31 dic 2014


esattamente.

29 dic 2014

Antichrist, di Lars von Trier (2009)

Prologo, quattro capitoli ed Epilogo. Una donna in forte e profonda crisi interiore assistita dal marito terapeuta: un percorso per scoprire e affrontare le paure, una relazione perversa. (sembra la pubblicità televisiva di un romanzo scadente)
Inquietante? Sconvolgente? Colpisce, prende, sconquassa questa sua visione-"allucinazione"?
Quasi tutto quello che riesco a dire di questo film (e del suo cinema) è che le sue immagini per me prive di movimento non hanno un buon legame con il mio modo di sentire. Crea un mondo profondamente alieno, con cui cioè non esiste contatto, a parte qualche momento in cui il male ritratto in questa Natura risulta appena più profondo di tutto il resto. "Gotico"? Iperrealista?

Nel film il mondo umano e della natura è intriso di morte: le ghiande che cadendo battono sul tetto della casa nel bosco sono, nella visione della donna, prodotti morti della quercia che per riprodursi ha bisogno di una sola ghianda in cento anni. Tutte le altre migliaia sono insomma inutili. L'Uomo per Lars von Trier è guidato da un ossessivo piacere egocentrico che annienta sè stesso e tutto il resto: i due coniugi hanno dimenticato durante il sesso di badare al loro figlio nel lettino che, svegliatosi, si è gettato dalla finestra. Molto più tardi nel film si scopre che durante il rapporto sessuale la madre aveva visto il bambino camminare ma aveva fatto finta di non accorgersene. Come si scopre anche che i piedini storti del figlio erano stati deformati per l'avergli fatto calzare le scarpe al contrario. Consapevolmente-inconsapevolmente. La donna in questione, ma anche tutte le donne, risultano matrigne al pari della Natura.
Essa si adopera per la morte dell'uomo (il corvo che  continua a gracchiarenonostante sia stato pestato, in modo da far scoprire alla donna dove lui si è rifugiato); una volpe si ciba di se stessa; gli alberi si spezzano per abbattersi sulla casa; degli organismi si attaccano ad una mano come sanguisughe. L'uomo qui non ha paura ma osserva egocentricamente la donna e sè stesso. Il suo ruolo è decisamente "secondario" perchè lei procederà in ogni caso a creare morte. Senza alcun evidente sentimento, ma senza nemmeno una piatta e fredda spietatezza, l'uomo la soffocherà e ne brucerà il corpo. L'unica nota rilevante del suo comportamento è l'aver capito e cercato di far capire alla donna che le sue paure sono state influenzate da una lettura troppo personale del genocidio femminile avvenuto in quei luoghi. Mancandole uno sguardo critico sulla sua ricerca, si era fatta così fagocitare.
Nell'epilogo (di nuovo in bianco e nero, al ralenti e con la musica barocca di Handel) l'uomo è nel bosco che si ciba di bacche e si ritrova travolto da centinaia di donne senza volto, molto prbabilmente tutte le cosiddette streghe uccise negli anni.

Quanto di più interessante ricordo del film è la rappresentazione della Natura come un'entità puramente non vivente. Non sembra esistano sensi per sentirla ma solo la possibilità di avvertirne la presenza immobile. È inconcepibile trovare pace o contemplazione in essa, cosmica e luminescente invece che viva. Se in Tarkovskij l'Uomo ha una voce nella Natura, con Antichrist egli ne è assimilato, è una parte del male che essa costituisce, è giusto poco meno che muto. "Il Caos Regna" sono infatti le parole più forti e incisive di tutto il film per via del modo, del momento e da cosa vengono pronunciate.
Com'è il dolore in Anthicrist? I due si torturano ma il dolore per una gamba trafitta, delle forbici nelle spalle, per un'evirazione e altro, si spegne quasi immediatamente come se non esistesse energia in esso. La violenza inflitta e subita è catartica per i personaggi ma anche nulla per lo spettatore poichè, come tutta l'estetica del film, essa è "grafica" o di "superficie", virtuale o meglio finta... ma di una finzione che indica se stessa e quasi nient'altro.
Tutto è male-malvagio-distruzione. Ma non è ciò che pensava Tarkovskij a cui il film è dedicato. Il regista russo aveva una visione decisamente luminosa e salvifica, che a Von Trier non appartiene proprio. Se c'è qualcosa che li accomuna è la radicalità, ma hanno due modi di sostanziarla abbastanza diversi.

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in giro ho trovato delle letture più avanzate che certamente, io, con una sola visione (ma anche due o tre?) ho difficoltà a trovare.

per esempio un'interpretazione della misoginia (o apparente misoginia); quella del film come terapeutico (beh, questo dipende se è piaciuto o no); del film come anti-cinematografico e oltre-cinematografico (un clichè delle analisi di spettatori entusiasti all'ennesima potenza); il senso dell'immagine; il senso dell'art; etc, etc...

ma mi chiedo: perchè Von Trier usa il mezzo cinematografico per curarsi (avendo dunque fede nel film, come ha dichiarato) se realizza immagini che danno visione del vuoto stesso delle immagini? La risposta ce l'ho ed è (banalmente, per come la scrivo) che usare un linguaggio per tirare fuori il malessere è necessario ed inevitabile, nonchè ovviamente naturale. Ma anche che questo è ciò che si definisce un'arte metafisica. Dunque tutto ciò che Von Trier ritiene che si possa dire del linguaggio, è che esso è fondamentalmente, estremamente vuoto eppure utile (non è propriamente sua questa..). Ma un linguaggio-negazione è un linguaggio che si afferma, e lui cosa pensa e dice di questo inevitabile/naturale affermarsi??  (e che può dire? è già stato affrontato da filosofi..)
Non sarebbe più concreto e meno ultimativo pensare e dire qualcosa sul perchè e come crede nel linguaggio (nel film) come una manifestazione orrorifica, autopunitiva e via dicendo? Cioè perchè l'oscuro e non la luce?
Sto perdendo il punto.. soprattutto perchè le risposte sono semplici, già date.



28 dic 2014




Razionale/Istintivo



Trovo che sia una tale falsità che le persone (io stesso) vogliano vedere tutto con il controllo della ragione. Oggi un litigio pazzesco ha scoperchiato due argomenti di cui si parla decisamente poco. Si litiga (generalmente?) perchè si scopre di non aver considerato certe cose che ad un tratto ti trovi di fronte come una vecchia grande stanza disordinatissima e scassata che avevi dimenticato....
Questa razionalizzazione per via metaforica è altrettanto facile, perchè è facile farla a distanza di qualche ora. Ed è anche "ridicolo" generalizzare.
Tra un pò mi ritroverò con gli stessi argomenti in carne ed ossa che  pensavo di aver superato e smaltito in queste ore.
Il punto è che quando mi incazzo non voglio certo interpretare la parte del ragionevole che si ferma, si siede e affronta la questione. Perchè devo guardare la situazione dall'alto e comprenderla al meglio? Perchè proprio in quel momento? Se sono incazzato, lo sono... e basta. Questa cosa del raffreddare il momento con la ragione è pura ipocrisia. È una considerazione che sto facendo da solo e non c'entra niente con il litigio nello specifico.
Per ragionarci su ci sono le ore successive.
Fermarsi in corsa servirebbe a non schiantarsi ma io non ho di certo raggiunto una velocità pericolosissima. Anzi per due volte ho ingoiato la rabbia per non parlare troppo. Questo è usare la ragione. Ma fare la persona comprensiva è ipocrisia perchè punta a mostrarsi "superiori", comprensivi, tolleranti.. cosa che dà molto fastidio.
Un litigio serve, ci si incazza, perchè deve essere subito del tutto smorzato dal "calma e gesso"?

un oceano di istintività con poche punte rocciose di ragione.
molti scrittori e non solo avranno usato parole "migliori" di queste, ma non me ne frega. ci manca solo che mi metta a cercare o ricordare qualche bella frase per identificare la mia (in)consapevolezza.

consola pensare che fondamentalmente siamo tutti così? (così come?.. )
eh, la consolazione..!

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le colpe ad un tratto escono fuori e vengono scaricate.
io ho fatto il massimo, tu sei stato incerto...
io non ho colpe, tu avresti potuto...

"fatto il massimo", ah! che persona perfetta! che persona compiuta! non un'ombra, non un piccolo non-detto che ha fatto comodo! E poi basta sfiorare quella certezza che si scatena un vortice di stronzate.

Si sente in colpa e anche profondamente.

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La colpa! che bell'argomento.

ho preso il problema dal punto sbagliato, non vedo abbastanza l'irrazionalità.
...ma poi non è vero.

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Io sono apposto e tu no. Una roccia.
In genere è questo.

15 dic 2014

I have to believe in a world outside my own mind. I have to believe that my actions still have meaning, even if I can’t remember them. I have to believe that when my eyes are closed, the world’s still there. Do I believe the world’s still there? Is it still out there?… Yeah. We all need mirrors to remind ourselves who we are. I’m no different.

Memento - Christopher Nolan (2000)

01 dic 2014

a partire dagli sguardi del Capitano Willard di Apocalypse Now

Calma piatta. Attenzione ad ogni minimo movimento. Un enorme serpente che nessuno vede ci avvolge nelle sue spire, ci attende e ci controlla da vicino. Si gocciola dal sudore, spinti lentamente verso un confronto ineludibile con la verità. Smarriti nell'assistere alla Volontà che si compie e nel conciliare quello che è dentro con quello che è attorno, la superficie caotica dell'apparenza con il buio immobile dell'essere. Testimoni ma anche agenti dell'irreale. Parole che si realizzano in un corpo, da macellare in un atto rituale. Porre fine alle contraddizioni? "Persino la giungla lo voleva morto...".