15 mar 2012

Ellsworth Kelly, Two Grays I 1975 Oil on canvas, two joined panels 92 x 102 inches; 234 x 259 cm


Come ha detto Italo Calvino "Vedere vuol dire percepire delle differenze".
Non ho proprio niente da aggiungere a questo quadro che toglie praticamente tutto, qualsiasi parola, pensiero e visione, solo la musica minimalista può raggiungerlo. Lo considero la pura percezione di tutto, forse meglio dire dell'eternità, dell'assenza di tempo. Il bianco e il grigio. La semplicità e l'essenzialità delle cose, delle loro forme. Mi ricorda questa fotografia di Andre Kertesz di tre anni prima che prima o poi posterò qui sopra come prima e unica foto possibile. Penso anche a tutta la fotografia metafisica di Mimmo Jodice e, per ora, in particolare a questa. E facendo un passo indietro arrivo a Caribbean Sea, Jamaica (1980) di Hiroshi Sugimoto, alla "sicurezza di una casa ancestrale fatta di aria e acqua".


...ma più lo guardo e più mi colpisce la forte luminosità di queste superfici piatte eppure in rilievo che mi fanno dimenticare tutti gli altri colori. Quella linea diagonale non è un taglio ma il dialogo tra le uniche due parti possibili forse della mente. Lo sguardo si posa e ci riposa per ore.

14 mar 2012

"Tutti hanno paura della morte. Quello che mi stupisce è che nessuno abbia paura di quello che è stato prima di nascere. Secondo me si tratta di un mistero non meno inquietante di quello che ci aspetta dopo la morte."
Giorgio de Chirico

12 mar 2012

"Nulla è più astratto del reale"
Giorgio Morandi


Lei ha scelto queste parole di Morandi come titolo del suo testo in catalogo. Cosa significano?

Per rispondere, può tornare utile l’accostamento che ho fatto fra Morandi e Rothko. Entrambi i pittori hanno infatti bisogno di partire dalla concretezza, dalla realtà per fare un volo sull’astrazione: l’astrazione non è qualcosa che prescinde dal reale. Entrambi cercano di costruire un posto, un luogo magico, una dimensione: per questo si possono accostare due pittori apparentemente molto lontani come loro due. Basti ricordare quando Morandi va a visitare la Biennale e dice: “se fossi nato 15 anni più tardi sarei stato un’astrattista...”, solo che è un tipo di astrazione che parte dalla realtà, ed è la stessa cosa che dice Rothko.

11 mar 2012

"La metafisica è un'arte severa e cerebrale, ascetica e lirica"
de Chirico, 1918

09 mar 2012

Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi

Di questo libro mi hanno conquistato le prime quattro pagine. "Quel bel giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perchè? Questo a Pereira è impossibile dirlo." È un disegno di contrasti fortissimi di cui si sente la concretezza e l'istantaneità più che il ricordo. Pereira è un uomo di mezza età che pensa e vive nel passato, nel ricordo della moglie defunta con la foto della quale parla ogni giorno, è un "feticista del passato", affoga nella nostalgia. Ma c'è una spinta in lui sconosciuta e che non riesce a gestire, che gli permette di non isolarsi del tutto e di non ricacciare la conoscenza di un ragazzo, Monteiro Rossi, che può aiutarlo a riempire la pagina della cultura del giornale per cui lavora, preparando coccodrilli (necrologi) su personaggi famosi non ancora morti. La morte ritorna ed è affrontata in questo libro in modo leggero ancora prima che ironico, sia con la passione giovanile che con l'incertezza e la confusione senile che si sostanzierà in un coraggio epico. Il foglio culturale del giornale Lisboa è la coscienza a due facce dei portoghesi: chi vuole lottare contro la dittatura e chi sottostà alla sua censura. Pereira è in questo senso una coscienza combattuta e fertile di cambiamento, pensa di essere lui l'agente che dovrebbe influenzare i giovani e invece ne è quasi influenzato, o meglio loro si fanno sostenere candidamente nei loro valori, contro la comica volontà di Pereira. Ci sono tante cose che Pereira pensa ma non dice, e non sa perchè; ma in fondo la verità gli molto vicina rivelandogli che la vita che conduce non ha più ragione di esistere. C'è sempre nell'agire di Pereira questo comportamento che continuamente gli sfugge. È uno che vuole pentirsi di qualcosa, ne ha nostalgia, ma non sa di cosa. "La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro" gli dice il Dottor Cardoso, e a lui questo slogan piace. Pereira è il vecchio Portogallo che ha bisogno nel 1938, in un epoca di soprusi e violenze della Storia, di dimostrare impeto e sentimento. È un libro di una simpatica leggerezza, come il suo protagonista, fatto di immagini precise ed essenziali come quella alle terme, quella in redazione col ventilatore acceso, al Cafè Orquìdea. È il profondo agosto: limonate e omelettes alle erbe aromatiche è tutto quello che chiederei anche io fino alla fine dei giorni.

03 mar 2012

Hyperion, di Dan Simmons

Sto cercando di farmi rinascere il gusto per la fantascienza letteraria e a tal fine ho comprato tre settimane fa questo romanzo di Dan Simmons che viene elogiato a destra e a manca e... anzi, riporto proprio la sentenza del New York Times Book Review che in quarta di copertina dice "Una delle più belle conquiste della fantascienza moderna". In questo caso però ho approcciato alla sua lettura senza badare ai premi ottenuti pensando solo a calarmici dentro.

Le prime venti pagine sono state durissime tant'è che stavo lasciando, anzi lo
stavo lanciando nel cestino dell'immondizia; poi la storia è letteralmente cambiata e ha iniziato a prendermi. Sinteticamente (per quanto possibile):
in Hyperion di narra di un pellegrinaggio di sette persone sul pianeta omonimo per entrare in contatto con il misterioso Shrike, un essere di circa quattro metri e quattro braccia che è pura distruzione. A suo nome è stata fondata una Chiesa che ha sedi su ogni pianeta. A proposito: in questo libro la Terra non esiste più da non so quanti secoli per via di un fattaccio (di cui si parla solo nelle ultime pagine) che l'ha completamente distrutta. La razza umana ha così dovuto sparpagliarsi su altri pianeti che formano la cosìdetta Rete in cui si può circolare anche grazie ai teleporter (archi che permettono di passare da un pianeta all'altro in men che non si dica). Ora della razza umana di parla come l'Egemonia, il cui governo è la Totalità, la cui forza militare è la FORCE (spazio e terra); esistono navi-torcia, spin-navi, navi-albero (non chiedetemi di descrivervi la differenza tra i tre perchè nemmeno nel libro è fornita). Inoltre esiste anche una parte robotica della razza che va sotto il nome di I(ntelligenza)A(rtificiale) che ha il suo centro operativo nel TecnoNucleo che dà una mano agli umani per il governo dell'Egemonia. E poi ci sono i cattivi che sono gli Ouster che hanno particolari mire per Hyperion e l'essere Shrike. Vabbè poi ci sono diverse altre cose di contorno come i Templari o i cibridi, ma meglio non parlarne. Sostanzialmente tutto il romanzo è la successione dei sette racconti dei pellegrini le cui storie hanno tutte a che fare con lo Shrike svelando ognuna una parte di questo mistero. Alla fine più che un'impressione si ha la certezza che questo libro sia solo il prologo ai successivi tre, e solo un pretesto per dare spazio a sette racconti diversi: come quello del prete antropologo che si cala nella vita della stranissima comunità dei primitivi Bikura (il pezzo più bello in assoluto del libro), quello della donna investigatrice che lavora per un giovane ibrido di uomo e robot, quello di un militare che sogna una strana donna che non gli parla, quello di un poeta il cui unico scopo è scrivere di nuovo un grande poema, e così via... Non tutte le storie sono di alto livello e devo dire che tranne due, delle altre conservo un ricordo non sufficientemente definito. L'ostacolo, almeno per me, è stato nel trovarmi di fronte una mole di informazioni che non riguardano direttamente il filo generale del libro, ma che puntano a fornire diramazioni per creare un universo più esteso: il problema è che di questo universo si accumulano fattarielli inconstistenti che non fanno estensione, cioè ad esempio i pianeti vengono solo nominati ma non viene detto cose li distingue, com'è la vita su di essi o cose del genere. Tutte le informazioni più importanti che riguardano la storia portante del libro vengono sempre inserite verso la fine delle narrazioni: in certi casi l'autore è partito fin troppo lontano per arrivare al dunque, e non sempre mi andava di sorbirmi cose prive di mio interesse per arrivare poi alla parte fondamentale. Il limite non è ovviamente solo del libro, ma anche mio: probabilmente Hyperion un romanzo profondo che dovrei leggere due volte per apprezzarlo, ma di tempo non ne ho e se la prima impressione è stata di un certo tipo, è quella che mi resterà.
Cmq il gusto nel leggere questo Hyperion sta insomma, se non si fosse già capito, nel passare da un "genere" letterario all'altro senza perdere di vista il mistero e la fantascienza. Dan Simmons per far ciò utilizza molti clichè tant'è che se proprio si volesse trarne un film io lo vedrei come molto simile alla superficialità di messa in scena di un "Io, robot" o un "Io sono leggenda". Ma cmq, ritornando al libro.. solo nelle ultime pagine viene a galla tutto ciò che c'è da sapere sull'intrigo tra Egemonia, Ouster e le Tombe del Tempo presiedute dallo Shrike. A proposito, non ho detto cosa sono le Tombe del Tempo: ebbene sono reperti archeologici di misteriosissima provenienza la cui apertura segna l'inizio della distruzione.. perchè e percome poi spetta comprare e leggere (anche se potrei spoilerare qualcosa giusto per tenermelo a mente). Quella delle Tombe del Tempo è cmq un'idea eccezionale, molto suggestiva, anzi l'unica idea suggestiva che potrebbe portarmi a leggere anche gli altri libri. Ciò che mi frena è però il mio disinteresse verso diversi particolari che l'autore non spiega a dovere (cosa che invece Asimov faceva sempre) lasciandomi dunque come un fesso che non deve capire di cosa si sta parlando. L'intento di un romanzo così corposo è anche quello di far sforzare il lettore nel collegare varie cose, però, ripeto, a me pare che nel libro Dan Simmons non crei un universo tangibile in cui poter girare il proprio sguardo. La lettura devo dire che è stata diverse volte piacevole, però non basta a farmelo riprendere in mano e sfogliarlo. Non è uno di quei romanzi che offrono belle frasi intelligenti, ben scritte, dunque è una letteratura di azione più che di riflessione o di sfumature o di proiezione. Penso che finirà tra quei libri letti e infine chiusi ermeticamente.