ad un tratto ciò che sento attraversa il filtro del pensiero, come se si manifestasse una superficie trasparente dove avviene il distacco. E così il pensiero è quello della mancanza come condizione umana. Mancanza e non perdita: cosa si dovrebbe perdere in fin dei conti se non c'è mai quella tal cosa? Non c'è niente che si perde, che perdemmo o che perderemo (a parte che nel passato avevamo due "m" e nel futuro ne avremo una sola). Perché esiste questo verbo allora? Mi sembra funzionale solo per il rammarico e altri sentimenti affini.
Esseri manchevoli che fanno di tutto per riempire la mancanza. Più che chiedere e chiedersi se si è felici (che palle..), sarebbe forse il caso di spostarmi sul "ti senti pieno di vita?" (ricordando un pò quel libro di John Fante). A parte il fatto che al solo chiedermelo o chiederlo il pensiero si insinua e taglia via quella pienezza facendola scendere al 98% o più giù. Proprio come quando stacchi lo
smartphone dal caricabatteria che ha finito il suo lavoro e appena inizi a riusarlo, zaaak!, già non c'è più quel 100%. Ma l'esempio starebbe dunque a dimostrare che c'è qualcosa che si perde? Ma l'energia non andava a finire da qualche parte in altra forma? Allora, più che altro, la perdita è da concepire solo come mutamento di stato. E ciò che diciamo di perdere, in realtà è ciò che sentiamo che manca. Ma cosa? Appunto il filtro del pensiero orienta il sentire, ma non riesce in alcun modo a giungere a capire il cosa, cerca di farlo controllando i modi, le modulazioni, le modalità, le modularità. Il come modella, plasma. Il cosa manca.
Ora, tutto sto pippone aveva inizio (prendendo poi una strada troppo larga) da una foto. Questa qua
che sembra non centrarci niente, ma solo perché l'ho presa molto alla larga.
Il vecchio della foto (qualcosa mi dice che preferisce farsi chiamare vecchio più che anziano) non è un figuro che mi dà simpatia per via di quegli occhiali e per il volto in generale (però ci sono cose che mi suggeriscono anche l'opposto). Il punto è che è stato preso alla sprovvista. Era lì a macinare giudizi a suo vantaggio (come del resto ogni giudizio lo è tendenzialmente) e il fotografo lo lascia a bocca aperta tra un mezzo pensiero e un mezzo sentirsi. Lui gli è proprio come testa sopra l'altra testa, come sagoma-ombra che gli appare e gli svanisce galleggiando. Tutto grazie ad una vetrina: una superficie trasparente dove un sentire si interrompe e un attimo dopo, anzi in quell'attimo, si origina un altro sentire, e dove il pensiero non è ancora davvero arrivato. Noi siamo tanto il fotografo stesso, quanto siamo dietro il fotografo, ma anche proprio lì in mezzo tra il soggetto (ma quale soggetto ormai?) e il..... non lo so. Direi che siamo quel tempo lì. Siamo il tempo che indica sè stesso.
Interno ed/é esterno, come sempre. Cioè come sempre c'è una trasparenza che fa ed è cose opposte (inutili da elencare) che si sorprendono l'un l'altro.
Il vecchio appoggiato ad un bancone e una piazza fuori dove circolano sentimenti e pensieri in modo molto caotico (e secondo me fa anche molto caldo là fuori).
Sembra proprio che ciò che manca sia stato colto, ed è l'Appartenere.
Ci sforziamo di dare una durata generandola e mantenendola. È una
bolla di sapone piccola o talvolta molto grande che resta tale finchè la sua tensione superficiale lo permette. Ecco, manca il permesso.
Sembra proprio che l'unica cosa che si può fare sia curare l'originarsi della pienezza. La sua durata non è permessa. Solo ciò che manca è.
E se invece che mancare di durata fossimo anche noi a mancare alla durata, al tempo? Il tempo potrebbe essere pieno del sentire e il sentire pieno di tempo......
Questa tensione superficiale è esattamente l'originarsi dell'appartenere al tempo. L'aspirazione più grande non può che essere l'essere tempo, il sentire e il pensare che si comprendono e si comprenetrano pienamente.
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