30 nov 2012

Madre Notte di Kurt Vonnegut

Esporre linearmente il contenuto di questo libro che non è lineare, ma una serie di brevi dialoghi decisivi, piccole biografie, sensazioni raccontate in prima persona come testimonianza di una coscienza sconfitta, non dico che non sia facile ma nemmeno complesso. Kurt Vonnegut ha scritto qualcosa di molto concentrato, sentito e urgente.

Il protagonista è un giovane commediografo americano che durante la Seconda Guerra Mondiale vive in Germania e ed è al servizio sia della propaganda nazista per gli Stati Uniti che dell'America. È un morto che cammina, una persona senza identità in un periodo storico in cui la guerra obbligava a schierarsi dall'una o dall'altra parte. Howard W. Campbell non si schiera nemmeno con se stesso. O meglio, riesce ad essere fedele al suo doppiogioco, ma interpreta la parte del nazista per sentire di aver ingannato milioni di persone. Ci si chiede se è stato davvero un nazista, se ha creduto in quello che trasmetteva alla radio. L'uomo americano che l'ha reclutato come spia afferma di si, ma lui sembra destabilizzato, incerto e combattuto schizofrenicamente perchè ritiene di essere differente da quelle persone che seguivano con convinzione l'deologia. Il punto è che il protagonista è un uomo senza terra d'appartenenza (p. 109), senza una nazione che non sia il suo "Stato a due" formato dall'amore con la moglie tedesca (p. 46). I vitali e felici sentimenti che ha provato per questa donna (che non ha mai saputo di avere affianco una spia) sono state le sue uniche certezze, sulle quali, perdipiù, è stato a sua volta anche tratto in inganno. Howard W. Campbell è uno spettro della Storia, un qualcuno su cui Vonnegut riversa la colpa di eventi che travolgono chiunque tragicamente, distruggendolo interiormente. Il protagonista afferma più volte che molte persone hanno sbagliato a credere in quello che propagandava (addirittura credevano più a lui che alle stesse parole pronunciate da Hitler o Goebbels, perchè sapeva comunicarle meglio), ma nonostante questo lui continuava ad essere uno tra i tanti nazisti che frequentava alle feste e che riteneva semplicemente persone, non incarnazioni del male. La sua analisi del nazismo è chiara: i suoi seguaci hanno voluto eliminare certe semplici verità dai propri ragionamenti (p. 174), hanno voluto odiare senza riserve godendo nel fare la guerra (p. 194), e questa non è propriamente pazzia. Lui si vergona e si pente di quello che ha fatto perchè non ci credeva, eppure l'ha fatto.

Non mi sogno neppure di negare di averle fatte [le trasmissioni].  Tutto quello che posso dire e che non ci credevo, che sapevo fin troppo bene di dire cose stupide, distruttive e così ridicole da essere perfino oscene. [...] Ma mi sono sempre reso conto di quel che stavo facendo. Sono sempre stato capace di sopportare quel che facevo. Come? Grazie al semplice e diffuso beneficio di cui gode tutta l'odierna umanità: la schizofrenia.
(p. 142)
Ma ciò che lo differisce da questi nazisti alla fine è la capacità di ridere delle cose ridicole, invece di credervi.

La morale di questa storia è esplicitata dallo stesso Vonnegut all'inizio: bisogna stare molto attenti a ciò che si fa finta di essere.

Di semplice e veloce lettura, magistrale nel mettere in fila la frasi, l'autore però crea un personaggio talmente distaccato da sè emotivamente, talmente privo di motivazioni nel vivere (e in effetti sta per essere processato per crimini contro l'umanità...!) che mi sembra troppo rigido e fermo, senza espressività.

27 nov 2012

Ghiaccio-nove, di Kurt Vonnegut

Laborioso, laborioso, laborioso è ciò che sussurriamo noi bokononisti ogni volta che pensiamo a quanto è complicato e imprevedibile, in realtà, il meccanismo della vita.
(da Ghiaccio-Nove p. 56)
Bah, io penso che Kurt Vonnegut abbia in schifo la vita (---ipotesi da dimostrare---). In questo libro fa però dire al suo protagonista che il nichilismo non fa per lui (p.65) e allora mi chiedo (prima di finire la sua rilettura) quale sia la sua posizione in merito (alla vita intendo). Penso che da essa abbia imparato duramente  a esercitare un distacco non freddo ma ironico verso le persone e verso le cose per come vanno.. e le lascia andare, avendo capito che non può influire minimamente. E allora perchè la sua letteratura? Cosa intende dire con i suoi romanzi?

Devo dire che di lui mi piace quel suo costruire dei quadretti, delle piccole scenette in cui il suo alter ego dialoga con persone strane, bizzarre, brutte, cattive che però lui mette sotto una luce ironica, grottesca che in fondo le giudica. Tutto questo libo si potrebbe ridurre nella frase "uno scrittore incontra delle persone per ottenere informazioni sul suo libro e ne resta coinvolto" anche se fino a che punto non lo so ancora dire.

Il motivo per cui lo sto rileggendo è che non me lo ricordo quasi per niente, cioè non mi ricordo lo svolgimento e tutti i personaggi se non in via generale e neppure tanto. Il modo in cui è stato scritto è straordinario ma inconsueto tanto da non lasciarmi un'immagine compatta ma frammentatissima, da ricomporre. Che poi è l'attività del protagonista.

Felix Hoenikker è lo scienziato premio Nobel che ha inventato la bomba atomica (uno dei padri in realtà, anche se suo figlio lo ritiene l'unico padre della bomba) ed è uno che di umano non ha niente. Ha generato dei figli (anche se è dubitabile che sia stato direttamente lui), uno più inutile dell'altro, che invece di disprezzarlo per come si è comportato per qualsiasi cosa, lo tengono in buona considerazione. Diciamo che non si rendono conto di quello che dicono e di quello che sono. Noi possiamo dire che sono degli scemi. O meglio stupidi, che è infine è l'argomento del libro. Tutti e tre (questo è importante!) posseggono i tre semi di ghiaccio-nove (vedi sotto) ereditati dal padre: il punto è seguire la vicenda per vedere che fine faranno.

Felix Hoenikker è estraneo al mondo, probabilmente è un marziano (p.50). Ed è uno che ha inventato sia la bomba che questo fatidico "ghiaccio-nove", cioè un cristallo delle dimensioni di un seme che può congelare tutta l'acqua presente sulla Terra. Vedi tu nelle mani di chi siamo!

I problemi del mondo però non finiscono qui perchè esiste un' isola (di medie dimensioni con tanto di montagna alta 3500 metri), San Lorenzo, dove regna la follia più assoluta. È un'isola praticamente priva di qualsiasi valore e per questo conquistata e riconquistata da qualsiasi nazione che l'ha sempre ceduta alla successiva che si è fatta avanti, proprio perchè in fondo non aveva alcuna importanza. E su quest'isola la popolazione è malata, schiavizzata, povera e per di più felice di essere sotto una dittatura e una religione, quella di Bokonon, che gioiosamente innalza la bugia, la fandonia inoffensiva a principio di regolazione di tutte le cose. Ma attenti: chi segue la religione di Bokonon viene giustiziato. Il nostro protagonista piano piano viene conquistato dalla saggezza bokononista che tutto spiega.

La storia che c'è attorno all'isola di San Lorenzo è disarmante, non ci sono parole più azzeccate. È come se lì fossero accadute le cose più liberamente inconcepibili del mondo. Basterebbe sapere quali personaggi hanno rifondato la moderna San Lorenzo, chi la governa e altre cose che ancora non ho letto. Di tutto questo non voglio scrivere niente, sarebbe noioso darne un riassunto.

Ma Viva San Lorenzo!
Quando arrivano sull'isola, tutti i personaggi sono accolti da una cerimonia di benvenuto presenziata dal vecchio despota Papa Monzano e da una buona fetta di popolazione decrepita.E ci sono anche altri due eventi che dovranno compiersi: l'unione tra uno dei figli di Hoenikker e la sublime Mona Monzano, e la celebrazione dei caduti di San Lorenzo nella guerra mondiale con tanto di omaggio americano dell'ambasciatore arrivato lì apposta.
Si, vabbè ma tutto questo è secondario. Succederà fondamentalmente una cosa e cioè che Papa Monzano sta per morire e a Frank Hoenikker viene in mente di far diventare il protagonsita scrittore John/Jonah il nuovo regnante dell'isola semplicemente perchè da quelle parti gli sembra l'unico in grado di reggere quella carica. Per lui inizialmente è inconcepibile una cosa del genere, poi si lascia convincere soprattutto perchè c'è da unirsi con la ragazza più bella dell'isola.

Bazzecole, fesserie. Il punto è che la cesta del gatto, che è stato l'ultimo gioco del Nobel Felix Hoenikker e che è anche ciò che viene dipinto da suo figlio nano e che è il titolo originale di questo libro, è la rappresentazione della mancanza di significato di tutto quanto (p. 130) .

Luomo è spregevole, e l'uomo non fa niente che valga la pena di fare, non sa niente che valga la pena di sapere.
(p. 131)

Per Vonnegut tutto può essere considerato nei termini di commedia umana nella quale ci sono due attori principali: il crudele tiranno e il mite santone che si danno caccia e fuga per finta in modo da creare un pò di attività e divertimento nella popolazione che sta a guardare. Della vita non c'è niente da capire, ma solo far finta di capire. E gli uomini sono inadatti a governare qualsiasi cosa nonostante i buoni propositi, forse perchè non posseggono affatto un senso di responsabilità umana. Se possiedono qualcosa di potente (un'arma, un'invenzione pazzesca, ma anche un'intuizione) la vendono senza badare alle conseguenze morali, senza nemmeno sapere cosa possiedono.

"Che speranze ci sono per l'umanità", pensai, "finchè esistono uomini come Felix Hoenikker che danno un giocattolo come il ghiaccio-nove a dei figli miopi come più o meno quasi tutti gli uomini e le donne del mondo?". "Nessuna".
(p. 185)
 Dopo l'apocalisse ghiacciata generata dal cristallo che ha casualmente (ma nemmeno tanto, direbbe Bokonon) raggiunto l'acqua e solidificato qualsiasi cosa, la convinzione del protagonista scrittore su questa religione piano piano si affievolisce. "Che religione deprimente!", gridai. Ma nonostante tutto non può non notare come ci siano state persone che hanno fatto qualcosa di buono: chi ha donato tutta la propria speranza e misericordia all'ospedale dell'isola e chi ha iniziato a suonare il proprio clarinetto.
A sugello del libro, Vonnegut fa incontrare il protagonista con Bokonon che muore di ghiaccio-nove sdraiato sul suo libro della stupidità umana facendo marameo a Dio.


 Attraverso una satira lucidissima, di un pessimismo che ha gelato ogni forma di illusione, Vonnegut descrive perfettamente la violenza del sistema e la sua furia selvaggia nell’annullare prima di tutto ogni forma di pensiero. E racconta anche la storia di una corruzione: quella dello scrittore, che avrebbe dovuto descrivere una verità e invece si trova impigliato, irretito nelle armi di una dittatura che riesce a dipingere fedelmente. Fino all’immagine finale di una landa desolata piena di cadaveri gelati. (da RaiLibro)

My Blueberry Nights (2007)

Non ci vogliono molti minuti per capire che questo filmetto di Wong Kar-Wai è fatto della stessa pasta degli spot più eleganti, prestigiosi, affascinanti, più o meno quelli delle auto. Ma è riduttivo farlo secco con i vezzeggiativi giacchè come tutti i film davvero minori, evidentemente minori, anche questo si presta ad essere trasformato in qualcosa di meglio con un'interpretazione da riciclaggio (in fin dei conti, creativo).
La storia non è sostanzialmente male, anzi col suo carico di metafore è piuttosto intrigante: una ragazza sta cercando il suo compagno in un cafè dove lui la sera precedente avrebbe cenato; lei arriva lì incazzata per parlare direttamente con il cameriere-proprietario per chiedergli se l'ha visto, ma la verità viene allo scoperto (era con un'altra) ed entrambi si ritrovano a parlare. Lentamente, lungo un paio di sere in cui il locale sta per chiudere, le offre più di una spalla su cui deprimersi, le offre tutte le storie di coppie spezzate, o di persone in attesa di qualcuno, che lì hanno lasciato le loro chiavi come segno di un contatto non più condiviso.
Il cafè è da subito un luogo iper-accogliente, di transito e di stagnazione dei sentimenti, della dimenticanza, dei sogni, di cambiamenti che stanno per avviarsi e che stanno per arrivare a compimento, un luogo che raccoglie cose che le persone ritengono futili o che respingono, come ad esempio una torta di mirtilli che nessuno sceglie di assaporare perchè non ne conoscono il sapore. E il sapore in questo film ha una sua espressione sinestetica nel bacio capovolto (o a spirale, o a 69..) tra i due amici, oltre che nello stile fluido delle immagini e delle luci sempre più affascinanti e avvolgenti di Wong Kar-Wai. La ragazza capisce che ha bisogno di compiere una sua odissea per dimenticare e cambiare, e lascia il cafè ma non il cameriere a cui scriverà raccontandogli le storie che questa volta lei ha conosciuto. Come in altri suoi film, il regista è di nuovo interessato a quel giro in tondo molto largo che i suoi personaggi devono compiere per amare e non essere sperduti, quella scoperta di un universo interiore alienato e umorale. La ragazza si fionda nella notte solitaria di New York e parte senza meta raccogliendo mentre lavora in un bar la storia di un poliziotto che non vuol accettare di essere stato lasciato dalla moglie, la quale a sua volta pensa di essere libera dal vecchio amore; e quella di una giocatrice d'azzardo che ha trascurato la propria relazione col padre malato. Entrambi sono esempi che portano alla protagonista il senso della profondità di un rapporto, la sua disperazione e tragicità, compreso troppo tardi quando è ormai irrimediabilmente perso. In questo modo Elizabeth (Norah Jones) trova la parte mancante delle storie raccontate dal cameriere Jeremy, cioè il motivo per cui le chiavi che conserva nella boccia di vetro non sono state riprese da nessuno.

14 nov 2012

Henri Cartier-Bresson


Downtown, New York, 1947


Alberto Giacometti, Rue d'Alésia, Paris, 1961


12 nov 2012