivo Italia1 e della nuova offerta ondemand di Merdaset.
Questa gente ha già ucciso il cinema. Il cinema in sala, intendo.



American Hustle, di David O. Russel e la major per cui lavora (2014)

Si potrebbe parlare a lungo di quanto i film sulle truffe, soprattutto se commedie, siano perlomeno più interessanti e piacevoli dei film sulle fughe da un carcere (almeno per me, ma questo è sottinteso).
I truffatori saranno sempre truffati, sono perdenti che ci hanno provato alla grande, sono persone che non si tirano mai fuori dall'instabilità economica. Strateghi che si arrabbattono più o meno capaci, più o meno veloci, in una società che dà loro spazio, o almeno interstizi, o meglio intercapedini in cui muoversi e fregarti. La sconteranno sempre?
Inganno, finzione dei ruoli, minacce, occasioni, e un pubblico da far abboccare. Le solite cose.
La gente crede a quello che vuole credere; la necessità è madre dell'inventiva: sono due delle frasi in cui si concentra il film, e non è nulla di nuovo.
Il regista David O. Russel dice di aver concluso con questo film una sua trilogia su (beh, non mi ricordo..), e deve aver davvero avuto un buon pezzo di carta bianca, se è riuscito a buttare nelle sale due ore a mezza di intrecci tra il serio e l'ironico, puntando tutto sulle performance d'attore per personaggi non proprio caricaturali, cioè non goffi/buffi e nemmeno minacciosi/violenti (troppo lungo, non riesce a gestire tutto quello che mette in pentola).
Non un approccio alla Scorsese, ma un tono non definito che non si arrischia nella sconfitta totale del personaggi, nè nella loro bella salvezza.
Russel sembra proprio avere una predilezione per i pesci piccoli: tentano di mangiarsi tra loro ma alla fine non vengono mangiati nemmeno dai pesci grandi in modo disastroso.
Più ci penso e più mi sembra un film Disney (e guarda caso non c'è nemmeno una sniffata nè una pistola che spara, e nemmeno una scena di sesso... peraltro due dei personaggi si impongono di resistervi finchè non va a segno il loro piano. E nemmeno un morto. Siamo negli anni '70 e non ci sembra proprio).

American Hustle ("hustle" sta per truffa, cmq. E il sottotitolo "l'apparenza inganna" è un bell'inguacchio).

22 lug 2013

Somewhere, di Sofia Coppola (2010)




Passano diversi minuti prima di sentire qualche parola pronunciata dal protagonista, un attore di fama che vive in uno scarso hotel dove assiste ogni mattina alla lap dance di due ragazzette gemelle congratulandosi poi con un loffio e molto apatico accenno di applauso. Un giorno la moglie (compagna o amante, chissà) gli lascia per diversi giorni la figlia adolescente che senza alcun problema porterà in giro, anche all'estero in Italia dove deve ritirare un telegatto.Caruccetta lei, abbastanza attiva e sorridente, ma assente di reazioni emotive alla vita del padre. Tra i due c'è coesistenza senza problemi ma non chissà quale interazione produttiva di consapevolezza su questo tipo di vita fatta di privilegi aristocratici. Tutto il cinema di Sofia Coppola mi sembra il suo tentativo di discolparsi con un'occhio necessariamente critico, come dire, dalla sorte di figlia di papà che le è toccata. Cos'altro conosce se non il microcosmo (che però da fuori è visto come invidiabile macromosmo) del divo di cinema solitario e incomunicante, distante dalla famiglia o anche dal suo passato artistico, che non cerca più niente, che non fa del male a nessuno, che si è perso e via dicendo? Come si vive in una bolla di privilegi è lo sguardo di Sofia Coppola un pò tra la tinta rosa di una favola e gli inevitabili piedi per terra; la  noia di questa bolla, il suo essere serviti e divertiti all'interno di una camera d'albergo o di una reggia sfarzosa. Che significa accettare il destino? Se non si può evadere da esso cambiando vita, perchè troppo succulenta, anche se noiosa, non resta che tenersi dentro restando rilassati, senza rabbia o proteste e senza agitarsi per avere di più. In fondo le sue storie sono quelle di chi dell'essere viziati non si lamenta e ne fa quello che può, con tutta l'anestesia esistenziale che comporta.

Inquadrature fisse o molto lente, suoni e ambienti ovattati che fanno pensare a un dolce e spensierato e persistente risveglio su un comodo letto, comunicazione umana ai minimi sindacali, videogiochi per spezzare il tempo o renderlo ancora più morto, un attore senza casa già lontano da sè e che più di tanto non si può allontanare. Il titolo "Da Qualche Parte" penso che stia a significare il non sapere dove ci si trova: nel deserto molto probabilmente, a girare in tondo.

È piuttosto Antonioni style questo film per quell'attenzione all'interiorità e agli ambienti che ci annullano e in cui troviamo il nulla. Per tutti quelli che non sopportano i film che etichettano come noiosi, questo può essere quello meglio abbordabile per via del contesto che rappresenta.

Preferisco di gran lunga Lost in Traslation. Il Leone d'Oro 2010 non è assolutamente un valore in questo caso. Riuscitissima la scena del calco sul volto del protagonista nei camerini del make-up: un lentissimo zoom su questo volto ormai annullato dal materiale bianco spalmatovi sopra in attesa che si solidifichi in 40 minuti nei quali resta fermo e da solo con soli due buchi in corrispondenza delle narici per respirare, mentre probabilemente sta dormendo.

23 mag 2013

La Grande Bellezza, di Paolo Sorrentino (2013)

Non so ancora cosa può accomunare Paolo Sorrentino e Marco Bellocchio, perchè del secondo conosco poco e non bene. Forse io sono l'unico loro punto in comune, giacchè entrambi sono gli unici registi italiani che sono certo di non apprezzare. Forse di tutta la cinematografia mondiale di ogni tempo.

- Cosa c'è che non va? Dillo a me, dai, vediamo cosa possiamo fare. Tutto si risolve.
Che ti ha fatto questo Sorrentino? Ti ha tirato un brutto scherzo? Serbi rancore? Dai, che è una brava persona, devi solo guardarlo da un punto di vista diverso.

- Guarda... non credo proprio.


Prima di tutto riconosco che ha uno sguardo (e ci mancherebbe! direbbe qualcuno) ma non è il SUO sguardo. È quello di Fellini! C'è proprio lo stesso modo di far muovere i personaggi davanti alla macchina da presa, di farli girare di scatto, di farli passare come per caso, di muoversi dal particolare al totale, solo che con Fellini c'è una danza leggerissima come messa in scena, mentre con Sorrentino c'è una scopiazzatura che di leggero ha solo l'intenzione. Certamente Sorrentino non è così fesso da aver fatto una fotocopia, c'è del suo ma la matrice è quella e non la dissimula nemmeno. In Fellini c'è la poesia, in Sorrentino c'è la saggezza per aforismi. I suoi protagonisti (il penultimo film non l'ho visto) sono sempre dei vecchi squallidi che tengono i fili di un mondo immobile, una stanza, una casa o una città buie, che puzzano di stantio, di chiuso. La prima frase di "La Grande Bellezza" è esattamente la dichiarazione di Sorrentino sull'origine della sua visione di essere umano e poi di regista. Gli piacciono gli uomini vecchi, strani (tendenti al freak), terribilimente soli, sottilmente narcisisti e altezzosi per vocazione. Si piacciono questi protagonisti, la sanno lunga sulla vita e sulle persone, sono degli Dei in terra che non si fanno problemi ad essere dei disadattati, anzi in fondo se ne compiacciono. Fa schifo il mondo de La Grande Bellezza. Non solo è pacchiano e vuoto ma è soprattutto disgustoso. I suoi personaggi sono orrendi, cioè grotteschi ma senza chissà quale ironia. Sono troppo vicini alla realtà delle persone, pur nella loro resa distorta, perchè risultino inoffensivi: piuttosto sono disturbanti (ma non alla maniera di Lynch). È lo stesso stile di Sorrentino ad essere tanto disturbante quanto acrobaticamente elaborato ed esibizionista. C'è una sola sequenza in cui non faccia uso di carelli in avanti, di dolly panoramici e "micro-dolly" sugli attori? Si muove troppo, eppure non è un Bertolucci che crea movimenti sensuali. Si muove perchè adda fa verè che è bravo. Più che disturbante lo trovo, in questo senso, fastidioso. Nel film c'è lo sfottò a una performance d'arte concettuale, una giraffa che viene fatta sparire con tanto di spiegazione sul concetto morale di trucco, uno scambio di battute con una bambina invisibile, una vecchissima suora decrepita che sale le scale in ginocchio, e un'altra marea di cose che Sorrentino mette in scena nonostante voglia poi sfottere questo ermetismo proprio con quella performance della donna nuda che sbatte la testa contro l'acquedotto romano. Ogni occasione è buona per condensare in una frase una grande osservazione, un'intera filosofia di vita.
Paolo Sorrentino crea una visione? Uno spazio mentale omogeneo disponibile all'immaginazione? Vedo la sequenza iniziale e penso che non faccia che giocare a creare associazioni e sovrapposizioni che mostrano la loro struttura, il modo in cui ha messo insieme i vari elementi (il coro di donne e poi la donna solista che canta in tedesco.. ma che c'entrano con tutto il resto?). È tutto spezzato, rotto, rigido come a creare suoni dissonanti. Il cinema fino ad oggi ha conosciuto già cose del genere, con questo film mi sembra che lui voglia imitare quelle soluzioni spiazzanti e per un pò incomprensibili. È la destrutturazione che fa l'involontaria parodia di se stessa? Boh.
E poi c'è una presenza eccessiva di preti e suore. Sorrentino mi fa vedere almeno due volte un prete felice nel dondolarsi al ramo di un albero: che razza di rappresentazione ironica è? E quella delle suore che più volte camminano frettolosamente tutte unite? Fellini, no? Di nuovo.
E l'usare uno stesso canto di The Tree of Life di Malick scimmiottando lo sguardo di Malick? E rendere il montaggio molto meno pesante?
Ho l'impressione che Sorrentino voglia tenersi ad una distanza di sicurezza dal genere umano: lo osserva e pensa che a malincuore, con tanta malinconia compiaciuta, è costretto a farne parte.
La grande bellezza sotto il chiacchiericcio (come dice il protagonista dal nome vezzosamente bizzarro)? Non mi sembra sia convincente questa scoperta. Nulla di originale nel parlare di cose autentiche, del resto nel film non c'è ombra di poesia.
C'è qualcosa che si salva, le interpretazioni di Verdone e della Ferilli, memorabili.

Un altro film sulla decomposizione in vita degli individui.

Tanto Verdone quanto Bertolucci elogiano questo regista. Dicono che oggi, in Italia, è Il regista. Devo avere proprio torto, deve essere proprio vero che non ho capito niente del suo stile. Fare film badando alla forma non dovrebbe essere un'eccezione, eppure in un panorama italiano così appiatito, l'unico che se ne preoccupa appare come il più dotato tra tutti. Tanto si parla di Paolo Sorrentino ma il miglior regista oggi che crea immagini belle e dense è Matteo Garrone.

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Paolo D'Agostini su Repubblica scrive:

La grande bellezza non è un remake della Dolce vita. La grande bellezza è La dolce vita.
Come se il capolavoro felliniano fosse un testo letterario o teatrale, che si possa rimettere in scena, al pari di un testo di Shakespeare, Goldoni, Molière, o Pinter o Beckett o Ionesco. Secondo la sensibilità del regista di turno, e secondo il tempo in cui egli opera.
Paolo Sorrentino ha rimesso in scena La dolce vita cinquantaquattro anni dopo.
Pur abbagliato dal risultato, affaccio subito una nota di dubbio.
Non che Fellini nel 1959 non fosse pienamente consapevole di sé e non nutrisse altissime ambizioni.
Però (e tuttavia non sono sicurissimo di quello che dico. Di quella apoteosi felliniana non sono stato testimone diretto e contemporaneo, il film mi è arrivato già conclamato classico, mentre dell’ascesa di Sorrentino lo sono stato. Dunque ci sono delle ineluttabili diversità di sguardo da parte mia), dicevo: però credo che comunicasse un’impressione fluida, non troppo costruita e “intellettuale” (neanche laddove si voleva, come nel personaggio di Alain Cuny, rappresentare precisamente il tormento intellettuale).
Mentre Sorrentino questa impressione intellettuale e costruita la dà, o comunque la dà in misura maggiore.
Forse dipende anche dal fatto che – sia pur facendolo proprio attraverso una propria rielaborazione – si serve di un testo che lo precede, che esisteva già e da lungo tempo come riferimento universale, e che allora quando – nel ’60 – il mondo lo conobbe era nuovo di zecca.

Sottolineo quando parla di "impressione intellettuale costruita". È lo stesso piccolo dubbio che ho avuto guardandolo: non è che anche quei film (ci metto anche Antonioni) che oggi apprezzo e digerisco benissimo, all'epoca mi avrebbero respinto (o che io avrei respinto) ancora prima di pensarci su?  La risposta che si dà D'Agostini mi sembra un pò sciocca perchè sembra che per raccontare questa storia Sorrentino non avrebbe non potuto usare quel modello storico. Il punto è che non lo prende come modello di partenza, lo usa con mano pesante negando poi di voler salire all'altezza del suo regista di riferimento.

D'Agostini, diversamente da me e nonostante questo dubbio, si dichiara cmq convinto della positività di giudizio sul film, tant'è che continua scrivendo:

Sorrentino ha ri-fatto La dolce vita ma il suo tributo felliniano va anche oltre.

(da qui)

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Alle critiche italiane non entusiastiche quanto quelle straniere, sia Sorrentino che Servillo hanno risposto con una certa punta di disillusione dando più valore invece alla risposta del pubblico. Si, vabbè..

Per completezza riporto anche le parole del regista e degli attori riguardo il riferimento inevitabile con Fellini.

Sulle tutte le valutazioni pesa il parallelo con la Dolce vita: «Quello è un capolavoro - taglia corto Sorrentino -, questo è un film». Poi aggiunge: «Se ci sono assonanze, stanno nella riflessione sul presente. Nella Grande bellezza Jep Gambardella è un uomo che ha perso delle opportunità. Se al suo posto ci fosse l’Italia, si tratterebbe appunto di un Paese che ha mancato delle occasioni». Nè il regista nè lo sceneggiatore Umberto Contarello hanno rivisto l’opera felliniana: «Non ne abbiamo mai sentito la necessità». Ma la memoria della prima visione resta incancellabile per tutti: « Per me - dice Sorrentino - la Dolce vita rappresenta il massimo grado di libertà nel raccontare». Per Verdone si tratta tuttora di «un film irripetibile, che ha fotografato un periodo storico». Sabrina Ferilli, spogliarellista malinconica della Grande bellezza, dice che il capolavoro felliniano «è stato il più grande manifesto dell’effimero». La differenza, osserva Servillo, sta nella prospettiva: «Fellini ha guardato Roma appoggiato a una balaustra, Paolo, invece, ci è cascato dentro, come se fosse finito nella tromba delle scale». La Dolce vita, ricorda l’attore, doveva chiamarsi La bella confusione: «L’Italia descritta era animata dallo slancio del dopoguerra. Fellini la raccontò creando un linguaggio nutrito dalla letteratura di quegli anni». Oggi, osserva Verdone, «la grande bellezza è soprattutto nostalgia, contrasto con un mondo senza etica, diviso tra noia atonica e scatenata follia».

(da LaStampa.it)

27 nov 2012

My Blueberry Nights (2007)

Non ci vogliono molti minuti per capire che questo filmetto di Wong Kar-Wai è fatto della stessa pasta degli spot più eleganti, prestigiosi, affascinanti, più o meno quelli delle auto. Ma è riduttivo farlo secco con i vezzeggiativi giacchè come tutti i film davvero minori, evidentemente minori, anche questo si presta ad essere trasformato in qualcosa di meglio con un'interpretazione da riciclaggio (in fin dei conti, creativo).
La storia non è sostanzialmente male, anzi col suo carico di metafore è piuttosto intrigante: una ragazza sta cercando il suo compagno in un cafè dove lui la sera precedente avrebbe cenato; lei arriva lì incazzata per parlare direttamente con il cameriere-proprietario per chiedergli se l'ha visto, ma la verità viene allo scoperto (era con un'altra) ed entrambi si ritrovano a parlare. Lentamente, lungo un paio di sere in cui il locale sta per chiudere, le offre più di una spalla su cui deprimersi, le offre tutte le storie di coppie spezzate, o di persone in attesa di qualcuno, che lì hanno lasciato le loro chiavi come segno di un contatto non più condiviso.
Il cafè è da subito un luogo iper-accogliente, di transito e di stagnazione dei sentimenti, della dimenticanza, dei sogni, di cambiamenti che stanno per avviarsi e che stanno per arrivare a compimento, un luogo che raccoglie cose che le persone ritengono futili o che respingono, come ad esempio una torta di mirtilli che nessuno sceglie di assaporare perchè non ne conoscono il sapore. E il sapore in questo film ha una sua espressione sinestetica nel bacio capovolto (o a spirale, o a 69..) tra i due amici, oltre che nello stile fluido delle immagini e delle luci sempre più affascinanti e avvolgenti di Wong Kar-Wai. La ragazza capisce che ha bisogno di compiere una sua odissea per dimenticare e cambiare, e lascia il cafè ma non il cameriere a cui scriverà raccontandogli le storie che questa volta lei ha conosciuto. Come in altri suoi film, il regista è di nuovo interessato a quel giro in tondo molto largo che i suoi personaggi devono compiere per amare e non essere sperduti, quella scoperta di un universo interiore alienato e umorale. La ragazza si fionda nella notte solitaria di New York e parte senza meta raccogliendo mentre lavora in un bar la storia di un poliziotto che non vuol accettare di essere stato lasciato dalla moglie, la quale a sua volta pensa di essere libera dal vecchio amore; e quella di una giocatrice d'azzardo che ha trascurato la propria relazione col padre malato. Entrambi sono esempi che portano alla protagonista il senso della profondità di un rapporto, la sua disperazione e tragicità, compreso troppo tardi quando è ormai irrimediabilmente perso. In questo modo Elizabeth (Norah Jones) trova la parte mancante delle storie raccontate dal cameriere Jeremy, cioè il motivo per cui le chiavi che conserva nella boccia di vetro non sono state riprese da nessuno.

22 lug 2012

Marina Abramovic: The Artist is Present

Attenzione: l'artista è nel museo. La persona dell'artista, la sua immobilità, il suo sguardo nel tuo sguardo, il peso di centinaia di sguardi dritto nel suo per sette ore ogni giorno per tre mesi, è l'opera d'arte. 



È vero, è una persona che ha fatto del male al suo corpo in modi (non sto qui ad elencarli) che possono turbarci e che normalmente non concepiamo. Qualcuno può perciò definirla pazza e chiedersi se questa è arte, penso solo che bisogna essere grati a una persona che fa capire e sentire di riflesso cosa il corpo è, cosa può sopportare, come è possibile trascenderlo. Resto meravigliato di fronte a questa donna sexy di sessant'anni che concepisce un'opera di tale semplicità e potenza come l'immobilità forzata e il contatto umano attraverso gli occhi: mi svela cos'è il tempo, cosa sono le emozioni, cos'è uno spazio condiviso e l'essere umano che lo occupa appartenendovi, cos'è guardare e osservare, partecipare, scavare dentro di sè attraverso l'altro, cosa è essenziale. Da un certo punto in poi del documentario mi sono dimenticato che lo stavo vedendo, poi me ne sono accorto ed è stata una scoperta incredibile. Ma voglio ritornare sul concetto di tempo: alla fine, quando osserviamo un dipinto quanto tempo ci restiamo davanti? Trenta secondi? Un minuto? Poi si passa a quello successivo no? Beh, stare di fronte alla bellezza per me è anche voler scivolarci dentro e averne esperienza, e un minuto non basta proprio. Marina Abramovic regala un'esperienza in cui in quel minuto prendi contatto con il tuo vedere un'opera d'arte, e vedere e osservare da dentro te stesso quest'atto stesso. Ci sarebbe altro su cui pensare oltre la superfice, ma non ho più sotto mano il documentario perciò rimando a quando riuscirò a procurarmelo. Ringrazio la multisala The Space che ha deciso di proiettarlo per una settimana ad un buon prezzo, davvero un'ottima visione.

sul nytimes.com

9 giu 2012

Cosmopolis, David Cronenberg (2012)

Alla fine entri nell'ottica del ventottenne capitalista: stronzo, freddo e ossessionato. In effetti una volta che si è arrivati a quella richezza ti senti onnipotente e hai una paura fottuta della morte che crei e manipoli continuamente. Il mondo scorre... e non ne hai percezione. Ma poi quale realtà? Sa che qualcuno lo vuole uccidere. Attraversa la città, una giornata, una limousine, una bara. Vuole solo aggiustare il taglio (dei capelli) o meglio la mannaiata della morte....
Entro nell'ottica ma lo respingo. È una persona che non sta bene, sta malissimo, che si dia subito la morte. È una persona che pensa di controllare tutto ma non sa nemmeno chi è. Si, sta proprio male. Si aggrappa a quel check-up medico ogni giorno per non essere vitima del dubbio, del ragionamento? Per poi cosa? Non sapere nemmeno cosa significa che ha una prostata asimmetrica? L'ignoranza come via di fuga è il primo dei mali.
Ma basterebbe dire che vuole comprare tutta la Rothko Chapel per capire quanto stia fuori un tipo così.
Due puntine di noia e tanti dialoghi che necessitano e forse meritano una seconda visione.

22 feb 2012

War Horse, Steven Spielberg (2012)

Sentimentalismo a pacchi, buonismo sovrabbondante, una storia del tutto priva di interesse. Nonostante ci sia una sequenza magistrale di guerra, Spielberg però vuole parlarne con un emotività bassissima, banalissima in cui il cavallo è il mezzo per la salvezza all'interno dell'orrore. L'unico punto a favore è che il film sfiora piccole storie di guerra mostrate a mò di volo d'uccello. Ma più di tanto non si spinge. Un film assolutamente privo di intreccio e con sole trovate straabusate di sceneggiatura per far uscire il sorriso di felicità e la lacrima d'amore. Insomma è un super-Spielberg che è una mezza fregatura perchè da lui mi aspetterei qualche passo oltre la maturità e invece ti presenta qualcosa che già sapeva fare trenta anni fa e ora pure peggio nella direzione della quintessenza della retorica. E chissenefrega che si rifà al grande film hollywoodiano di un tempo che francamente nemmeno conosco (a parte I Dieci Comandamenti, in tv si è mai visto con la stessa frequenza un altro Cecil B. De Mille?) e di cui perciò non parlo (ma il finale col tramonto alla Via col Vento l'ho riconosciuto, eh si). E chissenefrega che per lui "chi salva una vita, salva il mondo intero". Baggianata enorme ma che quintessenzialmente funziona sempre tra i bambini è l'incontro con scambio di battute tra il tedesco e l'inglese nella terra di nessuno. Davvero indimenticabile. Una pietra miliare.

9 feb 2012

Hugo Cabret, Martin Scorsese (2011)

Che c'entra il regista di Casinò con una favola? Se è l'opportunità non solo per omaggiare il cinema ma anche per raccontare una storia e un personaggio anzi un uomo primitivo della settima arte con intenti fondamentalmente documentaristici, è più che lecito dire che Martin Scorsese ha tirato fuori un film piuttosto unico e prezioso. Con Hugo Cabret racconta il funzionamento della macchina-corpo cinematografico, le dà l'avvio, la ricarica con la meraviglia di un vero ed efficacissimo 3D così come si ricarica un orologio, risolleva questo corpo-sguardo-pensiero dalla dimenticanza, le ridà vita come la finzione e l'illusione delle immagini possono far di nuovo sognare quegli uomini afflitti dalla troppa realtà della guerra. Di fronte ad Hugo Cabret si è di nuovo spettatori e anche nuovi spettatori. Il volto dell'ispettore ferroviario che sfonda letteralmente lo schermo passando dall'essere immagine all'essere una vera presenza invadente che ci chiede chi siamo noi che scorazziamo da soli nel luogo-sala cinematografica di arrivi e partenze di storie, è sorprendente e spiazzante come il treno che arrivò alla stazione di La Ciotat. Più di Spielberg con Tin Tin (che manca di autentico senso dell'avventura) ha fatto meglio un inedito Scorsese con questo film. Un'avventura dal ritmo rallentato, d'altri tempi in un certo senso, e non esente da difetti. Treni, ingranaggi, robot, disegni, libri, pellicole, costumi, la Storia, Georges Melies e gli occhi bagnati di blu di Hugo Cabret. Qual è il messaggio nascosto della macchina cinematografica? C'è, come dire, un periodo in cui si è bambini, e che è il terreno fertilissimo di tutte le emozioni pure che verranno in futuro; e c'è un momento preciso in cui si prende contatto con la meraviglia: ecco, questo è la nascita dell'universo personale che ha bisogno periodicamente di essere riportato in vita da opere, nel caso del cinema, che restituiscano il meglio possibile quell'imprinting. Scorsese ci regala la luna (in 3D) colpita nell'occhio dal cinema: un autentico simbolo geniale di ciò che è il grande schermo.

31 gen 2012

Mission Impossible: Protocollo Fantasma (Brad Bird, 2011)

È da non crederci come basti leggere il nome del regista per lasciarsi influenzare sull'impressione che si ha del film. Brad Bird è il regista di Mission Impossible 4 ma cosa mi dovrebbe far dire che questo film possiede qualcosa di suo? Rendiamoci conto che prima di questo ha fatto solo due film molto belli come Gli Incredibili e Ratatouille, entrambi di animazione, e che questo Mission è un franchise che obbliga chi lo dirige a rispettare la forma originaria. Se non leggessi il nome di Bird sotto al titolo su un qualsiasi sito di cinema, come mi accorgerei che è lui ad aver messo mano a questo quarto capitolo? È risibile come in giro ci sia chi va a scovare nel film sottili idee per giustificare la linea autoriale e interpretativa di quello che ha visto. Perderei tempo a prendere tutti gli articoli letti e dire esattamente il contrario.

Migliore del precedente ma non altrettanto forte e compatto. L'impressione non è che dura troppo, ma che dura male: prima dell'intervallo, allo scoccare dell'intervallo proprio a metà, mi sembra già di averne vite due di ore e non una. La suspense riguarda solo due scene e il resto gira ma non carica ed esplode come l'episodio precedente (il cui difetto principale era l'essere troppo Cruise-centrico); i personaggi del team della IMF sono la parte più interessante perchè ben adeguati alla storia, Tom Cruise stranamente ha invece un ruolo quasi defilato. È certamente il perno dell'azione ma il suo muoversi all'interno della storia è discreto, democratico e troppo serioso (mai un sorriso se non alla fine, sembra si stia solo impegnando ad allenarsi in palestra). Ecco, per non essere coatto come il precedente Ethan Hunt (per non parlare di quello di John Woo), si calma un pò, abbassa la testa, si mette un pò, appunto, di lato. Tom Cruise ha 50 anni e si vede e direi che può pure smettere adesso, perchè è in tempo, a fare questi action da ragazzi. Mission Impossible è per definizione irrealistico perchè non costruisce alcun universo in cui quella tecnologia e quei piani di intrufolamento nei grattacieli siano credibili; nessun universo, nemmeno quello strettamente cinematografico, tanto che può sforare tranquillamente nell'autoparodia. Vogliamo parlare della tecnologia? C'è l'I-pad.. e come poteva non esserci? C'è il table screen, c'è il corridoio che illude (idea simpatica), c'è il riconoscimento del volto sui cellulari, c'è qualcosa di impossibile come la maglia di lana che permette la levitazione magnetica, ma la migliore è il parabrezza touch screen. Non c'è un cattivo che sia tale, ma anche uno che sia presente sullo schermo per più di 15 secondi di fila. Ed è curioso come non venga più mostrato il salto nel vuoto di Cruise e l'uso delle maschere.

Più di tanto non mi ha deluso. Buon per me e buon per lui.


2 nov 2011

Melancholia, Lars Von Trier (2011)

È tutto finto artificiale in questo film. Il mondo è una superfice verde campo da golf con un piccolo castello in mattoni in cui si celebra un matrimonio. Sempre che la sposa sia dell'umore giusto. E non lo è. In qualche modo ce la mette tutta a sorridere ma c'è la madre che inizia a rovinarle la festa e poco ci manca che inizi ad urlarle contro. Si allontana più volte dagli invitati: va a farsi un bagno nella sua stanza, va a dormire sul letto del piccolo nipote, gira sul campo da golf per poi scopare lo stagista che la insegue. Deve andar storto ed è inevitabile. Non c'è alcunchè da celebrare. La coppia appena sposata si separa all'alba. Non mi sono mai piaciuti i matrimoni: cosa c'è da festeggiare? Perchè bisogna essere tutti belli per una giornata? Che importanza ha questo giorno? Ha davvero il sapore della morte. Il matrimonio è più ancora del compleanno un istante di tempo che già sappiamo come andrà a finire: tutti diventeremo più vecchi e non esisteremo più. Siamo tutti insieme lì riuniti per un solo giorno per contrastare la fine di tutte le cose, ma con la morte che bussa forte al portone. E noi chiusi dentro a gioire con i nostri riti di cui non siamo proprietari. Vale la pena festeggiare un matrimonio (perchè si vive solo una volta)... ma quanto è ridicolo.. Brindisi e felicità con i minuti contati. Il giallo annerito e il nero ingiallito prima di un'alba che sopraggiunge. Un pianeta enorme si sta avvicinando alla bocca della Terra per aspirargli l'aria. La calma prima della fine, i movimenti diventano pesanti e carichi di implosione, non c'è più un mondo dove fuggire se oltre il piccolo ponte non si può cavalcare. Aderire misticamente all'evento terminale (rappresentato senza potenza) è ciò che rimane da fare alla sposa ormai priva di sguardo e alla sorella al limite della speranza. L'immagine di von Trier è lieve, sospesa, struggente, è l'unione della prima luce dell'alba e l'ultima luce del crepuscolo. È il commento alla musica di Wagner senza riuscire a raggiungere la sua ineffabilità.

11 ott 2011

Drive, Nicolas Winding Refn (2011)

...e si allunga allegramente la lista delle cose che non mi piacciono (del tutto o a sufficienza) contro il consenso quasi unanime del resto del mondo.
Certe storie e personaggi non mi sfiorano, non mi colpiscono, interessano (e via dicendo). Drive mi ha sostanzialmente dato una buona impressione, ma senza capire perchè, visto che nulla mi ha davvero colpito. È passata una settimana e un giorno da quando sono stato a cinema e il non averne scritto niente dimostra che proprio non so cosa ci sarebbe da dirne. È la storia romantica di un ragazzo duro e riservato che gioca la carta della sua solitudine nel salvare una ragazza (e il marito, e il figlio) da poco conosciuta? Preciso, competente, sicuro nel muovere un auto sull'asfalto di L.A. o di un set cinematografico, il suo scopo diventerà tirare e tirarsi fuori da un affare di soldi? Tutto controllato, razionale, lucidissimo, trattenuto, dilatato, tanto da comunicarmi... niente. Non è freddo, è che si fa i fatti suoi, come il protagonista.. che è un tipo di persona anche un pò ridicola nel suo fallire per dei principi di certo nobili ma talmente personali, nascosti, timidi addirittura, da non appartenermi nemmeno un pò. Non si fa universale, non si fa emozione: si fa i cazzi suoi e basta.

P.S.
..e la scena dell'ascensore? Dico io, andare pazzi per una cosa come quella? Lui nell'ascensore si accorge di avere affianco un tizio che lo vuole uccidere, spinge con un braccio (al ralenti) la ragazza nell'angolino, si gira, la bacia, poi scatta sul tizio picchiandolo. C'è molta sintesi in questa scena: molto romantica, molto violenta, davvero credibile! Davvero imbarazzante.

26 set 2011

Carnage, Roman Polanski (2011)

Polanski utilizza la scena teatrale per dare tempo a due coppie borghesi di svelare progressivamente le reali intenzioni umane al di sotto del finto manto di civiltà che le sostiene. L'idea che avanza nel film, e che si presenta sin dall'inizio, è che schierarsi con il personaggio più cinico o con quello più conciliatore o con quello progressista è impossibile: l'essere umano è solo limitatamente un essere sociale, e non ci sono ragioni a cui appigliarsi con tutte le forze. Se quei genitori sono lì, è per prendere le parti dei propri figli; ma alla fine non riusciranno nemmeno a prendere le proprie singole parti. Una piccola ma efficace e ironica lezioncina di Polanski sull'individuo giunto ancora una volta nel proprio vicolo cieco. Ma è un film che si dimentica presto.

Crazy, stupid, love (Glenn Ficarra e John Requa, 2011)

Film che si divide a metà tra la commedia e il sentimentalismo più terra terra senza fonderli. Divertente nella parte "ti aiuto a riscoprire la tua parte virile" e molto moscio in quella in cui i personaggi sono troppo "stupidi per amore". Insopportabile il discorso pubblico di riavvicinamento negli ultimi minuti, le dichiarazioni per la baby sitter di quattro anni più grande del ragazzino figlio del protagonista, sorprendente la capacità di Julianne Moore di piagnucolare anche in questo film (senza fare altro). Momenti in cui ho riso ce ne sono (sufficienti) ma la commedia non stabilisce il ritmo, che è in mano a una storia che vuole seriosamente parlare di incontri tra anime gemelle. Dunque piacerà soprattutto a chi crede nell'amore che non si può scardinare. Un altro film uguale a tanti altri.

14 set 2011

Terraferma (Emanuele Crialese, 2011)

Un buon film e null'altro. A distanza di qualche giorno dalla visione ricordo l'impronta autoriale di Crialese, cioè il suo sguardo forte sul mare e sulle creature marine che sono gli uomini che ci vivono sopra. Il suo è un cinema che definisce il mare, il mito che ne nasce, la legge particolare che lo fa rispettare e che fa degli uomini che lo attraversano i custodi di una tradizione. Tre leggi su un'isola che deve continuare a sopravvivvere, quella dell'ordine, quella del mare, quella del profitto, che non trovano punti di accordo. Immagini poi non tanto potenti come ho letto in giro (a parte l'ultimissima e un paio di scene) e un casting che mi fa ridere: il personaggio di Filippo alla fine mi ha convinto in bene, ma sin dall'inizio non riuscivo a togliermi da torno quella faccia da fesso dell'attore che lo interpreta (per altro un simpatico incazzoso bambino ai tempi di Respiro); poi il nonno pescatore che non poteva non avere la sua folta barba e lo sguardo stanco, per me perfetti in una commedia di Wes Anderson; infine l'inutile Donatella Finocchiaro, del tutto estranea al campo della recitazione e invece molto dentro a quello dello shopping d'alta moda (è l'unica impressione che mi trasmette il volto di questa donna); Beppe Fiorello nella parte più adatta a lui, l'animatore turistico... e non ha sbagliato :)

11 set 2011

Super 8 (J.J. Abrams, 2011)

A me il "cinema di" JJ Abrams non piace perchè mi sembra confinare troppo con quello di Michael Bay (e diciamo che si sono anche sovrapposti nel caso di Armageddon nel '98). Che poi.. dire "cinema di" è un'esagerazione, più che altro sono idee, sono tracce o meglio ancora sono strategie del cinema commercialone che sempre più deve soddisfare e superare (in peggio?) i gusti dello spettatore tipo (ancora a distinguere quello commerciale da quello d'autore??? -- me la sento che mi sbatte nel cervello --)
Eppure, nonostante questo, fino ad ora ho visto a cinema tutti e tre i film di Abrams, cioè M:I 3 e il nuovo Star Trek, visto tutto Lost ma ho ricacciato al proprietario Cloverfield.

Quale operazione nostalgia? Ok, le stanzette, le biciclette, il ragazzino orfano e qualche altra cosa, tutti elementi posizionati nel film rispettando il minutaggio per renderlo il più uguale a quelli che si facevano negli anni '80. Ma io ho solo visto un film di oggi e null'altro. Le produzioni di Bay e Abrams sono già delle copie di quelle del passato, con qualche modifica della tecnologia attuale, ma gli schemi sono sempre gli stessi. E allora di operazione nostalgia c'è solo l'estetica? Io non ho visto un film che vuole omaggiare Spielberg, perchè allora gli altri cosa sono?
Alla fine Super 8 è un prodotto leggero che si riesce a vedere senza pentirsi della propria scelta, ma dire che si è rivissuta un'epoca grazie ad esso è proprio essersi fatti prendere in giro.
Se c'è da omaggiare un'epoca solo due sono le possibilità: o la rimastichi in un film inedito che da un lato ti riporta al passato e dall'altro ti introduce un elemento nuovo; o riproponi in sala (ora che esistono le proiezioni in digitale) i film usciti in quegli anni, come è stato fatto per Ritorno al Futuro e prossimamente per Ghostbusters.
Alla fine Super 8 cos'ha di "Abramsiano"? Il rumore davvero eccessivo degli effetti sonori, l'alieno che assomiglia a un transformers e quei cazzo di inutili flares che dovrebbero essere la cifra stilistica del regista. Bene. Ciò che gli manca del tutto è il senso di avventura reale, autentica, viva, che hanno fatto di qeui film degli '80 dei bei ricordi.

16 giu 2011

The Tree of Life


L'Universo, o se volete il Creato o l'Esistente, è fatto di dolore: ma perchè? Perchè tanta bellezza è anche dolore?
Non so se questo quinto film sia un passo in avanti del suo discorso ma sta di fatto che è un altro modo di porre il suo sguardo sull'uomo e la natura. C'è sempre la morte nei suoi film ed è sempre una parte, la più sofferente, del Tutto.
Panismo
Panteismo
Quella più bella è sicuramente del personaggio di Pochaontas in The New World, culmine in un certo senso di tutta la sua poetica dell'accettazione, dell'armonia con il mondo, di una felicità, una grazia mai persa. In The New World il dolore era rappresentato come frattura di una civiltà col suo passato nel suo compiersi.
In The Tree of Life il ricordo della morte di un fratello ritorna dopo essere stato in qualche modo dimenticato, e ritorna vivo aprendosi a tutto ciò che manifesta sofferenza.

C'è qualcosa in noi, delle forze, che si combattono all'infinito, sono all'origine dell'identità. Perchè mio padre mi odia? Vuole uccidermi? Perchè questo significa "volermi bene"?
Il bambino, il figlio, è sempre lì impaurito che subisce una forza più grande. Riflette, capisce, è triste e felice, libero e confuso. E il padre ha forse sbagliato. "Povero bambino, povero" dice mentre ricorda di essere stato severo per troppo egoismo, per una vergogna che apparteneva solo a lui e che aveva riversato sul figlio. Toccante.
L'Universo ci schiaccia senza rispondere alle nostre domande. Eppure la sua bellezza ci suggerisce di amare per poter vivere.

Malick rappresenta con purezza i primi anni di vita e la crescita, la felicità di quell'età che a stento possiamo ricordare. Lacrime di gioia. Sembra che questo solo sia il significato, gli attimi di Grazia eterna che possiamo trascendere vivendo.

Da qualche parte qualcuno ha scritto che Terrence Malick filma il vento. Esatto. Lui filma anche , o meglio rende tutto come, l'acqua. È tutto un fluire senza origine e senza fine di immagini, di musica, di suoni, di silenzio che ci avvolgono. Tutto così leggero da essere anche non sempre facile da afferrare. Il suo cinema è un Io che contempla, ci restituisce un atto dello spirito di cui si è persa l'abitudine.