Si potrebbe parlare a lungo di quanto i film sulle truffe, soprattutto se commedie, siano perlomeno più interessanti e piacevoli dei film sulle fughe da un carcere (almeno per me, ma questo è sottinteso).
I truffatori saranno sempre truffati, sono perdenti che ci hanno provato alla grande, sono persone che non si tirano mai fuori dall'instabilità economica. Strateghi che si arrabbattono più o meno capaci, più o meno veloci, in una società che dà loro spazio, o almeno interstizi, o meglio intercapedini in cui muoversi e fregarti. La sconteranno sempre?
Inganno, finzione dei ruoli, minacce, occasioni, e un pubblico da far abboccare. Le solite cose.
La gente crede a quello che vuole credere; la necessità è madre dell'inventiva: sono due delle frasi in cui si concentra il film, e non è nulla di nuovo.
Il regista David O. Russel dice di aver concluso con questo film una sua trilogia su (beh, non mi ricordo..), e deve aver davvero avuto un buon pezzo di carta bianca, se è riuscito a buttare nelle sale due ore a mezza di intrecci tra il serio e l'ironico, puntando tutto sulle performance d'attore per personaggi non proprio caricaturali, cioè non goffi/buffi e nemmeno minacciosi/violenti (troppo lungo, non riesce a gestire tutto quello che mette in pentola).
Non un approccio alla Scorsese, ma un tono non definito che non si arrischia nella sconfitta totale del personaggi, nè nella loro bella salvezza.
Russel sembra proprio avere una predilezione per i pesci piccoli: tentano di mangiarsi tra loro ma alla fine non vengono mangiati nemmeno dai pesci grandi in modo disastroso.
Più ci penso e più mi sembra un film Disney (e guarda caso non c'è nemmeno una sniffata nè una pistola che spara, e nemmeno una scena di sesso... peraltro due dei personaggi si impongono di resistervi finchè non va a segno il loro piano. E nemmeno un morto. Siamo negli anni '70 e non ci sembra proprio).
American Hustle ("hustle" sta per truffa, cmq. E il sottotitolo "l'apparenza inganna" è un bell'inguacchio).