20 dic 2013
29 nov 2013
Il Volto del '900 - ritratti a Milano
C'è tanto e avrebbe potuto esserci di più nella mostra al Palazzo Reale di Milano "Il Volto del '900 - Da Matisse a Bacon". Cosa in più francamente non lo so, però si può ben capire che il tema del ritratto è così fondamentale nell'arte che probabilmente non potrà mai essere esaustiva un'esposizione. Tutti i capolavori che si possono amare durante la visita provengono dal Centre Pompidou di Parigi (conosciuto anche come "quello con la scala esterna") e già questo è un ottimo criterio per circoscrivere il tema e anche la certezza di sapere dove poterli rivedere senza sperare di ribeccarli per caso in svariati altri musei (sempre che non siano in prestito).
Nonostante metta insieme grandissimi nomi, non mi è affatto sembrato che ci fosse qualcuno predominante sugli altri, che togliesse attenzione, o che le opere si distanziassero molto dalle altre. Forse solo nell'ultima sala che riguardava il ritratto "Dopo la fotografia" con pezzi di pop art e iperrealismo.
In ogni caso© come sempre alcune scoperte sono state vere sorprese, altri sono stati incontri dal vivo abbastanza attesi, altre cose sono apparse molto belle ma senza enormi scosse.
L' "Autoritratto" di Gino Severini (che non conoscevo perchè i futuristi mi sembrano sempre invecchiati male)
movimento di una testa, bel soggetto, bella frammentazione.
Al suo opposto c'è l' "Autoritratto" di Francis Bacon. Quasi una folgorazione per via di questa fusione della pelle o della carne, un volto che sembra facilmente cancellarsi con una mano su cui si era appoggiato o con due mani che l'hanno violentato per disperazione. Una sorta di tumefazione per colpi subiti qualche ora prima. Gli occhi hanno lo sguardo dell'assenza a sè stessi, una resa. Forse sta sorridendo interiormente con rabbia sfiancata.
Bacon non l'ho mai apprezzato perchè troppo "nero".. ma questo ritratto ha capovolto un pò di cose.
A questo autoritratto accosto la scultura "Diego" di Alberto Giacometti che dà il senso di un corpo che si sta sciogliendo. Quelle di Giacometti le interpreto come sculture di uomini che esistono per lavorare, esili uomini senza tempo induriti dalla fatica di esserci.
Affianco alla Camicetta rossa, l' "Odalisca in pantaloni rossi" di Henry Matisse. Non pervenuta.
Sempre notevole le linee di Modigliani come nel "Ritratto di Dédie": capo reclinato da delicata sensualità, all'opposto della signora di Kupka che invece si protende il più vicino allo specchio. Purtroppo la donna è a lutto.
Il "Ritratto di donna" di Picasso è ovviamente meraviglioso come altri due presenti alla mostra.
Nonostante metta insieme grandissimi nomi, non mi è affatto sembrato che ci fosse qualcuno predominante sugli altri, che togliesse attenzione, o che le opere si distanziassero molto dalle altre. Forse solo nell'ultima sala che riguardava il ritratto "Dopo la fotografia" con pezzi di pop art e iperrealismo.
In ogni caso© come sempre alcune scoperte sono state vere sorprese, altri sono stati incontri dal vivo abbastanza attesi, altre cose sono apparse molto belle ma senza enormi scosse.
L' "Autoritratto" di Gino Severini (che non conoscevo perchè i futuristi mi sembrano sempre invecchiati male)
movimento di una testa, bel soggetto, bella frammentazione.
Al suo opposto c'è l' "Autoritratto" di Francis Bacon. Quasi una folgorazione per via di questa fusione della pelle o della carne, un volto che sembra facilmente cancellarsi con una mano su cui si era appoggiato o con due mani che l'hanno violentato per disperazione. Una sorta di tumefazione per colpi subiti qualche ora prima. Gli occhi hanno lo sguardo dell'assenza a sè stessi, una resa. Forse sta sorridendo interiormente con rabbia sfiancata.
Bacon non l'ho mai apprezzato perchè troppo "nero".. ma questo ritratto ha capovolto un pò di cose.
A questo autoritratto accosto la scultura "Diego" di Alberto Giacometti che dà il senso di un corpo che si sta sciogliendo. Quelle di Giacometti le interpreto come sculture di uomini che esistono per lavorare, esili uomini senza tempo induriti dalla fatica di esserci.
"La camicetta rossa" di Pierre Bonnard
Bello per la posa annoiata e il contrasto tra la luminosità pura della tovaglia, il rosso acceso che contrasta con la pensosità, e il colore scuro dello sfondo che stacca ancora di più. Occhi in ombra e delle labbra quasi sorridenti. Un ritratto di quell'interiorità che mi ricavavo nell'isolamento da discorsi che non avevano interesse: a tavola con parenti, in certe occasioni forzate.
Di fronte a questo dipinto c'era quello di Frantisek Kupka "Rossetto": un altro rosso, stavolta però dell'esteriorità che vuole farsi notare .Un volto-maschera abbastanza bianco di trucco, interrotto dal vestito altrettanto chiarissimo, dal collo verde ammuffito (?). Una bella stesura di colori: pesante l'indaco che scende giù come sfondo e generoso il corpo della signora.
Sempre notevole le linee di Modigliani come nel "Ritratto di Dédie": capo reclinato da delicata sensualità, all'opposto della signora di Kupka che invece si protende il più vicino allo specchio. Purtroppo la donna è a lutto.
Il "Ritratto di donna" di Picasso è ovviamente meraviglioso come altri due presenti alla mostra.
Sorvolo su quelli di persone che leggono un libro, soggetto che ha fatto il suo tempo, o anche sulle donne vistosamente abbigliate con gioielli sbrilluccicanti, o la donna di Delaunay fatta più o meno a quadrettoni, l'orecchio gigante del Ralf III di Baselitz, "La marocchina" di John Currin contenta di avere i pesci in testa, un quadro della De Lempika (mai capita), ma anche le "Donne in interno" di Léger che sembrano manichini grassi e squadrati.
La sala delle scultura è stata quella della meraviglia. Ero lì per Giacometti e Brancusi, la cui Musa Dormiente aveva il privilegio del centro della sala (in una teca però sporca), ma ho scoperto che la migliore era "Testa di fanciulla" di Henri Laurens, del tutto sconosciuto fino a quel momento.
Terracotta liscissima, essenzialissima con quei tagli piccoli e accennati, il volto ricavato da uno spigolo che è la linea del naso.... inutile descriverla. Silenziosa, perfetta, una di quelle opere per cui venderei l'auto e andrei per sempre a vivere in un monolocale lontano dal posto di lavoro.
Anche la Musa di Constantin Brancusi dimostra la sua eccezionalità, però.. oltre ad avermi dato immediatamente l'impressione di essere un pallone da rugby dorato (invece che ricordarmi la forma dell'uovo), a confronto con il forte senso di duttilità della Testa di Laurens, è un "gioiellone" duro e pesante (come il suo sonno) e anche distaccato da me che l'osservo. Non svegliare la musa che sennò si incazza, potrebbero scriverle vicino. È un alieno la cui presenza affonda lo spazio-tempo. Il naso sembra un'arma, quasi la canna di una pistola di piccole dimensioni; occhi e bocca abbastanza orientali...; i solchi dei capelli sono afro.
Ottimo ambiente espositivo, luci perfette... dispiace per il catalogo con foto non sempre adeguate, povero di contenuti (ma del resto non è che la mostra aveva lo scopo di dare una nuova interpretazione ad un artista, per esempio) e dal prezzo elevato nonostante lo sconto del bookshop.
Il tempo dalla visita è passato ormai e non è che potevo scrivere di tutto quello che ho visto. Accuntentammc..
Adieu!
5 nov 2013
intangibile
(dalla serie di disegni "People of the Art Museum" di Grant Snider)
(da "La Scuola di New York" di Francesco Tedeschi)
2 nov 2013
ma come fanno a stare in piedi??
La successione delle foto non è casuale. Sono tutte ****** sculture (tranne l'ultima che è un altro tipo di opera) di Antony Gormley.
Forse mi sento più una figura umana che cerca di essere una figura piuttosto che una che cerca di essere animale. Umano è tra la figura e la materia animale, e penso che sia meglio puntare a sinistra verso la sottoesposizione animale piuttosto che a destra verso la sovraesposizione astratta. (mmm...)
Anche se.... provenendo da una grande sovraesposizione è difficile far venire fuori una immagine definibile e gradevole, poichè molte delle sue informazioni sono bruciate nel bianco e non si possono recuperare. Perciò in fotografia digitale si consiglia di sottoesporre, in modo da far uscire dall'animale poi tutte le informazioni che servono per una esposizione equilibrata. Dal basso verso l'alto si può, dall'alto verso il basso invece non è lo stesso che cadere, è proprio non arrivarci mai bene!
Dal calco in gesso dove c'è ancora una fisionomia naturale, a moduli colorati un pò come dei pixel o l'immagine di un corpo ingrandita del 500%, o robot opachi a sé stessi, o pezzi uguali messi in tre dimensioni; poi una serie di forme rettangolari senza più profondità ma con tanta aria, con tutto l'ambiente in cui si trova che gli passa attraverso: visto in orizzontale può essere il profilo di una serie di palazzi.
Fino agli stecchetti. Non ci sono più moduli, non più rettangoli vuoti ma solo stecchetti come se fossero dei capillari sanguigni o una moltitudine di pezzetti al confine con l'indefinito, il vapore, la nebbia in cui il corpo non vede-precepisce più sé stesso, oppure schegge di vetro.
Alla fine ho incollato una foto che si riferisce ad una installazione sempre di Gormley, un ambiente chiuso da pareti opache in cui le persone posso muoversi nella nebbia. Luce Cieca (Blind Light) l'ha chiamata. Io ci vedo (anche se servirebbe ovviamente farne esperienza) il contatto con quelle ultime figure composte di pezzetti di metallo che ora si sono definitivamente nebulizzate; oppure, fingendo che non sia un'istallazione e che perciò non ci siano visitatori che entrano lì dentro, potrei pensare ad un ritorno-rigenerazione di quelle figure dal vapore alla materia animale che cercano di uscire da quell'ambiente di luce accecante (o perchè sono ancora luce e perciò ciechi...) per vedersi-percepirsi di nuovo materia.
La scultura probabilmente è sempre materia che fuoriesce in una forma per riconoscersi nella sua presenza. Eh?
La domanda è sempre la stessa: ma come fanno a stare in piedi??
E mo basta.
18 ott 2013
MFWW - mostra foto wim wenders
Un pò un critico alla Enrico Ghezzi, un pò il Godard della Germania e un pò un compositore minimalista con quegli occhiali tondi neri, Wim Wenders mi dà sempre questa impressione. Di questi tre personaggi penso sia la parte migliore e non quella antipatica perchè astrusa nei ragionamenti in gran parte autoriferiti. Wenders sembra davvero uno di quegli artisti con cui si può facilmente parlare.
Ma io non l'ho mai praticato. I suoi film stranamente non mi hanno mai raggiunto e io a stento sono andato a cercarmelo. Chissà come mai... Antonioni è un punto in comune, lo stesso per Edward Hopper... vabbè..
Insomma, a Villa Pignatelli (Napoli, sulla parallela del lungomare, un piccolo edificio, un'oasi, di metà ottocento che oggi ospita concertini e una raccolta di ceramiche pregiate tra le altre cose) espongono venti delle sue foto realizzate in vari anni in tre Paesi, Armenia, Germania e Giappone, dove è andato a cercare i suoi luoghi solitari pieni di memoria perduta.
Molte sono di grandi se non grandissime dimensioni (siamo dalle parti dei 5 metri di larghezza) perchè chi vi si trova di fronte deve portersi trovare anche dentro di esse. Purtroppo l'illuminazione delle sale non aiuta, perchè troppo diffusa senza creare quella penombra ai lati dello spazio di osservazione che permette di assaggiarne (ma si) la luminosità. Ma vogliamo lamentarci? No,anzi, c'è da ringraziare chi ha pensato a questa esposizione e posso capire che un'illuminazione diversa avrebbe richiesto soldi che non ci sono.
Affianco alle foto sono riportate le parole che quei luoghi ritratti hanno ispirato Wenders e da esse si capisce sicuramente meglio quale sia stato il suo interesse principale. Sono tutti edifici abbandonati che hanno a che fare ad esempio con la storia della Germania prima della caduta del Muro, perchè riportano scritte che stanno scomparendo, e che sono tracce di un'ideologia e delle relazioni tra i popoli che la incarnavano in una eterna (!) amicizia; oppure oggetti come uno pneumatico nel terreno di un bosco (senza altra traccia di macchina) o un'auto (non quella inesistente dello penumatico... o forse si?) quasi seppellita in un giardino privato, ma anche un uomo che, si viene a sapere da un appunto-didascalia di Wenders, è uscito fuori dalla casupola abbandonata di un benzinaio non appena si era accorto che qualcuno la stava fotografando. L'uomo ci stava dormendo dentro: è un aneddoto che conferma realtmente che in fondo le foto ritraggono luoghi che in sè stessi contengono qualcosa che non vediamo, anche solo la domanda "perchè il tempo passa? perchè le cose si manifestano nel loro essere solo quando sono lasciate a sè stesse?"
Forse anche noi abbiamo bisogno di essere lasciati a noi stessi, lasciati dal senso di utilità delle cose che usiamo, non più in gran parte dipendenti da questa utilità, e perciò lo stato di questi oggetti o luoghi sono finalmente la domanda che riusciamo a sentire mentre si pone.
Come questa ruota panoramica che non serve più ad alcun panorama e che non fa parte più di nessuna struttura di divertimento imposto, ma che ora si muove solo grazie al vento (come scrive Wenders) e lascia immaginare il suono delle voci di chi vi saliva e vi stava sotto a guardare. L'immagine del vento che fa girare questo pezzo pesante di ferro è anche più convincente della foto stessa.
La domanda che queste foto contengono non esce fuori incazzata come quell'uomo, ma come qualcosa che sporge per un attimo da una finestra e guarda me che sono in basso: però ancora non so se tra me e il qualcosa c'è la promessa di rivederci o no... penso sia più quel riconoscersi familiari tra sconosciuti per qualche secondo e poi, senza dire una parola, andar via.
Questa qui su mi ha inquietato. È una casa molto brutta, anche di più quando noto quella porta al centro da cui non si può entrare nè uscire.
Curiosa e molto bella quella di un vicolo con i muri di alluminio (?) colorato di alcune case basse che lo chiudono da ogni lato: l'interesse di Wenders era nell'assenza di finestre. E come potevano avere finestre se sono edifici che danno le spalle a una strada che non conta niente? Purtroppo non l'ho trovata sul web...
Una strada come luogo camminabile può non meritare nemmeno una finestra?
Quest'altra non è granchè a dir la verità, se non per un appunto che mi fa notare che questo è un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino che durante la seconda guerra mondiale venne mitragliato con tale intensità. Fori di proiettile o fiori (ehm...) rossi di proiettile (mi viene da pensare)? In ogni caso oggi lì c'è un negozio di souvenir.
"Posti strani e tranquilli" è il titolo del volume che contiene questi e altri scatti. Qui sopra ce n'è uno che non mi ha colpito per niente perchè mi ricorda le architetture kitsch dell'europa orientale che hanno preso tutta la ruggine della bruttezza. Per fortuna vado a leggere che si tratta dell'alfabeto armeno, di grande valore per quel popolo tanto da farne una scultura.
Al di là degli edifici e di altri suoi prodotti, l'essere umano in queste foto non c'è, però ci sono tracce delle sue parole con le scritte sui muri. Scritte che peraltro stanno scomparendo! Ma quest'alfabeto armeno qui sopra non è un segno grafico, ma la presenza fisica più vicina a quella di un uomo. Da qui a commuoversi per questo, però, ce ne vuole.
Ciò che è assente, insomma, non è che non c'è mai stato, è che è scomparso o che sta scomparendo in qualcos'altro producendo un'eco di immaginazione, di sentimento che può essere tanto di spettralità quanto di calma in momenti che si alternano.
Lascia ammutoliti la scritta su un muro di una casa dell'ex germania est che dice "Questa casa sorgeva un tempo in un altro Paese" e l'appunto di Wenders se non sbaglio aggiunge che secondo la DDR quel Paese non è poi davvero esistito.
Nel complesso non tutte mi sono piaciute, non tutte sono poi così significative soprattutto senza didascalia (quella nella città giapponese del film Tokyo Story di Ozu e un paio di paesaggi di mare o cielo ad esempio). Tra le belle che non c'erano incollo questa che ha scattato a Mosca.
Ma io non l'ho mai praticato. I suoi film stranamente non mi hanno mai raggiunto e io a stento sono andato a cercarmelo. Chissà come mai... Antonioni è un punto in comune, lo stesso per Edward Hopper... vabbè..
Insomma, a Villa Pignatelli (Napoli, sulla parallela del lungomare, un piccolo edificio, un'oasi, di metà ottocento che oggi ospita concertini e una raccolta di ceramiche pregiate tra le altre cose) espongono venti delle sue foto realizzate in vari anni in tre Paesi, Armenia, Germania e Giappone, dove è andato a cercare i suoi luoghi solitari pieni di memoria perduta.
Molte sono di grandi se non grandissime dimensioni (siamo dalle parti dei 5 metri di larghezza) perchè chi vi si trova di fronte deve portersi trovare anche dentro di esse. Purtroppo l'illuminazione delle sale non aiuta, perchè troppo diffusa senza creare quella penombra ai lati dello spazio di osservazione che permette di assaggiarne (ma si) la luminosità. Ma vogliamo lamentarci? No,anzi, c'è da ringraziare chi ha pensato a questa esposizione e posso capire che un'illuminazione diversa avrebbe richiesto soldi che non ci sono.
Affianco alle foto sono riportate le parole che quei luoghi ritratti hanno ispirato Wenders e da esse si capisce sicuramente meglio quale sia stato il suo interesse principale. Sono tutti edifici abbandonati che hanno a che fare ad esempio con la storia della Germania prima della caduta del Muro, perchè riportano scritte che stanno scomparendo, e che sono tracce di un'ideologia e delle relazioni tra i popoli che la incarnavano in una eterna (!) amicizia; oppure oggetti come uno pneumatico nel terreno di un bosco (senza altra traccia di macchina) o un'auto (non quella inesistente dello penumatico... o forse si?) quasi seppellita in un giardino privato, ma anche un uomo che, si viene a sapere da un appunto-didascalia di Wenders, è uscito fuori dalla casupola abbandonata di un benzinaio non appena si era accorto che qualcuno la stava fotografando. L'uomo ci stava dormendo dentro: è un aneddoto che conferma realtmente che in fondo le foto ritraggono luoghi che in sè stessi contengono qualcosa che non vediamo, anche solo la domanda "perchè il tempo passa? perchè le cose si manifestano nel loro essere solo quando sono lasciate a sè stesse?"
Forse anche noi abbiamo bisogno di essere lasciati a noi stessi, lasciati dal senso di utilità delle cose che usiamo, non più in gran parte dipendenti da questa utilità, e perciò lo stato di questi oggetti o luoghi sono finalmente la domanda che riusciamo a sentire mentre si pone.
Come questa ruota panoramica che non serve più ad alcun panorama e che non fa parte più di nessuna struttura di divertimento imposto, ma che ora si muove solo grazie al vento (come scrive Wenders) e lascia immaginare il suono delle voci di chi vi saliva e vi stava sotto a guardare. L'immagine del vento che fa girare questo pezzo pesante di ferro è anche più convincente della foto stessa.
La domanda che queste foto contengono non esce fuori incazzata come quell'uomo, ma come qualcosa che sporge per un attimo da una finestra e guarda me che sono in basso: però ancora non so se tra me e il qualcosa c'è la promessa di rivederci o no... penso sia più quel riconoscersi familiari tra sconosciuti per qualche secondo e poi, senza dire una parola, andar via.
Questa qui su mi ha inquietato. È una casa molto brutta, anche di più quando noto quella porta al centro da cui non si può entrare nè uscire.
Curiosa e molto bella quella di un vicolo con i muri di alluminio (?) colorato di alcune case basse che lo chiudono da ogni lato: l'interesse di Wenders era nell'assenza di finestre. E come potevano avere finestre se sono edifici che danno le spalle a una strada che non conta niente? Purtroppo non l'ho trovata sul web...
Una strada come luogo camminabile può non meritare nemmeno una finestra?
Quest'altra non è granchè a dir la verità, se non per un appunto che mi fa notare che questo è un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino che durante la seconda guerra mondiale venne mitragliato con tale intensità. Fori di proiettile o fiori (ehm...) rossi di proiettile (mi viene da pensare)? In ogni caso oggi lì c'è un negozio di souvenir.
"Posti strani e tranquilli" è il titolo del volume che contiene questi e altri scatti. Qui sopra ce n'è uno che non mi ha colpito per niente perchè mi ricorda le architetture kitsch dell'europa orientale che hanno preso tutta la ruggine della bruttezza. Per fortuna vado a leggere che si tratta dell'alfabeto armeno, di grande valore per quel popolo tanto da farne una scultura.
Al di là degli edifici e di altri suoi prodotti, l'essere umano in queste foto non c'è, però ci sono tracce delle sue parole con le scritte sui muri. Scritte che peraltro stanno scomparendo! Ma quest'alfabeto armeno qui sopra non è un segno grafico, ma la presenza fisica più vicina a quella di un uomo. Da qui a commuoversi per questo, però, ce ne vuole.
Ciò che è assente, insomma, non è che non c'è mai stato, è che è scomparso o che sta scomparendo in qualcos'altro producendo un'eco di immaginazione, di sentimento che può essere tanto di spettralità quanto di calma in momenti che si alternano.
Nel complesso non tutte mi sono piaciute, non tutte sono poi così significative soprattutto senza didascalia (quella nella città giapponese del film Tokyo Story di Ozu e un paio di paesaggi di mare o cielo ad esempio). Tra le belle che non c'erano incollo questa che ha scattato a Mosca.
Iscriviti a:
Post (Atom)



.jpg)
.jpg)
.jpg)