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3 mag 2013

L' Eclisse, Michelangelo Antonioni (1962)

All'inizio del film non sembra, anzi rivedere un'altra coppia in crisi muta chiusa in casa (stavolta) che si sta separando è una mazzata non indifferente; ma Antonioni con questo "L'Eclisse" si spinge più in là degli altri film e sorprende bene e tanto. Direi che mi solleva dalla pesantezza del precedente "La Notte".
Astratto, svuotato, malinconico, metafisico, potrebbe benissimo reggersi sui suoni e i rumori ambientali se non che qualche parola serve, ma anche questi sono suoni. La mischia di urla delle contrattazioni alla Borsa di Roma (chi perde e chi vince, ma poi i soldi di chi perde dove vanno? chiede Monica Vitti e Alain Delon non risponde... se non molto dopo dicendo che alla Borsa ci si abitua, è passione) sembrano quelle di persone che cercano di salvarsi da una catastrofe imminente. E guarda un pò le notizie su un giornale non dicono niente di buono e le strade sono deserte. C'è un senso di attesa diffuso e un tipo di pace che non acquieta del tutto nelle inquadrature del vento che scuote le foglie. Anticipatore un pò di Zabriskie Point per via di un semi-documentarismo delle immagini e del volo di un aereo, e anche un pò di Blow-Up. A me però sembra che forse lo sguardo di questo film sia quello dell'isola rocciosa delle Eolie in "L'Avventura" poco prima che vengano abbandonate le ricerche.

23 nov 2010

grande schermo!

Entro nel Metropolitan. Per sicurezza passo dal box office per chiedere se non c'è da fare alcun biglietto per la proiezione, mi risponde di no. Mentre percorro il lungo corridoio penso che sono in ritardo di un minuto e non ci sono trailer per ammortizzarlo, scendo la breve rampa di scalini, giro a sinistra, salgo altre tre rampe piuttosto appese, la sala 6 ha ancora le porte aperte e sento che il film è già iniziato. Passo sotto il grande numero 6 giallo e cammino sulla moquette che attutisce il rumore dei passi. Schermo nero e titoli di testa bianchi: sono in tempo e il silenzio è attorno a me. Al buio scelgo il posto purtroppo non centrale non ottimale ma cmq adeguato e comodo, non so quante persone riempiono la sala (di certo si arriva a metà). Lo schermo si illumina con un'immagine di un cielo in bianco e nero e senza audio, nella sala non si sente nessun suono per qualche secondo, il momento è sacro.
La senzasione è strana. Il grande schermo è enormemente riempito da immagini senza peso, dalla presenza minima di elementi, sono apparizioni nel vuoto. E il silenzio che caratterizza il loro muoversi in una sala grande tanto da accoglierle nella giusta proporzione domina l'atmosfera. Le immagini mi danno il senso meraviglioso di immediato e sospeso, la storia dal canto suo è quella di una perdizione, il trascinamento di un apparentemente sicuro di sè protagonista tra donne, strade e salotti lungo un pezzo di vita sempre senza orari e senza possedimenti se non il proprio nome. Trova l'estasi accarezzando l'aura di una bionda e generosa donna nella Fontana di Trevi dove l'acqua smette di far rumore e l'alba arriva d'improvviso. Tra le stradine di Roma e in labirintiche ville aristocratiche, in ristoranti esotici con clown che cantano la propria tristezza con al seguito un tappeto di palloncini e apparizioni troppo illuminate della Madonna tra il gioco infantile e la morte, ambizioni artistiche, il ritrovamento di un mostro marino, l'omicidio per angoscia esistenziale, troppa bella vita fuori età. L'eccesso e l'estasi, incanto e disincanto. Il film dura tutta la giornata, entra nella mia vita di una giornata, ho l'impressione che non finirà mai.



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Fremo per l'attesa. Lo schermo è lì e io gli sono di fronte, agito le gambe libere da qualsiasi altra fila di poltrone più che sufficientemente lontane da me. Sto già ridendo anche se non lo so. Inizia... grande Giove! Una lunga e lenta panoramica su orologi di varia fattura, formato, dimensioni, tempo.. uno skate avanza e va a sbattere fermandosi su una cassa gialla nascosta sotto un letto, non c'è nessuno in casa, c'è solo il tempo di decine di orologi tutti sincronizzati.. ma di una mezz'ora in avanti: il film è appena iniziato e siamo già spostati in avanti nel futuro mentre Marty McFly è in ritardo sul presente. La cosa straordinaria di Ritorno al Futuro, a parte tantissime altre che si possono elencare, è che nella relazione figlio-genitori il primo salva i secondi da una vita sfigata, succube, triste per un caso fortuito. Il destino! Il corso degli eventi modificato da una scelta coraggiosa! Marty McFly se la sa cavare nei suoi anni '80, mentre per il resto della famiglia le cose non tirano bene, se non male. La lezione che con fatica impartisce al padre è che deve sapersi prendere quello che vuole, sapersi difendere e avere la forza di tirare fuori e poi usare la propria passione per la scrittura, per le storie di fantascienza in particolare; e tutto il film è un rotolante sfogliare delle pagine della cultura pop usata per salvarsi la pelle. Ritorno al Futuro è la storia di un mago (Doc) che perde il controllo della propria magia coinvolgendo nel guaio un altro mago (Marty) che invece sa bene che le magie sono un bene troppo potente e non fa altro che metterla al suo posto nel modo in cui lui sa fare.
Una risata due secondi prima di ogni battuta e una battuta ogni quattro secondi è l'evento di questa proiezione eccezionale in digitale in tutta Italia per la presentezione del nuovo restauro per il bluray. Rivederlo a cinema con un botto di gente sembra ovvio dirlo ma è stato tanto divertente quanto irripetibile.

5 mar 2009

io la conoscevo bene

Faccio i conti con i capolavori del cinema italiano ancora sconosciuti e mi trovo a pensarne male. Deprimente il film ma affascinante la protagonista, con Io la conoscevo bene di Antonio Petrangeli (1965) mi sembra di ritornare alla prima visione del primo film di Bellocchio I pugni in tasca: non lo rivedo da molto tempo ma ricordo bene il malessere che mi lasciò addosso quella famiglia disturbata da rabbia e malattia.
La protagonista, in questo di Pietrangeli, è una ragazza di provincia senza alcun desiderio, obiettivo nè principio.Vive la successione degli incontri con uomini intellettuali o di spettacolo con una sorta di felicità infantile, o meglio di una soddisfazione ingenua, per entrare nell'ambiente del cinema e della pubblicità. È un film desolato quando mostra il contatto fisico tra la protagonista e i tanti personaggi maschili, e illuminato dall'indefinibile bellezza di Stefania Sandrelli quando la macchina da presa le si avvicina toccandole continuamente il corpo, sempre apparentemente puro sotto i vestiti quanto violentato dal continuo cambio in ogni sequenza. Per raccontare questa vuota esistenza Pietrangeli non fa che basarsi su una sceneggiatura (credo) da paura ma anche sull'abilità non nascosta nel costruire piani sequenza e nel posizionare la macchina da presa in posti a volte sorprendenti. A me non hanno convinto la continua frammentazione della narrazione in sequenze che si succedono senza la minima intenzione di dare continuità, che si concludono quasi sempre allo stesso modo, i flashback piuttosto grezzi, e la colonna sonora (non i pezzi di Piero Piccioni) che non mi sembra poi così curata come forse vorrebbe. Starò esagerando ma al montaggio avrebbero potuto accorciare un pò qualche scena (di quanti secondi ti va bene?).
Non so, da una parte questo film spazza via tante ipocrisie che altri dell'epoca invece affrontano con gusto, propone una visione del Paese inconciliabile con quella fissata maggiormente nell'immaginario collettivo perchè cruda, eppure è forse l'amarezza appassionata dello stile di Pietrangeli a non avermi parlato di capolavoro.



_non sono l'unico ad aver pensato per un attimo a berlusconi quando ho visto il personaggio interpretato da Enrico Maria Salerno. stesso modo di comportarsi, se non l'apprezza lui..