7 feb 2013

La percezione e la rappresentazione spiegate da Daverio

[parziale trascrizione di una puntata di Passpartout visionabile qui]

Il paesaggio ha una temperatura, un grado di umidità, ha un movimento dell’aria che una fotografia non riesce a restituire.
Problema filosofico della mimesi. Questione già dibattuta moltissimo dai greci antichi. La mimesi per loro in realtà era la rappresentazione. Per Platone ovviamente era quella dell’idea e siccome l’idea già si rappresentava in noi , rappresentare noi che rappresentavamo l’idea, era come rappresentare il rappresentato e quindi era un gesto inutile. Platone consigliava nella sua repubblica perfetta di cacciare gli artisti. Aristotele seguiva una strada un po’diversa: per lui la conoscenza, cioè la gnosi, passava attraverso i sensi. Quindi è l’esperienza sensoriale accumulata che permetteva la conoscenza e che consentiva anche di fare i dipinti. Quando Plinio parla dei grandi pittori greci antichi, ne parla con un’ammirazione folgorante per la loro capacità di generare mimesi. Si dice, non si sa se fosse vero, che alcune uve di Zeusi erano così precise che gli uccelli tentavano di beccarli. Se Platone avesse visto questa fotografia [quella comunissima di un paesaggio] si sarebbe strappato la barba, se l’avesse vista Aristotele si sarebbe posto una serie di domande molto serie sulla capacità di capire, però purtroppo né l’uno e né l’altro avevano a disposizione fotografi.



Eppure i pittori paesaggisti ce l’han fatta a rappresentare il paesaggio. È vero che Canaletto usava la camera ottica e il prisma ottico per tracciare la perfezione delle sue prospettive, ma è anche più vero. Nessuna fotografia riesce a restituire la stessa sensazione di autenticità dell’ambiente di un dipinto di Canaletto. Eppure l’acqua non è affatto rappresentata in un modo mimetico: l’acqua è narrata quasi in un modo iper-semplificato con piccoli colpetti di pennello bianco, e il pavimento è rappresentato con segni iper-semplici.

È che in verità noi non guardiamo i quadri con gli occhi, guardiamo i quadri con il cervello e il cervello ricompone i segnali che gli occhi raccolgono. Più sono semplici come piccoli segni di onde più al nostro cervello viene facile ricostituire l’immagine esatta nella mente: è nella non assimilazione alla rappresentazione perfetta che avviene il miracolo dell’identificazione. È ben diverso il caso di (Francesco) Guardi che ci sembra talvolta molto più raffinato , molto più vivo, molto più intenso nella pittura e sicuramente molto più coinvolgente e moderno nel gesto. Ma la sua pittura non rappresenta più affatto la realtà, rappresenta solo un mondo sognato e onirico.

 Per raggiungere la realtà attraverso la sua ipersemplificazione, (essa) ha un riscontro assolutamente parallelo nel campo della musica. Se io sento a grande distanza, mettiamo nell’isolato accanto, una piccola radiolina che mi suona un notturno di Chopin, posso avere la sensazione che lì stia suonando un pianoforte. Se mi ritrovo di fronte al miglior impianto di riproduzione tecnica proprio davanti al naso, mi rendo conto che non sto ascoltando un pianoforte ma ascolto una replica tecnica di un pianoforte. In quanto anche la musica la percepisco un poco nelle orecchie, e un po’ proprio con le trippe, ma in realtà la elaboro nel mio cervello e la elaborazione cerebrale non è altro che il risultato di tutte le esperienze di musica che ho avuto fino a quel momento.

Quindi andiamo a vedere il più musicale dei pittori. Jean Simeon Chardin. Il primo errore da evitare è pensare che lui sia simile a Giorgio Morandi solo per via del fatto che fa dei quadri piccoli come quelli che farà Giorgio Morandi nel XX secolo, e per il fatto che anche lui compone degli oggetti. Giorgio Morandi era alla ricerca dell’essenza metafisica e delle ombre degli oggetti. Lui (Chardin) è alla ricerca del tema fisico e della specificità dell’oggetto stesso. Della pentola di percepisce alla perfezione la qualità dei metalli che la compongono. E attenzione: lì si comincia a capire il meccanismo della sua rappresentazione. Non è nella perfezione della simulazione che sta la percezione, ma in un puro colpo di pennello bianco su un fondo blu abbastanza vago. È la normalità quasi banale del segno che consente la percezione.



E si riesce così a spiegare meglio la potente ambiguità di questo piccolo dipinto che divenne nel diciannovesimo secolo un mito assoluto. Lo aveva regalato lui direttamente a Luigi XV negli anni nei quali l’assolutismo aristocratico stava iniziando a disfarsi e si guardava la vita degli uomini con quel senso di distacco bonario molto similare a quello che si applicava in Italia guardando i quadri del Pitocchetto. Come sono morbidi, assomigliano a marionette. L’unica parte vera è la zuppa sul tavolo.



Eccolo qua, il risultato capolavoro dell’indagine nella concretezza. Servizio per fumatore. Individuo ogni metallo, ogni boccetta, ogni ceramica, ogni legno, ogni riflesso, e la pipa che brucia. Sicchè tutto si distacca in un mondo dove chi esiste conta pochissimo rispetto a ciò che c’è, dove la vita dell’individuo non è altro che un simulacro di ironie come nel meglio dello scetticismo intellettuale di Voltaire.

Filippo De Pisis.
De Pisis prende il testimone da Chardin. Lui la passione per la natura morta alla francese ce l’aveva già da ragazzo nel 1908 ma se la porta appresso quando diventa uno dei protagonisti della metafisica e mescolerà a dei temi alla de Chirico oppure al gioco sul suo studio disordinato sempre la presenza di nature morte, veramente morte, con micro segni e punte di bianco come quelli di Chardin.

Non è l’immagine di una cosa ma è la cosa stessa, la cosa medesima.

La cartella [vedere video da 25’ in poi] è rappresentata da pochissimi segni: alcuni colpetti di nero e quattro pennellate dall’aspetto improvvisato. Un colpo di blu, un colpo di rosso, un colpo di verde e la cartella diventa viva. Qui si capisce molto meglio del previsto la questione effettiva che è linguistica: più è semplice il segno, più è miserabile, più ci sembra possibile poter ricostruire nella nostra mente come un segno che rappresenta la cosa autentica. L’oggetto autentico non vuole la descrizione come in una fotografia kodachrome, vuole solo i segni semplici che noi ricomponiamo nel cervello.

Per Chardin già il dibattito Platone-Aristotele era superato dalla voglia di conoscenza scientifica tipica degli enciclopedisti, ma loro ci credevano. Bergson pone la questione più avanti ancora alla radice di una nuova metafisica e sostiene che ci sono due percorsi possibili della conoscenza: una che porta all’assoluto e l’altra che porta al relativo. Il relativo si scopre attraverso l’intelligenza e non ha mai fine, perché è un percorso che va avanti all’infinito. L’assoluto si scopre solo con l’intuizione. Con un percorso di sub patos con la realtà: è solo tuffandosi nell’acqua che si percepisce l’acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa, la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell’intelligenza. E il dialogo di De Pisis con il cavolo, la carota, la pera o il pesce marcio è un vero dialogo di simpatia. Etimologicamente parlando!

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Dipinti del Canaletto

Mostra a Ferrara Chardin: il pittore del silenzio visitata da Daverio per la puntata.
Due parole in più sulla mostra.
Foto di diversi dipinti di Chardin.

Dipinti di Filippo De Pisis