20 giu 2011

16 giu 2011

The Tree of Life


L'Universo, o se volete il Creato o l'Esistente, è fatto di dolore: ma perchè? Perchè tanta bellezza è anche dolore?
Non so se questo quinto film sia un passo in avanti del suo discorso ma sta di fatto che è un altro modo di porre il suo sguardo sull'uomo e la natura. C'è sempre la morte nei suoi film ed è sempre una parte, la più sofferente, del Tutto.
Panismo
Panteismo
Quella più bella è sicuramente del personaggio di Pochaontas in The New World, culmine in un certo senso di tutta la sua poetica dell'accettazione, dell'armonia con il mondo, di una felicità, una grazia mai persa. In The New World il dolore era rappresentato come frattura di una civiltà col suo passato nel suo compiersi.
In The Tree of Life il ricordo della morte di un fratello ritorna dopo essere stato in qualche modo dimenticato, e ritorna vivo aprendosi a tutto ciò che manifesta sofferenza.

C'è qualcosa in noi, delle forze, che si combattono all'infinito, sono all'origine dell'identità. Perchè mio padre mi odia? Vuole uccidermi? Perchè questo significa "volermi bene"?
Il bambino, il figlio, è sempre lì impaurito che subisce una forza più grande. Riflette, capisce, è triste e felice, libero e confuso. E il padre ha forse sbagliato. "Povero bambino, povero" dice mentre ricorda di essere stato severo per troppo egoismo, per una vergogna che apparteneva solo a lui e che aveva riversato sul figlio. Toccante.
L'Universo ci schiaccia senza rispondere alle nostre domande. Eppure la sua bellezza ci suggerisce di amare per poter vivere.

Malick rappresenta con purezza i primi anni di vita e la crescita, la felicità di quell'età che a stento possiamo ricordare. Lacrime di gioia. Sembra che questo solo sia il significato, gli attimi di Grazia eterna che possiamo trascendere vivendo.

Da qualche parte qualcuno ha scritto che Terrence Malick filma il vento. Esatto. Lui filma anche , o meglio rende tutto come, l'acqua. È tutto un fluire senza origine e senza fine di immagini, di musica, di suoni, di silenzio che ci avvolgono. Tutto così leggero da essere anche non sempre facile da afferrare. Il suo cinema è un Io che contempla, ci restituisce un atto dello spirito di cui si è persa l'abitudine.

11 giu 2011

La strada, Cormac McCarthy

È tutto finito. O almeno quelli raccontati da McCarthy sono gli ultimi secondi di umanità presenti sul pianeta. Due persone, tra le pochissime rimaste vive, sono la "rivelazione finale della fragilità di ogni cosa", testimoni del tempo e della luce interiore in un mondo che è diventato un binario morto da percorrere fino in fondo. Ha il colore della cenere questa "terra morta senza testamento": tutto è bruciato, vuoto, scomparso. McCarthy ci fornisce l'immagine dell'Essere che si sta spegnendo. Più di una post-apocalisse, è proprio la fine del tempo. Un padre e un bambino si dirigono con un carrello a sud dove fa più caldo, scheletrici, dormono sotto la pioggia, nella neve e nel vento, alla ricerca di qualche fortunato resto per poter mangiare, sempre fermi senza arrendersi alla disperazione. Circondato dalla Morte, il bambino non viene più salvato dalla sua visione assoluta da quando il padre ha smesso di raccontargli storie che ritiene inutili, eppure il figlio continua a chiedere e far lavorare la fantasia e la speranza. E il modo in cui McCarthy rende l'idea della resistenza dell'umano contro la presenza del male in ogni cosa è il libro stesso che con tante parole ci fa attraversare nel concetto di Esistenza.

7 giu 2011


Quest'uomo si chiama Philippe Petit e nel 1974 camminò tra le due Torri Gemelle in equilibrio su una fune. Pensò che se riusciva a farlo da trenta metri di altezza avrebbe potuto farlo anche da 415 di metri: giacchè sotto di lui c'era sempre il vuoto, il problema non si pose affatto.