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15 feb 2014
5 nov 2013
intangibile
(dalla serie di disegni "People of the Art Museum" di Grant Snider)
(da "La Scuola di New York" di Francesco Tedeschi)
18 set 2013
Per aprire tirare qui
L'imballo di questo yogurt è costituito da un cartoncino esterno e da un vaso interno in materiale plastico (polistirolo), che, grazie al supporto dato dal cartoncino, ha un peso inferiore rispetto a quello dei tradizionali contenitori di yogurt. Per separare i due materiali è sufficiente tirare l'apposita linguetta posizionata all'estremità superiore del cartoncino.
Mi interesso al modo in cui si rompono le cose non perchè io mi compiaccia della loro distruzione, ma piuttosto perchè mi rendo conto che è fondamentale per tutte le tecnologie conoscere il comportamento dei materiali quando cedono: se cioè sono fragili, come il vetro, o duttili, come il ferro. Di fatto, la storia della tecnologia è legata in gran parte alla capacità di sfruttare queste due forme di cedimento.
[...] non si è capito perchè bastino tre atomi di idrogeno su un milione di atomi di ferro per rendere pericolosamente fragile un acciaio normalmente duttile. [...] L'obiettivo delle mie ricerche è la possibilità di progettare materiali che cedano esattamente nel modo voluto.
(Mark Eberhart)[...] tale appaiamento erroneo obbliga uno dei due cromosomi ad assumere una conformazione strutturale aberrante con la formazione di anse o giri; i fattori di controllo che scorrono attorno ad i cromosomi riconoscono tali strutture come alterazioni ed al fine di eliminare queste anse intervengono reclutando endonucleasi, enzimi in grado di tagliare il frammento cromosomico sporgente; tale azione sebbene elimini l'ansa porta alla formazione di un frammento libero, la cellula nel tentativo di ripristinare l'integrità strutturale dello stesso commette errori, nei casi di una o più rotture trasversali del cromosoma [...].
(riarrangiamento - wikipedia)
Demetra II da Ercolano, 1992. Mimmo Jodice
Love Will Tear Us Apart - Joy Division
L'ambiguità percettiva [...] ci aiuta piuttosto a capire qualcosa dell'organizzazione dell'intero cervello e del suo modo di renderci coscienti di tutte le informazioni sensoriali.
Prendiamo per esempio la sequela senza senso delle parole francesi pas de lieu Rhone que nous, citata dallo psicologo William James nel 1890. Possiamo leggerla e rileggerla senza riconoscere che suona proprio come la frase "paddle your canoe" ("muovi la tua canoa", ovvero provvedi a te stesso senza aiuto altrui). Che cambiamenti avvengono nell'attività neuronale quando il senso della frase diventa improvvisamente comprensibile?
(Nikos K. Logothetis)
La valigetta - Pulp Fitcion (1994), Quentin Tarantino
15 set 2013
Un cumulo di libri non è conoscenza
(segue tematicamente dal post precedente)
Nel far la pulizia generale, trovo tra alcuni fogli di giornale che conservavo (pressocchè inutilmente, per una buona metà..) un pezzettino quasi stracciato di chissà che articolo del Corriere, una dialogo tra Claudio Magris e Alberto Manguel (che scopro solo ora chi è) a proposito della lettura e della vita (anche questo lo so solo dopo aver trovato l'intero articolo sul web, qui). Guarda un pò, sembra proprio capitare a fagiuolo nel dirmi che tutto l'assembramento di parole che mi ritrovo in casa ha bisogno di una sfoltatina..
A parte il "trovare il silenzio per pensare", che mi dà l'idea di uno molto seriamente impegnato sulla sua poltrona a ricordare e ragionare su chissà cosa, è simpatica e curiosa questa interpretazione sul possedere (dico io) e perciò leggere qualsiasi testo e vedere qualsiasi immagine perchè in fondo si cerca la salvezza, una rivelazione. Effettivamente una frase può essere rivelatrice, ma non può bastare: l'illuminazione non esiste se non diventa stimolo ripetuto e perciò qualcosa che poi ci appartiene.
Quanto, di tutte le letture e visioni, è davvero compreso?
Mi sono ricordato di aver copiato una frase del primo libro di Don De Lillo, Americana, che dice "Bisogna diventare un libro, prima di poter sapere che cosa contiene". A sua volta mi porta al finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (che non ho letto) in cui alcune persone incarnano libri per passarli alle future generazioni.
A questo punto ritorno alla conversazione tra i due.
Ecco: un cumulo di conoscenze non è conoscenza. Anche Alberto Manguel sarebbe d'accordo col far sloggiare molte cose in questa stanza.
Insomma, la lettura c'entra col bisogno di non essere soli ma quando si legge troppo può significare che non si sa in realtà stare da soli; le parole stimolano il pensiero ma c'è bisogno di sapere come farci stimolare e poi attivarci. Altrimenti si è solo perso del tempo prezioso. O si finisce come il generale argentino che non si rende conto di non aver capito una sola parola della sua letteratura preferita, oppure come i musulmani egiziani che continuano a cercare la parola di Dio (anche se su questo ci sarebbe da chiarire..).
Vabbè, ho cmq fatto bene a togliere tutto da mezzo :)
Nel far la pulizia generale, trovo tra alcuni fogli di giornale che conservavo (pressocchè inutilmente, per una buona metà..) un pezzettino quasi stracciato di chissà che articolo del Corriere, una dialogo tra Claudio Magris e Alberto Manguel (che scopro solo ora chi è) a proposito della lettura e della vita (anche questo lo so solo dopo aver trovato l'intero articolo sul web, qui). Guarda un pò, sembra proprio capitare a fagiuolo nel dirmi che tutto l'assembramento di parole che mi ritrovo in casa ha bisogno di una sfoltatina..
"Siamo avidi di parole. Come Cervantes, la maggior parte dei lettori tende a leggere ogni cosa, d'ogni genere. E nelle nostre società del rapido e del facile, questa tendenza è divenuta malsana. Ogni cosa ci circonda con vacui rumori e sterili immagini, sicchè diviene impossibile trovare il silenzio per pensare, persino per conversare nei caffè e nei ristoranti con al musica ad alto volume [...]. Ma forse questa "bulimia", come Lei la chiama, non nasce solo dal bisogno di sentirci meno soli con la sola eco dei nostri pensieri. Cerchiamo di essere ottimisti. Forse abbiamo tutti qualcosa della fede di quelle autorità delle confraternite musulmane al Cairo, che non distruggevano mai un pezzo di carta scritta perchè poteva segretamente contenere il nome di Dio. Forse crediamo inconsciamente che nel prossimo pezzo di carta, sul prossimo schermo, ci sarà rivelato qualcosa che ci illuminerà. Questa è la mia segreta speranza."
A parte il "trovare il silenzio per pensare", che mi dà l'idea di uno molto seriamente impegnato sulla sua poltrona a ricordare e ragionare su chissà cosa, è simpatica e curiosa questa interpretazione sul possedere (dico io) e perciò leggere qualsiasi testo e vedere qualsiasi immagine perchè in fondo si cerca la salvezza, una rivelazione. Effettivamente una frase può essere rivelatrice, ma non può bastare: l'illuminazione non esiste se non diventa stimolo ripetuto e perciò qualcosa che poi ci appartiene.
Quanto, di tutte le letture e visioni, è davvero compreso?
Mi sono ricordato di aver copiato una frase del primo libro di Don De Lillo, Americana, che dice "Bisogna diventare un libro, prima di poter sapere che cosa contiene". A sua volta mi porta al finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (che non ho letto) in cui alcune persone incarnano libri per passarli alle future generazioni.
A questo punto ritorno alla conversazione tra i due.
"Il fatto che tutte le parole del mondo siano o possano essere sotto un unico tetto, non significa che i loro lettori sappiano usarle nel modo giusto. Un cumulo di conoscenze non è conoscenza e sappiamo che, ad onta di tutte le nostre speranzose metafore, un libro non è niente altro che una pila di carta macchiata d’inchiostro e diventa vivo solo quando il suo artefice lo trasforma in qualcosa di reale, di attivo, e anche in questo caso non garantisce nulla. È quasi un luogo comune parlare di tutti quei tiranni, torturatori, criminali che sono stati anche grandi lettori. Durante la dittatura militare in Argentina c’era un generale che, quando un coraggioso giornalista gli disse che un giorno sarebbe stato giudicato per le cose orribili che aveva fatto, rispose citando a memoria gli ultimi versi del Cyrano de Bergerac e vantandosi di portar: «meco, senza piega né macchia, a Dio/ il pennacchio mio!». Se penso che Cyrano era uno dei miei primi amori adolescenti."
Ecco: un cumulo di conoscenze non è conoscenza. Anche Alberto Manguel sarebbe d'accordo col far sloggiare molte cose in questa stanza.
Claudio Magris:
Non c’è talvolta il pericolo che un libro, anziché essere un mondo o un oceano in cui ci si tuffa in avventurosa scoperta (come io mi tuffavo nel Gange dei Misteri della giungla nera di Salgari, il primo libro che ho letto), sia uno scudo, una barricata che mettiamo fra noi e la vita? «Un libro - diceva Valéry - aiuta a non pensare»; ci svia da ciò che dovremmo affrontare e ci angoscia e prenderlo in mano diventa un tic scaramantico, come quando ce lo portiamo perfino al gabinetto incapaci di star soli con noi stessi anche per qualche minuto...
Alberto Manguel:
Lo so. Siamo come Cervantes, il quale diceva di leggere perfino i pezzi di carta stracciata che trovava per strada. Ma non sono certo che Valéry abbia ragione. Perfino quando siamo trasportati dalla corrente delle parole, quando ci lasciamo trascinare dal testo senza fermarci a chiederci dove stiamo andando, la lettura in sé, credo, stimola necessariamente il pensiero. Forse come una corrente nascosta, sottomarina, come nei sogni. Perché le parole chiamano, sollecitano parole. È questo che vorrei chiamare «pensare per citazioni», una forma particolare di pensiero nata dalla lettura. Naturalmente, la grande maggioranza dell’umanità non legge libri.
Insomma, la lettura c'entra col bisogno di non essere soli ma quando si legge troppo può significare che non si sa in realtà stare da soli; le parole stimolano il pensiero ma c'è bisogno di sapere come farci stimolare e poi attivarci. Altrimenti si è solo perso del tempo prezioso. O si finisce come il generale argentino che non si rende conto di non aver capito una sola parola della sua letteratura preferita, oppure come i musulmani egiziani che continuano a cercare la parola di Dio (anche se su questo ci sarebbe da chiarire..).
Vabbè, ho cmq fatto bene a togliere tutto da mezzo :)
11 set 2013
nuovo ordine nella stanza. ho eliminato tutto il superfluo cioè saggi e narrativa. troppe parole: se davvero mi appartengono allora è inutile che mi ricordi della loro presenza materiale. lascio solo i libri con le immagini. poi ci sono cose vecchie/storiche che non so come sistemarle. non voglio vederle ma devono esserci.
è una stanza troppo piena, c'è una percentuale di cose immobili che per un certo periodo non voglio accorgermi di avere. O me o loro. Vorrei accorgermi di non averle e di non desiderarle.
in fondo non è esatto dire che è troppo piena, lo è nel modo in cui oggi è un pieno che non significa più granchè.
se avessi una stanza nuova del tutto vuota, le darei la possibilità di respirare (nel senso che dietro gli oggetti che contiene c'è lei) oppure metterei dentro subito tutto quello che avevo nella vecchia, adattandomi alle nuove dimensioni ma anche fregandomene e imponendo quello che possiedo? E che faccio, devo eliminare cose che affettivamente mi servono? Nuova forma = nuova idea di ciò che mi serve, dico adesso.
in ogni caso, urge un pò di spazio vuoto, che sia buono, effettivo, che mi accorga di esso.
è una stanza troppo piena, c'è una percentuale di cose immobili che per un certo periodo non voglio accorgermi di avere. O me o loro. Vorrei accorgermi di non averle e di non desiderarle.
in fondo non è esatto dire che è troppo piena, lo è nel modo in cui oggi è un pieno che non significa più granchè.
se avessi una stanza nuova del tutto vuota, le darei la possibilità di respirare (nel senso che dietro gli oggetti che contiene c'è lei) oppure metterei dentro subito tutto quello che avevo nella vecchia, adattandomi alle nuove dimensioni ma anche fregandomene e imponendo quello che possiedo? E che faccio, devo eliminare cose che affettivamente mi servono? Nuova forma = nuova idea di ciò che mi serve, dico adesso.
in ogni caso, urge un pò di spazio vuoto, che sia buono, effettivo, che mi accorga di esso.
10 mag 2013
ascoltare
"Parlare è un mezzo per esprimere se stessi agli altri, ascoltare è un mezzo per accogliere gli altri in se stessi."
Wen Tzu, testo classico taoista
Wen Tzu, testo classico taoista
"Quando l'orecchio si affina diventa un occhio."
Rumi, poeta e mistico persiano del XIII secolo
Rumi, poeta e mistico persiano del XIII secolo
(da mestierediscrivere.com)
la prima citazione la farei leggere al personaggio di Jeanne Moreau in "La Notte" di Antonioni, della quale ho riportato un pensiero in cima al post che gli ho dedicato. Le parole degli altri non si dovrebbero subire, ma il suo è un personaggio che subisce se stesso, non ascolta se stesso... e di qui la noia.
Ma chi si trova a vedere questo film e lo etichetta come palloso, non è che l'ha subito scansato perchè non vuole riconoscere in esso qualcosa che potrebbe riguardare anche lui o lei? eh? eh?? eh???
Ma chi si trova a vedere questo film e lo etichetta come palloso, non è che l'ha subito scansato perchè non vuole riconoscere in esso qualcosa che potrebbe riguardare anche lui o lei? eh? eh?? eh???
2 mag 2013
voce
voce come suono, come significato, come segno di presenza, come segno di affermazione: in ogni caso come qualcosa che non si può non considerare.
Ma allora chi resta in silenzio pur potendo (perchè si può sempre) e dovendo (anche qui, ci si deve sempre affermare) parlare, lo fa perchè sottovaluta la sua importanza, perchè pensa erroneamente che è meglio talvolta lasciare che parole e pensieri più decisi, ma ritenuti sbagliati, espressi da altri sconteranno se stessi. E invece non scontano mai se stessi. Le parole pronunciate da altri si prendono tutto se non ne incontrano altre con la stessa se non superiore efficacia e qualità.
Si dovrebbe sempre combattere per dare presenza alla propria voce, se si crede in essa e si sa cosa può esprimere e dove può portare (se si sa dove si vuole andare..). Eppure mi sembra che parlare o discutere sia ritenuto troppo impegnativo, si rischia di perdere quello che si ha, cioè il benessere. Ma quale benessere? Dato da cosa? Dal salvadanaio e dagli oggetti acquistati? Dipende tutto dalla mancanza di direzione, di un progetto valido per una vera costruzione di se stessi tra le altre persone; ma se la società non ha un progetto non può che offrire solo un adeguamento a se stessa, un corrente da seguire per arrivare da qualche parte senza farsi molto male. Nel silenzio e nell'incapacità di articolare la propria voce si potrebbe vedere il volontario dileguarsi della propria personalità in uno stato di sè più comodo, più rassicurante, quello che alla fine ci fa sottilmente dipendere troppo dagli altri.
Ma allora chi resta in silenzio pur potendo (perchè si può sempre) e dovendo (anche qui, ci si deve sempre affermare) parlare, lo fa perchè sottovaluta la sua importanza, perchè pensa erroneamente che è meglio talvolta lasciare che parole e pensieri più decisi, ma ritenuti sbagliati, espressi da altri sconteranno se stessi. E invece non scontano mai se stessi. Le parole pronunciate da altri si prendono tutto se non ne incontrano altre con la stessa se non superiore efficacia e qualità.
Si dovrebbe sempre combattere per dare presenza alla propria voce, se si crede in essa e si sa cosa può esprimere e dove può portare (se si sa dove si vuole andare..). Eppure mi sembra che parlare o discutere sia ritenuto troppo impegnativo, si rischia di perdere quello che si ha, cioè il benessere. Ma quale benessere? Dato da cosa? Dal salvadanaio e dagli oggetti acquistati? Dipende tutto dalla mancanza di direzione, di un progetto valido per una vera costruzione di se stessi tra le altre persone; ma se la società non ha un progetto non può che offrire solo un adeguamento a se stessa, un corrente da seguire per arrivare da qualche parte senza farsi molto male. Nel silenzio e nell'incapacità di articolare la propria voce si potrebbe vedere il volontario dileguarsi della propria personalità in uno stato di sè più comodo, più rassicurante, quello che alla fine ci fa sottilmente dipendere troppo dagli altri.
3 apr 2013
tre citazioni su chi è l'italiano [giusto per inquadrare]
Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, […]. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.vedi "L'Italiano" di Giulio Bollati e i commenti raccolti da doppiozero.com tra cui questo di Marco Belpoliti
(Umberto Saba)
La lettura che il poeta triestino dà del nostro paese è falsata dall’interpretazione freudiana di Totem e tabù, dall’immagine dell’orda primitiva e dei fratelli che si uccidono tra loro, dalla figura onnipresente del Padre. La verità è l’Italia non ha mai avuto dei veri padri, oppure dei nonni, ma solo degli zii, come ci ha spiegato Giorgio Manganelli, dei fratelli della Madre. Non c’è il Padre da uccidere e cui succedere. L’Italia è un paese dominato dalla Grande Madre mediterranea, come lo psicoanalista junghiano Ernst Bernhard ha scritto in un suo celebre testo. I fratelli, se si sono uccisi tra loro, è stato solo per conquistare un posto privilegiato tra le poppe della Madre, per essere i suoi prediletti. La rivoluzione non è mancata, ma assente proprio per la prevalenza della Madre. La Grande Madre è precristiana e pagana, quindi indifferente al mito rivoluzionario. La rivoluzione è stato davvero un mito, e forse lo ancora, un mito maschile, il mito dominante di due secoli: XIX e XX. Un mito trasmesso dalla borghesia agli altri ceti sociali. Con la Madre non si fanno rivoluzioni, ma solo riti.
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Al momento dell'unità [d'Italia, ndr] la più parte delle popolazioni non aveva nè poteva avere alcuna idea di che cosa fosse l'Italia. Il che significa che, al di fuori di immagini retoriche, una nazione italiana non esisteva.
(Roberto Vivarelli - Italia 1861. La recensione qui)
25 gen 2013
nuovi oggetti, molto più che oggetti
Cosa significa il termine Spime?
Il termine Spime deriva da un concetto proposto da Bruce Sterling, scrittore di fantascienza e collaboratore di Wired. Spime è un neologismo nato dalla contrazione delle parole space e time e descrive una nuova categoria di oggetti che sanno dove e quando sono (GPS), misurano qualcosa sull'ambiente che gli sta attorno (sensore), lo comunicano alla nuvola di Internet (comunicazione) oppure lo memorizzano in attesa di essere collegati (memoria). La legge di Moore fa sì che sia oggi possibile realizzare oggetti simili per poche decine di dollari. Costo che è destinato ulteriormente a diminuire nei prossimi anni. Queste dinamiche ci proiettano verso un mondo di calcolo distribuito dove decine di miliardi di oggetti saranno in grado di raccogliere e comunicare dati sul mondo che ci circonda.
(qui)
14 mar 2012
27 dic 2011
7 giu 2011
27 set 2010
29 ago 2010
si è rotta la chitarra cadendo, proprio ora che stavo iniziando a strimpellare.
e mentre cerco qualcosa che mi piace purtroppo devo anche passare per l'inferno. Così ora sono passati tre giorni che ho fatto uscire un suono da quell'orami pezzo di legno e non so se comprarne un'altra. Passavo oggi per il piano della feltrinelli dove espongono strumenti e spartiti ricercatissimi che tengono in misteriosi cassettini che mi verrebbe voglia di aprire tutti, e ho ammirato una parete di ottime chitarre sotto i 50 euro, tutte belle laccate e illuminate da faretti che più o meno dicono "prendi uno di questi pregiati pezzi d'albero intagliato e curato, e imbraccialo come non immaginavi di saper imbracciarlo su quel comodo sgabello nell'angolo vicino alla tastiera e all'amplificatore". Ma una volta aver sfiorato la chitarra e vibrato io di piacere inesprimibile, di più non so fare e così ho lasciato tutto all'ammirazione. Lo sgabello era cmq occupato da un ragazzino di non più di 16 anni che insieme ad altri due amici cercava forse di farmi girare per vedere il movimento delle sue dita sempre più sciolte e disinvolte, ma invano, cari i miei sbarbatelli prodigi.
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