Visualizzazione post con etichetta '60. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta '60. Mostra tutti i post

3 mag 2013

L' Eclisse, Michelangelo Antonioni (1962)

All'inizio del film non sembra, anzi rivedere un'altra coppia in crisi muta chiusa in casa (stavolta) che si sta separando è una mazzata non indifferente; ma Antonioni con questo "L'Eclisse" si spinge più in là degli altri film e sorprende bene e tanto. Direi che mi solleva dalla pesantezza del precedente "La Notte".
Astratto, svuotato, malinconico, metafisico, potrebbe benissimo reggersi sui suoni e i rumori ambientali se non che qualche parola serve, ma anche questi sono suoni. La mischia di urla delle contrattazioni alla Borsa di Roma (chi perde e chi vince, ma poi i soldi di chi perde dove vanno? chiede Monica Vitti e Alain Delon non risponde... se non molto dopo dicendo che alla Borsa ci si abitua, è passione) sembrano quelle di persone che cercano di salvarsi da una catastrofe imminente. E guarda un pò le notizie su un giornale non dicono niente di buono e le strade sono deserte. C'è un senso di attesa diffuso e un tipo di pace che non acquieta del tutto nelle inquadrature del vento che scuote le foglie. Anticipatore un pò di Zabriskie Point per via di un semi-documentarismo delle immagini e del volo di un aereo, e anche un pò di Blow-Up. A me però sembra che forse lo sguardo di questo film sia quello dell'isola rocciosa delle Eolie in "L'Avventura" poco prima che vengano abbandonate le ricerche.

La Notte, Michelangelo Antonioni (1961)

 “Mi parve di sentire un aereo, invece era il mio silenzio, il parco è pieno di silenzio fatto di rumore; se metti l’orecchio contro la corteccia di un albero e rimani così per un po’, alla fine senti un rumore…. Io non vorrei suoni inutili, vorrei poterli scegliere durante la giornata, così le voci, le parole, quante parole non vorrei ascoltare, ma non puoi sottrarti, non puoi far altro che subirle, come subisci le onde del mare quando ti distendi a fare il morto…”
(Lidia - Jeanne Moreau)



(un post che nelle intenzioni doveva consistere di tre frasi)

Tra i vivi e i morti ci sono i sonnambuli, quelli che pressappoco non riescono ad amare e dunque.. non sanno più cosa fare! È un film tanto formale nei primi quaranta minuti con i soggetti decentrati nelle inquadrature riempite invece da linee architettoniche e spazi deserti, quanto appunto buio e notturno in tutto il resto, fino ad una lunga scena finale in cui i due protagonisti si riferiscono finalmente le proprie verità, i pensieri trattenuti, i sentimenti e chi più ne ha più ne metta..  minuti molto densi fino a scoppiare.
Marcello Mastroianni è uno scrittore indolente, convinto del propio ruolo ma a secco di nuove idee e lontano dal gradire il successo. Crede nella scrittura ma si tormenta per la ricerca di una forma moderna da dare alle sue storie. Passare una serata ospite ad una festa di un industriale, in un giardino enorme e tra tanta gente che si annoia ma non se lo dà a vedere, gli è abbastanza indifferente. Una conversazione con questo ricco industriale fa capire quanto siano distanti e incomunicabili i mondi del pragmatico costruttore di cose concrete che fanno vivere le persone, e quello dell'intellettuale debole nell'incidere sulla realtà.. o chi per essa. Il primo vorrebbe acquistare il secondo per fargli scrivere la sua storia imprenditoriale da offrire all'ammirazione dei suoi dipendenti, e ovviamente pensa che anche per un intellettuale questa sia un'offerta che non si può rifutare. "Il nostro tempo, caro signore, è anti-filosofico e vile. Non ha il coraggio di dire ciò che ha valore e ciò che non ne ha. E la democrazia, per dirla in parole povere, significa fai quello che accade", così si inserisce un tizio all'interno di una delle conversazioni. Mastroianni-Giovanni Pontano risponde "conosco queste parole, sono di uno scrittore che amo. Ma dette qui mi fanno un pò orrore, perchè il signore le ha dette con un certo compiacimento, l'autore al contrario le ha scritte con disperazione". Un imprenditore anziano controbatte aggiungendo che "quello che conta è quello che si dice, non le intenzioni". C'è tutta la frattura tra la costruzione di valori ad opera del pensiero e la produzione di valore materiale ad opera di chi crede se non in quello che fa nel presente ("il futuro è probabile che non incominci mai. Il futuro è una cosa orribile!"). Ma si potrebbero trascrivere interi dialoghi e tagliare corto senza star qui a spiegare.
Tra donne malate di sesso, sole, troppo sensibili c'è Lidia, la moglie dello scrittore, che vaga per Milano con il volto e le labbra tristi & sensuali di Jeanne Moreau, piena di pensieri trattenuti sulla sua incapacità di amare due uomini: l'uno che la faceva sentire più speciale di quanto fosse e l'altro che invece ha sempre parlato solo di sè. Lei cerca di allontanarlo e spingerlo verso una ragazza alla festa, non riesce più ad amarlo e vorrebbe morire per questo; lui è convinto di poter ancora ripristinare vecchi sentimenti. Tutto perduto in realtà. Una coppia morta e da seppellire.

Non è proprio il film con cui approcciare Antonioni, la noia può essere insostenibile e i due protagonisti possono dare una sorta di insofferenza per quel loro essere ricchi, privilegiati, vacui e inerti. Rispetto a L'Avventura il tempo e lo spazio sono ristretti e soffocanti e in più capiamo benissimo che il confronto nella coppia non porterà soluzioni alla crisi ma solo un filino di consapevolezza in più.

--------

      da Quaderni del Centro Cinematografico università di Padova 1961 – Analisi del linguaggio narrativo di Giorgio Tinazzi
“C’è in Antonioni l’ansia di trovare un modo nuovo di guardare le cose, uno sforzo di guardare all’essenza, all’antidecorativo, di ridare ai gesti, ai fatti, ai ritmi il loro peso e il loro significato: non occorre più la “storia”, costruzione inutile; la “storia” e nei particolari, nel non costruito, nei fatti e nelle cose. Di qui il suo modo di narrare tutto all’interno, nei lunghi “monologhi figurativi”, nelle lente, inesorabili “spogliazioni” dei personaggi, nei ritorni, negli indugi necessari, nelle allusioni, nei ritmi interni, nelle cadenze (si pensi alla musica, alla fotografia, alla “forma’ insomma, sempre pregna e significante). È questa la vera modernità di Antonioni, il suo stile, il suo star pari con la poesia e la narrativa d’oggi richiamando Proust e Joyce, Musil e Gide, o, addirittura, il Nouveau Roman francese.

23 nov 2010

grande schermo!

Entro nel Metropolitan. Per sicurezza passo dal box office per chiedere se non c'è da fare alcun biglietto per la proiezione, mi risponde di no. Mentre percorro il lungo corridoio penso che sono in ritardo di un minuto e non ci sono trailer per ammortizzarlo, scendo la breve rampa di scalini, giro a sinistra, salgo altre tre rampe piuttosto appese, la sala 6 ha ancora le porte aperte e sento che il film è già iniziato. Passo sotto il grande numero 6 giallo e cammino sulla moquette che attutisce il rumore dei passi. Schermo nero e titoli di testa bianchi: sono in tempo e il silenzio è attorno a me. Al buio scelgo il posto purtroppo non centrale non ottimale ma cmq adeguato e comodo, non so quante persone riempiono la sala (di certo si arriva a metà). Lo schermo si illumina con un'immagine di un cielo in bianco e nero e senza audio, nella sala non si sente nessun suono per qualche secondo, il momento è sacro.
La senzasione è strana. Il grande schermo è enormemente riempito da immagini senza peso, dalla presenza minima di elementi, sono apparizioni nel vuoto. E il silenzio che caratterizza il loro muoversi in una sala grande tanto da accoglierle nella giusta proporzione domina l'atmosfera. Le immagini mi danno il senso meraviglioso di immediato e sospeso, la storia dal canto suo è quella di una perdizione, il trascinamento di un apparentemente sicuro di sè protagonista tra donne, strade e salotti lungo un pezzo di vita sempre senza orari e senza possedimenti se non il proprio nome. Trova l'estasi accarezzando l'aura di una bionda e generosa donna nella Fontana di Trevi dove l'acqua smette di far rumore e l'alba arriva d'improvviso. Tra le stradine di Roma e in labirintiche ville aristocratiche, in ristoranti esotici con clown che cantano la propria tristezza con al seguito un tappeto di palloncini e apparizioni troppo illuminate della Madonna tra il gioco infantile e la morte, ambizioni artistiche, il ritrovamento di un mostro marino, l'omicidio per angoscia esistenziale, troppa bella vita fuori età. L'eccesso e l'estasi, incanto e disincanto. Il film dura tutta la giornata, entra nella mia vita di una giornata, ho l'impressione che non finirà mai.



________________________________________________



Fremo per l'attesa. Lo schermo è lì e io gli sono di fronte, agito le gambe libere da qualsiasi altra fila di poltrone più che sufficientemente lontane da me. Sto già ridendo anche se non lo so. Inizia... grande Giove! Una lunga e lenta panoramica su orologi di varia fattura, formato, dimensioni, tempo.. uno skate avanza e va a sbattere fermandosi su una cassa gialla nascosta sotto un letto, non c'è nessuno in casa, c'è solo il tempo di decine di orologi tutti sincronizzati.. ma di una mezz'ora in avanti: il film è appena iniziato e siamo già spostati in avanti nel futuro mentre Marty McFly è in ritardo sul presente. La cosa straordinaria di Ritorno al Futuro, a parte tantissime altre che si possono elencare, è che nella relazione figlio-genitori il primo salva i secondi da una vita sfigata, succube, triste per un caso fortuito. Il destino! Il corso degli eventi modificato da una scelta coraggiosa! Marty McFly se la sa cavare nei suoi anni '80, mentre per il resto della famiglia le cose non tirano bene, se non male. La lezione che con fatica impartisce al padre è che deve sapersi prendere quello che vuole, sapersi difendere e avere la forza di tirare fuori e poi usare la propria passione per la scrittura, per le storie di fantascienza in particolare; e tutto il film è un rotolante sfogliare delle pagine della cultura pop usata per salvarsi la pelle. Ritorno al Futuro è la storia di un mago (Doc) che perde il controllo della propria magia coinvolgendo nel guaio un altro mago (Marty) che invece sa bene che le magie sono un bene troppo potente e non fa altro che metterla al suo posto nel modo in cui lui sa fare.
Una risata due secondi prima di ogni battuta e una battuta ogni quattro secondi è l'evento di questa proiezione eccezionale in digitale in tutta Italia per la presentezione del nuovo restauro per il bluray. Rivederlo a cinema con un botto di gente sembra ovvio dirlo ma è stato tanto divertente quanto irripetibile.

19 apr 2009

Ciao America (1968)

Nel 1968 De Palma fa questo film che in America intitola "Greetings" e in Italia qualcuno traduce con "Ciao America!" e che è forse meglio conosciuto da qualcuno per essere il primo film di Robert De Niro. In quell'anno il 28enne De Palma si merita un Orso d'Argento a Berlino con questo filmetto amatoriale di nemmeno un'ora e mezza sulla società americana in pieno arruolamento per il Vietnam, o almeno occupata a trovare il modo per non farsi spedire al fronte. I tre amici del film, presentati all'inizio con lunghi piani sequenza statici e dinamici, parlottano, ciarlano di metodi per evitare di essere presi e per (ri)prendere le ragazze. Non c'è molto da dire se non che questa apparente banalità enuncia rapidamente quello che sarà del regista: politica, ossessioni, voyerismo, sesso, metacinema...
Se lo stile è ancora lì da divenire c'è però molto riferimento alla nouvelle vague, e il gioco della provocazione e dello spettatore tirato in ballo quando si parla di una finestra e una donna all'interno che si spoglia, c'è tutto con ironia e in due occasioni anche con risate.
A guidare il film sono cmq certe situazioni, scenette a due personaggi, in appartamenti o all'aperto ripresi a mò di candid camera con angolazioni sempre alte o a grande distanza dai personaggi: De Palma segue l'ossessione e spia la paranoia di persone che si nascondono, che cercano di scrollarsi da dosso l'asfittico messaggio alla nazione di un Presidente più preoccupato di non stimolare l'autocritica della nazione e di salvaguardare invece l' immagine dei suoi valori., che altro. L' ossessione di un Paese come la ricerca della verità nell'assassinio di Kennedy, effettuata prima con ingrandimenti sgrananti alla BlowUp, e poi sul corpo nudo di una donna assonnata a mò di preliminari, ma anche la verità di un De Niro intellettualmente voyeur prima e militarmente voyeur dopo (col mirino del fucile), diventano pezzi da satira politica anche irresistibili.
Anche se all'inizio si fa un tanto di fatica a resistere alle riprese lunghe logorroiche, val la pena vederselo perchè la freschezza di un filmetto come questo verrà subito fuori.

5 mar 2009

io la conoscevo bene

Faccio i conti con i capolavori del cinema italiano ancora sconosciuti e mi trovo a pensarne male. Deprimente il film ma affascinante la protagonista, con Io la conoscevo bene di Antonio Petrangeli (1965) mi sembra di ritornare alla prima visione del primo film di Bellocchio I pugni in tasca: non lo rivedo da molto tempo ma ricordo bene il malessere che mi lasciò addosso quella famiglia disturbata da rabbia e malattia.
La protagonista, in questo di Pietrangeli, è una ragazza di provincia senza alcun desiderio, obiettivo nè principio.Vive la successione degli incontri con uomini intellettuali o di spettacolo con una sorta di felicità infantile, o meglio di una soddisfazione ingenua, per entrare nell'ambiente del cinema e della pubblicità. È un film desolato quando mostra il contatto fisico tra la protagonista e i tanti personaggi maschili, e illuminato dall'indefinibile bellezza di Stefania Sandrelli quando la macchina da presa le si avvicina toccandole continuamente il corpo, sempre apparentemente puro sotto i vestiti quanto violentato dal continuo cambio in ogni sequenza. Per raccontare questa vuota esistenza Pietrangeli non fa che basarsi su una sceneggiatura (credo) da paura ma anche sull'abilità non nascosta nel costruire piani sequenza e nel posizionare la macchina da presa in posti a volte sorprendenti. A me non hanno convinto la continua frammentazione della narrazione in sequenze che si succedono senza la minima intenzione di dare continuità, che si concludono quasi sempre allo stesso modo, i flashback piuttosto grezzi, e la colonna sonora (non i pezzi di Piero Piccioni) che non mi sembra poi così curata come forse vorrebbe. Starò esagerando ma al montaggio avrebbero potuto accorciare un pò qualche scena (di quanti secondi ti va bene?).
Non so, da una parte questo film spazza via tante ipocrisie che altri dell'epoca invece affrontano con gusto, propone una visione del Paese inconciliabile con quella fissata maggiormente nell'immaginario collettivo perchè cruda, eppure è forse l'amarezza appassionata dello stile di Pietrangeli a non avermi parlato di capolavoro.



_non sono l'unico ad aver pensato per un attimo a berlusconi quando ho visto il personaggio interpretato da Enrico Maria Salerno. stesso modo di comportarsi, se non l'apprezza lui..