29 nov 2013

Il Volto del '900 - ritratti a Milano

C'è tanto e avrebbe potuto esserci di più nella mostra al Palazzo Reale di Milano "Il Volto del '900 - Da Matisse a Bacon". Cosa in più francamente non lo so, però si può ben capire che il tema del ritratto è così fondamentale nell'arte che probabilmente non potrà mai essere esaustiva un'esposizione. Tutti i capolavori che si possono amare durante la visita provengono dal Centre Pompidou di Parigi (conosciuto anche come "quello con la scala esterna") e già questo è un ottimo criterio per circoscrivere il tema e anche la certezza di sapere dove poterli rivedere senza sperare di ribeccarli per caso in svariati altri musei (sempre che non siano in prestito).

Nonostante metta insieme grandissimi nomi, non mi è affatto sembrato che ci fosse qualcuno predominante sugli altri, che togliesse attenzione, o che le opere si distanziassero molto dalle altre. Forse solo nell'ultima sala che riguardava il ritratto "Dopo la fotografia" con pezzi di pop art e iperrealismo.

In ogni caso© come sempre alcune scoperte sono state vere sorprese, altri sono stati incontri dal vivo abbastanza attesi, altre cose sono apparse molto belle ma senza enormi scosse.

L' "Autoritratto" di Gino Severini (che non conoscevo perchè i futuristi mi sembrano sempre invecchiati male)

movimento di una testa, bel soggetto, bella frammentazione.


Al suo opposto c'è l' "Autoritratto" di Francis Bacon. Quasi una folgorazione per via di questa fusione della pelle o della carne, un volto che sembra facilmente cancellarsi con una mano su cui si era appoggiato o con due mani che l'hanno violentato per disperazione. Una sorta di tumefazione per colpi subiti qualche ora prima. Gli occhi hanno lo sguardo dell'assenza a sè stessi, una resa. Forse sta sorridendo interiormente con rabbia sfiancata.
Bacon non l'ho mai apprezzato perchè troppo "nero".. ma questo ritratto ha capovolto un pò di cose.



A questo autoritratto accosto la scultura "Diego" di Alberto Giacometti che dà il senso di un corpo che si sta sciogliendo. Quelle di Giacometti le interpreto come sculture di uomini che esistono per lavorare, esili uomini senza tempo induriti dalla fatica di esserci.




"La camicetta rossa" di Pierre Bonnard

Bello per la posa annoiata e il contrasto tra la luminosità pura della tovaglia, il rosso acceso che contrasta con la pensosità, e il colore scuro dello sfondo che stacca ancora di più. Occhi in ombra e delle labbra quasi sorridenti. Un ritratto di quell'interiorità che mi ricavavo nell'isolamento da discorsi che non avevano interesse: a tavola con parenti, in certe occasioni forzate.

Di fronte a questo dipinto c'era quello di Frantisek Kupka "Rossetto": un altro rosso, stavolta però dell'esteriorità che vuole farsi notare .Un volto-maschera abbastanza bianco di trucco, interrotto dal vestito altrettanto chiarissimo, dal collo verde ammuffito (?). Una bella stesura di colori: pesante l'indaco che scende giù come sfondo e generoso il corpo della signora.




Affianco alla Camicetta rossa, l' "Odalisca in pantaloni rossi" di Henry Matisse. Non pervenuta.

Sempre notevole le linee di Modigliani come nel "Ritratto di Dédie": capo reclinato da delicata sensualità, all'opposto della signora di Kupka che invece si protende il più vicino allo specchio. Purtroppo la donna è a lutto.








Il "Ritratto di donna" di Picasso è ovviamente meraviglioso come altri due presenti alla mostra.



Sorvolo su quelli di persone che leggono un libro, soggetto che ha fatto il suo tempo, o anche sulle donne vistosamente abbigliate con gioielli sbrilluccicanti, o la donna di Delaunay fatta più o meno a quadrettoni, l'orecchio gigante del Ralf III di Baselitz, "La marocchina" di John Currin contenta di avere i pesci in testa, un quadro della De Lempika (mai capita), ma anche le "Donne in interno" di Léger che sembrano manichini grassi e squadrati.

La sala delle scultura è stata quella della meraviglia. Ero lì per Giacometti e Brancusi, la cui Musa Dormiente aveva il privilegio del centro della sala (in una teca però sporca), ma ho scoperto che la migliore era "Testa di fanciulla" di Henri Laurens, del tutto sconosciuto fino a quel momento.


Terracotta liscissima, essenzialissima con quei tagli piccoli e accennati, il volto ricavato da uno spigolo che è la linea del naso.... inutile descriverla. Silenziosa, perfetta, una di quelle opere per cui venderei l'auto e andrei per sempre a vivere in un monolocale lontano dal posto di lavoro.

Anche la Musa di Constantin Brancusi dimostra la sua eccezionalità, però.. oltre ad avermi dato immediatamente l'impressione di essere un pallone da rugby dorato (invece che ricordarmi la forma dell'uovo), a confronto con il forte senso di duttilità della Testa di Laurens, è un "gioiellone" duro e pesante (come il suo sonno) e anche distaccato da me che l'osservo. Non svegliare la musa che sennò si incazza, potrebbero scriverle vicino. È un alieno la cui presenza affonda lo spazio-tempo. Il naso sembra un'arma, quasi la canna di una pistola di piccole dimensioni; occhi e bocca abbastanza orientali...; i solchi dei capelli sono afro.



Ottimo ambiente espositivo, luci perfette... dispiace per il catalogo con foto non sempre adeguate, povero di contenuti (ma del resto non è che la mostra aveva lo scopo di dare una nuova interpretazione ad un artista, per esempio) e dal prezzo elevato nonostante lo sconto del bookshop. 

Il tempo dalla visita è passato ormai e non è che potevo scrivere di tutto quello che ho visto. Accuntentammc..


Adieu!

28 nov 2013

foglie con gli occhi: cosa diventano quando si staccano? Un dilemma tra aria e gravità.

voleranno oppure raggiungeranno l'acqua?

(a partire dall'archivio di neville trickett)

05 nov 2013

intangibile








(da "La Scuola di New York" di Francesco Tedeschi)



02 nov 2013

ma come fanno a stare in piedi??




  




 









La successione delle foto non è casuale. Sono tutte ****** sculture (tranne l'ultima che è un altro tipo di opera) di Antony Gormley.


Forse mi sento più una figura umana che cerca di essere una figura piuttosto che una che cerca di essere animale. Umano è tra la figura e la materia animale, e penso che sia meglio puntare a sinistra verso la sottoesposizione animale piuttosto che a destra verso la sovraesposizione astratta. (mmm...)
Anche se.... provenendo da una grande sovraesposizione è difficile far venire fuori una immagine definibile e gradevole, poichè molte delle sue informazioni sono bruciate nel bianco e non si possono recuperare. Perciò in fotografia digitale si consiglia di sottoesporre, in modo da far uscire dall'animale poi tutte le informazioni che servono per una esposizione equilibrata. Dal basso verso l'alto si può, dall'alto verso il basso invece non è lo stesso che cadere, è proprio non arrivarci mai bene!

Dal calco in gesso dove c'è ancora una fisionomia naturale, a moduli colorati un pò come dei pixel o l'immagine di un corpo ingrandita del 500%, o robot opachi a sé stessi, o pezzi uguali messi in tre dimensioni; poi una serie di forme rettangolari senza più profondità ma con tanta aria, con tutto l'ambiente in cui si trova che gli passa attraverso: visto in orizzontale può essere il profilo di una serie di palazzi.
Fino agli stecchetti. Non ci sono più moduli, non più rettangoli vuoti ma solo stecchetti come se fossero dei capillari sanguigni o una moltitudine di pezzetti al confine con l'indefinito, il vapore, la nebbia in cui il corpo non vede-precepisce più sé stesso, oppure schegge di vetro.

Alla fine ho incollato una foto che si riferisce ad una installazione sempre di Gormley, un ambiente chiuso da pareti opache in cui le persone posso muoversi nella nebbia. Luce Cieca (Blind Light)  l'ha chiamata. Io ci vedo (anche se servirebbe ovviamente farne esperienza) il contatto con quelle ultime figure composte di pezzetti di metallo che ora si sono definitivamente nebulizzate; oppure, fingendo che non sia un'istallazione e che perciò non ci siano visitatori che entrano lì dentro, potrei pensare ad un ritorno-rigenerazione di quelle figure dal vapore alla materia animale che cercano di uscire da quell'ambiente di luce accecante (o perchè sono ancora luce e perciò ciechi...) per vedersi-percepirsi di nuovo materia.
La scultura probabilmente è sempre materia che fuoriesce in una forma per riconoscersi nella sua presenza. Eh?

La domanda è sempre la stessa: ma come fanno a stare in piedi??

E mo basta.