31 dic 2014


esattamente.

29 dic 2014

Antichrist, di Lars von Trier (2009)

Prologo, quattro capitoli ed Epilogo. Una donna in forte e profonda crisi interiore assistita dal marito terapeuta: un percorso per scoprire e affrontare le paure, una relazione perversa. (sembra la pubblicità televisiva di un romanzo scadente)
Inquietante? Sconvolgente? Colpisce, prende, sconquassa questa sua visione-"allucinazione"?
Quasi tutto quello che riesco a dire di questo film (e del suo cinema) è che le sue immagini per me prive di movimento non hanno un buon legame con il mio modo di sentire. Crea un mondo profondamente alieno, con cui cioè non esiste contatto, a parte qualche momento in cui il male ritratto in questa Natura risulta appena più profondo di tutto il resto. "Gotico"? Iperrealista?

Nel film il mondo umano e della natura è intriso di morte: le ghiande che cadendo battono sul tetto della casa nel bosco sono, nella visione della donna, prodotti morti della quercia che per riprodursi ha bisogno di una sola ghianda in cento anni. Tutte le altre migliaia sono insomma inutili. L'Uomo per Lars von Trier è guidato da un ossessivo piacere egocentrico che annienta sè stesso e tutto il resto: i due coniugi hanno dimenticato durante il sesso di badare al loro figlio nel lettino che, svegliatosi, si è gettato dalla finestra. Molto più tardi nel film si scopre che durante il rapporto sessuale la madre aveva visto il bambino camminare ma aveva fatto finta di non accorgersene. Come si scopre anche che i piedini storti del figlio erano stati deformati per l'avergli fatto calzare le scarpe al contrario. Consapevolmente-inconsapevolmente. La donna in questione, ma anche tutte le donne, risultano matrigne al pari della Natura.
Essa si adopera per la morte dell'uomo (il corvo che  continua a gracchiarenonostante sia stato pestato, in modo da far scoprire alla donna dove lui si è rifugiato); una volpe si ciba di se stessa; gli alberi si spezzano per abbattersi sulla casa; degli organismi si attaccano ad una mano come sanguisughe. L'uomo qui non ha paura ma osserva egocentricamente la donna e sè stesso. Il suo ruolo è decisamente "secondario" perchè lei procederà in ogni caso a creare morte. Senza alcun evidente sentimento, ma senza nemmeno una piatta e fredda spietatezza, l'uomo la soffocherà e ne brucerà il corpo. L'unica nota rilevante del suo comportamento è l'aver capito e cercato di far capire alla donna che le sue paure sono state influenzate da una lettura troppo personale del genocidio femminile avvenuto in quei luoghi. Mancandole uno sguardo critico sulla sua ricerca, si era fatta così fagocitare.
Nell'epilogo (di nuovo in bianco e nero, al ralenti e con la musica barocca di Handel) l'uomo è nel bosco che si ciba di bacche e si ritrova travolto da centinaia di donne senza volto, molto prbabilmente tutte le cosiddette streghe uccise negli anni.

Quanto di più interessante ricordo del film è la rappresentazione della Natura come un'entità puramente non vivente. Non sembra esistano sensi per sentirla ma solo la possibilità di avvertirne la presenza immobile. È inconcepibile trovare pace o contemplazione in essa, cosmica e luminescente invece che viva. Se in Tarkovskij l'Uomo ha una voce nella Natura, con Antichrist egli ne è assimilato, è una parte del male che essa costituisce, è giusto poco meno che muto. "Il Caos Regna" sono infatti le parole più forti e incisive di tutto il film per via del modo, del momento e da cosa vengono pronunciate.
Com'è il dolore in Anthicrist? I due si torturano ma il dolore per una gamba trafitta, delle forbici nelle spalle, per un'evirazione e altro, si spegne quasi immediatamente come se non esistesse energia in esso. La violenza inflitta e subita è catartica per i personaggi ma anche nulla per lo spettatore poichè, come tutta l'estetica del film, essa è "grafica" o di "superficie", virtuale o meglio finta... ma di una finzione che indica se stessa e quasi nient'altro.
Tutto è male-malvagio-distruzione. Ma non è ciò che pensava Tarkovskij a cui il film è dedicato. Il regista russo aveva una visione decisamente luminosa e salvifica, che a Von Trier non appartiene proprio. Se c'è qualcosa che li accomuna è la radicalità, ma hanno due modi di sostanziarla abbastanza diversi.

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in giro ho trovato delle letture più avanzate che certamente, io, con una sola visione (ma anche due o tre?) ho difficoltà a trovare.

per esempio un'interpretazione della misoginia (o apparente misoginia); quella del film come terapeutico (beh, questo dipende se è piaciuto o no); del film come anti-cinematografico e oltre-cinematografico (un clichè delle analisi di spettatori entusiasti all'ennesima potenza); il senso dell'immagine; il senso dell'art; etc, etc...

ma mi chiedo: perchè Von Trier usa il mezzo cinematografico per curarsi (avendo dunque fede nel film, come ha dichiarato) se realizza immagini che danno visione del vuoto stesso delle immagini? La risposta ce l'ho ed è (banalmente, per come la scrivo) che usare un linguaggio per tirare fuori il malessere è necessario ed inevitabile, nonchè ovviamente naturale. Ma anche che questo è ciò che si definisce un'arte metafisica. Dunque tutto ciò che Von Trier ritiene che si possa dire del linguaggio, è che esso è fondamentalmente, estremamente vuoto eppure utile (non è propriamente sua questa..). Ma un linguaggio-negazione è un linguaggio che si afferma, e lui cosa pensa e dice di questo inevitabile/naturale affermarsi??  (e che può dire? è già stato affrontato da filosofi..)
Non sarebbe più concreto e meno ultimativo pensare e dire qualcosa sul perchè e come crede nel linguaggio (nel film) come una manifestazione orrorifica, autopunitiva e via dicendo? Cioè perchè l'oscuro e non la luce?
Sto perdendo il punto.. soprattutto perchè le risposte sono semplici, già date.



28 dic 2014




Razionale/Istintivo



Trovo che sia una tale falsità che le persone (io stesso) vogliano vedere tutto con il controllo della ragione. Oggi un litigio pazzesco ha scoperchiato due argomenti di cui si parla decisamente poco. Si litiga (generalmente?) perchè si scopre di non aver considerato certe cose che ad un tratto ti trovi di fronte come una vecchia grande stanza disordinatissima e scassata che avevi dimenticato....
Questa razionalizzazione per via metaforica è altrettanto facile, perchè è facile farla a distanza di qualche ora. Ed è anche "ridicolo" generalizzare.
Tra un pò mi ritroverò con gli stessi argomenti in carne ed ossa che  pensavo di aver superato e smaltito in queste ore.
Il punto è che quando mi incazzo non voglio certo interpretare la parte del ragionevole che si ferma, si siede e affronta la questione. Perchè devo guardare la situazione dall'alto e comprenderla al meglio? Perchè proprio in quel momento? Se sono incazzato, lo sono... e basta. Questa cosa del raffreddare il momento con la ragione è pura ipocrisia. È una considerazione che sto facendo da solo e non c'entra niente con il litigio nello specifico.
Per ragionarci su ci sono le ore successive.
Fermarsi in corsa servirebbe a non schiantarsi ma io non ho di certo raggiunto una velocità pericolosissima. Anzi per due volte ho ingoiato la rabbia per non parlare troppo. Questo è usare la ragione. Ma fare la persona comprensiva è ipocrisia perchè punta a mostrarsi "superiori", comprensivi, tolleranti.. cosa che dà molto fastidio.
Un litigio serve, ci si incazza, perchè deve essere subito del tutto smorzato dal "calma e gesso"?

un oceano di istintività con poche punte rocciose di ragione.
molti scrittori e non solo avranno usato parole "migliori" di queste, ma non me ne frega. ci manca solo che mi metta a cercare o ricordare qualche bella frase per identificare la mia (in)consapevolezza.

consola pensare che fondamentalmente siamo tutti così? (così come?.. )
eh, la consolazione..!

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le colpe ad un tratto escono fuori e vengono scaricate.
io ho fatto il massimo, tu sei stato incerto...
io non ho colpe, tu avresti potuto...

"fatto il massimo", ah! che persona perfetta! che persona compiuta! non un'ombra, non un piccolo non-detto che ha fatto comodo! E poi basta sfiorare quella certezza che si scatena un vortice di stronzate.

Si sente in colpa e anche profondamente.

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La colpa! che bell'argomento.

ho preso il problema dal punto sbagliato, non vedo abbastanza l'irrazionalità.
...ma poi non è vero.

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Io sono apposto e tu no. Una roccia.
In genere è questo.

15 dic 2014

I have to believe in a world outside my own mind. I have to believe that my actions still have meaning, even if I can’t remember them. I have to believe that when my eyes are closed, the world’s still there. Do I believe the world’s still there? Is it still out there?… Yeah. We all need mirrors to remind ourselves who we are. I’m no different.

Memento - Christopher Nolan (2000)

01 dic 2014

a partire dagli sguardi del Capitano Willard di Apocalypse Now

Calma piatta. Attenzione ad ogni minimo movimento. Un enorme serpente che nessuno vede ci avvolge nelle sue spire, ci attende e ci controlla da vicino. Si gocciola dal sudore, spinti lentamente verso un confronto ineludibile con la verità. Smarriti nell'assistere alla Volontà che si compie e nel conciliare quello che è dentro con quello che è attorno, la superficie caotica dell'apparenza con il buio immobile dell'essere. Testimoni ma anche agenti dell'irreale. Parole che si realizzano in un corpo, da macellare in un atto rituale. Porre fine alle contraddizioni? "Persino la giungla lo voleva morto...".











28 ott 2014

organizzato, solido, efficiente: il modello Italia

Gli arrestati, secondo quanto si è saputo, avevano contatti con esponenti del
  • mondo politico,    (olèè!)
  • istituzionale,               (olèèèèè!)
  • imprenditoriale       (olèèèaèaèa!)
  • bancario     (e qua mi hanno sorpreso)
da cui ottenevano 
  • vantaggi, 
  • notizie riservate 
  • finanziamenti. 
In particolare avevano rapporti con 
  • un agente di polizia penitenziaria, 
  • un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, 
  • un imprenditore immobiliare, attivo anche nel mondo bancario 
  • consiglieri comunali di Comuni nel Milanese.

È amara la riflessione che il procuratore aggiunto, Ilda Boccassini, ha consegnato ai giornalisti, durante la conferenza stampa in cui sono stati illustrati i risultati del blitz: «dopo Infinito (la maxi-inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia), nulla è cambiato: questa è la riflessione che dobbiamo fare. Evidentemente, come ha detto la Cassazione proprio in relazione al processo Infinito, dalla ‘ndrangheta si può uscire solo in due modi, o con la morte o diventando collaboratori e dandosi allo Stato». Boccassini ha affermato che l’operazione di oggi «conferma quanto ormai sancito dalla Cassazione con la sentenza Infinito e cioè l’esistenza delle «locali» in Lombardia che hanno un capillare controllo del territorio».

(dal corriere della sera)

14 ott 2014

"Se mi becco l'Ebola resto qui, mi faccio curare qui". Gino Strada è da qualche giorno in Sierra Leone per l'epidemia di Ebola. Il fondatore di Emergency, 66 anni, parla in un'intervista al Corriere della Sera: "E' un lavoro massacrante", quello che stanno facendo i medici di Emergency nel paese africano: "nelle tute protettive arrivi ai 55-60 gradi, dopo mezz'ora hai perso due chili. Qui - ammonisce - c'è bisogno di infermieri e anche di medici. Una quindicina di persone in Italia sono pronte a partire domattina".
Ma non partono perché "In Italia il governo può decidere di cambiare la Costituzione o di mandare armi a curdi ma non di emanare un decreto, un foglietto, un sms in cui si dice: gli operatori che lavorano in strutture pubbliche o convenzionate possono andare in Africa per l'emergenza Ebola senza che questo debba interferire su contributi, assicurazioni, pensioni e tutto il resto. L'abbiamo fatto per lo tsunami e i terremoti. Ebola no perché è l'epidemia dei poveracci? Se c'è un'emergenza internazionale come dice l'Oms chi deve rispondere se non il personale internazionale?".

contina su huffington post

Quando sentii del virus ebola molti anni fa, mi veniva un certo incubo ad occhi aperti al solo pensare cosa sarebbe significato se si fosse diffusa in Europa o altrove. L'orrore era finire in un contenitore di plastica in una stanza iper protetta in preda a un dolore pazzesco circondato solo da persone in tuta senza nessun contatto normale. Una morte atroce.
L'altro incubo è il contatto con una cubomedusa, o meglio vespa di mare: tre minuti massimo e sei morto. Se dovesse diffondersi più del dovuto nei mari (ma dovrebbero raggiungere temperature tropicali..e la Terra si sta riscaldando!!), sarebbe la fine del genere umano :O

Ma giusto per smorzare quest'escalation (che peraltro non c'entra niente con Gino Strada), meglio ricordarmi che giovedì esce Il Giovane Favoloso. 


13 ott 2014

"I grandi litigano, i bambini muoiono"

Ho ritrovato un numero di agosto di D, il magazine di repubblica del sabato, da cui ho fotografato due pagine più immagini con il diario di uno specializzando in anestesia italiano di 34 anni che ha lavorato per diversi mesi in Afghanistan a salvare senza sosta vite di bambini coinvolti nell'esplosione delle bombe.
Poichè il blog deficita di contributi, ma è sempre aperto, tanto vale dare spazio a qualcosa di importante come questa esperienza allucinante e reale, soprattutto perchè non è scritta da un giornalista e fornisce un punto di vista diretto che non è la solita immagine dei telegiornali (quei servizi di 3 minuti di immagini montate e con commenti che non danno l'idea della guerra e delle persone che la subiscono).






23 set 2014

"Tv Buddha", di Nam June Paik

(esiste in diverse versioni)
al Museo Madre di Napoli


La prima interpretazione è stata quella del resistere alla doppia tentazione della televisione: la telecamera fissa sul Buddha e l'immagine registrata posta di fronte come uno specchio. Imperturbabile lui, rompipalle lei. A seguire mi è parso di intuire che le cose fossero più complesse, ma al momento non sapevo dire quanto.
La statua sta guardando lo schermo? No. Gli occhi sono socchiusi verso il basso. Ma "sa" che lì c'è la sua immagine? Una statua può mai essere cosciente? Certamente no ed è un errore pensarla vivente. Il punto allora è che sono posti di fronte la calma meditativa e l'invadenza visiva; ma mi risulta invadente solo perchè dall'altro lato c'è uno stato di concentrazione che non va disturbato, oppure sarebbe in ogni caso invadente?
Se ci fosse stato uno specchio non sarebbe stata la stessa cosa perchè con la videocamera c'è proprio un dito che punta fisso indicando e colpendo. E poi la tv è (sempre) piuttosto ignorante e manipolatoria. Dunque, da un lato il "bene" e dall'altro il "male". Embè, questa è una interpretazione morale... moralista.. o no?
Il divino e il corruttore. E in più, la videocamera inquadra anche l'ambiente attorno al Buddha e perciò anche lo spettatore dell'opera che può far parte senza accorgersene dell'immagine televisiva. Se resto dietro al Buddha ne faccio parte, se mi sposto dietro al televisore ne sono così esterno che alla videocamera sono adesso del tutto indifferente (ma, di nuovo, ritorno ad antropomorfizzare... anche se non è del tutto sbagliato). Ciò che detiene l'orientamento dell'interpretazione è allora la televisione, e la presenza della meditazione non può che rendere l'opera pendente quasi tutta verso il mezzo invece che sul manufatto. Peraltro, della meditazione è fornita una figura, cioè "l'aspetto esteriore di una cosa" o meglio "la rappresentazione simbolica", e il video sta registrando e trasmettendo (anzi, è registrazione e trasmissione) la presenza di questo simbolo: sia l'uno che l'altro sono due mediatori, ma quello televisivo è un mezzo che fa da mediatore (o almeno così cercherebbe) anche dell'altro.... Insomma è un casino che risolvo dicendo che è tutta una riflessione sul vedere. E anzi direi meglio del vedere attraverso il mezzo televisivo.

Leggendo in giro si parla della "capacità del teleschermo di mesmerizzare l'essere umano e oscurare qualsiasi illuminazione religiosa e filosofica" (devo ricordarmi che "mesmerizzare" sta per "ipnotizzare").

ma anche (da qui)

"Tv-Buddha è un esempio dell'approccio artistico alla televisione, per quanto condensi anche una componente chiave in tutte le produzioni multimediali digitali. Tale elemento chiave è un desiderio o sforzo di riprodurre qualcosa del mondo fisico, come la statua di Buddha, e dimostrare il riflesso interiorizzato che la creazione richiede. In altre parole, come Nam June Paik padroneggia la tecnologia necessaria per visualizzare l'immagine del Buddha in televisione, egli definisce anche il modo in cui l'immagine dovrebbe essere interpretata. Attraverso i media digitali, il Buddha, e l'umanità in generale, vede un riflesso di sè stesso filtrato attraverso il posizionamento e la stilizzazione dei diversi elementi del lavoro."

e ancora  (da qui)

"In questo loop a circuito chiuso, il Buddha è seduto di fronte alla propria immagine proiettata, non consentendo la sua trascendenza dalla propria fisicità. Invece egli è colto nella sua riflessione, destinata a rimanere sulla superficie della realtà. Il teorico dei media Marshall McLuhan affermò nel suo libro seminale del 1964 "Gli strumenti del comunicare":
E’ l’ininterrotta ricezione della nostra tecnologia nell’uso quotidiano che, nel rapporto con queste immagini di noi stessi, ci pone nella posizione narcisistica della coscienza subliminale e del torpore.

 in più  (da fucinemute)

Oltre alla ripetizione, emerge anche una grande attenzione alla decostruzione in chiave ironica del medium televisivo in base ai propri contenuti; è il caso di TV Buddha, opera realizzata in differenti versioni fin dalla metà degli anni Settanta, come è il caso della videoinstallazione del 1976, presentata alla Kunsthalle di Brema.
La presenza della statua di Buddha rinvia alla dimensione spirituale orientale, (che alla fine degli anni Sessanta era molto in voga negli ambienti della cultura alternativa, così come molte altre teorie religiose e filosofiche orientali), che rappresenta anche il background di provenienza di Paik, mentre la televisione è la rappresentazione di una illuminazione che non ha nulla di trascendente, ma che anzi si pone davanti allo spettatore con la propria versione del reale visibile e accessibile tramite la sola accensione elettronica.



E duqnue l'immagine televisiva sembrerebbe in questo un'interiorizzazione ma è solo manipolazione.La tv mesmerizza, ho incollato più su. Andando a cercare l'origine di questa parola, leggo da Treccani che


Mesmerismo:
Teoria elaborata dal medico ted. Franz Anton Mesmer (1734-1815), il quale suppose la presenza, nei minerali e negli esseri viventi, di un «magnetismo vitale» che riteneva potesse essere usato, da individui che ne fossero eccezionalmente dotati, a fini terapeutici; tale ipotesi esercitò un certo influsso sulla filosofia naturale del Romanticismo e costituì un tentativo di spiegazione del fenomeno dell’ipnosi. 


Ipnosi e magnetismo... Paik poneva sopra o di fronte i suoi televisori proprio un magnete per alterarne l'immagine.. facendo fisicamente ciò che è proprio della televisione, il disturbare pesantemente un "segnale" che è quello della percezione della realtà.






Sempre da FucineMute

"
Paik rileva la possibilità di manipolare gli schermi televisivi tramite l’applicazione di magneti. L’immagine televisiva interessa Paik in maniera marginale, poiché ciò lo colpisce maggiormente è l’idea di disturbo, nonché la componente elettronica del mezzo, la modalità di funzionamento. Non tanto cosa si vede, quindi, ma come si fa a realizzarlo. La padronanza tecnica del mezzo diventa per Paik un passaggio necessario, perciò egli inizia a condurre esperimenti con l’ausilio di un ingegnere di elettronica, Shuya Abe; l’azione espressiva passa quindi, come con la musica, tramite la manipolazione elettronica dell’oggetto. Così come le campionature trasformano la registrazione sonora, Paik sente la necessità di trasformare la immagine visiva attraverso il disturbo della frequenza e della composizione."

Ci sarebbe da conoscerlo tutto Nam June Paik, anche per la sua affinità con John Cage, la cui filosofia sulla musica aleatoria lo ispirò in modo determinante.

 
--

Bonus:

la statua del Buddha aveva la mano sinistra in grembo (gesto della meditazione) e quella destra in basso posata sul ginocchio, cioè la combinazione di questi due gesti simbolici (mudra):


Dhyana MudraThe gesture of meditation.

 
Earth Witness MudraThe gesture of "earth witness," which the Buddha is said to have made at the time of his Enlightenment.


21 lug 2014


di John Register

forse non mi era abbastanza chiaro che i momenti di attesa mi danneggiano.
(per dirne una) scarico le foto dalla reflex (serve ancora un pò di tempo) e mi viene da chiedermi: come faccio davvero a capire che il mondo esiste anche senza di me?

Eh...!

Intendo proprio l'avere la percezione che le cose stiano accadendo senza la mia presenza... Dovrei solo morire e vedere cos'è questo tutto senza di me. Penso sia proprio impossibile.

.....Come non detto.

20 lug 2014

ad un tratto ciò che sento attraversa il filtro del pensiero, come se si manifestasse una superficie trasparente dove avviene il distacco. E così il pensiero è quello della mancanza come condizione umana. Mancanza e non perdita: cosa si dovrebbe perdere in fin dei conti se non c'è mai quella tal cosa? Non c'è niente che si perde, che perdemmo o che perderemo (a parte che nel passato avevamo due "m" e nel futuro ne avremo una sola). Perché esiste questo verbo allora? Mi sembra funzionale solo per il rammarico e altri sentimenti affini.
Esseri manchevoli che fanno di tutto per riempire la mancanza. Più che chiedere e chiedersi se si è felici (che palle..), sarebbe forse il caso di spostarmi sul "ti senti pieno di vita?" (ricordando un pò quel libro di John Fante). A parte il fatto che al solo chiedermelo o chiederlo il pensiero si insinua e taglia via quella pienezza facendola scendere al 98% o più giù. Proprio come quando stacchi lo smartphone dal caricabatteria che ha finito il suo lavoro e appena inizi a riusarlo, zaaak!, già non c'è più quel 100%. Ma l'esempio starebbe dunque a dimostrare che c'è qualcosa che si perde? Ma l'energia non andava a finire da qualche parte in altra forma? Allora, più che altro, la perdita è da concepire solo come mutamento di stato. E ciò che diciamo di perdere, in realtà è ciò che sentiamo che manca. Ma cosa? Appunto il filtro del pensiero orienta il sentire, ma non riesce in alcun modo a giungere a capire il cosa, cerca di farlo controllando i modi, le modulazioni, le modalità, le modularità. Il come modella, plasma. Il cosa manca.

Ora, tutto sto pippone aveva inizio (prendendo poi una strada troppo larga) da una foto. Questa qua

Untitled

che sembra non centrarci niente, ma solo perché l'ho presa molto alla larga.

Il vecchio della foto (qualcosa mi dice che preferisce farsi chiamare vecchio più che anziano) non è un figuro che mi dà simpatia per via di quegli occhiali e per il volto in generale (però ci sono cose che mi suggeriscono anche l'opposto). Il punto è che è stato preso alla sprovvista. Era lì a macinare giudizi a suo vantaggio (come del resto ogni giudizio lo è tendenzialmente) e il fotografo lo lascia a bocca aperta tra un mezzo pensiero e un mezzo sentirsi. Lui gli è proprio come testa sopra l'altra testa, come sagoma-ombra che gli appare e gli svanisce galleggiando. Tutto grazie ad una vetrina: una superficie trasparente dove un sentire si interrompe e un attimo dopo, anzi in quell'attimo, si origina un altro sentire, e dove il pensiero non è ancora davvero arrivato. Noi  siamo tanto il fotografo stesso, quanto siamo dietro il fotografo, ma anche proprio lì in mezzo tra il soggetto (ma quale soggetto ormai?) e il..... non lo so. Direi che siamo quel tempo lì. Siamo il tempo che indica sè stesso.
Interno ed/é esterno, come sempre. Cioè come sempre c'è una trasparenza che fa ed è cose opposte (inutili da elencare) che si sorprendono l'un l'altro.
Il vecchio appoggiato ad un bancone e una piazza fuori dove circolano sentimenti e pensieri in modo molto caotico (e secondo me fa anche molto caldo là fuori).
Sembra proprio che ciò che manca sia stato colto, ed è l'Appartenere.


Ci sforziamo di dare una durata generandola e mantenendola. È una bolla di sapone piccola o talvolta molto grande che resta tale finchè la sua tensione superficiale lo permette. Ecco, manca il permesso.


Sembra proprio che l'unica cosa che si può fare sia curare l'originarsi della pienezza. La sua durata non è permessa. Solo ciò che manca è.


E se invece che mancare di durata fossimo anche noi a mancare alla durata, al tempo? Il tempo potrebbe essere pieno del sentire e il sentire pieno di tempo......
Questa tensione superficiale è esattamente l'originarsi dell'appartenere al tempo. L'aspirazione più grande non può che essere l'essere tempo, il sentire e il pensare che si comprendono e si comprenetrano pienamente.




?

14 lug 2014

ma io penso che certe cose vadano dette....

[...]
Certo, tutto è “atto”; ma tutto è per lui [Andrea Emo: e chi sarà?] atto del nulla; di un ‘nulla’ che, peraltro, mai riesce a essere quel che non-è, e che proprio per questo sostanzia di sé ogni determinazione. E rende vano ogni tentativo di comprenderlo, e dunque di concepirlo senza contraddizione, senza paradosso; lo rende vano ma, nello stesso tempo, necessario. Ché il conoscere non può che ad-tendere a quel nulla, ovvero a quell’assurdo che nessun sapere oggettivante potrà mai adeguatamente testimoniare. E che solo la consapevolezza del Sacro che ogni cosa sospende al proprio niente, avrebbe potuto destinare a una divina iniziazione – la stessa che ci rende capaci di vedere l’autentica realtà creata proprio da quel niente. E dunque di comprendere il senso misterioso e inesprimibile del tempo, ovvero del togliersi di tutto in quell’attività assoluta che mai potrà rendere semplicisticamente ragione del fatto che vi sia qualcosa, piuttosto che niente. [...]
(da qui)

Il concetto di sospendere al proprio niente del sacro è pregno. Ad esempio questo blog (che è sacro in senso lato, diciamo), con questo post, si è sospeso dal proprio niente. È un post creato dal niente e che è niente. E in effetti cosa ho detto? Niente. 

17 giu 2014

Hal, stavolta qui fuori ci resto volentieri

Davvero bella l'intervista letta su repubblica a Luca Parmitano, il primo astronauta italiano ad essere stato fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale cioè davvero nello Spazio. Parla di percezione, di limiti, di Umanità, di argomenti insomma di grosso calibro che riesce a trattare con semplici risposte personali (poetiche certamente). Senza nemmeno leggerla si può intuire cosa avrà detto, cioè che è tutto così bello che dobbiamo accorgercene, anche se non avremo mai il privilegio di quella sua esperienza. Sapere che in sei mesi di permanenza sulla ISS è uscito "solo" due volte nello Spazio (da una delle due è dovuto rientrare in anticipo per un problema all'interno del casco... che rabbia, aggiungo), delude un pò: saranno state intense quelle poche ore, che dire.

incollo giusto qualche risposta.

La prima cosa che ha visto quando è uscito a spasso nello Spazio?
"Non l'ho vista, l'ho sentita. Il nulla. L'universo s'annuncia non allo sguardo, ma all'udito. Un silenzio irreale. Come se improvvisamente qualcuno spegnesse il sonoro. Tutto d'un tratto s'interrompe l'assordante scampanellìo degli strumenti che cozzano sul tuo scafandro. Continui a vedere gli oggetti che si toccano, eppure non senti più niente. Avverti solo la ventola che mette in circolazione l'aria dentro la tuta. È quello il suono della vita".


Com'è il nero dello Spazio?
"Un nero diverso da tutti gli altri. È assenza di colore, l'assoluta mancanza di luce. È come se tutto si perdesse là dentro, nel buio del vuoto".

Invidia.

Nemmeno molto tempo fa, vedendo qualche ripresa della Nasa, di quelle fisse all'esterno dello Shuttle in orbita e con il portellone spalancato, mi chiedevo qualcosa di simile. Era una di quelle immagini in cui la Terra è sopra lo Shuttle. Mi spiego meglio: sono molto di più le foto della semisfera terrestre presa dall'alto o di lato, di meno una come questa



Mi chiedevo su cosa poggiasse la Terra.
Vista dall'alto è una semplice foto, ma dal basso si insinua ancora di più la percezione che si tratti di un oggetto e che dunque debba pesare (quanto non lo so e non mi interessa.. se non altro perchè al solo pensarci sento esplodere il cervello). Ma di fatti non pesa, è completamente assurdo concepirlo.
Non voglio incriccarmi ancora di più (anche se adesso sono a stomaco pieno), ma c'è da rendersi conto che lì "sotto" non c'è niente.
Non poggia su niente!!
!?!???(?((^§ç°éç!

O almeno poggia sulle due rotazioni.. insomma è ancorata al Sole. Ora sono più calmo :)



Qual è lo spettacolo più bello del mondo?
"L'orizzonte terrestre, che sembra contenere la risposta a tutte le domande. Non solo la curvatura della Terra ma l'atmosfera intorno: sottile, fragile, trasparente. Là ho visto fenomeni di una bellezza indescrivibile, come le nubi "nottilucenti": colpite dai raggi del sole diventano di un blu turchese che fatico a descrivere. Il colore della fantasia e dell'invenzione".

"Ho superato un limite che è proprio dell'immaginazione. Una nuova prospettiva per cui non è stato ancora inventato il linguaggio". Che cosa intende?
"Quella spaziale è una condizione inimmaginabile, che non è cresciuta con l'evoluzione umana. Le culture dell'uomo sono nate dall'osservazione, da cui poi scaturiscono un linguaggio e un pensiero. Staccarsi da Terra è un'esperienza inedita, per cui fatico a trovare le parole".

Più che extraterrestre, è un ambiente-uno stato extraumano insomma, effettivamente inconcepibile e solo immaginabile anche se possibile e sperimentabile, perciò enormemente affascinante.

12 mag 2014

lunedì ci sbricioliamo

(a partire da Magnifying Glass di Roy Lichtenstein)



Criteri di riproduzione.
La dissolvenza dell'aria.
Ogni volta che apro la porta entra una piccola nuvola.
Il problema delle pareti della stanza è: per quali colori e forme sono più adatte.
E se aprissi il gioco degli uccelli?
Empatizzo così tanto con la natura che quando vedo la pioggia inizio a lacrimare.
Perché lo specchio non riflette mai fuori sincrono?
Spettinato può voler dire che uso un pettine a cui mancano tutti i denti tranne tre.
Abbiamo capito che le onde non salgono le scale, ora vai avanti.
È permesso? Posso penetrare?
E allora facciamo tatuare anche il cane a questo punto.
Chi ha detto che una scala si può anche scendere?
Il mantello dovrebbe tornare di moda, così il vento saprebbe che sono dalla sua parte.
Toglimi una curiosità.

03 mag 2014

"La mia arte è assenteista"



Totò cerca moglie, di Carlo Ludovico Bragaglia, 1950

22 apr 2014

The War of Warhols??


Ormai è diventato l'altro ieri, il giorno in cui ho visitato la mostra su Andy Warhol qui a Napoli al museo PAN (Palazzo delle Arti di Napoli): evento della città esploso in (quanto tempo?) in poco tempo con una folla di persone in fila per entrare in un palazzo storico della parte ancora più bella della città, fila che io non ho mai visto prima e che cmq non si vedeva da anni (che sembrano secoli).

Un pomeriggio di domenica pasquale; fresco, bel sole calmo in strade straordinariamente popolate pochissimo (tutte sul lungo mare); dieci minuti circa di attesa in orario strategico (mentre iniziava a formarsi un codazzo che avrebbe richiesto la pazienza che non avevo). Entro gratuitamente perchè per i tre giorni iniziali la mostra è offerta da una "nota marca di acqua in bottiglie", che però non l'ha fatto sapere a nessuno non mostrando il proprio logo.
Due piani di esposizione: prime cose che vedo sono le copertine dei vinili, poi i barattoli Campbell, le confezioni Brillo e le bottigliette grigie della coca cola... Cose che abbiamo visto tutti in foto, sto mica ad elencarle... Sulle pareti ci sono i soliti utili commenti critico-contestualizzanti (su fogli di carta grandi con testi in font scelto all'ultimo minuto) tra i quali anche quello scritto da qualcuno a firma Sindaco De Magistriis per fargli fare bella figura, e quello del curatore Achille Bonito Oliva che spiega col suo linguaggio complesso e concentrato il titolo "Vetrine" :



Nella visione nietzschiana la morale origina dalla paura della considerazione dell’altro. L’uomo teme il giudizio altrui, perché stima se stesso in base al pensiero che gli altri hanno di lui e adegua il proprio comportamento a quello della moltitudine. In Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881) il filosofo tedesco scrive a proposito dei vanitosi: “Siamo come vetrine in cui noi stessi continuiamo a disporre in bell’ordine, a nascondere o a mettere in mostra, le pretese qualità che altri ci attribuiscono – per ingannarci” . [...]


Ma cosa ha a che fare Andy Warhol con NAPOLI?



A parte l'esserci stato sul finire degli anni '70 invitato dal gallerista Lucio Amelio; a parte l'aver creato l'enorme trittico "Fate Presto" (dallo storico titolo e prima pagina del Mattino stampata tre giorni dopo il terremoto dell'80 per spronare gli aiuti alla popolazione sotto le macerie); e la serie di serigrafie sul Vesuvio. Direi che c'è stata un certo interesse per il pop napoletano non so quanto in comune col pop da società di massa americana di quegli anni. Ci sarebbe anche la fobia di Warhol per la morte e il culto dei morti della città, chissà. L'immagine di consumo, il prodotto, il personaggio reso ancora più celebre... Più che altro si tratta di vedere Napoli come icona, come antica New York, che con Warhol diviene pop con il suo lavoro sul simbolo del Vesuvio. Il più interessante, secondo me. Un'intera sala espone il mega Vesuvio esplodente conservato al Museo di Capodimonte, insieme ad altre serie più piccole.. tra le quali penso che la più bella sia quella del poster della mostra (qui sotto)(peccato non abbiamo pensato a venderlo nel bookshop!).


(dettaglio)

Il resto della produzione di Warhol esposta avrà la sua importanza, ma non mi tiene granchè appassionato. Una buona parte è costituita dai ritratti delle personalità del giro artistico napoletano degli anni '70-'80, di cui nessuno che sia cresciuto nei '90 sa nemmeno lontanamente chi sia.

In sale spoglie per nulla accoglienti e che non valorizzano le opere, vengono proiettati due video amatoriali della cricca di Warhol, con audio-senza audio, in ogni caso senza sottotitoli o rilevanza alcuna. Le sedie poste di fronte servono ai più stanchi solo per riposarsi.

L'unico video esaustivo della sua frequentazione della città che avrebbero dovuto proiettare è questo qui. Ma non c'è!

Una mostra su Warhol è sempre, secondo me, una mostra sul modo in cui fabbricava le sue immagini, sui colori che affibbiava ai tizi per nulla conosciuti (come prostitute), a quelli meno conosciuti (come sopra), a quelli straconosciuti (come la Monroe) rendendoli ancora più belli da ammirare (ma si tratta di ammirazione?). Ma poi si tratta di bellezza? Per me ha un interesse storico, il che significa che Warhol è archiviato, non è contemporaneo, non è universale, è espressione di quegli anni. L'associazione dei colori è straordinaria, ma è andata, odora di passato, anche se prima o poi non pochi sono quelli che vogliono warholizzare il proprio volto. Ma anche una forchetta andrebbe bene.



Riguardo il titolo del post, mi riferisco all'apertura in contemporanea di questa mostra con quella più vasta con sede a Roma e già passata per Milano (e sembra anche da Pisa), che ha dato fuoco a una mezza polemica  di due-tre curatori-critici sia online che su stampa. Giusto per redermi conto di come si mettono certe cose quando c'è da organizzare l'arte.

Eduardo Cicelyn, che è stato fino a poco fa direttore del Museo Madre qui a Napoli, su Repubblica definisce  la mostra "brutta", "inutile", "di basso profilo", "costruita per la maggior parte sui luoghi comuni e più banali dell'immensa (molto spesso falsificata) produzione warholiana" e poi fa un mea culpa collettivo: "Avremmo dovuto costruire negli anni un pubblico più informato ed esigente, che pretendesse dai nostri musei un'effettiva capacità di inserirsi nel circuito internazionale dell'arte contemporanea. Se questo non è stato, se il Pan non ha più neanche la parvenza di organizzazione e di programmazione museale e ciò nonostante sbaraglia la concorrenza del Madre, che invece appare ingessato in attività corrette dal punto di vista scientifico, ma in molti casi noiose e autoreferenziali, solo per addette ai lavori, vuol dire che il sistema ha collassato e che a Napoli va ripensata completamente e in fretta l'offerta di arte contemporanea, a fronte di una domanda ancora grezza, ma sempre, anzi da sempre impetuosa."

Poco più di vent'anni fa, con grande voglia di fare il gallerista Lucio Amelio diceva ciò:


Come nacque la nuova Napoli, se è nata mai?
Ma Napoli non è che è nata, Napoli è sempre stata, Napoli è come una cosa…, non è che nasce, è là da sempre, Napoli ha tremila anni di energie, di culture. Non è che l’abbiamo fatta nascere, noi abbiamo semplicemente sviluppato un progetto per inserire Napoli all’interno di un circuito internazionale di cultura. Eco questo è stato il lavoro che abbiamo fatto in venti anni, io e tutti coloro che hanno contribuito a questo progetto, soprattutto gli artisti, le centinaia di artisti che si sono succeduti in queste sale.
[...]

Com’è nato il movimento della “nuova Napoli”? che all’esterno è più noto per la musica che non per l’arte..
Ma ripeto, Napoli non nacque in un certo momento, Napoli è sempre stata. C”è stata un energia che c’era nell’aria da sempre. Il problema non è di far nascere qualcosa, ma di organizzare questa energia, come il teatro, il cinema, lo spettacolo, la musica, le canzoni, l’ arte. Ma Napoli è sempre stata la capitale, come diceva Stendhal “…Napoli è la città più bella dell’universo…”. Oggi c’è una sola capitale, che è Napoli, perché Parigi è diventata provincia.

Forse bisogna organizzare tutto meglio, bisogna dare un’immagine migliore, internazionale, alla città?
Certo, l’organizzazione è necessaria, poiché manca l’organizzazione dello Stato e le istituzioni private devono far fronte a questa carenza e quindi devono organizzarsi. Io in questo senso mi sono organizzato, la mostra che vedi qui al muro è il frutto di venti anni di lavoro. E’ la selezione di seicento mostre organizzate a Napoli, questo significa organizzarsi.

(da qui)

Anche se più giù afferma che preferisce questa energia creativa della città, inclusi terremoto-catastrofe-racket-camorra, alla "mentalità computerizzata" di Milano.




Sul Corriere del Mezzogiorno c'è invece l'intervento di Francesco Bonami che ha collaborato all'esposizione a Roma.

questo breve commento sull’inaugurazione contemporanea di una mostra di Warhol a Napoli non nasce dal desiderio di fare una gara a chi è piu bravo fra Achille Bonito Oliva e me, ma da una riflessione sulle politiche culturali pubbliche delle città italiane.
[...]
La mostra di Roma è stata prodotta privatamente, mentre la mostra di Warhol curata da Bonito Oliva a Napoli — che apre curiosamente lo stesso giorno di quella romana — credo sia stata fatta con fondi pubblici. Perché Napoli organizza una mostra su Warhol che coincide con una mostra sempre di Warhol, già collaudata nella sua qualità a Milano, che si apre a un’ora di treno? È un’operazione di per sé suicida che temo nasconda motivazioni narcisiste, infantili e autolesioniste.

Risponderei con una domanda: e perchè non avete fatto arrivare quella mostra qui a Napoli invece di passare sempre per Roma? Chissà quanto ne è coinvolto in queste decisioni....

Il triste sospetto è purtroppo quello che la mostra di Warhol sia stata organizzata in tutta fretta per il gratuito gusto di disturbare la mostra romana che, però, essendo una mostra scientificamente solida, ben poco potrà essere disturbata. Mi auguro che Warhol a Napoli abbia la stessa qualità. Sarebbe un vero peccato che per far dispetto a poche persone a farne le spese e a spendere inutilmente siano la città di Napoli e i napoletani.




In ogni caso, una buona organizzazione si vede per la mostra su Ettore Spalletti, per cui si sono coordinate al meglio per la prima volta il MAXXI di Roma, il GAM di Torino e il MADRE di Napoli che espongono tuttora in contemporanea.

Una fetta di infinito


It is the deepest image of the Universe ever made. It covers an area less than a tenth of the width of the full Moon, making it just a 30 millionth of the whole sky. Yet even in this tiny fraction of the sky, the long exposure reveals about 5500 galaxies, some of them so distant that we see them when the Universe was less than 5% of its current age.
The Hubble eXtreme Deep Field image contains several of the most distant objects ever identified.


(da qui)

05 apr 2014

Nymph()maniac + Her = movie crushes





Ancora per pochissimo nelle sale sono presenti contemporaneamente due film del tutto opposti come Her (Lei) di Spike Jonze con Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson, e Nymphomaniac di Lars von Trier con Charlotte Gainsbourg e altri attori conosciuti. In cosa mi sembra che i due abbiano a che fare reciprocamente? Direi che in entrambi c'è la solitudine dall'amore. Nel primo, l'amore è colto in una nuova definizione d'origine e sostanza tecnologica, reso da un sistema operativo così emotivamente coinvolgente da risultare autentico, che si forma a partire dal suo prosumer fino a staccarsi da esso rendendosi drammaticamente umano. Ed è proprio il lato drammatico che il protagonista voleva inconsciamente evitare, cioè evitare una persona vera: un corpo, da non usare. Nel secondo film, la ragazza protagonista si ritrova inceppata nel gioco tra amiche che si fondava sul non ripetere mai il sesso con lo stesso uomo, non riuscendo ad adattarsi alla sua evoluzione, cioè al "segreto del sesso: l'amore". In questo modo resta da sola rovinando la vita delle famiglie senza alcun rimorso, scansando l'idea di costruirsi una relazione che ha sotto mano, e finendo (?) per non sentire più niente. Un corpo usato eccessivamente. E in entrambi i film la tecnica si pone in primo piano: quella di un software ubiquo e quella che ordinerebbe il caos immorale. In Nymphomaniac, la ragazza non sta lì a contare i rapporti, però l'uomo a cui racconta di sè dall'inizio del film, le fa notare come tutto ciò che ha compiuto e subìto, ha una corrispondenza nella Natura: le tattiche di pesca nei fiumi possono essere uguali a quelle per far abboccare gli uomini; la successione di numeri di Fibonacci; la polifonia di Bach. Il sesso viene ricondotto a schemi funzionanti, razionali e trascendenti e consapevolmente ironici. Da un lato (Her) c'è un senza-corpo troppo umano, dall'altro (Nymphomaniac) c'è un troppo-corpo senza umano (o meglio, "orribilmente umana" come lei stessa afferma di sè).    - FINE -

Trailer 1
Trailer 2


01 apr 2014

ssa.... ssssa... uno, due, tre prova..



di Pavel Büchler - Studio Schwitters
(omaggio al dadaista Kurt Schwitters: da questi megafoni sono emessi i suoni vocali della sonata primordiale dell'artista tedesco, cioè di ciò che sarebbe stata una sonata prima dell'invenzione del linguaggio, riletta in una interpretazione ancora più strana dell'originale)





(It's is an audio installation consisting of nearly two hundred microphones on stands, which send out signals instead of receiving them. This reversal of the primary function of the microphone alludes to the increased emission of signals which are more and more difficult to assimilate. It seems that the energy of the recordings from a street survey, which the artist used for the installation, has been preserved, even though the sound has been transformed so much that you can only hear interference or individual words. The title has been borrowed from a song by the band Shellac which poses the question whether transmission is still possible without any listeners.) 


tralasciando i megafoni, questo post è il secondo sul tema provvisorio "assembramenti di dispositivi per registrazione nulla". Il primo è qui.

23 mar 2014

Il conformismo e l'eccezione


Carlo Rubbia | Il mondo è stato cambiato dall'eccezione, non dalla media.

Dario Cresto-Dina | Sta dicendo che siamo troppi in copia conforme e così tremebondi o prudenti da non riuscire a pensare che il progresso di domani non sia altro che l'assurdo di oggi?

Carlo Rubbia | Dal giorno in cui siamo scesi dall'albero sono vissuti sulla Terra appena settanta miliardi di uomini e nel corso della mia breve esistenza la popolazione si è moltiplicata per tre. Oggi siamo sette miliardi, in un solo spazio-tempo rappresentiamo il dieci per cento dell'intera umanità transitata sul nostro pianeta. Sette miliardi di persone connesse ventiquattrore su ventiquattro, un affollamento che contribuisce al conformismo e che limita l'affermarsi della differenza, dove il genio rischia di passare per un pazzo e consumarsi inutilmente come tale. Ma non era una pazzia l'uomo che vola di Leonardo o la conquista della Luna preconizzata da Von Braun?




(da un'intervista su Repubblica a Carlo Rubbia: fisico premio Nobel nel 1984 insieme a Simon van der Meer per la scoperta della massa dei bosoni intermedi W e Z° che conferma definitivamente l'unificazione teorica delle forze elettromagnetiche e di quelle nucleari deboli, descritta dal cosiddetto standard model. In pratica la sua attività di ricerca si è rivolta allo studio delle particelle elementari e in particolare allo studio delle interazioni deboli. È senatore a vita dall'agosto 2013.)

20 feb 2014

A proposito di Davis, dei Fratelli Coen (2013)

Tenendo presente che non mi ero affatto preoccupato di vederne il trailer e a stento sapevo di questo nuovo dei Fratelli Coen, e tenendo presente che mi sono basato esclusivamente sul poster e alcune foto, mi è andata molto bene.

Tra tutte le scene, penso che quella più memorabile sia il "provino" col disografico di Chicago per via della concentrazione di Llewys Davis che precede l'inizio della canzone e la disponibile attesa dell'uomo che gli darà la sua opinione. Per quante situazioni passa per scampare alla pura esistenza, il protagonista dimostra di affrontarle con quella tenacia un minuto prima di essere mollata nella rabbia contro tutto.
Cosa ne sarà di lui? 

Nè dolente, nè malinconico, nè amaro, nè ironico, nè drammatico. Non un on the road già visto, ma forse un nastro di Mobius, il deja-vu del gatto Nessuno e poi del gatto Odisseo, o forse anche del gatto di Schrodinger. Quasi sicuramente una miniserie compressa meravigliosamente in nemmeno due ore.





19 feb 2014

allargare lo SPAZIO


Robert Motherwell, 1962, oil and collage on paper 73.7 x 58.4 cm






 


 Robert Motherwell
From Below, 1975, acrylic, pasted canvas, and pasted papers on canvas mounted on board, 182.9 x 91.4 cm



(Sam Cornish su Abstact Critical - alla fine precisa che solo alcuni collage funzionano nel modo descrtitto qui sotto)
I suppose anyone and everyone receptive to this kind of thing has felt something similar, has been immediately struck by a picture on entering the room in which it is hung. All pictures are set-up to respond to being looked at. But in these works, and in others in the exhibition, this sensation is central to how the images function. These works are – at least in large part – about vision, or rather, a particular type of visual experience. Here vision is figured as something which happens, and happens quickly, a momentary coming together of seeing and the thing seen; a sudden opening of the eyes, a flash of light, the pulling back of a curtain.
[...]


 Robert Motherwell, Xylol, 1977, acrylic, paper, printed paper, and packing tape collage on canvas board, 101.6 x 76.2 cm 




The fragment of collaged material at the centre of the collages plays an important role in how we see the whole. First because the fragment creates the collage’s sense of space (there is no seeing without a thing seen), determining our distance from the scene pictured; some of the collages introduce a horizon line which works to the same ends. And second because the fragments activate the space they exist in: each is placed to give the impression that it has travelled out of distance, from further back in the picture’s space, from where it has been flung upward and toward the viewer, and has then been caught and clarified in the foreground.
Motherwell very self-consciously (in a couple of works too self-consciously for my taste) looks back to the papier collé Picasso and Braque first made a little over a century ago. [1] Though it can open up with a hazy light, Picasso and Braque’s Cubism remains an intimate art of enclosed spaces; Braque understood his collages as visual translations of the availability of objects to touch. Motherwell enlarges this space, makes it more expansive, aerated, shifts its focus from ground to sky. In part he did this by drawing on Matisse. Motherwell empties out and destabilises Matisse’s architecture, using its restraint but imbuing it with a sense of motion (are some of these works non-gestural action paintings?) and a personality at once elegant, vulnerable and defiant.