24 nov 2011

Mi inchino alla Regina.
24-11-91 / 24-11-11

04 nov 2011

re-reading.... waiting for november......




waiting for (ma nemmeno tanto in fin dei conti) the upcoming trailer on this november.

___________________________________on the road__sulla strada__jack kerouac


C’è un dettaglio che riguarda il protagonista Sal che dimentico sempre mentre leggo e rileggo il libro: è separato dalla moglie. È un’informazione che non ritorna più nel testo eppure mi sembra importante. Ma in realtà sono io che la rendo importante. Kerouac sin dalla prima pagina del romanzo mette in chiaro una cosa, che questa è la storia della vita passata viaggiando per le strade d’America, e che nessuno più di un personaggio come quello di Dean Moriarty, mitizzato dall’entusiasmo di Sal, è rappresentativo di questa esistenza inquieta. Lui è l’unico protagonista al quale Sal regala la sua ammirazione e testimonianza. Sal non è altro che un’ ombra, uno che vive di luce riflessa, è secondario, inferiore per importanza rispetto a Dean che merita invece il piedistallo, gli onori e gli odori della Storia.

La prima parte del libro che Kerouac scrive come una sorta di giro di prova per l’America per ciò che verrà successivamente, non mi convince. Già di suo Sal, come ho detto, conta relativamente, ma poi le sue avventure sono narrate come una sorta di excursus di un’esperienza di due mesi (mi pare), perciò molto velocemente dandosi tempo su pochi episodi come quello al lavoro come poliziotto di ronda notturna, ma senza profondità né pensiero. È il ritratto del vitalismo di chi viaggia e non si ferma mai accumulando e scaricando senza pace le proprie energie che sembrano provenire dal nulla e andare nel nulla. Sal è in sostanza un osservatore superficiale delle cose e delle persone, il suo unico stato d’animo è la gioia, l’entusiasmo, la meraviglia, ma non di colui che scopre e apprende, ma di chi si nutre del semplice contatto- e- via di queste cose. C’è qualcosa che insomma non va se Sal è un personaggio così piatto (come del resto anche altri, di cui non ricordo più le caratteristiche non riuscendo a distinguerli). O almeno egli è subordinato ad un’altra presumibile dimensione che è quella del bisogno di qualcosa di più grande. Egli è disposto a viaggiare da costa a costa per incontrare la sua leggenda personale, Dean, la quintessenza della verità della strada. “Nonostante la diversità dei nostri temperamenti, egli mi appariva come un fratello da lungo tempo perduto”. “[Dean] era uno scoppio sfrenato pieno di assenzi di americana gioia; era occidentale, il vento d’Occidente, un’ode alle praterie, qualcosa di nuovo, da lungo tempo profetizzato, da lungo atteso.” Ma la frase più bella del libro che sintetizza al meglio la storia è forse questa: “In qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla” (p. 10-11). Non penso ci sia altro da chiarire. Sal è il profeta, è il microfono della generazione del dopoguerra che vuole vivere dandoci dentro, sbattendo la testa e sorridendo, godendo, elevandosi al di sopra di se stessa. Ecco, è questo istinto che non condivido: un movimento interiore che non ha fine. Forse dipende dal fatto che il mio tempo non è quello di sessant’anni fa, o forse è un problema solo mio non immedesimarmi in questo stile di vita.

C’è però un pezzo bellissimo che mi ha preso perché è unico nella prima parte, e dà spazio alla dimensione interiore di Sal che viene di solito autocensurata, mostra il suo smarrimento, il suo dubbio, ma solo per un attimo:

“Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l’unico chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero… Mi trovavo lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d’albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi; e guardavo l’alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l’America, alla linea divisoria tra l’Est della mia giovinezza e l’Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso. Ma dovevo rimettermi in cammino e smettere di lamentarmi, così presi su la valigia, dissi arrivederci al vecchio albergatore che sedeva accanto alla sua sputacchiera, e andai a mangiare” (p.17-18).

02 nov 2011

Koyaanisqatsi, Godfrey Reggio e Philip Glass (1982)

L'occhio del tempo si posa sul pianeta Terra e ne libera la spaventosa potenza.
Una carrellata a precedere su una pittura rupestre e una voce/musica profonda che recita il titolo (la parola della lingua hopi che sta per vita folle, vita tumultuosa, vita in disintegrazione, vita squilibrata) aprono e sigillano insieme alle immagini in ralenti di un razzo della Nasa che libera dietro di sè il calore, un'opera di pura percezione del movimento umano.
Il corpo solido della Terra con la sua vastità e i suoi affioramenti rocciosi, la sua immobilità e la luce che la copre e ne risalta la calma e l'asprezza, è il primo elemento osservato. Gli succedono le nuvole che si muovono veloci e forti come onde. Infine la sintesi di terra e acqua con un volo su tutta la superficie. Godfrey Reggio è sostanzialmente interessato alla potenza dell'esistente, alla sua massa enorme che si muove.
Un'esplosione apre un altro segmento, quello in una cava. L'uomo scava nella roccia e ne trae ciò che gli è utile, cioè tutto. Dalla massa ricava l'energia. Con i mega condotti e i fili dell'elettricità sui tralicci, il film inizia ad mostrare una visione inquietante: l'intervento sulla natura di mezzi che la sovrastano, la sfruttano. Decine e decine di tralicci intrecciati tra loro sono come ragnatele acide su un paesaggio desolato al tramonto. Come spaventosa e aliena è l'immagine di una spiaggia frequentata da bagnanti che dietro di sè rivela lentamente la presenza di enormi edifici industriali. Un altro flusso percettivo è quello dei fili di auto che scorrono sulle corsie autostradali, Poi edifici di New York e quelli vuoti e abbandonati di un altrove. Strutture e impalcature dell'energia che conservano ordine e predominio, seguita dalla distruzione, la caduta, la gravità. Quando le immagini arrivano a mostrare la massa delle persone che si muovono veloci, il film inizia a farsi ossessivo: svuota l'uomo di intenzionalità e sembra farlo agire in base ad un'energia equivalente a quella naturale delle nuvole e dell'acqua. Il ritmo aumenta e di notte si osserva il brulicare di auto/luci/punti che si incanalano nel reticolo squadrato delle strade. La massa di individui in una metropolitana si intreccia sempre più velocemente e ripetitivamente con quella dei macchinari che fabbricano, trasportano, smistano oggetti e gli oggetti sono gli uomini che ormani sono diventati l'impersonale fonte del loro esistere. Il movimento è sempre più flusso, energia, caos e ordine astratto e concreto. Il segmento successivo ritrae l'umanità delle persone, la normalità e la pietà verso gesti e sguardi questa volta rallentati, presi nel loro sacrificio umano. Incidenti e soccorsi. Infine il razzo decolla e poi fa la fine dell'energia quando arriva al limite estremo del suo esser contenuta, perdendosi nei frammenti di tristezza che cade roteando all'infinito dal cielo.

Tramite la ripetizione ipnotica di immagini e suoni Reggio e Philip Glass ottengono qualcosa che ha a che fare con la trascendenza ma anche qualcosa che è intrinsecamente tempo e cioè coscienza dell'attività umana sulla natura sempre uguale a se stessa e dunque espressione di una sola grande volontà.


Melancholia, Lars Von Trier (2011)

È tutto finto artificiale in questo film. Il mondo è una superfice verde campo da golf con un piccolo castello in mattoni in cui si celebra un matrimonio. Sempre che la sposa sia dell'umore giusto. E non lo è. In qualche modo ce la mette tutta a sorridere ma c'è la madre che inizia a rovinarle la festa e poco ci manca che inizi ad urlarle contro. Si allontana più volte dagli invitati: va a farsi un bagno nella sua stanza, va a dormire sul letto del piccolo nipote, gira sul campo da golf per poi scopare lo stagista che la insegue. Deve andar storto ed è inevitabile. Non c'è alcunchè da celebrare. La coppia appena sposata si separa all'alba. Non mi sono mai piaciuti i matrimoni: cosa c'è da festeggiare? Perchè bisogna essere tutti belli per una giornata? Che importanza ha questo giorno? Ha davvero il sapore della morte. Il matrimonio è più ancora del compleanno un istante di tempo che già sappiamo come andrà a finire: tutti diventeremo più vecchi e non esisteremo più. Siamo tutti insieme lì riuniti per un solo giorno per contrastare la fine di tutte le cose, ma con la morte che bussa forte al portone. E noi chiusi dentro a gioire con i nostri riti di cui non siamo proprietari. Vale la pena festeggiare un matrimonio (perchè si vive solo una volta)... ma quanto è ridicolo.. Brindisi e felicità con i minuti contati. Il giallo annerito e il nero ingiallito prima di un'alba che sopraggiunge. Un pianeta enorme si sta avvicinando alla bocca della Terra per aspirargli l'aria. La calma prima della fine, i movimenti diventano pesanti e carichi di implosione, non c'è più un mondo dove fuggire se oltre il piccolo ponte non si può cavalcare. Aderire misticamente all'evento terminale (rappresentato senza potenza) è ciò che rimane da fare alla sposa ormai priva di sguardo e alla sorella al limite della speranza. L'immagine di von Trier è lieve, sospesa, struggente, è l'unione della prima luce dell'alba e l'ultima luce del crepuscolo. È il commento alla musica di Wagner senza riuscire a raggiungere la sua ineffabilità.