22 lug 2012

Marina Abramovic: The Artist is Present

Attenzione: l'artista è nel museo. La persona dell'artista, la sua immobilità, il suo sguardo nel tuo sguardo, il peso di centinaia di sguardi dritto nel suo per sette ore ogni giorno per tre mesi, è l'opera d'arte. 



È vero, è una persona che ha fatto del male al suo corpo in modi (non sto qui ad elencarli) che possono turbarci e che normalmente non concepiamo. Qualcuno può perciò definirla pazza e chiedersi se questa è arte, penso solo che bisogna essere grati a una persona che fa capire e sentire di riflesso cosa il corpo è, cosa può sopportare, come è possibile trascenderlo. Resto meravigliato di fronte a questa donna sexy di sessant'anni che concepisce un'opera di tale semplicità e potenza come l'immobilità forzata e il contatto umano attraverso gli occhi: mi svela cos'è il tempo, cosa sono le emozioni, cos'è uno spazio condiviso e l'essere umano che lo occupa appartenendovi, cos'è guardare e osservare, partecipare, scavare dentro di sè attraverso l'altro, cosa è essenziale. Da un certo punto in poi del documentario mi sono dimenticato che lo stavo vedendo, poi me ne sono accorto ed è stata una scoperta incredibile. Ma voglio ritornare sul concetto di tempo: alla fine, quando osserviamo un dipinto quanto tempo ci restiamo davanti? Trenta secondi? Un minuto? Poi si passa a quello successivo no? Beh, stare di fronte alla bellezza per me è anche voler scivolarci dentro e averne esperienza, e un minuto non basta proprio. Marina Abramovic regala un'esperienza in cui in quel minuto prendi contatto con il tuo vedere un'opera d'arte, e vedere e osservare da dentro te stesso quest'atto stesso. Ci sarebbe altro su cui pensare oltre la superfice, ma non ho più sotto mano il documentario perciò rimando a quando riuscirò a procurarmelo. Ringrazio la multisala The Space che ha deciso di proiettarlo per una settimana ad un buon prezzo, davvero un'ottima visione.

sul nytimes.com

20 lug 2012

riguardo le armi in America



I don't know what futuristic utopia
you live in, but the world I live in...

  
A bitch need a gun.

  
You can't get around the fact...

  
... that people who carry guns

  
... tend to get shot
more than people who don't.

  
And you can't get around the fact...

  
that if I go down in the laundry room
in my building at midnight enough times

  
I might get my ass raped.

  
Don't do your laundry at midnight.

  
Fuck that! I wanna do my laundry
whenever the fuck I wanna do my laundry.

  
There are other things
you can carry other than a gun.

  
Pepper spray.

  
But if a motherfucker try to rape me,
I don't wanna give him a skin rash.

  
I wanna shut that nigga down.

  
How about a knife at least?

  
You know what happens to
motherfuckers carrying knives?

  
They get shot.

  
Look...

  
If I ever become a famous actress

  
I won't carry a gun.

  
I'll hire me a do-dirt-nigga
and he'll carry the gun.

  
And when shit goes down,
I'll sit back and laugh.

  
But until that day...

  
It's Wild West motherfucker.

Le Correzioni, Jonathan Franzen

In principio fu la dedizione di Alfred per il lavoro, unico scopo di vita da compiere alla perfezione senza concessioni: come marito non ha saputo esprimere amore e comprensione per la moglie, come padre è stato rigido, ma non severo, e comunicativo quanto bastava. Nessun sorriso, nessuna emozione su un viso che immagino sempre di pietra. Enid ha infuso alla sua vita e ai suoi figli un'educazione socialmente perbenista, improntata sull'illusione che tutto andrà bene; una donna ossessiva, anch'ella chiusa nei suoi princìpi conservatori e in una tirchieria assoluta, un'amore per la casa e  i souvenir pacchiani, per la forma, l'apparenza delle relazioni e dei sentimenti. In questo contesto sono cresciuti tre figli che all'età di 43, 38 e 32 vivono di normali fallimenti e depressioni. Gary è il maggiore e quello che ha dato stabilità alla propria vita mettendo su una famiglia con tre figli e un lavoro che gli rende molto bene. Il suo problema è una depressione paranoica che non accetta facilmente scaricata sulla moglie e i figli ancora molto piccoli. Non riesce a trovare un equilibrio tra il dover tornare per la sera di Natale dai suoi genitori e il forte desiderio della sua famiglia di non andarci. E soprattutto sente su di sè tutta la responsabilità del futuro dei suoi genitori che non mostrano di voler cambiare stile di vita a fronte sia dei problemi di salute di Alfred, sia di quelli legati al mantenimento della casa. Il secondogenito Chip cade nel proprio fallimento quando viene licenziato dall'università per aver avuto una relazione con una sua studentessa; fa il correttore di bozze giuridiche ed è impaurito dal non riuscire a correggere in tempo la sua sceneggiatura da una esagerata quantità di sue ossessioni sessuali prima che venga letta dalla sua editrice; finirà bizzarramente col fare il webmaster per il sito della Lituania alle dipendenze di un tizio che vuole rilanciare economicamente quel Paese con una frode. Denise, la più piccola, ha ereditato la freddezza del padre ma anche la capacità di darsi con piacere anima e corpo al lavoro di chef; la sua incertezza è sessuale sia verso uomini più grandi di lei che verso le donne: un conduzione della propria vita, come quella di Chip, del tutto avversata dalla madre, che se lo sapesse rischierebbe un tracollo psicologico-morale. Jonathan Franzen non fa altro che ritrarre una famiglia che subisce quella educazione che ha impedito alle emozioni e all'autenticità dei suoi componenti di manifestarsi senza complicazioni. C'è molto senso di colpa in questo libro, anche vergogna, violenza morale su se stessi,  mancanza di autostima e di amore all'interno della famiglia.
La famiglia Lambert è normalissima nella sua anormalità perchè come loro tutti abbiamo l'ansia di essere migliori di come ci hanno educato, ma non sempre questi tentativi di correggerci vanno a buon fine. Bisogna correggersi dall'educazione ottenuta, ma anche dalle sue conseguenze distorte, e anche correggere il comportamento di chi ha dato il via a tutto ciò, perchè si arriva ad un punto in cui è necessario cambiare un'idea di vita: è il compito di Gary che deve convincere il padre ostinato nella sua nobile ma vetusta onestà e lealtà a chiedere una somma elevata e congrua per il suo vecchio brevetto, perchè quei soldi servono ai due anziani genitori per non pesare su nessuno dei figli. "Correggere" è capire che le cose non vanno e devono essere modificate. A ben vedere è un verbo che indica l'eliminazione di una parte del comportamento, dunque un atto duro, decisivo, e violento. La correzione che viene richiesta dalla madre Enid è un atto di pietà dei suoi figli verso i genitori, un bel gesto che possa fare per un' ultima volta la felicità di due persone anziane e malate, in pratica un ultimo Natale passato tutti insieme. Ed è questo desiderio che i figli non vogliono parzialmente o del tutto esaudire, perchè le loro vite sono state un continuo allontanarsi dalla morale dei genitori e da quella di una città di provincia come St. Jude. Loro non vogliono far parte dell'illusione della madre perchè quelle due persone sono "due killer" della felicità. Ma non è solo questo, c'è soprattutto il parkinson e la demenza del padre e marito Alfred che spaventa i tre figli e tiene in scacco la madre Enid: l'ultimo Natale consisterebbe proprio nel vederli faccia a faccia con un mondo non solo infelice ma con la malattia del corpo e della mente con la quale loro non vogliono avere a che fare. In tutt'e tre c'è però un fondo di pietà, ed è lì che la correzione deve agire. Il tempo corregge le persone, la relazione tra le persone crea l'inevitabile correzione dall'inizio alla fine delle loro storie: queste cinque persone non sono mai state davvero vicine affettivamente, a loro è mancato un autentico contatto. Tutta la normale tristezza del romanzo, che sfocia in un finale commovente, è in questa mancanza.

05 lug 2012



acqua
legno
suono
tempo
orecchio

04 lug 2012

La strada di Arturo Bandini

Sei un simpatico e patetico presuntuoso bugiardo, Bandini! Mi piaci tanto perchè vuoi fortemente essere qualcuno che non sei. Anche se un pò di talento da scrittore ce l'hai, questo è sicuro. E allora continua per la tua strada, per quello che senti, innalzati sulla stupida umanità che ti circonda e poi cadi rovinosamente facendomi sorridere d'affetto! Sei il trionfo della lotta contro te stesso. Chi non ti ha conosciuto non sa quanto significano per te le parole "odio", "amore", "sogni di ricchezza e successo" che tu già vedi scolpite nel futuro come doni già acquisiti dal destino, dal Dio che ha deciso di renderti una delle persone più grandi che siano mai esistite. Sai che la tua storia è già scritta, sei consapevole di vivere doppiamente quello che gli altri non saranno mai. Sai già che le tue abilità di scrittore ti piazzeranno sugli scaffali delle biblioteche tra gli autori più famosi, ma hai capito anche che tutto ciò non vale l'amore che si prova per una singola donna o per tutte le donne.
"Volevo saltare, vivere, morire, volevo... dormire da sveglio in un sogno senza sogni. Che cose meravigliose, che meravigliosa chiarezza. Stavo morendo, ero morto, ed ero immortale. Ero il cielo e non lo ero. C'era troppo da dire, e non c'era maniera di dirlo" (p.172 di La Strada per Los Angeles)
 Hai così tanto da dire e da combattere, che lì dove vivi le cose ti stanno strette. Hai bisogno di spazi grandi dove amare in modo viscerale cose anche molto piccole come un fiammifero o inafferrabili come la nebbia che vorresti ti baciasse. So che non esisti, però mi insegni a credere fortemente più che in me stesso, a riporre le mie convinzioni nell'atto continuo di sentire la vita, a farle del male, facendola fuoriuscire da se stessa. Trionfi soprattutto per la tua verità, cioè che sei piccolo come tutti. Anche se ti senti già parte della Storia hai un forte bisogno di cose normali come un lavoro che ti faccia realmente soffrire, nauseare, vomitare. Quant'è vero quell'episodio nel conservificio dove uno dei filippini addetto al nastro trasportatore ti grida di bere l'acqua per stare meglio dopo aver vomitato per la puzza di pesce. E quanto giustamente vieni sopportato da chi ti sta intorno che sa di ricevere provocazioni e insulti da una persona che non sa bene quello che sta dicendo, la cui presunzione è l'immaturità che non ferisce e che anzi alla fine punisce se stessa. Pensi di saper fare meglio il lavoro di chi ha più esperienza di te con i carelli che trasportano pesanti casse di pesce? Tua madre e tua sorella credono in un Dio che tu respingi, eppure facevi parte di un coro religioso qualche tempo fa, e quando senti ti aver raggiunto il fondo ti tradisci e inizi a pregare. Arturo Bandini, sei grande nel tuo essere impreparato all'umiltà. Sei sul confine tra la creazione e la distruzione di te stesso.

 La strada per Los Angeles - John Fante


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qui
"Come scrive Pier Vittorio Tondelli, la voce di Fante è un impasto di humour, candore e cattiveria, che ne ha fatto uno scrittore amatissimo anche dal pubblico dei piú giovani che in lui e nel suo alter ego hanno riconosciuto il prototipo di tutti gli sbandati-sognatori che hanno popolato la letteratura, non solo americana, dei nostri anni."

03 lug 2012

if you walk with Jesus he's gonna save your soul you gotta keep the devil way down in the hole

Da martedì 10 aprile (subito dopo Pasqua) a lunedì 2 luglio sono state trasmesse per la prima volta su un canale in chiaro, Rai4, dal lunedì al venerdì verso le 14.00-14.30 le 60 puntate delle 5 stagioni da 10 episodi di 1 ora ciascuno di The Wire. La migliore serie tv mai realizzata? È un prodotto televisivo che non assomiglia a nessun altro. E non lo dico perchè ne ho visti di tutti i tipi (perchè non è così, ovviamente) ma perchè l'impressione è proprio che The Wire come Lost o meglio di Lost è riuscita a scardinare i clichè dei prodotti televisivi. Sinteticamente, The Wire è letteratura. Prima di tutto non è un poliziesco ma il vasto racconto di una città americana, Baltimora, dal piccolo spacciatore di 10 anni all'angolo della strada passando per i vari "soldati", il boss e il suo braccio destro, i killer, il fornitore della droga di primo e secondo livello (diciamo così..), i portuali che la fanno scendere dalle navi, i polizziotti-detective-tenenti-sergenti-commissari-vice comandante e comandante, i professori, le classi per alunni speciali, i barboni e i non esattamente barboni, i tossici, l'informatore, il palazzinaro, fino al sindaco uscente e il candidato sindaco e il suo entourage che lavora per le elezioni. Non ce la faccio a riassumere una serie tv tanto articolata e complessa, di una complessità che ad un certo punto ha bisogno di una seconda visione. Come ho letto da badtv.it, secondo un'analisi della rivista Prospect Magazine un episodio di The Wire è caratterizzato da 21 storyline contro le 4 di una serie inglese come Life on Mars. È tutto dire. Questa serie mostra quanto sia difficile incastrare una criminalità che diventa sempre più aggressiva e senza codici morali, in più all'interno di un commissariato e un sistema politico che non riesce a fare di più di quanto vorrebbe (nel migliore dei casi), o che è costretto a fare di meno contro la criminalità perchè non può economicamente permetterselo (il peggiore dei casi). Alla fine sono sempre gli interessi politici a prevalere; e per far agire in primo piano il sistema della legalità i pochi sono costretti a mentire rischiando tutto quello che hanno. Non c'è una stagione più bella, ma la quinta è proprio quella che porta a maturazione tutto il discorso messo su dal creatore David Simon, ad indicare che per smuovere una città come Baltimora serve un piano folle e geniale contro ogni interesse di parte. Questo è quello che ho da dire. Altri (come una manciata di università americane) sanno scendere più in profondità (anzi è lo stesso David Simon che lo fa prima di tutti) e parlano di critica al capitalismo.

The Wire mi ha sorpreso molto perchè non ci sono personaggi che spiccano su altri (l'unico è la città di Baltimora), perchè non ci sono climax anche nelle scene più importanti dove di regola il climax ci starebbe tutto, perchè la recitazione è naturalissima, perchè ogni personaggio è sempre da solo nella città, perchè i dialoghi sono magnifici, perchè ci sono personaggi che si salvano dalla strada e altri pur avendoci provato non ce l'hanno fatta, perchè i personaggi vanno per conto loro comparendo e scomparendo, perchè non c'è realmente un caso per ogni stagione, perchè lavorare dalla parte della polizia è difficile, perchè mostra come il sistema scolastico non ce la fa da solo a recuperare i ragazzi dalla strada, perchè in sostanza è girato quasi come un documentario di Frederick Wiseman e dunque alla fine delle 5 stagioni hai un efficacissimo e illuminante quadro di insieme su come funziona una città.