23 mag 2013

La Grande Bellezza, di Paolo Sorrentino (2013)

Non so ancora cosa può accomunare Paolo Sorrentino e Marco Bellocchio, perchè del secondo conosco poco e non bene. Forse io sono l'unico loro punto in comune, giacchè entrambi sono gli unici registi italiani che sono certo di non apprezzare. Forse di tutta la cinematografia mondiale di ogni tempo.

- Cosa c'è che non va? Dillo a me, dai, vediamo cosa possiamo fare. Tutto si risolve.
Che ti ha fatto questo Sorrentino? Ti ha tirato un brutto scherzo? Serbi rancore? Dai, che è una brava persona, devi solo guardarlo da un punto di vista diverso.

- Guarda... non credo proprio.


Prima di tutto riconosco che ha uno sguardo (e ci mancherebbe! direbbe qualcuno) ma non è il SUO sguardo. È quello di Fellini! C'è proprio lo stesso modo di far muovere i personaggi davanti alla macchina da presa, di farli girare di scatto, di farli passare come per caso, di muoversi dal particolare al totale, solo che con Fellini c'è una danza leggerissima come messa in scena, mentre con Sorrentino c'è una scopiazzatura che di leggero ha solo l'intenzione. Certamente Sorrentino non è così fesso da aver fatto una fotocopia, c'è del suo ma la matrice è quella e non la dissimula nemmeno. In Fellini c'è la poesia, in Sorrentino c'è la saggezza per aforismi. I suoi protagonisti (il penultimo film non l'ho visto) sono sempre dei vecchi squallidi che tengono i fili di un mondo immobile, una stanza, una casa o una città buie, che puzzano di stantio, di chiuso. La prima frase di "La Grande Bellezza" è esattamente la dichiarazione di Sorrentino sull'origine della sua visione di essere umano e poi di regista. Gli piacciono gli uomini vecchi, strani (tendenti al freak), terribilimente soli, sottilmente narcisisti e altezzosi per vocazione. Si piacciono questi protagonisti, la sanno lunga sulla vita e sulle persone, sono degli Dei in terra che non si fanno problemi ad essere dei disadattati, anzi in fondo se ne compiacciono. Fa schifo il mondo de La Grande Bellezza. Non solo è pacchiano e vuoto ma è soprattutto disgustoso. I suoi personaggi sono orrendi, cioè grotteschi ma senza chissà quale ironia. Sono troppo vicini alla realtà delle persone, pur nella loro resa distorta, perchè risultino inoffensivi: piuttosto sono disturbanti (ma non alla maniera di Lynch). È lo stesso stile di Sorrentino ad essere tanto disturbante quanto acrobaticamente elaborato ed esibizionista. C'è una sola sequenza in cui non faccia uso di carelli in avanti, di dolly panoramici e "micro-dolly" sugli attori? Si muove troppo, eppure non è un Bertolucci che crea movimenti sensuali. Si muove perchè adda fa verè che è bravo. Più che disturbante lo trovo, in questo senso, fastidioso. Nel film c'è lo sfottò a una performance d'arte concettuale, una giraffa che viene fatta sparire con tanto di spiegazione sul concetto morale di trucco, uno scambio di battute con una bambina invisibile, una vecchissima suora decrepita che sale le scale in ginocchio, e un'altra marea di cose che Sorrentino mette in scena nonostante voglia poi sfottere questo ermetismo proprio con quella performance della donna nuda che sbatte la testa contro l'acquedotto romano. Ogni occasione è buona per condensare in una frase una grande osservazione, un'intera filosofia di vita.
Paolo Sorrentino crea una visione? Uno spazio mentale omogeneo disponibile all'immaginazione? Vedo la sequenza iniziale e penso che non faccia che giocare a creare associazioni e sovrapposizioni che mostrano la loro struttura, il modo in cui ha messo insieme i vari elementi (il coro di donne e poi la donna solista che canta in tedesco.. ma che c'entrano con tutto il resto?). È tutto spezzato, rotto, rigido come a creare suoni dissonanti. Il cinema fino ad oggi ha conosciuto già cose del genere, con questo film mi sembra che lui voglia imitare quelle soluzioni spiazzanti e per un pò incomprensibili. È la destrutturazione che fa l'involontaria parodia di se stessa? Boh.
E poi c'è una presenza eccessiva di preti e suore. Sorrentino mi fa vedere almeno due volte un prete felice nel dondolarsi al ramo di un albero: che razza di rappresentazione ironica è? E quella delle suore che più volte camminano frettolosamente tutte unite? Fellini, no? Di nuovo.
E l'usare uno stesso canto di The Tree of Life di Malick scimmiottando lo sguardo di Malick? E rendere il montaggio molto meno pesante?
Ho l'impressione che Sorrentino voglia tenersi ad una distanza di sicurezza dal genere umano: lo osserva e pensa che a malincuore, con tanta malinconia compiaciuta, è costretto a farne parte.
La grande bellezza sotto il chiacchiericcio (come dice il protagonista dal nome vezzosamente bizzarro)? Non mi sembra sia convincente questa scoperta. Nulla di originale nel parlare di cose autentiche, del resto nel film non c'è ombra di poesia.
C'è qualcosa che si salva, le interpretazioni di Verdone e della Ferilli, memorabili.

Un altro film sulla decomposizione in vita degli individui.

Tanto Verdone quanto Bertolucci elogiano questo regista. Dicono che oggi, in Italia, è Il regista. Devo avere proprio torto, deve essere proprio vero che non ho capito niente del suo stile. Fare film badando alla forma non dovrebbe essere un'eccezione, eppure in un panorama italiano così appiatito, l'unico che se ne preoccupa appare come il più dotato tra tutti. Tanto si parla di Paolo Sorrentino ma il miglior regista oggi che crea immagini belle e dense è Matteo Garrone.

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Paolo D'Agostini su Repubblica scrive:

La grande bellezza non è un remake della Dolce vita. La grande bellezza è La dolce vita.
Come se il capolavoro felliniano fosse un testo letterario o teatrale, che si possa rimettere in scena, al pari di un testo di Shakespeare, Goldoni, Molière, o Pinter o Beckett o Ionesco. Secondo la sensibilità del regista di turno, e secondo il tempo in cui egli opera.
Paolo Sorrentino ha rimesso in scena La dolce vita cinquantaquattro anni dopo.
Pur abbagliato dal risultato, affaccio subito una nota di dubbio.
Non che Fellini nel 1959 non fosse pienamente consapevole di sé e non nutrisse altissime ambizioni.
Però (e tuttavia non sono sicurissimo di quello che dico. Di quella apoteosi felliniana non sono stato testimone diretto e contemporaneo, il film mi è arrivato già conclamato classico, mentre dell’ascesa di Sorrentino lo sono stato. Dunque ci sono delle ineluttabili diversità di sguardo da parte mia), dicevo: però credo che comunicasse un’impressione fluida, non troppo costruita e “intellettuale” (neanche laddove si voleva, come nel personaggio di Alain Cuny, rappresentare precisamente il tormento intellettuale).
Mentre Sorrentino questa impressione intellettuale e costruita la dà, o comunque la dà in misura maggiore.
Forse dipende anche dal fatto che – sia pur facendolo proprio attraverso una propria rielaborazione – si serve di un testo che lo precede, che esisteva già e da lungo tempo come riferimento universale, e che allora quando – nel ’60 – il mondo lo conobbe era nuovo di zecca.

Sottolineo quando parla di "impressione intellettuale costruita". È lo stesso piccolo dubbio che ho avuto guardandolo: non è che anche quei film (ci metto anche Antonioni) che oggi apprezzo e digerisco benissimo, all'epoca mi avrebbero respinto (o che io avrei respinto) ancora prima di pensarci su?  La risposta che si dà D'Agostini mi sembra un pò sciocca perchè sembra che per raccontare questa storia Sorrentino non avrebbe non potuto usare quel modello storico. Il punto è che non lo prende come modello di partenza, lo usa con mano pesante negando poi di voler salire all'altezza del suo regista di riferimento.

D'Agostini, diversamente da me e nonostante questo dubbio, si dichiara cmq convinto della positività di giudizio sul film, tant'è che continua scrivendo:

Sorrentino ha ri-fatto La dolce vita ma il suo tributo felliniano va anche oltre.

(da qui)

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Alle critiche italiane non entusiastiche quanto quelle straniere, sia Sorrentino che Servillo hanno risposto con una certa punta di disillusione dando più valore invece alla risposta del pubblico. Si, vabbè..

Per completezza riporto anche le parole del regista e degli attori riguardo il riferimento inevitabile con Fellini.

Sulle tutte le valutazioni pesa il parallelo con la Dolce vita: «Quello è un capolavoro - taglia corto Sorrentino -, questo è un film». Poi aggiunge: «Se ci sono assonanze, stanno nella riflessione sul presente. Nella Grande bellezza Jep Gambardella è un uomo che ha perso delle opportunità. Se al suo posto ci fosse l’Italia, si tratterebbe appunto di un Paese che ha mancato delle occasioni». Nè il regista nè lo sceneggiatore Umberto Contarello hanno rivisto l’opera felliniana: «Non ne abbiamo mai sentito la necessità». Ma la memoria della prima visione resta incancellabile per tutti: « Per me - dice Sorrentino - la Dolce vita rappresenta il massimo grado di libertà nel raccontare». Per Verdone si tratta tuttora di «un film irripetibile, che ha fotografato un periodo storico». Sabrina Ferilli, spogliarellista malinconica della Grande bellezza, dice che il capolavoro felliniano «è stato il più grande manifesto dell’effimero». La differenza, osserva Servillo, sta nella prospettiva: «Fellini ha guardato Roma appoggiato a una balaustra, Paolo, invece, ci è cascato dentro, come se fosse finito nella tromba delle scale». La Dolce vita, ricorda l’attore, doveva chiamarsi La bella confusione: «L’Italia descritta era animata dallo slancio del dopoguerra. Fellini la raccontò creando un linguaggio nutrito dalla letteratura di quegli anni». Oggi, osserva Verdone, «la grande bellezza è soprattutto nostalgia, contrasto con un mondo senza etica, diviso tra noia atonica e scatenata follia».

(da LaStampa.it)

20 mag 2013

Jamie Cullum - High and Dry

17 mag 2013

a proposito di incubi


che poi è tutto così piatto, verdeggiante e pulito attorno e invece ti ritrovi a tornare a casa (o andare a lavoro) e trovarci un enigma.

Di tutte le foto di finta (o immaginaria) architettura di Filip Dujardin, penso che questa sia la più ironica perchè mette l'individuo di fronte all'impossibilità e soprattutto all'incredulità di quello che ha di fronte: quell'uomo probabilmente starà pensando "me lo ricordavo diversamente il palazzo.. oppure sono io che..?". È un'architettura che si beffa del suo abitante non facendolo accedere.

Le interpretazioni delle sue foto vanno però in una direzione diversa, cioè quella sullo specifico della fotografia e su una critica all'architettura post-moderna.

16 mag 2013

Libri con titoli TROPPO intellettuali

Libri che mi spaventano, che non immagino tra le mie mani, di cui sento la pesantezza al solo guardarli impilati in libreria, che se immagino di dover dire che a qualcuno che li sto leggendo mi viene da sorridere e terrorizzarmi, libri che mi rende incredulo pensare che qualcuno può dire seriamente che li sta leggendo.. Con questo intendo solo che l'impressione che mi danno, senza conoscere granchè o niente del loro contenuto (dunque pregiudizio quasi puro), è che sono libri che permettono di mettersi in posa, quella appunto del TROPPO intellettuale, dell'impegno più assoluto. Sacri archivi aperti del DIO PAROLA. Beh, se poi sei davvero intellettuale per studi e per professione, allora nessuna ironia.
Ma sia chiaro: un giorno (?) potrei ritrovarmi a prendere in mano uno di questi libri per un motivo che ancora non conosco e allora le cose si metteranno, o si saranno già messe evidentemente, in modo diverso :O
- (questo è un post-tag in corso di aggiornamento) -


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Point Lenana: si legge "Poillenana" e come si può vedere dalla copertina con bei colori tipo acqua minerale, si capisce che nel libro si parla di persone appassionate di ballo in alta montagna senza problemi di calcoli ai reni. I due sono evidentemente Fred Astair e Ginger Rogers, simboli della leggerezza della danza di coppia sincronizzata che immaginiamo non avrebbero avuto nessuna difficoltà a muoversi sulle cime innevate senza scivolare, lì dove l'aria è davvero rarefatta. 
"Che stai leggendo in questo periodo?" - "Poillenana" - "Eh?"
Il punto è che dal titolo non si capisce niente e dall'associazione strana tipo Magritte ancora meno. A peggiorare la posizione di un potenziale lettore (che sta lì a dover interpretare la copertina, prima di girare il libro e leggere la quarta), c'è il nome di uno dei due autori (e già il fatto che di autori ce ne siano due, la dice lunga su quanto il contenuto sia stato pensato, elaborato, affinato a partire da un confronto tra due esperienze probabilmente diverse: con una cifra che sta attorno ai 20 euro porti a casa un perfetto prodotto di autentico sudore intellettuale): Wu Ming 1. Pseudonimo! L'abisso diventa sempre più profondo. Il libro è scritto da un uomo mascherato a cui piace la Cina e che forse è il primo di 5 fratelli (cinque fratelli in Cina? E chi se li può permettere lì?). È primo per età? per esperienza? per numero di libri letti? 
Lascio stare.
In sostanza i due autori hanno portato alla luce una storia (o la Storia) rimossa. La parola da ricordare è "rimossa", dall'oblio, e dunque rimessa (così intendono, penso, i due), riposizionata nella conoscenza collettiva.
Per tutto il resto rimando alla quarta di copertina, perchè ne sento già la pesantezza.


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 Ausmerzen: sembra il suono di uno starnuto turco o forse la parola turca per dire "salute!" dopo uno starnuto. Chissà che viene fuori pronunciato da chi ha un intasamento nasale. L'immagine della copertina non è affatto allegra: un vestito quasi fossile appeso come un crocifisso ad un muro duro graffiato e ruvido, ma senza il corpo al suo interno, consumato forse o addirittura incenerito. A sprofondarci ancora di più in quell'intuizione che abbiamo avuto sull'argomento del libro, c'è il micidiale sottotitolo "vite indegne di essere vissute" che dopo averlo letto alzi gli occhi, li giri sgranandoli di nascosto come a sperare che nessuno ti abbia notato a leggere la copertina, e desideri aprire una finestra per far entrare un pò di aria fresca anche se non ci sono finestre nei dintorni. Na botta tremenda! Marco Paolini è una garanzia in questo. C'è un'altra versione della copertina, quella con il dvd allegato, che propone anche la faccia in bianco e nero di Paolini, pensoso, un pò sofferente e stupito, sicuramente infreddolito. E sembra una versione leggera della faccia dello stalker nel film, appunto, Stalker di Tarkovskij: si ma... lui si che era una persona tormentata!
No, non si può proprio dire che sto leggendo Ausmerzen. Perchè un titolo come questo presuppone, anzi richiede assolutamente che tu a tua volta mi chieda che libro misterioso è, di che parla e dunque è una trappola per chi mi ascolta, perchè è un modo micidiale per appestare l'umore e il livello intellettuale di chiunque. E alla fine ti fai un sorrisino interiore perchè l'hai soggiogato con il tuo spessore, il tuo impegno.
Ma devo piuttosto scrivere che non c'è niente da scherzare: oltre la superfice c'è un testo in cui si parla dello sterminio nazista di persone disabili. Preparate un borsone, uscite di casa, prendete il treno per andare in un posto dove isolarvi e dove trovare la concentrazione e lo spirito per leggerlo. Quando sarà il momento vi raggiungerò (chissà quando però).


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(waiting for the next title)
 

12 mag 2013

ho sognato david foster wallace

la scorsa notte. Era seduto su un divanetto non di casa mia ma che conosco; aveva lo sguardo basso come in questa immagine ma dall'altro lato; aveva la bandana (ovviamente); capelli lunghi e soprattutto aveva una faccia grossa-flaccida e invecchiata rispetto a tutte le foto conosciute, come se avesse qualcosa come poco più di 50 anni portati male. Quest'invecchiamento mi sorprende. Ed era precisamente lui e non un conoscente o un amico con le sembianze morphizzate alle sue.
Forse gli dico qualcosa ma lui inizia subito a parlare di me, come a fare il mio profilo. Lo fermo e gli dico di aspettare n'attimo perchè vado a prendere la videocamera o la fotocamera per registrare quello che dice (vuoi mettere che parla Wallace e non conservi la prova di averlo incontrato, di avergli parlato??). Quando ritorno, per un motivo che non ricordo, non c'è più tempo per parlare come se fosse venuto qualcuno ed entrambi dovessimo andare. Insomma, mi resta un pò la delusione di averlo interrotto e aver preteso troppo: ho perso tutto per non lasciarmi sfuggire l'occasione di registrare quello che diceva.
Chi tutto vuole, nulla stringe? Beh, si. Ma il tempo di andare a prendere la fotocamera e tornare non è stato lungo e un evento esterno a quanto pare ci avrebbe cmq interrotto (lo stesso sogno che crolla su se stesso perchè non ha elementi sufficienti per procedere? sto nel campo di Inception adesso? :P)
Cmq si, chi tutto vuole nulla stringe. E dietro questa morale c'è anche dell'altro che può spiegarla, qualcosa che dice fin troppo di me (e potrei anche scriverne perchè tanto non ci viene quasi nessuno qui sopra... ma meglio evitare, non è il diario dei fattarielli della giornata questo).


In ogni caso, ho trovato questo saggio medio-lungo sul tradurre Wallace e incollo un pezzetto che sembra avere un pò a che fare con questo sogno.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:
Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

10 mag 2013

ascoltare

"Parlare è un mezzo per esprimere se stessi agli altri, ascoltare è un mezzo per accogliere gli altri in se stessi."
Wen Tzu, testo classico taoista

"Quando l'orecchio si affina diventa un occhio."
Rumi, poeta e mistico persiano del XIII secolo



(da mestierediscrivere.com)

 la prima citazione la farei leggere al personaggio di Jeanne Moreau in "La Notte" di Antonioni, della quale ho riportato un pensiero in cima al post che gli ho dedicato. Le parole degli altri non si dovrebbero subire, ma il suo è un personaggio che subisce se stesso, non ascolta se stesso... e di qui la noia.
Ma chi si trova a vedere questo film e lo etichetta come palloso, non è che l'ha subito scansato perchè non vuole riconoscere in esso qualcosa che potrebbe riguardare anche lui o lei?     eh? eh?? eh???

03 mag 2013

L' Eclisse, Michelangelo Antonioni (1962)

All'inizio del film non sembra, anzi rivedere un'altra coppia in crisi muta chiusa in casa (stavolta) che si sta separando è una mazzata non indifferente; ma Antonioni con questo "L'Eclisse" si spinge più in là degli altri film e sorprende bene e tanto. Direi che mi solleva dalla pesantezza del precedente "La Notte".
Astratto, svuotato, malinconico, metafisico, potrebbe benissimo reggersi sui suoni e i rumori ambientali se non che qualche parola serve, ma anche questi sono suoni. La mischia di urla delle contrattazioni alla Borsa di Roma (chi perde e chi vince, ma poi i soldi di chi perde dove vanno? chiede Monica Vitti e Alain Delon non risponde... se non molto dopo dicendo che alla Borsa ci si abitua, è passione) sembrano quelle di persone che cercano di salvarsi da una catastrofe imminente. E guarda un pò le notizie su un giornale non dicono niente di buono e le strade sono deserte. C'è un senso di attesa diffuso e un tipo di pace che non acquieta del tutto nelle inquadrature del vento che scuote le foglie. Anticipatore un pò di Zabriskie Point per via di un semi-documentarismo delle immagini e del volo di un aereo, e anche un pò di Blow-Up. A me però sembra che forse lo sguardo di questo film sia quello dell'isola rocciosa delle Eolie in "L'Avventura" poco prima che vengano abbandonate le ricerche.

La Notte, Michelangelo Antonioni (1961)

 “Mi parve di sentire un aereo, invece era il mio silenzio, il parco è pieno di silenzio fatto di rumore; se metti l’orecchio contro la corteccia di un albero e rimani così per un po’, alla fine senti un rumore…. Io non vorrei suoni inutili, vorrei poterli scegliere durante la giornata, così le voci, le parole, quante parole non vorrei ascoltare, ma non puoi sottrarti, non puoi far altro che subirle, come subisci le onde del mare quando ti distendi a fare il morto…”
(Lidia - Jeanne Moreau)



(un post che nelle intenzioni doveva consistere di tre frasi)

Tra i vivi e i morti ci sono i sonnambuli, quelli che pressappoco non riescono ad amare e dunque.. non sanno più cosa fare! È un film tanto formale nei primi quaranta minuti con i soggetti decentrati nelle inquadrature riempite invece da linee architettoniche e spazi deserti, quanto appunto buio e notturno in tutto il resto, fino ad una lunga scena finale in cui i due protagonisti si riferiscono finalmente le proprie verità, i pensieri trattenuti, i sentimenti e chi più ne ha più ne metta..  minuti molto densi fino a scoppiare.
Marcello Mastroianni è uno scrittore indolente, convinto del propio ruolo ma a secco di nuove idee e lontano dal gradire il successo. Crede nella scrittura ma si tormenta per la ricerca di una forma moderna da dare alle sue storie. Passare una serata ospite ad una festa di un industriale, in un giardino enorme e tra tanta gente che si annoia ma non se lo dà a vedere, gli è abbastanza indifferente. Una conversazione con questo ricco industriale fa capire quanto siano distanti e incomunicabili i mondi del pragmatico costruttore di cose concrete che fanno vivere le persone, e quello dell'intellettuale debole nell'incidere sulla realtà.. o chi per essa. Il primo vorrebbe acquistare il secondo per fargli scrivere la sua storia imprenditoriale da offrire all'ammirazione dei suoi dipendenti, e ovviamente pensa che anche per un intellettuale questa sia un'offerta che non si può rifutare. "Il nostro tempo, caro signore, è anti-filosofico e vile. Non ha il coraggio di dire ciò che ha valore e ciò che non ne ha. E la democrazia, per dirla in parole povere, significa fai quello che accade", così si inserisce un tizio all'interno di una delle conversazioni. Mastroianni-Giovanni Pontano risponde "conosco queste parole, sono di uno scrittore che amo. Ma dette qui mi fanno un pò orrore, perchè il signore le ha dette con un certo compiacimento, l'autore al contrario le ha scritte con disperazione". Un imprenditore anziano controbatte aggiungendo che "quello che conta è quello che si dice, non le intenzioni". C'è tutta la frattura tra la costruzione di valori ad opera del pensiero e la produzione di valore materiale ad opera di chi crede se non in quello che fa nel presente ("il futuro è probabile che non incominci mai. Il futuro è una cosa orribile!"). Ma si potrebbero trascrivere interi dialoghi e tagliare corto senza star qui a spiegare.
Tra donne malate di sesso, sole, troppo sensibili c'è Lidia, la moglie dello scrittore, che vaga per Milano con il volto e le labbra tristi & sensuali di Jeanne Moreau, piena di pensieri trattenuti sulla sua incapacità di amare due uomini: l'uno che la faceva sentire più speciale di quanto fosse e l'altro che invece ha sempre parlato solo di sè. Lei cerca di allontanarlo e spingerlo verso una ragazza alla festa, non riesce più ad amarlo e vorrebbe morire per questo; lui è convinto di poter ancora ripristinare vecchi sentimenti. Tutto perduto in realtà. Una coppia morta e da seppellire.

Non è proprio il film con cui approcciare Antonioni, la noia può essere insostenibile e i due protagonisti possono dare una sorta di insofferenza per quel loro essere ricchi, privilegiati, vacui e inerti. Rispetto a L'Avventura il tempo e lo spazio sono ristretti e soffocanti e in più capiamo benissimo che il confronto nella coppia non porterà soluzioni alla crisi ma solo un filino di consapevolezza in più.

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      da Quaderni del Centro Cinematografico università di Padova 1961 – Analisi del linguaggio narrativo di Giorgio Tinazzi
“C’è in Antonioni l’ansia di trovare un modo nuovo di guardare le cose, uno sforzo di guardare all’essenza, all’antidecorativo, di ridare ai gesti, ai fatti, ai ritmi il loro peso e il loro significato: non occorre più la “storia”, costruzione inutile; la “storia” e nei particolari, nel non costruito, nei fatti e nelle cose. Di qui il suo modo di narrare tutto all’interno, nei lunghi “monologhi figurativi”, nelle lente, inesorabili “spogliazioni” dei personaggi, nei ritorni, negli indugi necessari, nelle allusioni, nei ritmi interni, nelle cadenze (si pensi alla musica, alla fotografia, alla “forma’ insomma, sempre pregna e significante). È questa la vera modernità di Antonioni, il suo stile, il suo star pari con la poesia e la narrativa d’oggi richiamando Proust e Joyce, Musil e Gide, o, addirittura, il Nouveau Roman francese.

02 mag 2013

voce

voce come suono, come significato, come segno di presenza, come segno di affermazione: in ogni caso come qualcosa che non si può non considerare.
Ma allora chi resta in silenzio pur potendo (perchè si può sempre) e dovendo (anche qui, ci si deve sempre affermare) parlare, lo fa perchè sottovaluta la sua importanza, perchè pensa erroneamente che è meglio talvolta lasciare che parole e pensieri più decisi, ma ritenuti sbagliati, espressi da altri sconteranno se stessi. E invece non scontano mai se stessi. Le parole pronunciate da altri si prendono tutto se non ne incontrano altre con la stessa se non superiore efficacia e qualità.
Si dovrebbe sempre combattere per dare presenza alla propria voce, se si crede in essa e si sa cosa può esprimere e dove può portare (se si sa dove si vuole andare..). Eppure mi sembra che parlare o discutere sia ritenuto troppo impegnativo, si rischia di perdere quello che si ha, cioè il benessere. Ma quale benessere? Dato da cosa? Dal salvadanaio e dagli oggetti acquistati? Dipende tutto dalla mancanza di direzione, di un progetto valido per una vera costruzione di se stessi tra le altre persone; ma se la società non ha un progetto non può che offrire solo un adeguamento a se stessa, un corrente da seguire per arrivare da qualche parte senza farsi molto male. Nel silenzio e nell'incapacità di articolare la propria voce si potrebbe vedere il volontario dileguarsi della propria personalità in uno stato di sè più comodo, più rassicurante, quello che alla fine ci fa sottilmente dipendere troppo dagli altri.

Il Grido, Michelangelo Antonioni (1957)

(attenzione Spoiler)
Esser lasciato solo con una bambina dopo aver sperato per sette anni di sposarsi perchè l'amante in realtà aveva a sua volta un suo amante, per Aldo (Steve Cochran) significa non saper in che altro modo vivere. Si allontana da casa, non dopo aver preteso dalla compagna Irma (Alida Valli) di continuare a stare con lui, e inizia a vagabondare per i paesi circostanti incontrando donne altrettanto sole, molto piacenti, molto autonome e forti ma anche bisognose di un compagno, con le quali prova a stare senza però riuscire ad allacciare rapporti duraturi. Era un meccanico con una certa responsabilità nell'azienda in cui lavorava, nel suo girare nella pianura padana trova piccole occupazioni lasciandole poi tutte. Un tipo per nulla romantico, molto silenzioso, non tanto capace di badare alla figlia che ad un certo punto, quando pensa di essersi stabilito con la benzinaia Virginia (Dorian Gray), farà ritornare dalla madre Irma. Alla fine tornerà nel paese in cui abitava, cerca di incontrare Irma e vede che ha ormai un nuovo bambino; si avvia allora verso la sua vecchia azienda e qui, senza sapere che viene seguito da Irma che vuole parlargli, sale su una delle torri dove lavorava e poco dopo aver sentito la voce di lei che urlava dal basso il suo nome, si suicida gettandosi, forse senza aver creduto di averla davvero rivista lì o forse per darle il senso di colpa.

Non triste, non deprimente, lo definirei vero nel rappresentare l'incapacità delle persone di incontrarsi in una relazione d'amore. Proprio quando i due avrebbero potuto sposarsi grazie al decesso del marito di Irma che lavorava in Australia da anni, lei sporca tutto rivendicando un'altra relazione segreta e tradendo i sinceri sentimenti di lui. Irma è decisa nel lasciarlo ma nutre cmq dubbi verso l'altro uomo perchè più giovane di lei e un certo rimorso verso Aldo: ma alla fine pur riconoscendo la sua colpevolezza non può fare a meno di seguire se stessa.
Un film in cui si percepisce benissimo l'impossibilità di raggiungere un luogo dove fermarsi, dove è tutto di passaggio, è tutto un camminare e farsi trasportare come clandestini lungo una strada rettilinea in aperta campagna verso un orizzonte piattissimo e anche coperto di nebbia, puntellata di casupole dove vivono queste donne tanto belle e desiderabili quanto sole e in attesa di qualcuno. Una strada dove si è inevitabilmente persi nonostante i sinceri tentativi di stabilirsi.
Ed è di passaggio anche il cambiamento, ma quello sbagliato: un vecchio si augura che l'alluvione possa spazzare via ciò che non serve e portare il nuovo, ma ciò che arriva è solo un'onda che riporta tutto com'era (la vita della benzinaia prima e dopo l'arrivo e la partenza di Aldo) oppure è qualcosa che spazza via troppo, e verso cui ci si può opporre con la solidarietà e la speranza impotenti di tutto un paese (mi riferisco a quanto si vede verso la fine del film, al progetto di esproprio delle terre circostanti il paese per realizzare un pista d'atterraggio e contro cui si mobilita tutta la popolazione).
Il Grido gira in tondo facendo coincidere l'immagine quasi iniziale di Irma che chiama Aldo dal basso della torre mentre questi sta lavorando, con la stessa finale in un'azienda stavolta deserta quando lei cerca di raggiungerlo e parlargli: in questo ritornare nello stesso punto geografico e nel far differire le due scene solo da un segnale sonoro, che all'inizio sembra un richiamo ma nasconde un abbandono e che alla fine è la tensione di un rapporto che cede e si spezza definitivamente, sembra esserci la rappresentazione di un'individuo che ha perso se stesso, che si è escluso dall'esistenza.
Il linguaggio di Antonioni è preciso ma non freddo, misurato ma non razionale nel girare nell'infinito e piatto ambiente della pianura padana, tanto da escludere la partecipazione dello spettatore. Gli attori sono senza distinzione perfetti nel dare emotività. Forse solo il protagonista Steve Cocrhan alla fine risulta quel tanto anonimo senza una spiccata personalità, forse perchè doveva agire in qualche modo all'interno di un cliché.