18 ott 2013

MFWW - mostra foto wim wenders

Un pò un critico alla Enrico Ghezzi, un pò il Godard della Germania e un pò un compositore minimalista con quegli occhiali tondi neri, Wim Wenders mi dà sempre questa impressione. Di questi tre personaggi penso sia la parte migliore e non quella antipatica perchè astrusa nei ragionamenti in gran parte autoriferiti. Wenders sembra davvero uno di quegli artisti con cui si può facilmente parlare.
Ma io non l'ho mai praticato. I suoi film stranamente non mi hanno mai raggiunto e io a stento sono andato a cercarmelo. Chissà come mai... Antonioni è un punto in comune, lo stesso per Edward Hopper... vabbè..

Insomma, a Villa Pignatelli (Napoli, sulla parallela del lungomare, un piccolo edificio, un'oasi, di metà ottocento che oggi ospita concertini e una raccolta di ceramiche pregiate tra le altre cose) espongono venti delle sue foto realizzate in vari anni in tre Paesi, Armenia, Germania e Giappone, dove è andato a cercare i suoi luoghi solitari pieni di memoria perduta.
Molte sono di grandi se non grandissime dimensioni (siamo dalle parti dei 5 metri di larghezza) perchè chi vi si trova di fronte deve portersi trovare anche dentro di esse. Purtroppo l'illuminazione delle sale non aiuta, perchè troppo diffusa senza creare quella penombra ai lati dello spazio di osservazione che permette di assaggiarne (ma si) la luminosità. Ma vogliamo lamentarci? No,anzi, c'è da ringraziare chi ha pensato a questa esposizione e posso capire che un'illuminazione diversa avrebbe richiesto soldi che non ci sono.

Affianco alle foto sono riportate le parole che quei luoghi ritratti hanno ispirato Wenders e da esse si capisce sicuramente meglio quale sia stato il suo interesse principale. Sono tutti edifici abbandonati che hanno a che fare ad esempio con la storia della Germania prima della caduta del Muro, perchè riportano scritte che stanno scomparendo, e che sono tracce di un'ideologia e delle relazioni tra i popoli che la incarnavano in una eterna (!) amicizia; oppure oggetti come uno pneumatico nel terreno di un bosco (senza altra traccia di macchina) o un'auto (non quella inesistente dello penumatico... o forse si?) quasi seppellita in un giardino privato, ma anche un uomo che, si viene a sapere da un appunto-didascalia di Wenders, è uscito fuori dalla casupola abbandonata di un benzinaio non appena si era accorto che qualcuno la stava fotografando. L'uomo ci stava dormendo dentro: è un aneddoto che conferma realtmente che in fondo le foto ritraggono luoghi che in sè stessi contengono qualcosa che non vediamo, anche solo la domanda "perchè il tempo passa? perchè le cose si manifestano nel loro essere solo quando sono lasciate a sè stesse?"
Forse anche noi abbiamo bisogno di essere lasciati a noi stessi, lasciati dal senso di utilità delle cose che usiamo, non più in gran parte dipendenti da questa utilità, e perciò lo stato di questi oggetti o luoghi sono finalmente la domanda che riusciamo a sentire mentre si pone.



Come questa ruota panoramica che non serve più ad alcun panorama e che non fa parte più di nessuna struttura di divertimento imposto, ma che ora si muove solo grazie al vento (come scrive Wenders) e lascia immaginare il suono delle voci di chi vi saliva e vi stava sotto a guardare. L'immagine del vento che fa girare questo pezzo pesante di ferro è anche più convincente della foto stessa.
La domanda che queste foto contengono non esce fuori incazzata come quell'uomo, ma come qualcosa che sporge per un attimo da una finestra e guarda me che sono in basso: però ancora non so se tra me e il qualcosa c'è la promessa di rivederci o no... penso sia più quel riconoscersi familiari tra sconosciuti per qualche secondo e poi, senza dire una parola, andar via.


Questa qui su mi ha inquietato. È una casa molto brutta, anche di più quando noto quella porta al centro da cui non si può entrare nè uscire.

Curiosa e molto bella quella di un vicolo con i muri di alluminio (?) colorato di alcune case basse che lo chiudono da ogni lato: l'interesse di Wenders era nell'assenza di finestre. E come potevano avere finestre se sono edifici che danno le spalle a una strada che non conta niente? Purtroppo non l'ho trovata sul web...
Una strada come luogo camminabile può non meritare nemmeno una finestra?


Quest'altra non è granchè a dir la verità, se non per un appunto che mi fa notare che questo è un palazzo del vecchio quartiere ebraico di Berlino che durante la seconda guerra mondiale venne mitragliato con tale intensità. Fori di proiettile o fiori (ehm...) rossi di proiettile (mi viene da pensare)? In ogni caso oggi lì c'è un negozio di souvenir.


"Posti strani e tranquilli" è il titolo del volume che contiene questi e altri scatti. Qui sopra ce n'è uno che non mi ha colpito per niente perchè mi ricorda le architetture kitsch dell'europa orientale che hanno preso tutta la ruggine della bruttezza. Per fortuna vado a leggere che si tratta dell'alfabeto armeno, di grande valore per quel popolo tanto da farne una scultura.
Al di là degli edifici e di altri suoi prodotti, l'essere umano in queste foto non c'è, però ci sono tracce delle sue parole con le scritte sui muri. Scritte che peraltro stanno scomparendo! Ma quest'alfabeto armeno qui sopra non è un segno grafico, ma la presenza fisica più vicina a quella di un uomo. Da qui a commuoversi per questo, però, ce ne vuole.


Ciò che è assente, insomma, non è che non c'è mai stato, è che è scomparso o che sta scomparendo in qualcos'altro producendo un'eco di immaginazione, di sentimento che può essere tanto di spettralità quanto di calma in momenti che si alternano.

Lascia ammutoliti la scritta su un muro di una casa dell'ex germania est che dice "Questa casa sorgeva un tempo in un altro Paese" e l'appunto di Wenders se non sbaglio aggiunge che secondo la DDR quel Paese non è poi davvero esistito.


Nel complesso non tutte mi sono piaciute, non tutte sono poi così significative soprattutto senza didascalia (quella nella città giapponese del film Tokyo Story di Ozu e un paio di paesaggi di mare o cielo ad esempio). Tra le belle che non c'erano incollo questa che ha scattato a Mosca.




10 ott 2013

 
La Forza del Destino - Overture
(Verdi, Muti, Wiener Philarmoniker)