09 dic 2012

Sempre bianco e nero o anche colore?
Non ho sempre fotografato in bianco e nero, anzi io stranamente ho iniziato a fotografare a colori. Il bianco e nero è qualcosa che è scattato dieci anni fa. Prima facevo tutti e due. Credo che il colore falsi un po' le regole, perché tu sei attratto, colpito dal colore più che dal soggetto. Credo che con il colore il messaggio non sia immediato. Il bianco e nero è più difficile. Con il colore puoi permetterti anche il lusso di non comporre nella misura giusta perché sai che il colore influenza chi guarda. Mentre con il bianco e nero devi creare una costruzione, perchè si basa su questo.
(Francesco Cito)

03 dic 2012

Memorie dal sottosuolo, di Fedor Dostoevskij

La verità dell'uomo del sottosuolo è che lui non riesce a far parte della società, invidia e odia la persone normali, non vuole essere come loro eppure gli si avvicina facendosi del male, rischiando di essere espulso violentemente pur di ottenere da questi il riconoscimento della propria esistenza. La verità è che si contorce in una solitudine disperata senza ottenere niente che non sia una "coscienza ipertrofica" e un sadico piacere nel continuare a farsi del male.
Le sue teorie sull'uomo vogliono dare una valida giustificazione alla sua condizione, ma non reggono, perchè non gli permettono di vivere bene. Per lui l'uomo non può essere ingabbiato nelle leggi della necessità e dell'utile, la pretesa dell'uomo nel crederci è fasulla perchè esso, in qualsiasi modo, agirà contro le regole della ragione per far valere il proprio capriccio, il capriccio di desiderare ciò che non può e non vuole ottenere, perchè il suo unico interesse è il voler raggiungere qualcosa ma non di ottenerlo definitivamente. E dunque l'uomo è incessantemente distruzione.
La coscienza sofferente ha portato l'uomo del sottosuolo ad una cocente verità che solo lui ha compreso e che tutti gli altri rifiutano di vedere, e cioè che l'uomo vive nel proprio inganno, l'inganno di stare bene, di aver raggiunto il proprio scopo, il proprio vantaggio, che esiste il progresso e la civiltà.

Io altro non ho fatto nella mia vita se non portare all'estremo ciò che voi avete osato portare soltanto fino a metà; voi, per giunta, avete preso la vostra viltà per buonsenso, e con ciò vi siete consolati ingannando voi stessi. Cosicchè io risulto perfino "più vivo" di voi. Considerate la cosa più attentamente: se non sappiamo neppure dove si trova la vita, nè cos'è precisamente, nè come si chiama!
Lasciateci soli, senza libri, e noi c'imbrogliamo e ci perdiamo subito, senza sapere a che cosa attaccarci per reggerci a galla, cosa amare o cosa odiare, cosa disprezzare o cosa rispettare. Ci è penoso perfino essere uomini, uomini con un corpo vero e proprio, col sangue nelle vene; ci vergognamo di questo, lo consideriamo un'onta, e ci sforziamo in ogni modo di incarnare un certo tipo di uomo universale che non è mai esistito. Noi siamo nati morti, già da un pezzo non siamo più generati da padri viventi, e la cosa ci piace sempre di più. Cominciamo a prenderci gusto. ben presto inventeremo il modo di nascere da una qualche idea. ma ora basta; non voglio più scrivere "dal sottosuolo".
(p. 142)

In realtà io continuo a pormi una domanda oziosa: che cosa è meglio, una felicità da quattro soldi o delle sublimi sofferenze? Dite su, che cos'è meglio?
(p. 140)

La risposta ce l'ha, ma non l'ha fatta sua, perchè se l'è lasciata scappare: l'amore è più di una felicità da quattro soldi.

30 nov 2012

Madre Notte di Kurt Vonnegut

Esporre linearmente il contenuto di questo libro che non è lineare, ma una serie di brevi dialoghi decisivi, piccole biografie, sensazioni raccontate in prima persona come testimonianza di una coscienza sconfitta, non dico che non sia facile ma nemmeno complesso. Kurt Vonnegut ha scritto qualcosa di molto concentrato, sentito e urgente.

Il protagonista è un giovane commediografo americano che durante la Seconda Guerra Mondiale vive in Germania e ed è al servizio sia della propaganda nazista per gli Stati Uniti che dell'America. È un morto che cammina, una persona senza identità in un periodo storico in cui la guerra obbligava a schierarsi dall'una o dall'altra parte. Howard W. Campbell non si schiera nemmeno con se stesso. O meglio, riesce ad essere fedele al suo doppiogioco, ma interpreta la parte del nazista per sentire di aver ingannato milioni di persone. Ci si chiede se è stato davvero un nazista, se ha creduto in quello che trasmetteva alla radio. L'uomo americano che l'ha reclutato come spia afferma di si, ma lui sembra destabilizzato, incerto e combattuto schizofrenicamente perchè ritiene di essere differente da quelle persone che seguivano con convinzione l'deologia. Il punto è che il protagonista è un uomo senza terra d'appartenenza (p. 109), senza una nazione che non sia il suo "Stato a due" formato dall'amore con la moglie tedesca (p. 46). I vitali e felici sentimenti che ha provato per questa donna (che non ha mai saputo di avere affianco una spia) sono state le sue uniche certezze, sulle quali, perdipiù, è stato a sua volta anche tratto in inganno. Howard W. Campbell è uno spettro della Storia, un qualcuno su cui Vonnegut riversa la colpa di eventi che travolgono chiunque tragicamente, distruggendolo interiormente. Il protagonista afferma più volte che molte persone hanno sbagliato a credere in quello che propagandava (addirittura credevano più a lui che alle stesse parole pronunciate da Hitler o Goebbels, perchè sapeva comunicarle meglio), ma nonostante questo lui continuava ad essere uno tra i tanti nazisti che frequentava alle feste e che riteneva semplicemente persone, non incarnazioni del male. La sua analisi del nazismo è chiara: i suoi seguaci hanno voluto eliminare certe semplici verità dai propri ragionamenti (p. 174), hanno voluto odiare senza riserve godendo nel fare la guerra (p. 194), e questa non è propriamente pazzia. Lui si vergona e si pente di quello che ha fatto perchè non ci credeva, eppure l'ha fatto.

Non mi sogno neppure di negare di averle fatte [le trasmissioni].  Tutto quello che posso dire e che non ci credevo, che sapevo fin troppo bene di dire cose stupide, distruttive e così ridicole da essere perfino oscene. [...] Ma mi sono sempre reso conto di quel che stavo facendo. Sono sempre stato capace di sopportare quel che facevo. Come? Grazie al semplice e diffuso beneficio di cui gode tutta l'odierna umanità: la schizofrenia.
(p. 142)
Ma ciò che lo differisce da questi nazisti alla fine è la capacità di ridere delle cose ridicole, invece di credervi.

La morale di questa storia è esplicitata dallo stesso Vonnegut all'inizio: bisogna stare molto attenti a ciò che si fa finta di essere.

Di semplice e veloce lettura, magistrale nel mettere in fila la frasi, l'autore però crea un personaggio talmente distaccato da sè emotivamente, talmente privo di motivazioni nel vivere (e in effetti sta per essere processato per crimini contro l'umanità...!) che mi sembra troppo rigido e fermo, senza espressività.

27 nov 2012

Ghiaccio-nove, di Kurt Vonnegut

Laborioso, laborioso, laborioso è ciò che sussurriamo noi bokononisti ogni volta che pensiamo a quanto è complicato e imprevedibile, in realtà, il meccanismo della vita.
(da Ghiaccio-Nove p. 56)
Bah, io penso che Kurt Vonnegut abbia in schifo la vita (---ipotesi da dimostrare---). In questo libro fa però dire al suo protagonista che il nichilismo non fa per lui (p.65) e allora mi chiedo (prima di finire la sua rilettura) quale sia la sua posizione in merito (alla vita intendo). Penso che da essa abbia imparato duramente  a esercitare un distacco non freddo ma ironico verso le persone e verso le cose per come vanno.. e le lascia andare, avendo capito che non può influire minimamente. E allora perchè la sua letteratura? Cosa intende dire con i suoi romanzi?

Devo dire che di lui mi piace quel suo costruire dei quadretti, delle piccole scenette in cui il suo alter ego dialoga con persone strane, bizzarre, brutte, cattive che però lui mette sotto una luce ironica, grottesca che in fondo le giudica. Tutto questo libo si potrebbe ridurre nella frase "uno scrittore incontra delle persone per ottenere informazioni sul suo libro e ne resta coinvolto" anche se fino a che punto non lo so ancora dire.

Il motivo per cui lo sto rileggendo è che non me lo ricordo quasi per niente, cioè non mi ricordo lo svolgimento e tutti i personaggi se non in via generale e neppure tanto. Il modo in cui è stato scritto è straordinario ma inconsueto tanto da non lasciarmi un'immagine compatta ma frammentatissima, da ricomporre. Che poi è l'attività del protagonista.

Felix Hoenikker è lo scienziato premio Nobel che ha inventato la bomba atomica (uno dei padri in realtà, anche se suo figlio lo ritiene l'unico padre della bomba) ed è uno che di umano non ha niente. Ha generato dei figli (anche se è dubitabile che sia stato direttamente lui), uno più inutile dell'altro, che invece di disprezzarlo per come si è comportato per qualsiasi cosa, lo tengono in buona considerazione. Diciamo che non si rendono conto di quello che dicono e di quello che sono. Noi possiamo dire che sono degli scemi. O meglio stupidi, che è infine è l'argomento del libro. Tutti e tre (questo è importante!) posseggono i tre semi di ghiaccio-nove (vedi sotto) ereditati dal padre: il punto è seguire la vicenda per vedere che fine faranno.

Felix Hoenikker è estraneo al mondo, probabilmente è un marziano (p.50). Ed è uno che ha inventato sia la bomba che questo fatidico "ghiaccio-nove", cioè un cristallo delle dimensioni di un seme che può congelare tutta l'acqua presente sulla Terra. Vedi tu nelle mani di chi siamo!

I problemi del mondo però non finiscono qui perchè esiste un' isola (di medie dimensioni con tanto di montagna alta 3500 metri), San Lorenzo, dove regna la follia più assoluta. È un'isola praticamente priva di qualsiasi valore e per questo conquistata e riconquistata da qualsiasi nazione che l'ha sempre ceduta alla successiva che si è fatta avanti, proprio perchè in fondo non aveva alcuna importanza. E su quest'isola la popolazione è malata, schiavizzata, povera e per di più felice di essere sotto una dittatura e una religione, quella di Bokonon, che gioiosamente innalza la bugia, la fandonia inoffensiva a principio di regolazione di tutte le cose. Ma attenti: chi segue la religione di Bokonon viene giustiziato. Il nostro protagonista piano piano viene conquistato dalla saggezza bokononista che tutto spiega.

La storia che c'è attorno all'isola di San Lorenzo è disarmante, non ci sono parole più azzeccate. È come se lì fossero accadute le cose più liberamente inconcepibili del mondo. Basterebbe sapere quali personaggi hanno rifondato la moderna San Lorenzo, chi la governa e altre cose che ancora non ho letto. Di tutto questo non voglio scrivere niente, sarebbe noioso darne un riassunto.

Ma Viva San Lorenzo!
Quando arrivano sull'isola, tutti i personaggi sono accolti da una cerimonia di benvenuto presenziata dal vecchio despota Papa Monzano e da una buona fetta di popolazione decrepita.E ci sono anche altri due eventi che dovranno compiersi: l'unione tra uno dei figli di Hoenikker e la sublime Mona Monzano, e la celebrazione dei caduti di San Lorenzo nella guerra mondiale con tanto di omaggio americano dell'ambasciatore arrivato lì apposta.
Si, vabbè ma tutto questo è secondario. Succederà fondamentalmente una cosa e cioè che Papa Monzano sta per morire e a Frank Hoenikker viene in mente di far diventare il protagonsita scrittore John/Jonah il nuovo regnante dell'isola semplicemente perchè da quelle parti gli sembra l'unico in grado di reggere quella carica. Per lui inizialmente è inconcepibile una cosa del genere, poi si lascia convincere soprattutto perchè c'è da unirsi con la ragazza più bella dell'isola.

Bazzecole, fesserie. Il punto è che la cesta del gatto, che è stato l'ultimo gioco del Nobel Felix Hoenikker e che è anche ciò che viene dipinto da suo figlio nano e che è il titolo originale di questo libro, è la rappresentazione della mancanza di significato di tutto quanto (p. 130) .

Luomo è spregevole, e l'uomo non fa niente che valga la pena di fare, non sa niente che valga la pena di sapere.
(p. 131)

Per Vonnegut tutto può essere considerato nei termini di commedia umana nella quale ci sono due attori principali: il crudele tiranno e il mite santone che si danno caccia e fuga per finta in modo da creare un pò di attività e divertimento nella popolazione che sta a guardare. Della vita non c'è niente da capire, ma solo far finta di capire. E gli uomini sono inadatti a governare qualsiasi cosa nonostante i buoni propositi, forse perchè non posseggono affatto un senso di responsabilità umana. Se possiedono qualcosa di potente (un'arma, un'invenzione pazzesca, ma anche un'intuizione) la vendono senza badare alle conseguenze morali, senza nemmeno sapere cosa possiedono.

"Che speranze ci sono per l'umanità", pensai, "finchè esistono uomini come Felix Hoenikker che danno un giocattolo come il ghiaccio-nove a dei figli miopi come più o meno quasi tutti gli uomini e le donne del mondo?". "Nessuna".
(p. 185)
 Dopo l'apocalisse ghiacciata generata dal cristallo che ha casualmente (ma nemmeno tanto, direbbe Bokonon) raggiunto l'acqua e solidificato qualsiasi cosa, la convinzione del protagonista scrittore su questa religione piano piano si affievolisce. "Che religione deprimente!", gridai. Ma nonostante tutto non può non notare come ci siano state persone che hanno fatto qualcosa di buono: chi ha donato tutta la propria speranza e misericordia all'ospedale dell'isola e chi ha iniziato a suonare il proprio clarinetto.
A sugello del libro, Vonnegut fa incontrare il protagonista con Bokonon che muore di ghiaccio-nove sdraiato sul suo libro della stupidità umana facendo marameo a Dio.


 Attraverso una satira lucidissima, di un pessimismo che ha gelato ogni forma di illusione, Vonnegut descrive perfettamente la violenza del sistema e la sua furia selvaggia nell’annullare prima di tutto ogni forma di pensiero. E racconta anche la storia di una corruzione: quella dello scrittore, che avrebbe dovuto descrivere una verità e invece si trova impigliato, irretito nelle armi di una dittatura che riesce a dipingere fedelmente. Fino all’immagine finale di una landa desolata piena di cadaveri gelati. (da RaiLibro)

My Blueberry Nights (2007)

Non ci vogliono molti minuti per capire che questo filmetto di Wong Kar-Wai è fatto della stessa pasta degli spot più eleganti, prestigiosi, affascinanti, più o meno quelli delle auto. Ma è riduttivo farlo secco con i vezzeggiativi giacchè come tutti i film davvero minori, evidentemente minori, anche questo si presta ad essere trasformato in qualcosa di meglio con un'interpretazione da riciclaggio (in fin dei conti, creativo).
La storia non è sostanzialmente male, anzi col suo carico di metafore è piuttosto intrigante: una ragazza sta cercando il suo compagno in un cafè dove lui la sera precedente avrebbe cenato; lei arriva lì incazzata per parlare direttamente con il cameriere-proprietario per chiedergli se l'ha visto, ma la verità viene allo scoperto (era con un'altra) ed entrambi si ritrovano a parlare. Lentamente, lungo un paio di sere in cui il locale sta per chiudere, le offre più di una spalla su cui deprimersi, le offre tutte le storie di coppie spezzate, o di persone in attesa di qualcuno, che lì hanno lasciato le loro chiavi come segno di un contatto non più condiviso.
Il cafè è da subito un luogo iper-accogliente, di transito e di stagnazione dei sentimenti, della dimenticanza, dei sogni, di cambiamenti che stanno per avviarsi e che stanno per arrivare a compimento, un luogo che raccoglie cose che le persone ritengono futili o che respingono, come ad esempio una torta di mirtilli che nessuno sceglie di assaporare perchè non ne conoscono il sapore. E il sapore in questo film ha una sua espressione sinestetica nel bacio capovolto (o a spirale, o a 69..) tra i due amici, oltre che nello stile fluido delle immagini e delle luci sempre più affascinanti e avvolgenti di Wong Kar-Wai. La ragazza capisce che ha bisogno di compiere una sua odissea per dimenticare e cambiare, e lascia il cafè ma non il cameriere a cui scriverà raccontandogli le storie che questa volta lei ha conosciuto. Come in altri suoi film, il regista è di nuovo interessato a quel giro in tondo molto largo che i suoi personaggi devono compiere per amare e non essere sperduti, quella scoperta di un universo interiore alienato e umorale. La ragazza si fionda nella notte solitaria di New York e parte senza meta raccogliendo mentre lavora in un bar la storia di un poliziotto che non vuol accettare di essere stato lasciato dalla moglie, la quale a sua volta pensa di essere libera dal vecchio amore; e quella di una giocatrice d'azzardo che ha trascurato la propria relazione col padre malato. Entrambi sono esempi che portano alla protagonista il senso della profondità di un rapporto, la sua disperazione e tragicità, compreso troppo tardi quando è ormai irrimediabilmente perso. In questo modo Elizabeth (Norah Jones) trova la parte mancante delle storie raccontate dal cameriere Jeremy, cioè il motivo per cui le chiavi che conserva nella boccia di vetro non sono state riprese da nessuno.

14 nov 2012

Henri Cartier-Bresson


Downtown, New York, 1947


Alberto Giacometti, Rue d'Alésia, Paris, 1961


12 nov 2012

22 lug 2012

Marina Abramovic: The Artist is Present

Attenzione: l'artista è nel museo. La persona dell'artista, la sua immobilità, il suo sguardo nel tuo sguardo, il peso di centinaia di sguardi dritto nel suo per sette ore ogni giorno per tre mesi, è l'opera d'arte. 



È vero, è una persona che ha fatto del male al suo corpo in modi (non sto qui ad elencarli) che possono turbarci e che normalmente non concepiamo. Qualcuno può perciò definirla pazza e chiedersi se questa è arte, penso solo che bisogna essere grati a una persona che fa capire e sentire di riflesso cosa il corpo è, cosa può sopportare, come è possibile trascenderlo. Resto meravigliato di fronte a questa donna sexy di sessant'anni che concepisce un'opera di tale semplicità e potenza come l'immobilità forzata e il contatto umano attraverso gli occhi: mi svela cos'è il tempo, cosa sono le emozioni, cos'è uno spazio condiviso e l'essere umano che lo occupa appartenendovi, cos'è guardare e osservare, partecipare, scavare dentro di sè attraverso l'altro, cosa è essenziale. Da un certo punto in poi del documentario mi sono dimenticato che lo stavo vedendo, poi me ne sono accorto ed è stata una scoperta incredibile. Ma voglio ritornare sul concetto di tempo: alla fine, quando osserviamo un dipinto quanto tempo ci restiamo davanti? Trenta secondi? Un minuto? Poi si passa a quello successivo no? Beh, stare di fronte alla bellezza per me è anche voler scivolarci dentro e averne esperienza, e un minuto non basta proprio. Marina Abramovic regala un'esperienza in cui in quel minuto prendi contatto con il tuo vedere un'opera d'arte, e vedere e osservare da dentro te stesso quest'atto stesso. Ci sarebbe altro su cui pensare oltre la superfice, ma non ho più sotto mano il documentario perciò rimando a quando riuscirò a procurarmelo. Ringrazio la multisala The Space che ha deciso di proiettarlo per una settimana ad un buon prezzo, davvero un'ottima visione.

sul nytimes.com

20 lug 2012

riguardo le armi in America



I don't know what futuristic utopia
you live in, but the world I live in...

  
A bitch need a gun.

  
You can't get around the fact...

  
... that people who carry guns

  
... tend to get shot
more than people who don't.

  
And you can't get around the fact...

  
that if I go down in the laundry room
in my building at midnight enough times

  
I might get my ass raped.

  
Don't do your laundry at midnight.

  
Fuck that! I wanna do my laundry
whenever the fuck I wanna do my laundry.

  
There are other things
you can carry other than a gun.

  
Pepper spray.

  
But if a motherfucker try to rape me,
I don't wanna give him a skin rash.

  
I wanna shut that nigga down.

  
How about a knife at least?

  
You know what happens to
motherfuckers carrying knives?

  
They get shot.

  
Look...

  
If I ever become a famous actress

  
I won't carry a gun.

  
I'll hire me a do-dirt-nigga
and he'll carry the gun.

  
And when shit goes down,
I'll sit back and laugh.

  
But until that day...

  
It's Wild West motherfucker.

Le Correzioni, Jonathan Franzen

In principio fu la dedizione di Alfred per il lavoro, unico scopo di vita da compiere alla perfezione senza concessioni: come marito non ha saputo esprimere amore e comprensione per la moglie, come padre è stato rigido, ma non severo, e comunicativo quanto bastava. Nessun sorriso, nessuna emozione su un viso che immagino sempre di pietra. Enid ha infuso alla sua vita e ai suoi figli un'educazione socialmente perbenista, improntata sull'illusione che tutto andrà bene; una donna ossessiva, anch'ella chiusa nei suoi princìpi conservatori e in una tirchieria assoluta, un'amore per la casa e  i souvenir pacchiani, per la forma, l'apparenza delle relazioni e dei sentimenti. In questo contesto sono cresciuti tre figli che all'età di 43, 38 e 32 vivono di normali fallimenti e depressioni. Gary è il maggiore e quello che ha dato stabilità alla propria vita mettendo su una famiglia con tre figli e un lavoro che gli rende molto bene. Il suo problema è una depressione paranoica che non accetta facilmente scaricata sulla moglie e i figli ancora molto piccoli. Non riesce a trovare un equilibrio tra il dover tornare per la sera di Natale dai suoi genitori e il forte desiderio della sua famiglia di non andarci. E soprattutto sente su di sè tutta la responsabilità del futuro dei suoi genitori che non mostrano di voler cambiare stile di vita a fronte sia dei problemi di salute di Alfred, sia di quelli legati al mantenimento della casa. Il secondogenito Chip cade nel proprio fallimento quando viene licenziato dall'università per aver avuto una relazione con una sua studentessa; fa il correttore di bozze giuridiche ed è impaurito dal non riuscire a correggere in tempo la sua sceneggiatura da una esagerata quantità di sue ossessioni sessuali prima che venga letta dalla sua editrice; finirà bizzarramente col fare il webmaster per il sito della Lituania alle dipendenze di un tizio che vuole rilanciare economicamente quel Paese con una frode. Denise, la più piccola, ha ereditato la freddezza del padre ma anche la capacità di darsi con piacere anima e corpo al lavoro di chef; la sua incertezza è sessuale sia verso uomini più grandi di lei che verso le donne: un conduzione della propria vita, come quella di Chip, del tutto avversata dalla madre, che se lo sapesse rischierebbe un tracollo psicologico-morale. Jonathan Franzen non fa altro che ritrarre una famiglia che subisce quella educazione che ha impedito alle emozioni e all'autenticità dei suoi componenti di manifestarsi senza complicazioni. C'è molto senso di colpa in questo libro, anche vergogna, violenza morale su se stessi,  mancanza di autostima e di amore all'interno della famiglia.
La famiglia Lambert è normalissima nella sua anormalità perchè come loro tutti abbiamo l'ansia di essere migliori di come ci hanno educato, ma non sempre questi tentativi di correggerci vanno a buon fine. Bisogna correggersi dall'educazione ottenuta, ma anche dalle sue conseguenze distorte, e anche correggere il comportamento di chi ha dato il via a tutto ciò, perchè si arriva ad un punto in cui è necessario cambiare un'idea di vita: è il compito di Gary che deve convincere il padre ostinato nella sua nobile ma vetusta onestà e lealtà a chiedere una somma elevata e congrua per il suo vecchio brevetto, perchè quei soldi servono ai due anziani genitori per non pesare su nessuno dei figli. "Correggere" è capire che le cose non vanno e devono essere modificate. A ben vedere è un verbo che indica l'eliminazione di una parte del comportamento, dunque un atto duro, decisivo, e violento. La correzione che viene richiesta dalla madre Enid è un atto di pietà dei suoi figli verso i genitori, un bel gesto che possa fare per un' ultima volta la felicità di due persone anziane e malate, in pratica un ultimo Natale passato tutti insieme. Ed è questo desiderio che i figli non vogliono parzialmente o del tutto esaudire, perchè le loro vite sono state un continuo allontanarsi dalla morale dei genitori e da quella di una città di provincia come St. Jude. Loro non vogliono far parte dell'illusione della madre perchè quelle due persone sono "due killer" della felicità. Ma non è solo questo, c'è soprattutto il parkinson e la demenza del padre e marito Alfred che spaventa i tre figli e tiene in scacco la madre Enid: l'ultimo Natale consisterebbe proprio nel vederli faccia a faccia con un mondo non solo infelice ma con la malattia del corpo e della mente con la quale loro non vogliono avere a che fare. In tutt'e tre c'è però un fondo di pietà, ed è lì che la correzione deve agire. Il tempo corregge le persone, la relazione tra le persone crea l'inevitabile correzione dall'inizio alla fine delle loro storie: queste cinque persone non sono mai state davvero vicine affettivamente, a loro è mancato un autentico contatto. Tutta la normale tristezza del romanzo, che sfocia in un finale commovente, è in questa mancanza.

05 lug 2012



acqua
legno
suono
tempo
orecchio

04 lug 2012

La strada di Arturo Bandini

Sei un simpatico e patetico presuntuoso bugiardo, Bandini! Mi piaci tanto perchè vuoi fortemente essere qualcuno che non sei. Anche se un pò di talento da scrittore ce l'hai, questo è sicuro. E allora continua per la tua strada, per quello che senti, innalzati sulla stupida umanità che ti circonda e poi cadi rovinosamente facendomi sorridere d'affetto! Sei il trionfo della lotta contro te stesso. Chi non ti ha conosciuto non sa quanto significano per te le parole "odio", "amore", "sogni di ricchezza e successo" che tu già vedi scolpite nel futuro come doni già acquisiti dal destino, dal Dio che ha deciso di renderti una delle persone più grandi che siano mai esistite. Sai che la tua storia è già scritta, sei consapevole di vivere doppiamente quello che gli altri non saranno mai. Sai già che le tue abilità di scrittore ti piazzeranno sugli scaffali delle biblioteche tra gli autori più famosi, ma hai capito anche che tutto ciò non vale l'amore che si prova per una singola donna o per tutte le donne.
"Volevo saltare, vivere, morire, volevo... dormire da sveglio in un sogno senza sogni. Che cose meravigliose, che meravigliosa chiarezza. Stavo morendo, ero morto, ed ero immortale. Ero il cielo e non lo ero. C'era troppo da dire, e non c'era maniera di dirlo" (p.172 di La Strada per Los Angeles)
 Hai così tanto da dire e da combattere, che lì dove vivi le cose ti stanno strette. Hai bisogno di spazi grandi dove amare in modo viscerale cose anche molto piccole come un fiammifero o inafferrabili come la nebbia che vorresti ti baciasse. So che non esisti, però mi insegni a credere fortemente più che in me stesso, a riporre le mie convinzioni nell'atto continuo di sentire la vita, a farle del male, facendola fuoriuscire da se stessa. Trionfi soprattutto per la tua verità, cioè che sei piccolo come tutti. Anche se ti senti già parte della Storia hai un forte bisogno di cose normali come un lavoro che ti faccia realmente soffrire, nauseare, vomitare. Quant'è vero quell'episodio nel conservificio dove uno dei filippini addetto al nastro trasportatore ti grida di bere l'acqua per stare meglio dopo aver vomitato per la puzza di pesce. E quanto giustamente vieni sopportato da chi ti sta intorno che sa di ricevere provocazioni e insulti da una persona che non sa bene quello che sta dicendo, la cui presunzione è l'immaturità che non ferisce e che anzi alla fine punisce se stessa. Pensi di saper fare meglio il lavoro di chi ha più esperienza di te con i carelli che trasportano pesanti casse di pesce? Tua madre e tua sorella credono in un Dio che tu respingi, eppure facevi parte di un coro religioso qualche tempo fa, e quando senti ti aver raggiunto il fondo ti tradisci e inizi a pregare. Arturo Bandini, sei grande nel tuo essere impreparato all'umiltà. Sei sul confine tra la creazione e la distruzione di te stesso.

 La strada per Los Angeles - John Fante


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qui
"Come scrive Pier Vittorio Tondelli, la voce di Fante è un impasto di humour, candore e cattiveria, che ne ha fatto uno scrittore amatissimo anche dal pubblico dei piú giovani che in lui e nel suo alter ego hanno riconosciuto il prototipo di tutti gli sbandati-sognatori che hanno popolato la letteratura, non solo americana, dei nostri anni."

03 lug 2012

if you walk with Jesus he's gonna save your soul you gotta keep the devil way down in the hole

Da martedì 10 aprile (subito dopo Pasqua) a lunedì 2 luglio sono state trasmesse per la prima volta su un canale in chiaro, Rai4, dal lunedì al venerdì verso le 14.00-14.30 le 60 puntate delle 5 stagioni da 10 episodi di 1 ora ciascuno di The Wire. La migliore serie tv mai realizzata? È un prodotto televisivo che non assomiglia a nessun altro. E non lo dico perchè ne ho visti di tutti i tipi (perchè non è così, ovviamente) ma perchè l'impressione è proprio che The Wire come Lost o meglio di Lost è riuscita a scardinare i clichè dei prodotti televisivi. Sinteticamente, The Wire è letteratura. Prima di tutto non è un poliziesco ma il vasto racconto di una città americana, Baltimora, dal piccolo spacciatore di 10 anni all'angolo della strada passando per i vari "soldati", il boss e il suo braccio destro, i killer, il fornitore della droga di primo e secondo livello (diciamo così..), i portuali che la fanno scendere dalle navi, i polizziotti-detective-tenenti-sergenti-commissari-vice comandante e comandante, i professori, le classi per alunni speciali, i barboni e i non esattamente barboni, i tossici, l'informatore, il palazzinaro, fino al sindaco uscente e il candidato sindaco e il suo entourage che lavora per le elezioni. Non ce la faccio a riassumere una serie tv tanto articolata e complessa, di una complessità che ad un certo punto ha bisogno di una seconda visione. Come ho letto da badtv.it, secondo un'analisi della rivista Prospect Magazine un episodio di The Wire è caratterizzato da 21 storyline contro le 4 di una serie inglese come Life on Mars. È tutto dire. Questa serie mostra quanto sia difficile incastrare una criminalità che diventa sempre più aggressiva e senza codici morali, in più all'interno di un commissariato e un sistema politico che non riesce a fare di più di quanto vorrebbe (nel migliore dei casi), o che è costretto a fare di meno contro la criminalità perchè non può economicamente permetterselo (il peggiore dei casi). Alla fine sono sempre gli interessi politici a prevalere; e per far agire in primo piano il sistema della legalità i pochi sono costretti a mentire rischiando tutto quello che hanno. Non c'è una stagione più bella, ma la quinta è proprio quella che porta a maturazione tutto il discorso messo su dal creatore David Simon, ad indicare che per smuovere una città come Baltimora serve un piano folle e geniale contro ogni interesse di parte. Questo è quello che ho da dire. Altri (come una manciata di università americane) sanno scendere più in profondità (anzi è lo stesso David Simon che lo fa prima di tutti) e parlano di critica al capitalismo.

The Wire mi ha sorpreso molto perchè non ci sono personaggi che spiccano su altri (l'unico è la città di Baltimora), perchè non ci sono climax anche nelle scene più importanti dove di regola il climax ci starebbe tutto, perchè la recitazione è naturalissima, perchè ogni personaggio è sempre da solo nella città, perchè i dialoghi sono magnifici, perchè ci sono personaggi che si salvano dalla strada e altri pur avendoci provato non ce l'hanno fatta, perchè i personaggi vanno per conto loro comparendo e scomparendo, perchè non c'è realmente un caso per ogni stagione, perchè lavorare dalla parte della polizia è difficile, perchè mostra come il sistema scolastico non ce la fa da solo a recuperare i ragazzi dalla strada, perchè in sostanza è girato quasi come un documentario di Frederick Wiseman e dunque alla fine delle 5 stagioni hai un efficacissimo e illuminante quadro di insieme su come funziona una città.


25 giu 2012

The sun with Venus in transit, from Mount Wilson Observatory.
67 million miles separate the two.
(via minimalexposition)

09 giu 2012

Cosmopolis, David Cronenberg (2012)

Alla fine entri nell'ottica del ventottenne capitalista: stronzo, freddo e ossessionato. In effetti una volta che si è arrivati a quella richezza ti senti onnipotente e hai una paura fottuta della morte che crei e manipoli continuamente. Il mondo scorre... e non ne hai percezione. Ma poi quale realtà? Sa che qualcuno lo vuole uccidere. Attraversa la città, una giornata, una limousine, una bara. Vuole solo aggiustare il taglio (dei capelli) o meglio la mannaiata della morte....
Entro nell'ottica ma lo respingo. È una persona che non sta bene, sta malissimo, che si dia subito la morte. È una persona che pensa di controllare tutto ma non sa nemmeno chi è. Si, sta proprio male. Si aggrappa a quel check-up medico ogni giorno per non essere vitima del dubbio, del ragionamento? Per poi cosa? Non sapere nemmeno cosa significa che ha una prostata asimmetrica? L'ignoranza come via di fuga è il primo dei mali.
Ma basterebbe dire che vuole comprare tutta la Rothko Chapel per capire quanto stia fuori un tipo così.
Due puntine di noia e tanti dialoghi che necessitano e forse meritano una seconda visione.

14 mag 2012

il non essere più nel mondo in "Professione Reporter"

Non avendo la stoffa per assumere i suoi due destini, non gli resta che lasciarsi andare alla deriva. Per compiacere la ragazza, forse più che per intima convinzione, andrà all'ultimo appuntamento segnato nell'agenda. Sa a cosa va incontro? "C'è tutto il film dietro questa domanda" ci ha risposto l'autore. "Potrei dire che il desiderio di morire è semplicemente annidato nel suo inconscio, a sua insaputa. Oppure, che Locke incomincia ad assorbire la morte dal momento in cui si china sul cadavere di Robertson. Ma potrei anche dire che all'appuntamento ci va per le ragioni opposte: infatti è Daisy che va ad incontrare, e Daisy è un personaggio della sua nuova vita. Ma Locke non deve crederci molto a questa apertura. Al punto in cui è non si identifica più in niente. "Essere è essere nel mondo" dice Heidegger; a quel punto del film Locke non è più 'nel mondo'; il mondo è là, fuori dalla finestra."

da  film di "Michelangelo Antonioni, un poeta della visione" di Aldo Tassone p.156.

15 mar 2012

Ellsworth Kelly, Two Grays I 1975 Oil on canvas, two joined panels 92 x 102 inches; 234 x 259 cm


Come ha detto Italo Calvino "Vedere vuol dire percepire delle differenze".
Non ho proprio niente da aggiungere a questo quadro che toglie praticamente tutto, qualsiasi parola, pensiero e visione, solo la musica minimalista può raggiungerlo. Lo considero la pura percezione di tutto, forse meglio dire dell'eternità, dell'assenza di tempo. Il bianco e il grigio. La semplicità e l'essenzialità delle cose, delle loro forme. Mi ricorda questa fotografia di Andre Kertesz di tre anni prima che prima o poi posterò qui sopra come prima e unica foto possibile. Penso anche a tutta la fotografia metafisica di Mimmo Jodice e, per ora, in particolare a questa. E facendo un passo indietro arrivo a Caribbean Sea, Jamaica (1980) di Hiroshi Sugimoto, alla "sicurezza di una casa ancestrale fatta di aria e acqua".


...ma più lo guardo e più mi colpisce la forte luminosità di queste superfici piatte eppure in rilievo che mi fanno dimenticare tutti gli altri colori. Quella linea diagonale non è un taglio ma il dialogo tra le uniche due parti possibili forse della mente. Lo sguardo si posa e ci riposa per ore.

14 mar 2012

"Tutti hanno paura della morte. Quello che mi stupisce è che nessuno abbia paura di quello che è stato prima di nascere. Secondo me si tratta di un mistero non meno inquietante di quello che ci aspetta dopo la morte."
Giorgio de Chirico

12 mar 2012

"Nulla è più astratto del reale"
Giorgio Morandi


Lei ha scelto queste parole di Morandi come titolo del suo testo in catalogo. Cosa significano?

Per rispondere, può tornare utile l’accostamento che ho fatto fra Morandi e Rothko. Entrambi i pittori hanno infatti bisogno di partire dalla concretezza, dalla realtà per fare un volo sull’astrazione: l’astrazione non è qualcosa che prescinde dal reale. Entrambi cercano di costruire un posto, un luogo magico, una dimensione: per questo si possono accostare due pittori apparentemente molto lontani come loro due. Basti ricordare quando Morandi va a visitare la Biennale e dice: “se fossi nato 15 anni più tardi sarei stato un’astrattista...”, solo che è un tipo di astrazione che parte dalla realtà, ed è la stessa cosa che dice Rothko.

11 mar 2012

"La metafisica è un'arte severa e cerebrale, ascetica e lirica"
de Chirico, 1918

09 mar 2012

Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi

Di questo libro mi hanno conquistato le prime quattro pagine. "Quel bel giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perchè? Questo a Pereira è impossibile dirlo." È un disegno di contrasti fortissimi di cui si sente la concretezza e l'istantaneità più che il ricordo. Pereira è un uomo di mezza età che pensa e vive nel passato, nel ricordo della moglie defunta con la foto della quale parla ogni giorno, è un "feticista del passato", affoga nella nostalgia. Ma c'è una spinta in lui sconosciuta e che non riesce a gestire, che gli permette di non isolarsi del tutto e di non ricacciare la conoscenza di un ragazzo, Monteiro Rossi, che può aiutarlo a riempire la pagina della cultura del giornale per cui lavora, preparando coccodrilli (necrologi) su personaggi famosi non ancora morti. La morte ritorna ed è affrontata in questo libro in modo leggero ancora prima che ironico, sia con la passione giovanile che con l'incertezza e la confusione senile che si sostanzierà in un coraggio epico. Il foglio culturale del giornale Lisboa è la coscienza a due facce dei portoghesi: chi vuole lottare contro la dittatura e chi sottostà alla sua censura. Pereira è in questo senso una coscienza combattuta e fertile di cambiamento, pensa di essere lui l'agente che dovrebbe influenzare i giovani e invece ne è quasi influenzato, o meglio loro si fanno sostenere candidamente nei loro valori, contro la comica volontà di Pereira. Ci sono tante cose che Pereira pensa ma non dice, e non sa perchè; ma in fondo la verità gli molto vicina rivelandogli che la vita che conduce non ha più ragione di esistere. C'è sempre nell'agire di Pereira questo comportamento che continuamente gli sfugge. È uno che vuole pentirsi di qualcosa, ne ha nostalgia, ma non sa di cosa. "La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro" gli dice il Dottor Cardoso, e a lui questo slogan piace. Pereira è il vecchio Portogallo che ha bisogno nel 1938, in un epoca di soprusi e violenze della Storia, di dimostrare impeto e sentimento. È un libro di una simpatica leggerezza, come il suo protagonista, fatto di immagini precise ed essenziali come quella alle terme, quella in redazione col ventilatore acceso, al Cafè Orquìdea. È il profondo agosto: limonate e omelettes alle erbe aromatiche è tutto quello che chiederei anche io fino alla fine dei giorni.

03 mar 2012

Hyperion, di Dan Simmons

Sto cercando di farmi rinascere il gusto per la fantascienza letteraria e a tal fine ho comprato tre settimane fa questo romanzo di Dan Simmons che viene elogiato a destra e a manca e... anzi, riporto proprio la sentenza del New York Times Book Review che in quarta di copertina dice "Una delle più belle conquiste della fantascienza moderna". In questo caso però ho approcciato alla sua lettura senza badare ai premi ottenuti pensando solo a calarmici dentro.

Le prime venti pagine sono state durissime tant'è che stavo lasciando, anzi lo
stavo lanciando nel cestino dell'immondizia; poi la storia è letteralmente cambiata e ha iniziato a prendermi. Sinteticamente (per quanto possibile):
in Hyperion di narra di un pellegrinaggio di sette persone sul pianeta omonimo per entrare in contatto con il misterioso Shrike, un essere di circa quattro metri e quattro braccia che è pura distruzione. A suo nome è stata fondata una Chiesa che ha sedi su ogni pianeta. A proposito: in questo libro la Terra non esiste più da non so quanti secoli per via di un fattaccio (di cui si parla solo nelle ultime pagine) che l'ha completamente distrutta. La razza umana ha così dovuto sparpagliarsi su altri pianeti che formano la cosìdetta Rete in cui si può circolare anche grazie ai teleporter (archi che permettono di passare da un pianeta all'altro in men che non si dica). Ora della razza umana di parla come l'Egemonia, il cui governo è la Totalità, la cui forza militare è la FORCE (spazio e terra); esistono navi-torcia, spin-navi, navi-albero (non chiedetemi di descrivervi la differenza tra i tre perchè nemmeno nel libro è fornita). Inoltre esiste anche una parte robotica della razza che va sotto il nome di I(ntelligenza)A(rtificiale) che ha il suo centro operativo nel TecnoNucleo che dà una mano agli umani per il governo dell'Egemonia. E poi ci sono i cattivi che sono gli Ouster che hanno particolari mire per Hyperion e l'essere Shrike. Vabbè poi ci sono diverse altre cose di contorno come i Templari o i cibridi, ma meglio non parlarne. Sostanzialmente tutto il romanzo è la successione dei sette racconti dei pellegrini le cui storie hanno tutte a che fare con lo Shrike svelando ognuna una parte di questo mistero. Alla fine più che un'impressione si ha la certezza che questo libro sia solo il prologo ai successivi tre, e solo un pretesto per dare spazio a sette racconti diversi: come quello del prete antropologo che si cala nella vita della stranissima comunità dei primitivi Bikura (il pezzo più bello in assoluto del libro), quello della donna investigatrice che lavora per un giovane ibrido di uomo e robot, quello di un militare che sogna una strana donna che non gli parla, quello di un poeta il cui unico scopo è scrivere di nuovo un grande poema, e così via... Non tutte le storie sono di alto livello e devo dire che tranne due, delle altre conservo un ricordo non sufficientemente definito. L'ostacolo, almeno per me, è stato nel trovarmi di fronte una mole di informazioni che non riguardano direttamente il filo generale del libro, ma che puntano a fornire diramazioni per creare un universo più esteso: il problema è che di questo universo si accumulano fattarielli inconstistenti che non fanno estensione, cioè ad esempio i pianeti vengono solo nominati ma non viene detto cose li distingue, com'è la vita su di essi o cose del genere. Tutte le informazioni più importanti che riguardano la storia portante del libro vengono sempre inserite verso la fine delle narrazioni: in certi casi l'autore è partito fin troppo lontano per arrivare al dunque, e non sempre mi andava di sorbirmi cose prive di mio interesse per arrivare poi alla parte fondamentale. Il limite non è ovviamente solo del libro, ma anche mio: probabilmente Hyperion un romanzo profondo che dovrei leggere due volte per apprezzarlo, ma di tempo non ne ho e se la prima impressione è stata di un certo tipo, è quella che mi resterà.
Cmq il gusto nel leggere questo Hyperion sta insomma, se non si fosse già capito, nel passare da un "genere" letterario all'altro senza perdere di vista il mistero e la fantascienza. Dan Simmons per far ciò utilizza molti clichè tant'è che se proprio si volesse trarne un film io lo vedrei come molto simile alla superficialità di messa in scena di un "Io, robot" o un "Io sono leggenda". Ma cmq, ritornando al libro.. solo nelle ultime pagine viene a galla tutto ciò che c'è da sapere sull'intrigo tra Egemonia, Ouster e le Tombe del Tempo presiedute dallo Shrike. A proposito, non ho detto cosa sono le Tombe del Tempo: ebbene sono reperti archeologici di misteriosissima provenienza la cui apertura segna l'inizio della distruzione.. perchè e percome poi spetta comprare e leggere (anche se potrei spoilerare qualcosa giusto per tenermelo a mente). Quella delle Tombe del Tempo è cmq un'idea eccezionale, molto suggestiva, anzi l'unica idea suggestiva che potrebbe portarmi a leggere anche gli altri libri. Ciò che mi frena è però il mio disinteresse verso diversi particolari che l'autore non spiega a dovere (cosa che invece Asimov faceva sempre) lasciandomi dunque come un fesso che non deve capire di cosa si sta parlando. L'intento di un romanzo così corposo è anche quello di far sforzare il lettore nel collegare varie cose, però, ripeto, a me pare che nel libro Dan Simmons non crei un universo tangibile in cui poter girare il proprio sguardo. La lettura devo dire che è stata diverse volte piacevole, però non basta a farmelo riprendere in mano e sfogliarlo. Non è uno di quei romanzi che offrono belle frasi intelligenti, ben scritte, dunque è una letteratura di azione più che di riflessione o di sfumature o di proiezione. Penso che finirà tra quei libri letti e infine chiusi ermeticamente.

27 feb 2012

statuette

Butto giù qualche previsione sugli Oscar imminenti pur non avendo visto tutti i film ma una sua buona parte.

Visto l'andazzo positivo, a The Artist sicuramente spetterà il premio maggiore, miglior film, considerando anche che Hugo Cabret, pur essendo molto bello, non è lo Scorsese da premiare, che Midnight in Paris è Woody Allen ed è impossibile farlo giungere a tale vetta, che Moneyball-Paradiso Amaro-The Help-Estremamente Forte sono un pò debolucci per la categoria, che War Horse non è lo Spielberg da Oscar, che The Tree of Life anche se è il mio quasi favorito è davvero lontano dall'essere convalidato come miglior film ovviamente perchè non porta soldi.

Miglior Regia. Sia Scorsese che Malick che Allen sono eccellenti. Non saprei per Payne. Ma è probabile che Hazanavicious bucherà la cinquina. Anzi no: a sorpresa potrebbe ottenerla Allen.

L'Attore Protagonista penso andrà a Gary Oldman. Clooney dovrebbe saper fare di meglio e darlo a Dujardin è come regalarlo al primo conosciuto. Escludo Pitt e Bichir non solo perchè non li ho visti.

L'Attrice Protagonista a Meryl Streep. E nient'altro da dire.

Fotografia. Se non lo danno al Lubeski di The Tree of Life non mi spiego il perchè di tante nominations: senza un premio sarebbe come prendere in giro Malick.

Montaggio. Pur non avendolo visto direi che andrà a The Girl with Dragon Tatoo... anche se penso più a The Artist visto il successo ottenuto altrove. La Shoonmaker di Hugo Cabret lo merita per un prodotto più rappresentativo e il Tent di Paradiso Amaro pur essenso pregevole si è fatto un tantino notare durante la visione.

Miglior Musica. Da Williams vorrei sentire di meglio, ma chissà forse lo beccherà lui per War Horse (quella di Tin Tin manco me la ricordo). Hugo e The Artist sono altrettanto piuttosto buone... Insomma ho l'imbarazzo della scelta. Punto su The Artist.

Miglior Sceneggiatura Non Originale. Paradiso Amaro senza dubbio.

Miglior Sceneggiatura Originale. Darei l'Oscar a Woody Allen. Gli altri non li conosco a parte l'onnipresente The Artist. L'Academy penso lo darà proprio a quest'ultimo.


Sulle altre categorie non so che dire.

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Indovinati 4 su 10. Per montaggio e regia ci sono andato vicinissimo.. Pure la sceneggiatura originale mi sono lasciato sfuggire.. e dire che era facilissimo!

22 feb 2012

Neutrini più veloci della luce, c'era anomalia negli strumenti

"La discrepanza di 60 nanosecondi sembra sia il risultato di un problema con il cavo in fibra ottica che connette il ricevitore gps usato per registrare i tempi di spostamento dei neutrini con una scheda nel computer"

-   Non c'è nulla di eccitante in questo mondo troppo normale.   -

War Horse, Steven Spielberg (2012)

Sentimentalismo a pacchi, buonismo sovrabbondante, una storia del tutto priva di interesse. Nonostante ci sia una sequenza magistrale di guerra, Spielberg però vuole parlarne con un emotività bassissima, banalissima in cui il cavallo è il mezzo per la salvezza all'interno dell'orrore. L'unico punto a favore è che il film sfiora piccole storie di guerra mostrate a mò di volo d'uccello. Ma più di tanto non si spinge. Un film assolutamente privo di intreccio e con sole trovate straabusate di sceneggiatura per far uscire il sorriso di felicità e la lacrima d'amore. Insomma è un super-Spielberg che è una mezza fregatura perchè da lui mi aspetterei qualche passo oltre la maturità e invece ti presenta qualcosa che già sapeva fare trenta anni fa e ora pure peggio nella direzione della quintessenza della retorica. E chissenefrega che si rifà al grande film hollywoodiano di un tempo che francamente nemmeno conosco (a parte I Dieci Comandamenti, in tv si è mai visto con la stessa frequenza un altro Cecil B. De Mille?) e di cui perciò non parlo (ma il finale col tramonto alla Via col Vento l'ho riconosciuto, eh si). E chissenefrega che per lui "chi salva una vita, salva il mondo intero". Baggianata enorme ma che quintessenzialmente funziona sempre tra i bambini è l'incontro con scambio di battute tra il tedesco e l'inglese nella terra di nessuno. Davvero indimenticabile. Una pietra miliare.

09 feb 2012

Hugo Cabret, Martin Scorsese (2011)

Che c'entra il regista di Casinò con una favola? Se è l'opportunità non solo per omaggiare il cinema ma anche per raccontare una storia e un personaggio anzi un uomo primitivo della settima arte con intenti fondamentalmente documentaristici, è più che lecito dire che Martin Scorsese ha tirato fuori un film piuttosto unico e prezioso. Con Hugo Cabret racconta il funzionamento della macchina-corpo cinematografico, le dà l'avvio, la ricarica con la meraviglia di un vero ed efficacissimo 3D così come si ricarica un orologio, risolleva questo corpo-sguardo-pensiero dalla dimenticanza, le ridà vita come la finzione e l'illusione delle immagini possono far di nuovo sognare quegli uomini afflitti dalla troppa realtà della guerra. Di fronte ad Hugo Cabret si è di nuovo spettatori e anche nuovi spettatori. Il volto dell'ispettore ferroviario che sfonda letteralmente lo schermo passando dall'essere immagine all'essere una vera presenza invadente che ci chiede chi siamo noi che scorazziamo da soli nel luogo-sala cinematografica di arrivi e partenze di storie, è sorprendente e spiazzante come il treno che arrivò alla stazione di La Ciotat. Più di Spielberg con Tin Tin (che manca di autentico senso dell'avventura) ha fatto meglio un inedito Scorsese con questo film. Un'avventura dal ritmo rallentato, d'altri tempi in un certo senso, e non esente da difetti. Treni, ingranaggi, robot, disegni, libri, pellicole, costumi, la Storia, Georges Melies e gli occhi bagnati di blu di Hugo Cabret. Qual è il messaggio nascosto della macchina cinematografica? C'è, come dire, un periodo in cui si è bambini, e che è il terreno fertilissimo di tutte le emozioni pure che verranno in futuro; e c'è un momento preciso in cui si prende contatto con la meraviglia: ecco, questo è la nascita dell'universo personale che ha bisogno periodicamente di essere riportato in vita da opere, nel caso del cinema, che restituiscano il meglio possibile quell'imprinting. Scorsese ci regala la luna (in 3D) colpita nell'occhio dal cinema: un autentico simbolo geniale di ciò che è il grande schermo.

08 feb 2012

Lunga vita a John Williams

Compie ben 80 anni oggi il Maestro di musica da cinema John Williams. Molto spesso si dimentica quanto una composizione classica dia al film un coinvolgimento e una spinta alle immagini nella direzione di un'esperienza maggiore e addirittura indimenticabile (la lista di nomination agli Oscar per le original soundtrack viene quasi sempre snobbata da chi fa previsioni.. forse perchè è difficile giudicarla se non quando si fa notare molto durante la visione del film). Per John Williams ho solo parole entusiastiche e di gratitudine per la sua costante creatività e per il suo ruolo ottimamente sostenuto di autore di cinema (Lucas purtroppo si dimentica della paternità di Star Wars che condivide col più anziano e più competente Williams). Le sue composizioni hanno fornito in passato a film estremamente famosi un'identità che è entrata nel mito. La sua musica è, come dire, tanto enorme quanto le dimensioni dello schermo dove vengono proiettati i film, è l'aria che si respira solo nei cinema. Quest'anno è candidato per due film, War Horse e Tin Tin: lavora sempre e, ormai, solo per Spielberg e la qualità delle score più che scesa forse si è assestata. Insomma non c'è più da aspettarsi guizzi e invenzioni lungo tutta la durata di un suo lavoro, ma cosa pretendere? È tra noi e questo non può che farmi piacere (anche se una capatina in Italia purtroppo non la farà mai.. e chissà se l'ha mai fatta).

Incollo qui sotto un pezzo tratto da Star Wars - Episodio VI: Il ritorno dello Jedi dal titolo "Sail Barge Assault". Non ricordo in che punto del film si sente ma posso dire che è molto più bello di quello che ricordo di aver sentito. Un ascolto al cd, perciò lontano dalle immagini, rivela sempre una ricchezza maggiore rispetto a quello dato durante la visione. John Williams è completo proprio perchè riesce ad essere anche autonomo dal suo compito di sottolineare il procedere della storia: compone musica. Questo pezzo l'ho scelto per caso e non perchè più bello di altri.



31 gen 2012

Mission Impossible: Protocollo Fantasma (Brad Bird, 2011)

È da non crederci come basti leggere il nome del regista per lasciarsi influenzare sull'impressione che si ha del film. Brad Bird è il regista di Mission Impossible 4 ma cosa mi dovrebbe far dire che questo film possiede qualcosa di suo? Rendiamoci conto che prima di questo ha fatto solo due film molto belli come Gli Incredibili e Ratatouille, entrambi di animazione, e che questo Mission è un franchise che obbliga chi lo dirige a rispettare la forma originaria. Se non leggessi il nome di Bird sotto al titolo su un qualsiasi sito di cinema, come mi accorgerei che è lui ad aver messo mano a questo quarto capitolo? È risibile come in giro ci sia chi va a scovare nel film sottili idee per giustificare la linea autoriale e interpretativa di quello che ha visto. Perderei tempo a prendere tutti gli articoli letti e dire esattamente il contrario.

Migliore del precedente ma non altrettanto forte e compatto. L'impressione non è che dura troppo, ma che dura male: prima dell'intervallo, allo scoccare dell'intervallo proprio a metà, mi sembra già di averne vite due di ore e non una. La suspense riguarda solo due scene e il resto gira ma non carica ed esplode come l'episodio precedente (il cui difetto principale era l'essere troppo Cruise-centrico); i personaggi del team della IMF sono la parte più interessante perchè ben adeguati alla storia, Tom Cruise stranamente ha invece un ruolo quasi defilato. È certamente il perno dell'azione ma il suo muoversi all'interno della storia è discreto, democratico e troppo serioso (mai un sorriso se non alla fine, sembra si stia solo impegnando ad allenarsi in palestra). Ecco, per non essere coatto come il precedente Ethan Hunt (per non parlare di quello di John Woo), si calma un pò, abbassa la testa, si mette un pò, appunto, di lato. Tom Cruise ha 50 anni e si vede e direi che può pure smettere adesso, perchè è in tempo, a fare questi action da ragazzi. Mission Impossible è per definizione irrealistico perchè non costruisce alcun universo in cui quella tecnologia e quei piani di intrufolamento nei grattacieli siano credibili; nessun universo, nemmeno quello strettamente cinematografico, tanto che può sforare tranquillamente nell'autoparodia. Vogliamo parlare della tecnologia? C'è l'I-pad.. e come poteva non esserci? C'è il table screen, c'è il corridoio che illude (idea simpatica), c'è il riconoscimento del volto sui cellulari, c'è qualcosa di impossibile come la maglia di lana che permette la levitazione magnetica, ma la migliore è il parabrezza touch screen. Non c'è un cattivo che sia tale, ma anche uno che sia presente sullo schermo per più di 15 secondi di fila. Ed è curioso come non venga più mostrato il salto nel vuoto di Cruise e l'uso delle maschere.

Più di tanto non mi ha deluso. Buon per me e buon per lui.


02 gen 2012

“Il bianco e nero è come una struttura architettonica”- spiega Smith-“che rispecchia le fondamenta del nostro essere, del nostro sentire. Potremmo paragonarlo alle travi portanti di un edificio. Evoca l'essenza dell'esperienza vissuta. E questo è un aspetto di fondamentale importanza. Ma c'è di più: sul piano emotivo è, a mio parere, molto più intenso del colore. Non ne sono sicuro, ma credo che tragga la sua forza dalla nostra percettività visiva. Il colore si ferma all'apparenza delle cose. Può essere veramente bello, delicato, meraviglioso a suo modo, ma è totalmente diverso.”

Rodney Smith