- Cosa c'è che non va? Dillo a me, dai, vediamo cosa possiamo fare. Tutto si risolve.
Che ti ha fatto questo Sorrentino? Ti ha tirato un brutto scherzo? Serbi rancore? Dai, che è una brava persona, devi solo guardarlo da un punto di vista diverso.
- Guarda... non credo proprio.
Prima di tutto riconosco che ha uno sguardo (e ci mancherebbe! direbbe qualcuno) ma non è il SUO sguardo. È quello di Fellini! C'è proprio lo stesso modo di far muovere i personaggi davanti alla macchina da presa, di farli girare di scatto, di farli passare come per caso, di muoversi dal particolare al totale, solo che con Fellini c'è una danza leggerissima come messa in scena, mentre con Sorrentino c'è una scopiazzatura che di leggero ha solo l'intenzione. Certamente Sorrentino non è così fesso da aver fatto una fotocopia, c'è del suo ma la matrice è quella e non la dissimula nemmeno. In Fellini c'è la poesia, in Sorrentino c'è la saggezza per aforismi. I suoi protagonisti (il penultimo film non l'ho visto) sono sempre dei vecchi squallidi che tengono i fili di un mondo immobile, una stanza, una casa o una città buie, che puzzano di stantio, di chiuso. La prima frase di "La Grande Bellezza" è esattamente la dichiarazione di Sorrentino sull'origine della sua visione di essere umano e poi di regista. Gli piacciono gli uomini vecchi, strani (tendenti al freak), terribilimente soli, sottilmente narcisisti e altezzosi per vocazione. Si piacciono questi protagonisti, la sanno lunga sulla vita e sulle persone, sono degli Dei in terra che non si fanno problemi ad essere dei disadattati, anzi in fondo se ne compiacciono. Fa schifo il mondo de La Grande Bellezza. Non solo è pacchiano e vuoto ma è soprattutto disgustoso. I suoi personaggi sono orrendi, cioè grotteschi ma senza chissà quale ironia. Sono troppo vicini alla realtà delle persone, pur nella loro resa distorta, perchè risultino inoffensivi: piuttosto sono disturbanti (ma non alla maniera di Lynch). È lo stesso stile di Sorrentino ad essere tanto disturbante quanto acrobaticamente elaborato ed esibizionista. C'è una sola sequenza in cui non faccia uso di carelli in avanti, di dolly panoramici e "micro-dolly" sugli attori? Si muove troppo, eppure non è un Bertolucci che crea movimenti sensuali. Si muove perchè adda fa verè che è bravo. Più che disturbante lo trovo, in questo senso, fastidioso. Nel film c'è lo sfottò a una performance d'arte concettuale, una giraffa che viene fatta sparire con tanto di spiegazione sul concetto morale di trucco, uno scambio di battute con una bambina invisibile, una vecchissima suora decrepita che sale le scale in ginocchio, e un'altra marea di cose che Sorrentino mette in scena nonostante voglia poi sfottere questo ermetismo proprio con quella performance della donna nuda che sbatte la testa contro l'acquedotto romano. Ogni occasione è buona per condensare in una frase una grande osservazione, un'intera filosofia di vita.
Paolo Sorrentino crea una visione? Uno spazio mentale omogeneo disponibile all'immaginazione? Vedo la sequenza iniziale e penso che non faccia che giocare a creare associazioni e sovrapposizioni che mostrano la loro struttura, il modo in cui ha messo insieme i vari elementi (il coro di donne e poi la donna solista che canta in tedesco.. ma che c'entrano con tutto il resto?). È tutto spezzato, rotto, rigido come a creare suoni dissonanti. Il cinema fino ad oggi ha conosciuto già cose del genere, con questo film mi sembra che lui voglia imitare quelle soluzioni spiazzanti e per un pò incomprensibili. È la destrutturazione che fa l'involontaria parodia di se stessa? Boh.
E poi c'è una presenza eccessiva di preti e suore. Sorrentino mi fa vedere almeno due volte un prete felice nel dondolarsi al ramo di un albero: che razza di rappresentazione ironica è? E quella delle suore che più volte camminano frettolosamente tutte unite? Fellini, no? Di nuovo.
E l'usare uno stesso canto di The Tree of Life di Malick scimmiottando lo sguardo di Malick? E rendere il montaggio molto meno pesante?
Ho l'impressione che Sorrentino voglia tenersi ad una distanza di sicurezza dal genere umano: lo osserva e pensa che a malincuore, con tanta malinconia compiaciuta, è costretto a farne parte.
La grande bellezza sotto il chiacchiericcio (come dice il protagonista dal nome vezzosamente bizzarro)? Non mi sembra sia convincente questa scoperta. Nulla di originale nel parlare di cose autentiche, del resto nel film non c'è ombra di poesia.
C'è qualcosa che si salva, le interpretazioni di Verdone e della Ferilli, memorabili.
Un altro film sulla decomposizione in vita degli individui.
Tanto Verdone quanto Bertolucci elogiano questo regista. Dicono che oggi, in Italia, è Il regista. Devo avere proprio torto, deve essere proprio vero che non ho capito niente del suo stile. Fare film badando alla forma non dovrebbe essere un'eccezione, eppure in un panorama italiano così appiatito, l'unico che se ne preoccupa appare come il più dotato tra tutti. Tanto si parla di Paolo Sorrentino ma il miglior regista oggi che crea immagini belle e dense è Matteo Garrone.
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Paolo D'Agostini su Repubblica scrive:
La grande bellezza non è un remake della Dolce vita. La grande bellezza è La dolce vita.
Come se il capolavoro felliniano fosse un testo letterario o teatrale, che si possa rimettere in scena, al pari di un testo di Shakespeare, Goldoni, Molière, o Pinter o Beckett o Ionesco. Secondo la sensibilità del regista di turno, e secondo il tempo in cui egli opera.
Paolo Sorrentino ha rimesso in scena La dolce vita cinquantaquattro anni dopo.
Pur abbagliato dal risultato, affaccio subito una nota di dubbio.
Non che Fellini nel 1959 non fosse pienamente consapevole di sé e non nutrisse altissime ambizioni.
Però (e tuttavia non sono sicurissimo di quello che dico. Di quella apoteosi felliniana non sono stato testimone diretto e contemporaneo, il film mi è arrivato già conclamato classico, mentre dell’ascesa di Sorrentino lo sono stato. Dunque ci sono delle ineluttabili diversità di sguardo da parte mia), dicevo: però credo che comunicasse un’impressione fluida, non troppo costruita e “intellettuale” (neanche laddove si voleva, come nel personaggio di Alain Cuny, rappresentare precisamente il tormento intellettuale).
Mentre Sorrentino questa impressione intellettuale e costruita la dà, o comunque la dà in misura maggiore.
Forse dipende anche dal fatto che – sia pur facendolo proprio attraverso una propria rielaborazione – si serve di un testo che lo precede, che esisteva già e da lungo tempo come riferimento universale, e che allora quando – nel ’60 – il mondo lo conobbe era nuovo di zecca.
Sottolineo quando parla di "impressione intellettuale costruita". È lo stesso piccolo dubbio che ho avuto guardandolo: non è che anche quei film (ci metto anche Antonioni) che oggi apprezzo e digerisco benissimo, all'epoca mi avrebbero respinto (o che io avrei respinto) ancora prima di pensarci su? La risposta che si dà D'Agostini mi sembra un pò sciocca perchè sembra che per raccontare questa storia Sorrentino non avrebbe non potuto usare quel modello storico. Il punto è che non lo prende come modello di partenza, lo usa con mano pesante negando poi di voler salire all'altezza del suo regista di riferimento.
D'Agostini, diversamente da me e nonostante questo dubbio, si dichiara cmq convinto della positività di giudizio sul film, tant'è che continua scrivendo:
Sorrentino ha ri-fatto La dolce vita ma il suo tributo felliniano va anche oltre.
(da qui)
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Alle critiche italiane non entusiastiche quanto quelle straniere, sia Sorrentino che Servillo hanno risposto con una certa punta di disillusione dando più valore invece alla risposta del pubblico. Si, vabbè..
Per completezza riporto anche le parole del regista e degli attori riguardo il riferimento inevitabile con Fellini.
Sulle tutte le valutazioni pesa il parallelo con la Dolce vita: «Quello è un capolavoro - taglia corto Sorrentino -, questo è un film». Poi aggiunge: «Se ci sono assonanze, stanno nella riflessione sul presente. Nella Grande bellezza Jep Gambardella è un uomo che ha perso delle opportunità. Se al suo posto ci fosse l’Italia, si tratterebbe appunto di un Paese che ha mancato delle occasioni». Nè il regista nè lo sceneggiatore Umberto Contarello hanno rivisto l’opera felliniana: «Non ne abbiamo mai sentito la necessità». Ma la memoria della prima visione resta incancellabile per tutti: « Per me - dice Sorrentino - la Dolce vita rappresenta il massimo grado di libertà nel raccontare». Per Verdone si tratta tuttora di «un film irripetibile, che ha fotografato un periodo storico». Sabrina Ferilli, spogliarellista malinconica della Grande bellezza, dice che il capolavoro felliniano «è stato il più grande manifesto dell’effimero». La differenza, osserva Servillo, sta nella prospettiva: «Fellini ha guardato Roma appoggiato a una balaustra, Paolo, invece, ci è cascato dentro, come se fosse finito nella tromba delle scale». La Dolce vita, ricorda l’attore, doveva chiamarsi La bella confusione: «L’Italia descritta era animata dallo slancio del dopoguerra. Fellini la raccontò creando un linguaggio nutrito dalla letteratura di quegli anni». Oggi, osserva Verdone, «la grande bellezza è soprattutto nostalgia, contrasto con un mondo senza etica, diviso tra noia atonica e scatenata follia».
(da LaStampa.it)