Ho ritrovato un numero di agosto di D, il magazine di repubblica del sabato, da cui ho fotografato due pagine più immagini con il diario di uno specializzando in anestesia italiano di 34 anni che ha lavorato per diversi mesi in Afghanistan a salvare senza sosta vite di bambini coinvolti nell'esplosione delle bombe.
Poichè il blog deficita di contributi, ma è sempre aperto, tanto vale dare spazio a qualcosa di importante come questa esperienza allucinante e reale, soprattutto perchè non è scritta da un giornalista e fornisce un punto di vista diretto che non è la solita immagine dei telegiornali (quei servizi di 3 minuti di immagini montate e con commenti che non danno l'idea della guerra e delle persone che la subiscono).
Visualizzazione post con etichetta foto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta foto. Mostra tutti i post
13 ott 2014
20 lug 2014
ad un tratto ciò che sento attraversa il filtro del pensiero, come se si manifestasse una superficie trasparente dove avviene il distacco. E così il pensiero è quello della mancanza come condizione umana. Mancanza e non perdita: cosa si dovrebbe perdere in fin dei conti se non c'è mai quella tal cosa? Non c'è niente che si perde, che perdemmo o che perderemo (a parte che nel passato avevamo due "m" e nel futuro ne avremo una sola). Perché esiste questo verbo allora? Mi sembra funzionale solo per il rammarico e altri sentimenti affini.
Esseri manchevoli che fanno di tutto per riempire la mancanza. Più che chiedere e chiedersi se si è felici (che palle..), sarebbe forse il caso di spostarmi sul "ti senti pieno di vita?" (ricordando un pò quel libro di John Fante). A parte il fatto che al solo chiedermelo o chiederlo il pensiero si insinua e taglia via quella pienezza facendola scendere al 98% o più giù. Proprio come quando stacchi lo smartphone dal caricabatteria che ha finito il suo lavoro e appena inizi a riusarlo, zaaak!, già non c'è più quel 100%. Ma l'esempio starebbe dunque a dimostrare che c'è qualcosa che si perde? Ma l'energia non andava a finire da qualche parte in altra forma? Allora, più che altro, la perdita è da concepire solo come mutamento di stato. E ciò che diciamo di perdere, in realtà è ciò che sentiamo che manca. Ma cosa? Appunto il filtro del pensiero orienta il sentire, ma non riesce in alcun modo a giungere a capire il cosa, cerca di farlo controllando i modi, le modulazioni, le modalità, le modularità. Il come modella, plasma. Il cosa manca.
Ora, tutto sto pippone aveva inizio (prendendo poi una strada troppo larga) da una foto. Questa qua
che sembra non centrarci niente, ma solo perché l'ho presa molto alla larga.
Il vecchio della foto (qualcosa mi dice che preferisce farsi chiamare vecchio più che anziano) non è un figuro che mi dà simpatia per via di quegli occhiali e per il volto in generale (però ci sono cose che mi suggeriscono anche l'opposto). Il punto è che è stato preso alla sprovvista. Era lì a macinare giudizi a suo vantaggio (come del resto ogni giudizio lo è tendenzialmente) e il fotografo lo lascia a bocca aperta tra un mezzo pensiero e un mezzo sentirsi. Lui gli è proprio come testa sopra l'altra testa, come sagoma-ombra che gli appare e gli svanisce galleggiando. Tutto grazie ad una vetrina: una superficie trasparente dove un sentire si interrompe e un attimo dopo, anzi in quell'attimo, si origina un altro sentire, e dove il pensiero non è ancora davvero arrivato. Noi siamo tanto il fotografo stesso, quanto siamo dietro il fotografo, ma anche proprio lì in mezzo tra il soggetto (ma quale soggetto ormai?) e il..... non lo so. Direi che siamo quel tempo lì. Siamo il tempo che indica sè stesso.
Interno ed/é esterno, come sempre. Cioè come sempre c'è una trasparenza che fa ed è cose opposte (inutili da elencare) che si sorprendono l'un l'altro.
Il vecchio appoggiato ad un bancone e una piazza fuori dove circolano sentimenti e pensieri in modo molto caotico (e secondo me fa anche molto caldo là fuori).
Sembra proprio che ciò che manca sia stato colto, ed è l'Appartenere.
Ci sforziamo di dare una durata generandola e mantenendola. È una bolla di sapone piccola o talvolta molto grande che resta tale finchè la sua tensione superficiale lo permette. Ecco, manca il permesso.
Sembra proprio che l'unica cosa che si può fare sia curare l'originarsi della pienezza. La sua durata non è permessa. Solo ciò che manca è.
E se invece che mancare di durata fossimo anche noi a mancare alla durata, al tempo? Il tempo potrebbe essere pieno del sentire e il sentire pieno di tempo......
Questa tensione superficiale è esattamente l'originarsi dell'appartenere al tempo. L'aspirazione più grande non può che essere l'essere tempo, il sentire e il pensare che si comprendono e si comprenetrano pienamente.
?
Esseri manchevoli che fanno di tutto per riempire la mancanza. Più che chiedere e chiedersi se si è felici (che palle..), sarebbe forse il caso di spostarmi sul "ti senti pieno di vita?" (ricordando un pò quel libro di John Fante). A parte il fatto che al solo chiedermelo o chiederlo il pensiero si insinua e taglia via quella pienezza facendola scendere al 98% o più giù. Proprio come quando stacchi lo smartphone dal caricabatteria che ha finito il suo lavoro e appena inizi a riusarlo, zaaak!, già non c'è più quel 100%. Ma l'esempio starebbe dunque a dimostrare che c'è qualcosa che si perde? Ma l'energia non andava a finire da qualche parte in altra forma? Allora, più che altro, la perdita è da concepire solo come mutamento di stato. E ciò che diciamo di perdere, in realtà è ciò che sentiamo che manca. Ma cosa? Appunto il filtro del pensiero orienta il sentire, ma non riesce in alcun modo a giungere a capire il cosa, cerca di farlo controllando i modi, le modulazioni, le modalità, le modularità. Il come modella, plasma. Il cosa manca.
Ora, tutto sto pippone aveva inizio (prendendo poi una strada troppo larga) da una foto. Questa qua
che sembra non centrarci niente, ma solo perché l'ho presa molto alla larga.
Il vecchio della foto (qualcosa mi dice che preferisce farsi chiamare vecchio più che anziano) non è un figuro che mi dà simpatia per via di quegli occhiali e per il volto in generale (però ci sono cose che mi suggeriscono anche l'opposto). Il punto è che è stato preso alla sprovvista. Era lì a macinare giudizi a suo vantaggio (come del resto ogni giudizio lo è tendenzialmente) e il fotografo lo lascia a bocca aperta tra un mezzo pensiero e un mezzo sentirsi. Lui gli è proprio come testa sopra l'altra testa, come sagoma-ombra che gli appare e gli svanisce galleggiando. Tutto grazie ad una vetrina: una superficie trasparente dove un sentire si interrompe e un attimo dopo, anzi in quell'attimo, si origina un altro sentire, e dove il pensiero non è ancora davvero arrivato. Noi siamo tanto il fotografo stesso, quanto siamo dietro il fotografo, ma anche proprio lì in mezzo tra il soggetto (ma quale soggetto ormai?) e il..... non lo so. Direi che siamo quel tempo lì. Siamo il tempo che indica sè stesso.
Interno ed/é esterno, come sempre. Cioè come sempre c'è una trasparenza che fa ed è cose opposte (inutili da elencare) che si sorprendono l'un l'altro.
Il vecchio appoggiato ad un bancone e una piazza fuori dove circolano sentimenti e pensieri in modo molto caotico (e secondo me fa anche molto caldo là fuori).
Sembra proprio che ciò che manca sia stato colto, ed è l'Appartenere.
Ci sforziamo di dare una durata generandola e mantenendola. È una bolla di sapone piccola o talvolta molto grande che resta tale finchè la sua tensione superficiale lo permette. Ecco, manca il permesso.
Sembra proprio che l'unica cosa che si può fare sia curare l'originarsi della pienezza. La sua durata non è permessa. Solo ciò che manca è.
E se invece che mancare di durata fossimo anche noi a mancare alla durata, al tempo? Il tempo potrebbe essere pieno del sentire e il sentire pieno di tempo......
Questa tensione superficiale è esattamente l'originarsi dell'appartenere al tempo. L'aspirazione più grande non può che essere l'essere tempo, il sentire e il pensare che si comprendono e si comprenetrano pienamente.
?
17 giu 2014
Hal, stavolta qui fuori ci resto volentieri
Davvero bella l'intervista letta su repubblica a Luca Parmitano, il primo astronauta italiano ad essere stato fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale cioè davvero nello Spazio. Parla di percezione, di limiti, di Umanità, di argomenti insomma di grosso calibro che riesce a trattare con semplici risposte personali (poetiche certamente). Senza nemmeno leggerla si può intuire cosa avrà detto, cioè che è tutto così bello che dobbiamo accorgercene, anche se non avremo mai il privilegio di quella sua esperienza. Sapere che in sei mesi di permanenza sulla ISS è uscito "solo" due volte nello Spazio (da una delle due è dovuto rientrare in anticipo per un problema all'interno del casco... che rabbia, aggiungo), delude un pò: saranno state intense quelle poche ore, che dire.
incollo giusto qualche risposta.
Invidia.
Nemmeno molto tempo fa, vedendo qualche ripresa della Nasa, di quelle fisse all'esterno dello Shuttle in orbita e con il portellone spalancato, mi chiedevo qualcosa di simile. Era una di quelle immagini in cui la Terra è sopra lo Shuttle. Mi spiego meglio: sono molto di più le foto della semisfera terrestre presa dall'alto o di lato, di meno una come questa
Mi chiedevo su cosa poggiasse la Terra.
Vista dall'alto è una semplice foto, ma dal basso si insinua ancora di più la percezione che si tratti di un oggetto e che dunque debba pesare (quanto non lo so e non mi interessa.. se non altro perchè al solo pensarci sento esplodere il cervello). Ma di fatti non pesa, è completamente assurdo concepirlo.
Non voglio incriccarmi ancora di più (anche se adesso sono a stomaco pieno), ma c'è da rendersi conto che lì "sotto" non c'è niente.
Non poggia su niente!!
!?!???(?((^§ç°éç!
O almeno poggia sulle due rotazioni.. insomma è ancorata al Sole. Ora sono più calmo :)
Più che extraterrestre, è un ambiente-uno stato extraumano insomma, effettivamente inconcepibile e solo immaginabile anche se possibile e sperimentabile, perciò enormemente affascinante.
incollo giusto qualche risposta.
La prima cosa che ha visto quando è uscito a spasso nello Spazio?
"Non l'ho vista, l'ho sentita. Il nulla. L'universo s'annuncia non allo sguardo, ma all'udito. Un silenzio irreale. Come se improvvisamente qualcuno spegnesse il sonoro. Tutto d'un tratto s'interrompe l'assordante scampanellìo degli strumenti che cozzano sul tuo scafandro. Continui a vedere gli oggetti che si toccano, eppure non senti più niente. Avverti solo la ventola che mette in circolazione l'aria dentro la tuta. È quello il suono della vita".
Com'è il nero dello Spazio?
"Un nero diverso da tutti gli altri. È assenza di colore, l'assoluta mancanza di luce. È come se tutto si perdesse là dentro, nel buio del vuoto".
Invidia.
Nemmeno molto tempo fa, vedendo qualche ripresa della Nasa, di quelle fisse all'esterno dello Shuttle in orbita e con il portellone spalancato, mi chiedevo qualcosa di simile. Era una di quelle immagini in cui la Terra è sopra lo Shuttle. Mi spiego meglio: sono molto di più le foto della semisfera terrestre presa dall'alto o di lato, di meno una come questa
Mi chiedevo su cosa poggiasse la Terra.
Vista dall'alto è una semplice foto, ma dal basso si insinua ancora di più la percezione che si tratti di un oggetto e che dunque debba pesare (quanto non lo so e non mi interessa.. se non altro perchè al solo pensarci sento esplodere il cervello). Ma di fatti non pesa, è completamente assurdo concepirlo.
Non voglio incriccarmi ancora di più (anche se adesso sono a stomaco pieno), ma c'è da rendersi conto che lì "sotto" non c'è niente.
Non poggia su niente!!
!?!???(?((^§ç°éç!
O almeno poggia sulle due rotazioni.. insomma è ancorata al Sole. Ora sono più calmo :)
Qual è lo spettacolo più bello del mondo?
"L'orizzonte terrestre, che sembra contenere la risposta a tutte le domande. Non solo la curvatura della Terra ma l'atmosfera intorno: sottile, fragile, trasparente. Là ho visto fenomeni di una bellezza indescrivibile, come le nubi "nottilucenti": colpite dai raggi del sole diventano di un blu turchese che fatico a descrivere. Il colore della fantasia e dell'invenzione".
"Ho superato un limite che è proprio dell'immaginazione. Una nuova prospettiva per cui non è stato ancora inventato il linguaggio". Che cosa intende?
"Quella spaziale è una condizione inimmaginabile, che non è cresciuta con l'evoluzione umana. Le culture dell'uomo sono nate dall'osservazione, da cui poi scaturiscono un linguaggio e un pensiero. Staccarsi da Terra è un'esperienza inedita, per cui fatico a trovare le parole".
Più che extraterrestre, è un ambiente-uno stato extraumano insomma, effettivamente inconcepibile e solo immaginabile anche se possibile e sperimentabile, perciò enormemente affascinante.
22 apr 2014
Una fetta di infinito
It is the deepest image of the Universe ever made. It covers an area less than a tenth of the width of the full Moon, making it just a 30 millionth of the whole sky. Yet even in this tiny fraction of the sky, the long exposure reveals about 5500 galaxies, some of them so distant that we see them when the Universe was less than 5% of its current age.
The Hubble eXtreme Deep Field image contains several of the most distant objects ever identified.
(da qui)
1 apr 2014
ssa.... ssssa... uno, due, tre prova..
di Pavel Büchler - Studio Schwitters
(omaggio al dadaista Kurt Schwitters: da questi megafoni sono emessi i suoni vocali della sonata primordiale dell'artista tedesco, cioè di ciò che sarebbe stata una sonata prima dell'invenzione del linguaggio, riletta in una interpretazione ancora più strana dell'originale)
(omaggio al dadaista Kurt Schwitters: da questi megafoni sono emessi i suoni vocali della sonata primordiale dell'artista tedesco, cioè di ciò che sarebbe stata una sonata prima dell'invenzione del linguaggio, riletta in una interpretazione ancora più strana dell'originale)
tralasciando i megafoni, questo post è il secondo sul tema provvisorio "assembramenti di dispositivi per registrazione nulla". Il primo è qui.
27 dic 2013
SpY - Cameras - Madrid 2013
Installation of 150 fake security cameras on building facade with the intention of not watching over anything.
--
in relazione al "c'è sempre una videocamera..."
2 nov 2013
ma come fanno a stare in piedi??
La successione delle foto non è casuale. Sono tutte ****** sculture (tranne l'ultima che è un altro tipo di opera) di Antony Gormley.
Forse mi sento più una figura umana che cerca di essere una figura piuttosto che una che cerca di essere animale. Umano è tra la figura e la materia animale, e penso che sia meglio puntare a sinistra verso la sottoesposizione animale piuttosto che a destra verso la sovraesposizione astratta. (mmm...)
Anche se.... provenendo da una grande sovraesposizione è difficile far venire fuori una immagine definibile e gradevole, poichè molte delle sue informazioni sono bruciate nel bianco e non si possono recuperare. Perciò in fotografia digitale si consiglia di sottoesporre, in modo da far uscire dall'animale poi tutte le informazioni che servono per una esposizione equilibrata. Dal basso verso l'alto si può, dall'alto verso il basso invece non è lo stesso che cadere, è proprio non arrivarci mai bene!
Dal calco in gesso dove c'è ancora una fisionomia naturale, a moduli colorati un pò come dei pixel o l'immagine di un corpo ingrandita del 500%, o robot opachi a sé stessi, o pezzi uguali messi in tre dimensioni; poi una serie di forme rettangolari senza più profondità ma con tanta aria, con tutto l'ambiente in cui si trova che gli passa attraverso: visto in orizzontale può essere il profilo di una serie di palazzi.
Fino agli stecchetti. Non ci sono più moduli, non più rettangoli vuoti ma solo stecchetti come se fossero dei capillari sanguigni o una moltitudine di pezzetti al confine con l'indefinito, il vapore, la nebbia in cui il corpo non vede-precepisce più sé stesso, oppure schegge di vetro.
Alla fine ho incollato una foto che si riferisce ad una installazione sempre di Gormley, un ambiente chiuso da pareti opache in cui le persone posso muoversi nella nebbia. Luce Cieca (Blind Light) l'ha chiamata. Io ci vedo (anche se servirebbe ovviamente farne esperienza) il contatto con quelle ultime figure composte di pezzetti di metallo che ora si sono definitivamente nebulizzate; oppure, fingendo che non sia un'istallazione e che perciò non ci siano visitatori che entrano lì dentro, potrei pensare ad un ritorno-rigenerazione di quelle figure dal vapore alla materia animale che cercano di uscire da quell'ambiente di luce accecante (o perchè sono ancora luce e perciò ciechi...) per vedersi-percepirsi di nuovo materia.
La scultura probabilmente è sempre materia che fuoriesce in una forma per riconoscersi nella sua presenza. Eh?
La domanda è sempre la stessa: ma come fanno a stare in piedi??
E mo basta.
18 ott 2013
MFWW - mostra foto wim wenders
Un pò un critico alla Enrico Ghezzi, un pò il Godard della Germania e un pò un compositore minimalista con quegli occhiali tondi neri, Wim Wenders mi dà sempre questa impressione. Di questi tre personaggi penso sia la parte migliore e non quella antipatica perchè astrusa nei ragionamenti in gran parte autoriferiti. Wenders sembra davvero uno di quegli artisti con cui si può facilmente parlare.
Ma io non l'ho mai praticato. I suoi film stranamente non mi hanno mai raggiunto e io a stento sono andato a cercarmelo. Chissà come mai... Antonioni è un punto in comune, lo stesso per Edward Hopper... vabbè..
Insomma, a Villa Pignatelli (Napoli, sulla parallela del lungomare, un piccolo edificio, un'oasi, di metà ottocento che oggi ospita concertini e una raccolta di ceramiche pregiate tra le altre cose) espongono venti delle sue foto realizzate in vari anni in tre Paesi, Armenia, Germania e Giappone, dove è andato a cercare i suoi luoghi solitari pieni di memoria perduta.
Molte sono di grandi se non grandissime dimensioni (siamo dalle parti dei 5 metri di larghezza) perchè chi vi si trova di fronte deve portersi trovare anche dentro di esse. Purtroppo l'illuminazione delle sale non aiuta, perchè troppo diffusa senza creare quella penombra ai lati dello spazio di osservazione che permette di assaggiarne (ma si) la luminosità. Ma vogliamo lamentarci? No,anzi, c'è da ringraziare chi ha pensato a questa esposizione e posso capire che un'illuminazione diversa avrebbe richiesto soldi che non ci sono.
Affianco alle foto sono riportate le parole che quei luoghi ritratti hanno ispirato Wenders e da esse si capisce sicuramente meglio quale sia stato il suo interesse principale. Sono tutti edifici abbandonati che hanno a che fare ad esempio con la storia della Germania prima della caduta del Muro, perchè riportano scritte che stanno scomparendo, e che sono tracce di un'ideologia e delle relazioni tra i popoli che la incarnavano in una eterna (!) amicizia; oppure oggetti come uno pneumatico nel terreno di un bosco (senza altra traccia di macchina) o un'auto (non quella inesistente dello penumatico... o forse si?) quasi seppellita in un giardino privato, ma anche un uomo che, si viene a sapere da un appunto-didascalia di Wenders, è uscito fuori dalla casupola abbandonata di un benzinaio non appena si era accorto che qualcuno la stava fotografando. L'uomo ci stava dormendo dentro: è un aneddoto che conferma realtmente che in fondo le foto ritraggono luoghi che in sè stessi contengono qualcosa che non vediamo, anche solo la domanda "perchè il tempo passa? perchè le cose si manifestano nel loro essere solo quando sono lasciate a sè stesse?"
Forse anche noi abbiamo bisogno di essere lasciati a noi stessi, lasciati dal senso di utilità delle cose che usiamo, non più in gran parte dipendenti da questa utilità, e perciò lo stato di questi oggetti o luoghi sono finalmente la domanda che riusciamo a sentire mentre si pone.
Come questa ruota panoramica che non serve più ad alcun panorama e che non fa parte più di nessuna struttura di divertimento imposto, ma che ora si muove solo grazie al vento (come scrive Wenders) e lascia immaginare il suono delle voci di chi vi saliva e vi stava sotto a guardare. L'immagine del vento che fa girare questo pezzo pesante di ferro è anche più convincente della foto stessa.
La domanda che queste foto contengono non esce fuori incazzata come quell'uomo, ma come qualcosa che sporge per un attimo da una finestra e guarda me che sono in basso: però ancora non so se tra me e il qualcosa c'è la promessa di rivederci o no... penso sia più quel riconoscersi familiari tra sconosciuti per qualche secondo e poi, senza dire una parola, andar via.
Questa qui su mi ha inquietato. È una casa molto brutta, anche di più quando noto quella porta al centro da cui non si può entrare nè uscire.
Curiosa e molto bella quella di un vicolo con i muri di alluminio (?) colorato di alcune case basse che lo chiudono da ogni lato: l'interesse di Wenders era nell'assenza di finestre. E come potevano avere finestre se sono edifici che danno le spalle a una strada che non conta niente? Purtroppo non l'ho trovata sul web...
Una strada come luogo camminabile può non meritare nemmeno una finestra?
Quest'altra non è granchè a dir la verità, se non per un appunto che mi fa notare che questo è un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino che durante la seconda guerra mondiale venne mitragliato con tale intensità. Fori di proiettile o fiori (ehm...) rossi di proiettile (mi viene da pensare)? In ogni caso oggi lì c'è un negozio di souvenir.
"Posti strani e tranquilli" è il titolo del volume che contiene questi e altri scatti. Qui sopra ce n'è uno che non mi ha colpito per niente perchè mi ricorda le architetture kitsch dell'europa orientale che hanno preso tutta la ruggine della bruttezza. Per fortuna vado a leggere che si tratta dell'alfabeto armeno, di grande valore per quel popolo tanto da farne una scultura.
Al di là degli edifici e di altri suoi prodotti, l'essere umano in queste foto non c'è, però ci sono tracce delle sue parole con le scritte sui muri. Scritte che peraltro stanno scomparendo! Ma quest'alfabeto armeno qui sopra non è un segno grafico, ma la presenza fisica più vicina a quella di un uomo. Da qui a commuoversi per questo, però, ce ne vuole.
Ciò che è assente, insomma, non è che non c'è mai stato, è che è scomparso o che sta scomparendo in qualcos'altro producendo un'eco di immaginazione, di sentimento che può essere tanto di spettralità quanto di calma in momenti che si alternano.
Lascia ammutoliti la scritta su un muro di una casa dell'ex germania est che dice "Questa casa sorgeva un tempo in un altro Paese" e l'appunto di Wenders se non sbaglio aggiunge che secondo la DDR quel Paese non è poi davvero esistito.
Nel complesso non tutte mi sono piaciute, non tutte sono poi così significative soprattutto senza didascalia (quella nella città giapponese del film Tokyo Story di Ozu e un paio di paesaggi di mare o cielo ad esempio). Tra le belle che non c'erano incollo questa che ha scattato a Mosca.
Ma io non l'ho mai praticato. I suoi film stranamente non mi hanno mai raggiunto e io a stento sono andato a cercarmelo. Chissà come mai... Antonioni è un punto in comune, lo stesso per Edward Hopper... vabbè..
Insomma, a Villa Pignatelli (Napoli, sulla parallela del lungomare, un piccolo edificio, un'oasi, di metà ottocento che oggi ospita concertini e una raccolta di ceramiche pregiate tra le altre cose) espongono venti delle sue foto realizzate in vari anni in tre Paesi, Armenia, Germania e Giappone, dove è andato a cercare i suoi luoghi solitari pieni di memoria perduta.
Molte sono di grandi se non grandissime dimensioni (siamo dalle parti dei 5 metri di larghezza) perchè chi vi si trova di fronte deve portersi trovare anche dentro di esse. Purtroppo l'illuminazione delle sale non aiuta, perchè troppo diffusa senza creare quella penombra ai lati dello spazio di osservazione che permette di assaggiarne (ma si) la luminosità. Ma vogliamo lamentarci? No,anzi, c'è da ringraziare chi ha pensato a questa esposizione e posso capire che un'illuminazione diversa avrebbe richiesto soldi che non ci sono.
Affianco alle foto sono riportate le parole che quei luoghi ritratti hanno ispirato Wenders e da esse si capisce sicuramente meglio quale sia stato il suo interesse principale. Sono tutti edifici abbandonati che hanno a che fare ad esempio con la storia della Germania prima della caduta del Muro, perchè riportano scritte che stanno scomparendo, e che sono tracce di un'ideologia e delle relazioni tra i popoli che la incarnavano in una eterna (!) amicizia; oppure oggetti come uno pneumatico nel terreno di un bosco (senza altra traccia di macchina) o un'auto (non quella inesistente dello penumatico... o forse si?) quasi seppellita in un giardino privato, ma anche un uomo che, si viene a sapere da un appunto-didascalia di Wenders, è uscito fuori dalla casupola abbandonata di un benzinaio non appena si era accorto che qualcuno la stava fotografando. L'uomo ci stava dormendo dentro: è un aneddoto che conferma realtmente che in fondo le foto ritraggono luoghi che in sè stessi contengono qualcosa che non vediamo, anche solo la domanda "perchè il tempo passa? perchè le cose si manifestano nel loro essere solo quando sono lasciate a sè stesse?"
Forse anche noi abbiamo bisogno di essere lasciati a noi stessi, lasciati dal senso di utilità delle cose che usiamo, non più in gran parte dipendenti da questa utilità, e perciò lo stato di questi oggetti o luoghi sono finalmente la domanda che riusciamo a sentire mentre si pone.
Come questa ruota panoramica che non serve più ad alcun panorama e che non fa parte più di nessuna struttura di divertimento imposto, ma che ora si muove solo grazie al vento (come scrive Wenders) e lascia immaginare il suono delle voci di chi vi saliva e vi stava sotto a guardare. L'immagine del vento che fa girare questo pezzo pesante di ferro è anche più convincente della foto stessa.
La domanda che queste foto contengono non esce fuori incazzata come quell'uomo, ma come qualcosa che sporge per un attimo da una finestra e guarda me che sono in basso: però ancora non so se tra me e il qualcosa c'è la promessa di rivederci o no... penso sia più quel riconoscersi familiari tra sconosciuti per qualche secondo e poi, senza dire una parola, andar via.
Questa qui su mi ha inquietato. È una casa molto brutta, anche di più quando noto quella porta al centro da cui non si può entrare nè uscire.
Curiosa e molto bella quella di un vicolo con i muri di alluminio (?) colorato di alcune case basse che lo chiudono da ogni lato: l'interesse di Wenders era nell'assenza di finestre. E come potevano avere finestre se sono edifici che danno le spalle a una strada che non conta niente? Purtroppo non l'ho trovata sul web...
Una strada come luogo camminabile può non meritare nemmeno una finestra?
Quest'altra non è granchè a dir la verità, se non per un appunto che mi fa notare che questo è un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino che durante la seconda guerra mondiale venne mitragliato con tale intensità. Fori di proiettile o fiori (ehm...) rossi di proiettile (mi viene da pensare)? In ogni caso oggi lì c'è un negozio di souvenir.
"Posti strani e tranquilli" è il titolo del volume che contiene questi e altri scatti. Qui sopra ce n'è uno che non mi ha colpito per niente perchè mi ricorda le architetture kitsch dell'europa orientale che hanno preso tutta la ruggine della bruttezza. Per fortuna vado a leggere che si tratta dell'alfabeto armeno, di grande valore per quel popolo tanto da farne una scultura.
Al di là degli edifici e di altri suoi prodotti, l'essere umano in queste foto non c'è, però ci sono tracce delle sue parole con le scritte sui muri. Scritte che peraltro stanno scomparendo! Ma quest'alfabeto armeno qui sopra non è un segno grafico, ma la presenza fisica più vicina a quella di un uomo. Da qui a commuoversi per questo, però, ce ne vuole.
Ciò che è assente, insomma, non è che non c'è mai stato, è che è scomparso o che sta scomparendo in qualcos'altro producendo un'eco di immaginazione, di sentimento che può essere tanto di spettralità quanto di calma in momenti che si alternano.
Nel complesso non tutte mi sono piaciute, non tutte sono poi così significative soprattutto senza didascalia (quella nella città giapponese del film Tokyo Story di Ozu e un paio di paesaggi di mare o cielo ad esempio). Tra le belle che non c'erano incollo questa che ha scattato a Mosca.
22 set 2013
21 lug 2013
Non ho seguito i tuffi, ma chissà perchè sul blog c'era bisogno di una foto come questa. Donne, impegno & fatica, corpi, sport, acqua, libertà, belle soddisfazioni.
(per la cronaca: argento Cagnotto-Dallapè 3 metri sincro mondiali di Barcellona)
11 lug 2013
l'immagine come tempio
Prendo la palla al balzo (del commento di Clyo al post precedente) e incollo un testo che ho letto sul n.244 dicembre 2012 della rivista Il Fotografo pag. 32.
Talmente perfette queste parole nel rendere il concetto di inquadrare, che c'è solo da svilupparle :)
Forzando i margini
Un fotogramma che trattiene in sè un'immagine somiglia a un tempio. Non a caso, forse, produce così facilmente icone. Remo Bodei ci ricorda che il termine latino templum deriva dalla radica greca del verbo temno (tagliare, separare): è un recinto, una cornice che "separa la zona di valore estetico da quella di valore non estetico", il sacro, dal profano, dove pro-fano è proprio ciò che è "davanti al tempio", appena fuori dal recinto sacro. Similmente, quanto ritagliamo entro un fotogramma, somiglia a un luogo: a uno spazio in cui il porre attenzione (a field of care) genera una forma più o meno persistente di identificazione. È l'atto stesso dell'inquadrare che istituisce una realzione con i margini di qualcosa: siano i margini della nostra attenzione, della percezione di noi stessi o i margini di quello che portiamo agli occhi, il frame dentro cui inseriamo la porzione di campo visivo che abbiamo scelto per significare qualcosa.
Talmente perfette queste parole nel rendere il concetto di inquadrare, che c'è solo da svilupparle :)
(Luigi Ghirri - Marina di Ravenna, 1986)
17 mag 2013
a proposito di incubi
che poi è tutto così piatto, verdeggiante e pulito attorno e invece ti ritrovi a tornare a casa (o andare a lavoro) e trovarci un enigma.
Di tutte le foto di finta (o immaginaria) architettura di Filip Dujardin, penso che questa sia la più ironica perchè mette l'individuo di fronte all'impossibilità e soprattutto all'incredulità di quello che ha di fronte: quell'uomo probabilmente starà pensando "me lo ricordavo diversamente il palazzo.. oppure sono io che..?". È un'architettura che si beffa del suo abitante non facendolo accedere.
Le interpretazioni delle sue foto vanno però in una direzione diversa, cioè quella sullo specifico della fotografia e su una critica all'architettura post-moderna.
7 feb 2013
La percezione e la rappresentazione spiegate da Daverio
[parziale trascrizione di una puntata di Passpartout visionabile qui]
Il paesaggio ha una temperatura, un grado di umidità, ha un movimento dell’aria che una fotografia non riesce a restituire.
Problema filosofico della mimesi. Questione già dibattuta moltissimo dai greci antichi. La mimesi per loro in realtà era la rappresentazione. Per Platone ovviamente era quella dell’idea e siccome l’idea già si rappresentava in noi , rappresentare noi che rappresentavamo l’idea, era come rappresentare il rappresentato e quindi era un gesto inutile. Platone consigliava nella sua repubblica perfetta di cacciare gli artisti. Aristotele seguiva una strada un po’diversa: per lui la conoscenza, cioè la gnosi, passava attraverso i sensi. Quindi è l’esperienza sensoriale accumulata che permetteva la conoscenza e che consentiva anche di fare i dipinti. Quando Plinio parla dei grandi pittori greci antichi, ne parla con un’ammirazione folgorante per la loro capacità di generare mimesi. Si dice, non si sa se fosse vero, che alcune uve di Zeusi erano così precise che gli uccelli tentavano di beccarli. Se Platone avesse visto questa fotografia [quella comunissima di un paesaggio] si sarebbe strappato la barba, se l’avesse vista Aristotele si sarebbe posto una serie di domande molto serie sulla capacità di capire, però purtroppo né l’uno e né l’altro avevano a disposizione fotografi.
Eppure i pittori paesaggisti ce l’han fatta a rappresentare il paesaggio. È vero che Canaletto usava la camera ottica e il prisma ottico per tracciare la perfezione delle sue prospettive, ma è anche più vero. Nessuna fotografia riesce a restituire la stessa sensazione di autenticità dell’ambiente di un dipinto di Canaletto. Eppure l’acqua non è affatto rappresentata in un modo mimetico: l’acqua è narrata quasi in un modo iper-semplificato con piccoli colpetti di pennello bianco, e il pavimento è rappresentato con segni iper-semplici.
È che in verità noi non guardiamo i quadri con gli occhi, guardiamo i quadri con il cervello e il cervello ricompone i segnali che gli occhi raccolgono. Più sono semplici come piccoli segni di onde più al nostro cervello viene facile ricostituire l’immagine esatta nella mente: è nella non assimilazione alla rappresentazione perfetta che avviene il miracolo dell’identificazione. È ben diverso il caso di (Francesco) Guardi che ci sembra talvolta molto più raffinato , molto più vivo, molto più intenso nella pittura e sicuramente molto più coinvolgente e moderno nel gesto. Ma la sua pittura non rappresenta più affatto la realtà, rappresenta solo un mondo sognato e onirico.
Per raggiungere la realtà attraverso la sua ipersemplificazione, (essa) ha un riscontro assolutamente parallelo nel campo della musica. Se io sento a grande distanza, mettiamo nell’isolato accanto, una piccola radiolina che mi suona un notturno di Chopin, posso avere la sensazione che lì stia suonando un pianoforte. Se mi ritrovo di fronte al miglior impianto di riproduzione tecnica proprio davanti al naso, mi rendo conto che non sto ascoltando un pianoforte ma ascolto una replica tecnica di un pianoforte. In quanto anche la musica la percepisco un poco nelle orecchie, e un po’ proprio con le trippe, ma in realtà la elaboro nel mio cervello e la elaborazione cerebrale non è altro che il risultato di tutte le esperienze di musica che ho avuto fino a quel momento.
Quindi andiamo a vedere il più musicale dei pittori. Jean Simeon Chardin. Il primo errore da evitare è pensare che lui sia simile a Giorgio Morandi solo per via del fatto che fa dei quadri piccoli come quelli che farà Giorgio Morandi nel XX secolo, e per il fatto che anche lui compone degli oggetti. Giorgio Morandi era alla ricerca dell’essenza metafisica e delle ombre degli oggetti. Lui (Chardin) è alla ricerca del tema fisico e della specificità dell’oggetto stesso. Della pentola di percepisce alla perfezione la qualità dei metalli che la compongono. E attenzione: lì si comincia a capire il meccanismo della sua rappresentazione. Non è nella perfezione della simulazione che sta la percezione, ma in un puro colpo di pennello bianco su un fondo blu abbastanza vago. È la normalità quasi banale del segno che consente la percezione.
E si riesce così a spiegare meglio la potente ambiguità di questo piccolo dipinto che divenne nel diciannovesimo secolo un mito assoluto. Lo aveva regalato lui direttamente a Luigi XV negli anni nei quali l’assolutismo aristocratico stava iniziando a disfarsi e si guardava la vita degli uomini con quel senso di distacco bonario molto similare a quello che si applicava in Italia guardando i quadri del Pitocchetto. Come sono morbidi, assomigliano a marionette. L’unica parte vera è la zuppa sul tavolo.
Eccolo qua, il risultato capolavoro dell’indagine nella concretezza. Servizio per fumatore. Individuo ogni metallo, ogni boccetta, ogni ceramica, ogni legno, ogni riflesso, e la pipa che brucia. Sicchè tutto si distacca in un mondo dove chi esiste conta pochissimo rispetto a ciò che c’è, dove la vita dell’individuo non è altro che un simulacro di ironie come nel meglio dello scetticismo intellettuale di Voltaire.
Filippo De Pisis.
De Pisis prende il testimone da Chardin. Lui la passione per la natura morta alla francese ce l’aveva già da ragazzo nel 1908 ma se la porta appresso quando diventa uno dei protagonisti della metafisica e mescolerà a dei temi alla de Chirico oppure al gioco sul suo studio disordinato sempre la presenza di nature morte, veramente morte, con micro segni e punte di bianco come quelli di Chardin.
Non è l’immagine di una cosa ma è la cosa stessa, la cosa medesima.
La cartella [vedere video da 25’ in poi] è rappresentata da pochissimi segni: alcuni colpetti di nero e quattro pennellate dall’aspetto improvvisato. Un colpo di blu, un colpo di rosso, un colpo di verde e la cartella diventa viva. Qui si capisce molto meglio del previsto la questione effettiva che è linguistica: più è semplice il segno, più è miserabile, più ci sembra possibile poter ricostruire nella nostra mente come un segno che rappresenta la cosa autentica. L’oggetto autentico non vuole la descrizione come in una fotografia kodachrome, vuole solo i segni semplici che noi ricomponiamo nel cervello.
Per Chardin già il dibattito Platone-Aristotele era superato dalla voglia di conoscenza scientifica tipica degli enciclopedisti, ma loro ci credevano. Bergson pone la questione più avanti ancora alla radice di una nuova metafisica e sostiene che ci sono due percorsi possibili della conoscenza: una che porta all’assoluto e l’altra che porta al relativo. Il relativo si scopre attraverso l’intelligenza e non ha mai fine, perché è un percorso che va avanti all’infinito. L’assoluto si scopre solo con l’intuizione. Con un percorso di sub patos con la realtà: è solo tuffandosi nell’acqua che si percepisce l’acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa, la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell’intelligenza. E il dialogo di De Pisis con il cavolo, la carota, la pera o il pesce marcio è un vero dialogo di simpatia. Etimologicamente parlando!
------------------------ ---- ---- -------- --- --- - - --------------
Dipinti del Canaletto
Mostra a Ferrara Chardin: il pittore del silenzio visitata da Daverio per la puntata.
Due parole in più sulla mostra.
Foto di diversi dipinti di Chardin.
Dipinti di Filippo De Pisis
Il paesaggio ha una temperatura, un grado di umidità, ha un movimento dell’aria che una fotografia non riesce a restituire.
Problema filosofico della mimesi. Questione già dibattuta moltissimo dai greci antichi. La mimesi per loro in realtà era la rappresentazione. Per Platone ovviamente era quella dell’idea e siccome l’idea già si rappresentava in noi , rappresentare noi che rappresentavamo l’idea, era come rappresentare il rappresentato e quindi era un gesto inutile. Platone consigliava nella sua repubblica perfetta di cacciare gli artisti. Aristotele seguiva una strada un po’diversa: per lui la conoscenza, cioè la gnosi, passava attraverso i sensi. Quindi è l’esperienza sensoriale accumulata che permetteva la conoscenza e che consentiva anche di fare i dipinti. Quando Plinio parla dei grandi pittori greci antichi, ne parla con un’ammirazione folgorante per la loro capacità di generare mimesi. Si dice, non si sa se fosse vero, che alcune uve di Zeusi erano così precise che gli uccelli tentavano di beccarli. Se Platone avesse visto questa fotografia [quella comunissima di un paesaggio] si sarebbe strappato la barba, se l’avesse vista Aristotele si sarebbe posto una serie di domande molto serie sulla capacità di capire, però purtroppo né l’uno e né l’altro avevano a disposizione fotografi.
Eppure i pittori paesaggisti ce l’han fatta a rappresentare il paesaggio. È vero che Canaletto usava la camera ottica e il prisma ottico per tracciare la perfezione delle sue prospettive, ma è anche più vero. Nessuna fotografia riesce a restituire la stessa sensazione di autenticità dell’ambiente di un dipinto di Canaletto. Eppure l’acqua non è affatto rappresentata in un modo mimetico: l’acqua è narrata quasi in un modo iper-semplificato con piccoli colpetti di pennello bianco, e il pavimento è rappresentato con segni iper-semplici.
È che in verità noi non guardiamo i quadri con gli occhi, guardiamo i quadri con il cervello e il cervello ricompone i segnali che gli occhi raccolgono. Più sono semplici come piccoli segni di onde più al nostro cervello viene facile ricostituire l’immagine esatta nella mente: è nella non assimilazione alla rappresentazione perfetta che avviene il miracolo dell’identificazione. È ben diverso il caso di (Francesco) Guardi che ci sembra talvolta molto più raffinato , molto più vivo, molto più intenso nella pittura e sicuramente molto più coinvolgente e moderno nel gesto. Ma la sua pittura non rappresenta più affatto la realtà, rappresenta solo un mondo sognato e onirico.
Per raggiungere la realtà attraverso la sua ipersemplificazione, (essa) ha un riscontro assolutamente parallelo nel campo della musica. Se io sento a grande distanza, mettiamo nell’isolato accanto, una piccola radiolina che mi suona un notturno di Chopin, posso avere la sensazione che lì stia suonando un pianoforte. Se mi ritrovo di fronte al miglior impianto di riproduzione tecnica proprio davanti al naso, mi rendo conto che non sto ascoltando un pianoforte ma ascolto una replica tecnica di un pianoforte. In quanto anche la musica la percepisco un poco nelle orecchie, e un po’ proprio con le trippe, ma in realtà la elaboro nel mio cervello e la elaborazione cerebrale non è altro che il risultato di tutte le esperienze di musica che ho avuto fino a quel momento.
Quindi andiamo a vedere il più musicale dei pittori. Jean Simeon Chardin. Il primo errore da evitare è pensare che lui sia simile a Giorgio Morandi solo per via del fatto che fa dei quadri piccoli come quelli che farà Giorgio Morandi nel XX secolo, e per il fatto che anche lui compone degli oggetti. Giorgio Morandi era alla ricerca dell’essenza metafisica e delle ombre degli oggetti. Lui (Chardin) è alla ricerca del tema fisico e della specificità dell’oggetto stesso. Della pentola di percepisce alla perfezione la qualità dei metalli che la compongono. E attenzione: lì si comincia a capire il meccanismo della sua rappresentazione. Non è nella perfezione della simulazione che sta la percezione, ma in un puro colpo di pennello bianco su un fondo blu abbastanza vago. È la normalità quasi banale del segno che consente la percezione.
E si riesce così a spiegare meglio la potente ambiguità di questo piccolo dipinto che divenne nel diciannovesimo secolo un mito assoluto. Lo aveva regalato lui direttamente a Luigi XV negli anni nei quali l’assolutismo aristocratico stava iniziando a disfarsi e si guardava la vita degli uomini con quel senso di distacco bonario molto similare a quello che si applicava in Italia guardando i quadri del Pitocchetto. Come sono morbidi, assomigliano a marionette. L’unica parte vera è la zuppa sul tavolo.
Eccolo qua, il risultato capolavoro dell’indagine nella concretezza. Servizio per fumatore. Individuo ogni metallo, ogni boccetta, ogni ceramica, ogni legno, ogni riflesso, e la pipa che brucia. Sicchè tutto si distacca in un mondo dove chi esiste conta pochissimo rispetto a ciò che c’è, dove la vita dell’individuo non è altro che un simulacro di ironie come nel meglio dello scetticismo intellettuale di Voltaire.
Filippo De Pisis.
De Pisis prende il testimone da Chardin. Lui la passione per la natura morta alla francese ce l’aveva già da ragazzo nel 1908 ma se la porta appresso quando diventa uno dei protagonisti della metafisica e mescolerà a dei temi alla de Chirico oppure al gioco sul suo studio disordinato sempre la presenza di nature morte, veramente morte, con micro segni e punte di bianco come quelli di Chardin.
Non è l’immagine di una cosa ma è la cosa stessa, la cosa medesima.
La cartella [vedere video da 25’ in poi] è rappresentata da pochissimi segni: alcuni colpetti di nero e quattro pennellate dall’aspetto improvvisato. Un colpo di blu, un colpo di rosso, un colpo di verde e la cartella diventa viva. Qui si capisce molto meglio del previsto la questione effettiva che è linguistica: più è semplice il segno, più è miserabile, più ci sembra possibile poter ricostruire nella nostra mente come un segno che rappresenta la cosa autentica. L’oggetto autentico non vuole la descrizione come in una fotografia kodachrome, vuole solo i segni semplici che noi ricomponiamo nel cervello.
Per Chardin già il dibattito Platone-Aristotele era superato dalla voglia di conoscenza scientifica tipica degli enciclopedisti, ma loro ci credevano. Bergson pone la questione più avanti ancora alla radice di una nuova metafisica e sostiene che ci sono due percorsi possibili della conoscenza: una che porta all’assoluto e l’altra che porta al relativo. Il relativo si scopre attraverso l’intelligenza e non ha mai fine, perché è un percorso che va avanti all’infinito. L’assoluto si scopre solo con l’intuizione. Con un percorso di sub patos con la realtà: è solo tuffandosi nell’acqua che si percepisce l’acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa, la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell’intelligenza. E il dialogo di De Pisis con il cavolo, la carota, la pera o il pesce marcio è un vero dialogo di simpatia. Etimologicamente parlando!
------------------------ ---- ---- -------- --- --- - - --------------
Dipinti del Canaletto
Mostra a Ferrara Chardin: il pittore del silenzio visitata da Daverio per la puntata.
Due parole in più sulla mostra.
Foto di diversi dipinti di Chardin.
Dipinti di Filippo De Pisis
14 nov 2012
15 mar 2012
Ellsworth Kelly, Two Grays I 1975 Oil on canvas, two joined panels 92 x 102 inches; 234 x 259 cm
Come ha detto Italo Calvino "Vedere vuol dire percepire delle differenze".
Non ho proprio niente da aggiungere a questo quadro che toglie praticamente tutto, qualsiasi parola, pensiero e visione, solo la musica minimalista può raggiungerlo. Lo considero la pura percezione di tutto, forse meglio dire dell'eternità, dell'assenza di tempo. Il bianco e il grigio. La semplicità e l'essenzialità delle cose, delle loro forme. Mi ricorda questa fotografia di Andre Kertesz di tre anni prima che prima o poi posterò qui sopra come prima e unica foto possibile. Penso anche a tutta la fotografia metafisica di Mimmo Jodice e, per ora, in particolare a questa. E facendo un passo indietro arrivo a Caribbean Sea, Jamaica (1980) di Hiroshi Sugimoto, alla "sicurezza di una casa ancestrale fatta di aria e acqua".
...ma più lo guardo e più mi colpisce la forte luminosità di queste superfici piatte eppure in rilievo che mi fanno dimenticare tutti gli altri colori. Quella linea diagonale non è un taglio ma il dialogo tra le uniche due parti possibili forse della mente. Lo sguardo si posa e ci riposa per ore.
Come ha detto Italo Calvino "Vedere vuol dire percepire delle differenze".
Non ho proprio niente da aggiungere a questo quadro che toglie praticamente tutto, qualsiasi parola, pensiero e visione, solo la musica minimalista può raggiungerlo. Lo considero la pura percezione di tutto, forse meglio dire dell'eternità, dell'assenza di tempo. Il bianco e il grigio. La semplicità e l'essenzialità delle cose, delle loro forme. Mi ricorda questa fotografia di Andre Kertesz di tre anni prima che prima o poi posterò qui sopra come prima e unica foto possibile. Penso anche a tutta la fotografia metafisica di Mimmo Jodice e, per ora, in particolare a questa. E facendo un passo indietro arrivo a Caribbean Sea, Jamaica (1980) di Hiroshi Sugimoto, alla "sicurezza di una casa ancestrale fatta di aria e acqua".
...ma più lo guardo e più mi colpisce la forte luminosità di queste superfici piatte eppure in rilievo che mi fanno dimenticare tutti gli altri colori. Quella linea diagonale non è un taglio ma il dialogo tra le uniche due parti possibili forse della mente. Lo sguardo si posa e ci riposa per ore.
2 gen 2012
“Il bianco e nero è come una struttura architettonica”- spiega Smith-“che rispecchia le fondamenta del nostro essere, del nostro sentire. Potremmo paragonarlo alle travi portanti di un edificio. Evoca l'essenza dell'esperienza vissuta. E questo è un aspetto di fondamentale importanza. Ma c'è di più: sul piano emotivo è, a mio parere, molto più intenso del colore. Non ne sono sicuro, ma credo che tragga la sua forza dalla nostra percettività visiva. Il colore si ferma all'apparenza delle cose. Può essere veramente bello, delicato, meraviglioso a suo modo, ma è totalmente diverso.”
Rodney Smith
Iscriviti a:
Post (Atom)





.jpg)
.jpg)



