28 gen 2011

L'uomo duplicato, José Saramago (2002)

Per la letteratura il confrontarsi con il tema del doppio è una speculazione d'obbligo, un un piatto sempre ri-cucinato, un'occasione troppo ghiotta. È l'impossibile singolarità, il confronto con lo specchio vivente, forse lo stupore massimo, uno scherzo simpatico che la letteratura fa con la Natura. Per me è sempre stato un topos molto noioso soprattutto quando coincide con un protagonista solitario. Questo libro rientra nella categoria, ma fa un attimo eccezione attraverso lo stile fluido, ironico, curvilineo, (purtroppo) prolisso di Josè Saramago, che con il suo intervento in primo piano nella narrazione non smette mai di presentarci gli eventi assurdi con fantasia e spirito d'osservazione, ricordando per un certo verso lo stile di Italo Calvino.

Il protagonista è un uomo di 38 anni che non riesce ad accettare il suo non comune poichè antico nome, Tertuliano, nonostante sia un professore di Storia; conduce la propria vita in un appartamento da solo con alle spalle un divorzio e di fronte un rapporto con una donna che lo ama, ma che lui per timore non ricambia; e ha problemi nel far ben comprendere la sua teoria su un diverso insegnamento della Storia agli altri colleghi. È un'esistenza che si offre per essere sconvolta da un evento di qualche tipo, come proprio dalla visione di un film in cui trova un attore del tutto identico a lui.

I personaggi sono appena cinque e la trama segue principalmente la ricerca ordinata, paziente e segreta di Tertuliano Maximo Afonso, del tutto estraneo ad un'investigazione che lo mette di continuo di fronte al Senso Comune, una voce dialogante che lo avverte delle imprudenze o delle stupidaggini che sta per compiere. Le digressioni che il narratore inserisce tra le azioni di Tertuliano per affabulare un lettore che deve poter penetrare nel vivo della vicenda, fanno gran parte del lavoro di attesa dell'inevitabile incontro tra i duplicati.


Ciò che muove il protagonista è il bisogno di aver di fronte il suo sosia perfetto almeno una volta, ed è qualcosa di incontrollabile, una curiosità naturale, e ormai una scoperta incancellabile. Saramago li fa incontrare per mostrare cosa succede quando una debolezza viene messa in conflitto con se stessa: non farà che amplificarsi, moltiplicarsi, poichè ormai diventata una specie di gorgo che inghiotte quello che c'è. Qui a sdoppiarsi è insomma un uomo che vive nella solitudine, la cui debolezza è la vigliaccheria, è l'aver preso la decisione sbagliata, l'aver agito per rivalsa, e l'aver considerato solo la propria unicità e non quella altrui.
Nel testo Saramago scrive:
"Si dice che odia il prossimo soltanto chi odia se stesso, ma il peggiore di tutti gli odi deve essere quello che spinge a non sopportare l'uguaglianza dell'altro, e probabilmente sarà anche peggio se tale uguaglianza dovesse mai essere assoluta"
È un'odio che va inteso come una verità insopportabile, un fastidio che il protagonista pensa di essere riuscito ad affrontare, ma in realtà ha generato altre inquietudini in altre persone che si ritorcono poi su di lui, proprio perchè è soprattutto un odio verso se stesso.

Il problema con questo romanzo si è presentato e non è stato poi così di poco conto, visto che è emerso nel bel mezzo della narrazione, quand'essa mi è sembrata mancare di una buona spinta per accelerare il corso degli eventi per il passo successivo. C'è insomma tutta una buona parte del libro (la barba finta e tutto il resto) che avrei voluto vedere priva di quei tempi che il narratore si prende per elaborare il nodo finale. E poi, nei fatti, lo sconvolgimento di cui si parla non viene mai reso, così come l'ironia di una narrazione onnisciente e non, non porta in primo piano la psicologia del protagonista che resta per me troppo parte del gioco di una narrazione destinata ad un lettore chiamato in causa. La storia articola un soggetto interessante, la morale dell'individuo, ma lo tratta dando l'impressione di allungare il brodo quando non c'è bisogno.

04 gen 2011

Tron: Legacy, Joseph Kosinski (2010)

Devo a questo film se sono riuscito a riconsiderare Avatar: agendo all'opposto con uno scenario lucido-minimalista, Tron:Legacy mi ha riportato sulla strada del concetto di "universo pieno di alterità" mostrato dall'effettistica ottimista di James Cameron. Questo del pubblicitario Kosinski mostra la triade x,y,z nella sua nera essenza e senz'altro perfezione, con un gusto tutto suo per il virtuale inteso come luci che roteano e strisciano a grandi velocità. E basta. Il bianco è una scatola vuota, il nero un tabellone con delle pedine che vogliono uscire dal tavolo da gioco su cui agiscono e si schiavizzano. Un tanto visionario (facilmente visionario) e per niente suggestivo. Lo stesso problema di Avatar: l'assenza di elementi nascosti alla vista, di uno sguardo sul filo dell'illusione che provoca l'immaginazione. Sia Avatar che Tron:Legacy (ma è scorretto prendere ad esempio quest'ultimo perchè non era questo il suo obiettivo) sono film che si danno e si fanno di e nell'innovazione senza conservare e farsi forza su un senso di sfumature fantastiche, visive, di virtuosismo spettacolare e meraviglioso...
Ma mi sa che questo dipende dal fatto che ho perso l'occhio per questo tipo di film...


Piuttosto segnalo (a parte il grande Jeff Bridges e la bella assistente del Dr.House Olivia Wilde) alcuni pezzi della colonna sonora dei Daft Punk:
- Encom Part II
- Castor
- The Grid
- The Son of Flynn
- The Game Has Changed
- Outlands
- Derezzed

The Social Network, David Fincher (2010)

Il trailer, non il film, è un capolavoro. Ne hanno prodotti penso di tre tipi più gli spot per la tv, ma quello che incollo qui sotto è la sintesi perfetta per il film, cosa dico?, è il trailer migliore dell'anno. In 2.31 minuti ci dice che siamo fatti di desideri, che siamo soli ma vorremmo tanto trionfare del riconoscimento degli altri, e tutto questo lo fa all'inizio con un senso di sospensione ed estasi con il succedersi di foto, di clic, di bottoni, di pixel circondati da una luce che è la voce candida di un coro femminile e un pianoforte ad accompagnare, poi con l'intreccio tra le scene e le battute del film che aumentano di drammaticità in un climax che monta su immagini di una vita di godimenti e un succedersi di scontri, conflitti faccia a faccia, infine si ferma e si suggella con quella battuta finale del protagonista di fronte ad una commissione che è l'affronto finale di uno contro tutti.



La musica è una versione straordinaria della canzone Creep dei Radiohead ed è il punto di forza del trailer perchè estrapola in pochi versi l'anima del protagonista aggiungendo qualcosa di più, caratterizzandolo come un individuo disperato e malinconico poichè estromesso dalla bellezza propria e altrui, ma allo stesso tempo le note rendono conto della bellezza che ha creato. Le immagini che scorrono all'inizio sono dei primissimi piani di un monitor che mostrano le foto di persone immortalate al meglio della loro auto-rappresentazione sul sito Facebook, e immortalate è la parola giusta perchè il coro e lo sfondo bianco sembrano proprio conferire a questi volti, queste pose, corpi una sorta di beatitudine fermata, colpita, attestata dalla possibilità di commentare, di cliccare su like, sul bottone "add a friend", di scrivere e così via, da un altro individuo che sta condividendo. E tutte queste foto e queste azioni coincidono perfettamente con le parole della canzone.. i want to have control/i want a perfect body/i want a perfect soul.. finchè le voci non si piegano quel tanto aumentando di tono su i want you to notice/when i'm not around con sopra le foto di una mano che si apre su un solo occhio, di una festa divertente tra amici e quella di una ragazza con l'ago di una flebo in una mano, poi di un piccolo gatto, una scritta, di una coppia e infine un sorriso-emoticon che si forma... qui si arriva alla commozione perchè il trailer sta dicendo "che vita variamente meravigliosa". Ma il video continua e con un climax sempre più serrato sulle immagini di qualcosa che esiste (come il divertimento nell'università), che si incontra, e si scontra, che corre e poi esplode: sembra di aver descritto il concepimento e infine la nascita di un essere umano.