22 apr 2014

The War of Warhols??


Ormai è diventato l'altro ieri, il giorno in cui ho visitato la mostra su Andy Warhol qui a Napoli al museo PAN (Palazzo delle Arti di Napoli): evento della città esploso in (quanto tempo?) in poco tempo con una folla di persone in fila per entrare in un palazzo storico della parte ancora più bella della città, fila che io non ho mai visto prima e che cmq non si vedeva da anni (che sembrano secoli).

Un pomeriggio di domenica pasquale; fresco, bel sole calmo in strade straordinariamente popolate pochissimo (tutte sul lungo mare); dieci minuti circa di attesa in orario strategico (mentre iniziava a formarsi un codazzo che avrebbe richiesto la pazienza che non avevo). Entro gratuitamente perchè per i tre giorni iniziali la mostra è offerta da una "nota marca di acqua in bottiglie", che però non l'ha fatto sapere a nessuno non mostrando il proprio logo.
Due piani di esposizione: prime cose che vedo sono le copertine dei vinili, poi i barattoli Campbell, le confezioni Brillo e le bottigliette grigie della coca cola... Cose che abbiamo visto tutti in foto, sto mica ad elencarle... Sulle pareti ci sono i soliti utili commenti critico-contestualizzanti (su fogli di carta grandi con testi in font scelto all'ultimo minuto) tra i quali anche quello scritto da qualcuno a firma Sindaco De Magistriis per fargli fare bella figura, e quello del curatore Achille Bonito Oliva che spiega col suo linguaggio complesso e concentrato il titolo "Vetrine" :



Nella visione nietzschiana la morale origina dalla paura della considerazione dell’altro. L’uomo teme il giudizio altrui, perché stima se stesso in base al pensiero che gli altri hanno di lui e adegua il proprio comportamento a quello della moltitudine. In Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881) il filosofo tedesco scrive a proposito dei vanitosi: “Siamo come vetrine in cui noi stessi continuiamo a disporre in bell’ordine, a nascondere o a mettere in mostra, le pretese qualità che altri ci attribuiscono – per ingannarci” . [...]


Ma cosa ha a che fare Andy Warhol con NAPOLI?



A parte l'esserci stato sul finire degli anni '70 invitato dal gallerista Lucio Amelio; a parte l'aver creato l'enorme trittico "Fate Presto" (dallo storico titolo e prima pagina del Mattino stampata tre giorni dopo il terremoto dell'80 per spronare gli aiuti alla popolazione sotto le macerie); e la serie di serigrafie sul Vesuvio. Direi che c'è stata un certo interesse per il pop napoletano non so quanto in comune col pop da società di massa americana di quegli anni. Ci sarebbe anche la fobia di Warhol per la morte e il culto dei morti della città, chissà. L'immagine di consumo, il prodotto, il personaggio reso ancora più celebre... Più che altro si tratta di vedere Napoli come icona, come antica New York, che con Warhol diviene pop con il suo lavoro sul simbolo del Vesuvio. Il più interessante, secondo me. Un'intera sala espone il mega Vesuvio esplodente conservato al Museo di Capodimonte, insieme ad altre serie più piccole.. tra le quali penso che la più bella sia quella del poster della mostra (qui sotto)(peccato non abbiamo pensato a venderlo nel bookshop!).


(dettaglio)

Il resto della produzione di Warhol esposta avrà la sua importanza, ma non mi tiene granchè appassionato. Una buona parte è costituita dai ritratti delle personalità del giro artistico napoletano degli anni '70-'80, di cui nessuno che sia cresciuto nei '90 sa nemmeno lontanamente chi sia.

In sale spoglie per nulla accoglienti e che non valorizzano le opere, vengono proiettati due video amatoriali della cricca di Warhol, con audio-senza audio, in ogni caso senza sottotitoli o rilevanza alcuna. Le sedie poste di fronte servono ai più stanchi solo per riposarsi.

L'unico video esaustivo della sua frequentazione della città che avrebbero dovuto proiettare è questo qui. Ma non c'è!

Una mostra su Warhol è sempre, secondo me, una mostra sul modo in cui fabbricava le sue immagini, sui colori che affibbiava ai tizi per nulla conosciuti (come prostitute), a quelli meno conosciuti (come sopra), a quelli straconosciuti (come la Monroe) rendendoli ancora più belli da ammirare (ma si tratta di ammirazione?). Ma poi si tratta di bellezza? Per me ha un interesse storico, il che significa che Warhol è archiviato, non è contemporaneo, non è universale, è espressione di quegli anni. L'associazione dei colori è straordinaria, ma è andata, odora di passato, anche se prima o poi non pochi sono quelli che vogliono warholizzare il proprio volto. Ma anche una forchetta andrebbe bene.



Riguardo il titolo del post, mi riferisco all'apertura in contemporanea di questa mostra con quella più vasta con sede a Roma e già passata per Milano (e sembra anche da Pisa), che ha dato fuoco a una mezza polemica  di due-tre curatori-critici sia online che su stampa. Giusto per redermi conto di come si mettono certe cose quando c'è da organizzare l'arte.

Eduardo Cicelyn, che è stato fino a poco fa direttore del Museo Madre qui a Napoli, su Repubblica definisce  la mostra "brutta", "inutile", "di basso profilo", "costruita per la maggior parte sui luoghi comuni e più banali dell'immensa (molto spesso falsificata) produzione warholiana" e poi fa un mea culpa collettivo: "Avremmo dovuto costruire negli anni un pubblico più informato ed esigente, che pretendesse dai nostri musei un'effettiva capacità di inserirsi nel circuito internazionale dell'arte contemporanea. Se questo non è stato, se il Pan non ha più neanche la parvenza di organizzazione e di programmazione museale e ciò nonostante sbaraglia la concorrenza del Madre, che invece appare ingessato in attività corrette dal punto di vista scientifico, ma in molti casi noiose e autoreferenziali, solo per addette ai lavori, vuol dire che il sistema ha collassato e che a Napoli va ripensata completamente e in fretta l'offerta di arte contemporanea, a fronte di una domanda ancora grezza, ma sempre, anzi da sempre impetuosa."

Poco più di vent'anni fa, con grande voglia di fare il gallerista Lucio Amelio diceva ciò:


Come nacque la nuova Napoli, se è nata mai?
Ma Napoli non è che è nata, Napoli è sempre stata, Napoli è come una cosa…, non è che nasce, è là da sempre, Napoli ha tremila anni di energie, di culture. Non è che l’abbiamo fatta nascere, noi abbiamo semplicemente sviluppato un progetto per inserire Napoli all’interno di un circuito internazionale di cultura. Eco questo è stato il lavoro che abbiamo fatto in venti anni, io e tutti coloro che hanno contribuito a questo progetto, soprattutto gli artisti, le centinaia di artisti che si sono succeduti in queste sale.
[...]

Com’è nato il movimento della “nuova Napoli”? che all’esterno è più noto per la musica che non per l’arte..
Ma ripeto, Napoli non nacque in un certo momento, Napoli è sempre stata. C”è stata un energia che c’era nell’aria da sempre. Il problema non è di far nascere qualcosa, ma di organizzare questa energia, come il teatro, il cinema, lo spettacolo, la musica, le canzoni, l’ arte. Ma Napoli è sempre stata la capitale, come diceva Stendhal “…Napoli è la città più bella dell’universo…”. Oggi c’è una sola capitale, che è Napoli, perché Parigi è diventata provincia.

Forse bisogna organizzare tutto meglio, bisogna dare un’immagine migliore, internazionale, alla città?
Certo, l’organizzazione è necessaria, poiché manca l’organizzazione dello Stato e le istituzioni private devono far fronte a questa carenza e quindi devono organizzarsi. Io in questo senso mi sono organizzato, la mostra che vedi qui al muro è il frutto di venti anni di lavoro. E’ la selezione di seicento mostre organizzate a Napoli, questo significa organizzarsi.

(da qui)

Anche se più giù afferma che preferisce questa energia creativa della città, inclusi terremoto-catastrofe-racket-camorra, alla "mentalità computerizzata" di Milano.




Sul Corriere del Mezzogiorno c'è invece l'intervento di Francesco Bonami che ha collaborato all'esposizione a Roma.

questo breve commento sull’inaugurazione contemporanea di una mostra di Warhol a Napoli non nasce dal desiderio di fare una gara a chi è piu bravo fra Achille Bonito Oliva e me, ma da una riflessione sulle politiche culturali pubbliche delle città italiane.
[...]
La mostra di Roma è stata prodotta privatamente, mentre la mostra di Warhol curata da Bonito Oliva a Napoli — che apre curiosamente lo stesso giorno di quella romana — credo sia stata fatta con fondi pubblici. Perché Napoli organizza una mostra su Warhol che coincide con una mostra sempre di Warhol, già collaudata nella sua qualità a Milano, che si apre a un’ora di treno? È un’operazione di per sé suicida che temo nasconda motivazioni narcisiste, infantili e autolesioniste.

Risponderei con una domanda: e perchè non avete fatto arrivare quella mostra qui a Napoli invece di passare sempre per Roma? Chissà quanto ne è coinvolto in queste decisioni....

Il triste sospetto è purtroppo quello che la mostra di Warhol sia stata organizzata in tutta fretta per il gratuito gusto di disturbare la mostra romana che, però, essendo una mostra scientificamente solida, ben poco potrà essere disturbata. Mi auguro che Warhol a Napoli abbia la stessa qualità. Sarebbe un vero peccato che per far dispetto a poche persone a farne le spese e a spendere inutilmente siano la città di Napoli e i napoletani.




In ogni caso, una buona organizzazione si vede per la mostra su Ettore Spalletti, per cui si sono coordinate al meglio per la prima volta il MAXXI di Roma, il GAM di Torino e il MADRE di Napoli che espongono tuttora in contemporanea.

Una fetta di infinito


It is the deepest image of the Universe ever made. It covers an area less than a tenth of the width of the full Moon, making it just a 30 millionth of the whole sky. Yet even in this tiny fraction of the sky, the long exposure reveals about 5500 galaxies, some of them so distant that we see them when the Universe was less than 5% of its current age.
The Hubble eXtreme Deep Field image contains several of the most distant objects ever identified.


(da qui)

05 apr 2014

Nymph()maniac + Her = movie crushes





Ancora per pochissimo nelle sale sono presenti contemporaneamente due film del tutto opposti come Her (Lei) di Spike Jonze con Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson, e Nymphomaniac di Lars von Trier con Charlotte Gainsbourg e altri attori conosciuti. In cosa mi sembra che i due abbiano a che fare reciprocamente? Direi che in entrambi c'è la solitudine dall'amore. Nel primo, l'amore è colto in una nuova definizione d'origine e sostanza tecnologica, reso da un sistema operativo così emotivamente coinvolgente da risultare autentico, che si forma a partire dal suo prosumer fino a staccarsi da esso rendendosi drammaticamente umano. Ed è proprio il lato drammatico che il protagonista voleva inconsciamente evitare, cioè evitare una persona vera: un corpo, da non usare. Nel secondo film, la ragazza protagonista si ritrova inceppata nel gioco tra amiche che si fondava sul non ripetere mai il sesso con lo stesso uomo, non riuscendo ad adattarsi alla sua evoluzione, cioè al "segreto del sesso: l'amore". In questo modo resta da sola rovinando la vita delle famiglie senza alcun rimorso, scansando l'idea di costruirsi una relazione che ha sotto mano, e finendo (?) per non sentire più niente. Un corpo usato eccessivamente. E in entrambi i film la tecnica si pone in primo piano: quella di un software ubiquo e quella che ordinerebbe il caos immorale. In Nymphomaniac, la ragazza non sta lì a contare i rapporti, però l'uomo a cui racconta di sè dall'inizio del film, le fa notare come tutto ciò che ha compiuto e subìto, ha una corrispondenza nella Natura: le tattiche di pesca nei fiumi possono essere uguali a quelle per far abboccare gli uomini; la successione di numeri di Fibonacci; la polifonia di Bach. Il sesso viene ricondotto a schemi funzionanti, razionali e trascendenti e consapevolmente ironici. Da un lato (Her) c'è un senza-corpo troppo umano, dall'altro (Nymphomaniac) c'è un troppo-corpo senza umano (o meglio, "orribilmente umana" come lei stessa afferma di sè).    - FINE -

Trailer 1
Trailer 2


01 apr 2014

ssa.... ssssa... uno, due, tre prova..



di Pavel Büchler - Studio Schwitters
(omaggio al dadaista Kurt Schwitters: da questi megafoni sono emessi i suoni vocali della sonata primordiale dell'artista tedesco, cioè di ciò che sarebbe stata una sonata prima dell'invenzione del linguaggio, riletta in una interpretazione ancora più strana dell'originale)





(It's is an audio installation consisting of nearly two hundred microphones on stands, which send out signals instead of receiving them. This reversal of the primary function of the microphone alludes to the increased emission of signals which are more and more difficult to assimilate. It seems that the energy of the recordings from a street survey, which the artist used for the installation, has been preserved, even though the sound has been transformed so much that you can only hear interference or individual words. The title has been borrowed from a song by the band Shellac which poses the question whether transmission is still possible without any listeners.) 


tralasciando i megafoni, questo post è il secondo sul tema provvisorio "assembramenti di dispositivi per registrazione nulla". Il primo è qui.