27 set 2010

24 set 2010

16 set 2010

Abissi d'acciaio, Isaac Asimov (1953)

Dopo più di un decennio mi sono trovato a rileggere il primo libro del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov, esiliato nella seconda fila della mensola insieme ai seguiti e ripescato grazie ad anobii.com, dove un commento entusiastico mi ha fatto incuriosire quel tanto da volerci rimettere gli occhi.

Brevemente, i romanzi di Asimov appartenenti a questo ciclo sono dei gialli d'azione futuristici in cui a sbrogliare la matassa oltre al poliziotto umano compare il robot evoluto, così tanto da essere indistinguibile da un essere umano nella sua componente fisica. Questa interessante variante di Watson permette ad Asimov di costruire un universo di questioni sociali, storiche, antropologiche, culturali che ruotano attorno al concetto di diverso, di sovrappopolazione, di rapporti con altre società. E sono questioni che hanno bisogno di essere sbloccate quel tanto da permettere un cambiamento nella storia dell'uomo. Nel libro Asimov affronta in sostanza sia il problema della definizione di robot che quello della sua presenza all'interno di una società newyorkese, una magalopoli sviluppata in profondità (gli abissi, o meglio le caverne d'acciaio del titolo originale) invece che in superficie, una società che nutre un desiderio latente di ritorno ad un passato in cui si viveva con meno tecnologia, all'aperto, a contatto con la natura. Una delle immagini che restano di più e che dà l'idea del tipo di insofferenza che cerca di emergere, è quella dell'ufficio del questore in cui il lettore entra nelle prime pagine del romanzo: il questore è un uomo con gli occhiali, come più o meno oggi lo sarebbe uno con una pipa pregiata, che nel suo ufficio ha fatto installare una finestra. Ora, tutti gli edifici, tutti gli appartamenti di questa New York di un ipotetico futuro sono chiusi senza la possibilità di veder fuori: claustrofobia. E questa condizione, insieme ad altre, è ritenuta normale dalla gran parte dei cittadini che vivono in una città coperta nella sua parte più alta da una cupola.
"Quando ho fatto installare la finestra non è stato solo per guardare il cielo. Volevo tenere d'occhio la città, e adesso mi chiedo che cosa ne sarà tra un altro secolo."
Questo del vivere all'aperto è un sentimento che appartiene solo a questo personaggio e che si rivela importante per evocare e descrivere l'ambiente in cui ha luogo l'azione: una città che possiede le cosidette strade celeri dove le persone possono muoversi (non ho capito come, anche perchè non viene detto granchè) spostandosi dall'una all'altra, in cui i servizi igienici sono condivisi (il lavandino è un lusso), dove la subeterica (più o meno la tv) insieme alla mensa è fruibile solo da molte persone appartenenti ad una determinata Sezione, una città dove le vecchie strade per le auto sono ormai deserte. Più o meno sembra il più grande centro commerciale immaginabile. Il romanzo è stato scritto attorno al 1953 ma non so fino a che punto Asimov puntasse ad essere profetico...
Queste caretteristiche e molte altre ancora riversate sul lettore in tutta la prima metà del libro, convogliano tutte sul personaggio del poliziotto Elijah Baley, un uomo che non esita nel dimostrare le proprie teorie rischiando più volte di essere estromesso dal caso, ma che sa anche proporsi flessibile nel rapporto con i robot: la conoscenza del collega R(obot) Daneel Olivaw gli permette di farsi un'idea meno superficiale su questi esseri sempre più presenti nella società in ruoli che tolgono lavoro ai terrestri. Isaac Asimov non si limita certamente a questo. Il caso da affrontare è l'uccisione di uno scienziato robotista avvenuta nella città di Spacetown, l'unica confinante con New York e abitata non da Terrestri ma da Spaziali, cioè individui che in passato emigrarono su altri pianeti (Mondi Esterni) e che oggi vivono in modi del tutto diversi da quelli terrestri (un razionalismo elevato a filosofia, netta minoranza di individui rispetto a New York, longevità, estreme condizioni di pulizia, presenza massiccia di robot, e tanto altro). Tra i Terrestri e gli Spaziali non c'è alcun tipo di contatto se non quelli pochissimi istituzionali. Baley viene incaricato del caso perchè persona di fiducia del questore. La partita così descritta avviene su più campi convergenti (terrestri nostalgici e robot; terrestri e spaziali; spaziali e robot; terrestri e mondi esterni) che puntano ad un cambiamento drastico, rivoluzionario. Ma in realtà lo scopo di Asimov è quello di far incontrare le diversità, analizzarle razionalmente, estrapolare da tutto ciò la funzione dei robot dalla grande somiglianza umana, cioè esseri viventi che obbediscono all'uomo nel rispetto delle Tre Leggi della Robotica e che imparano ad assimilare i comportamenti umani e concetti a loro ancora estranei come quello di giustizia. Abissi d'acciaio è senza dubbio un romanzo complesso, ricco che offre molti spunti che vanno oltre il mero caso affrontato, per puntare più che altro sull'osservazione del meccanismo della storia umana e della tecnologia. Si tratta ovviamente di fantascienza pura. Pur realizzando un poliziotto umano dall'indole filosofica e una storia molto razionale (dalle descrizioni della città e della sua civiltà fino alle conversazioni con vari altri personaggi), Asimov fa scorrere il tutto con un linguaggio molto semplice: è ciò che viene definita letteratura popolare, con contenuti che non sono altrimenti di facile approccio. (un'eccellente analisi dei temi del libro e di quelli della storia della fantascienza, è presente nell'introduzione scritta dal traduttore; un'analisi che approfondisce e stimola molto meglio di quanto scritto qui). E infatti la mia lettura è andata avanti cascando in questa apparente superficialità che ho trovato nellla descrizione dei due protagonisti: un poliziotto dagli umanissimi timori ma che non dimostra scaltrezze inattese o ironia, e un robot umanoide fin troppo rigido nella sua eccellenza e nei suoi limiti (di costruzione). Per quanto in giro abbia letto che si tratta di una coppia memorabile di investigatori, almeno dalla rilettura di questo primo libro del Ciclo dei Robot, a me sono sembrati abbastanza appiattiti sulla pregevole costruzione che Asimov fa di questi futuristici mondi; e se tutta una prima parte è dedicata al disegno (ottimo per quanto è evocativo) di New York e dei suoi abitanti, la seconda rinuncia quasi del tutto a questo per proseguire in conversazioni didattiche statiche anche se non troppo noiose. Isaac Asimov mi ha certamente preso per tutto il libro, mi ha fatto dipendere dalla storia, ma mi resta cmq l'impressione di una storia di descrizioni saggistico-filosofiche priva del senso della scoperta.

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update
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"il senso della scoperta"... ci sto ripensando.. Asimov apre su un futuro delineato e in gran parte descritto in maniera eccellente, messo a disposizione dell'immaginazione di chi legge, ma in gran parte è anche privo di movimento.. ma questo l'ho già scritto.. il punto è che Asimov scrive la storia di un futuro come se questo futuro fosse già passato da millenni, il che non significa che narri di miti e leggende ma di eventi e cambiamenti che sta come rispolverando.. E se Isaac Asimov fosse più un archeologo del futuro che altro? (mi sto giocando la credibilità)

10 set 2010

20 sigarette

Il titolo sembra seguire la tendenza di qualche tempo fa quando i film avevano a che fare con i numeri, le quantità, l'unicità di qualcosa, le metafore, ma era appunto marketing. Anche qui. Se il film l'avessero intitolato in modo diverso facendo intendere la guerra, la guerra degli italiani, si sarebbero giocati quegli spettatori che non cercano l'impegno. (la sto facendo lunga). Prima di andarlo a vedere, stasera, sapevo due cose del film: il titolo e l'immagine del protagonista che si accende una sigaretta in mezzo al deserto sassoso (peraltro dei sassi distribuiti molto bene nel piatto deserto) afgano vicino a due militari. Stop. E in più devo dire di essere entrato in sala con un ritardo giustificato di 15 minuti (e dire che ho sempre rinunciato ad entrare per averne persi "appena" 5). Dunque mi ritrovo a dire paroloni (in senso positivo) su qualcosa che non immaginavo esistesse. Ah, sapevo anche della vittoria del film nella sezione Controcampo Italiano a Venezia ieri: ho visto la premiazione fatta dal presidente di giuria Mastrandrea e un'esultanza del regista con urla e abbracci da far paura. E devo dire che non me li spiegavo. L'attore protagonista è straordinario, c'ha una faccia che mi ricorda (vagamente nelle linee, ma chissà perchè) Orlando Bloom ma di più quello tedesco della saga Heimat. È uno di quei volti un pò diversi da quelli comuni, uno di quelli che credo possano sfondare. Basti (a me) cmq sapere che questo film è stato diretto dallo stesso protagonista della storia e che perciò è tutto vero.
Nassirya. Io l'attentato di Nassirya all'epoca l'avevo snobbato, anche se non è il termine giusto: sentivo più che altro un profondo disgusto senza precedenti per la reazione fin troppo collettiva alla strage con quel trasporto di tutto il Paese, la cerimonia televisiva (e solo la tv può indire una cerimonia dai tratti epici ma nella sostanza squallida e vacua retorica), la memoria dei militari caduti, il doversi cioè avvicinare emotivamente a delle immagini formato tessera (non dico nemmeno volti, ma immagini di ragazzi dalla corporatura asciutta e robusta) e farne emergere la mia presunta sensibilità per l'eroismo... puah. Ok, era lontananza da un certo mondo (o dal mondo tout court) ma tutto ciò che era avvenuto mi arrivava filtratissimo in tutta la sua pesantezza dal medium tv, ed è questo che incise. Il film, cioè il protagonista, alla fine denuncia esattamente questa menzogna nella cerimonia che ci fu e che consistette nel non menzionare alcuni (?, devo informarmi) nomi di chi era morto, denuncia il tentativo di un militare di ottenere la medaglia al valore, la parata di generali e politici che andarono a salutarlo in ospedale (una gustosa citazione da Arancia Meccanica peraltro), etc... 20 sigarette è perciò la storia di una lunga giornata in Afghanistan della durata di un pacchetto da venti, appunto.
Coinvolgimento assoluto. Il pezzo piuttosto lungo in cui il camion bomba viene fatto esplodere contro la caserma dei carabinieri è girato prima e dopo l'evento tutto in soggettiva ed è pazzesco, raggiunge una vetta di realismo quando si vede il braccio destro ustionato totalmente coperto di sangue del protagonista Aureliano Amedei che cerca di allontanarsi dall'esplosione trascinandosi, ma in pratica mordendo il terreno con le mani. È un film entusiasta per la forza e la vitalità che i personaggi tirano fuori e per alcuni momenti toccanti proprio perchè riusciti, e proprio grazie a questa scrittura e a questi momenti che riportano a personaggi morti credo si riesca a riconoscere lo spessore umano del far parte e rischiare in guerra. È cmq un film scritto e diretto da chi l'ha vissuta troppo intensamente in brevissimo tempo, ma di testimonianze dell'essere in guerra si trovano anche in certi rari reportage tv, come ad esempio uno visto su La7 che mostrava in modo molto chiaro cos'è vivere in un campo militare al fronte...

06 set 2010

Lost in Translation

Nei primi secondi c'è un'inquadratura di Scarlett Johansson, Charlotte nel film, che dorme sul fianco sinistro nel letto di un albergo e ci porge il fondoschiena coperto da uno slip semitrasparente, un'immagine che messa come sfondo del titolo sembra un pò la cover di un magazine su cui muovere gli occhi quando siamo in una sala d'attesa. Si, è un pò elaborata come interpretazione ma di altre non ne so trovare.. Nel corso del film Charlotte non la si vedrà mai dormire o posata su di un fianco.. perciò questa sembrerebbe una di quelle immagini-sintesi, un pò una strizzata d'occhio da indovinare, credo.

"Persi nella traduzione" è la pedissequa traduzione (ops!) del titolo anche se rende più chiaro accettarne un'altra tipo "Lost in Translation = il proprio mondo perso ancora più perso nello scarto linguistico-culturale-antropologico in un ambiente (in)solito al confine tra ciò che ci portiamo dentro e ciò che non capiamo di fuori". Il confine è quello circoscritto dal grande torrione dell'albergo giapponese in cui due americani, una ragazza che accompagna il giovane marito fotografo e un attore di mezza età non più quotato in patria e costretto a girare spot in un altro Paese, si conoscono lentamente per noia e per lento avvicinamento, spinti da una città come Tokyo buffa ma anche luminoso-protettiva che risulta incomprensibile, che appare altro dall'interiorità dei due protagonisti tanto ben creata da Sofia Coppola. La prima si accorge che ha sposato (da due anni) una persona che la lascia nell'albergo senza ascoltarla e il secondo non riesce a pareggiarsi con moglie e figlio dimenticandoli di proposito, allontanandosi così anche troppo dalla propria vita professionale... Persone in crisi che si trovano a decidere di obiettivi confusi come la vita dopo la laurea o la vita nella famiglia, passaggi entrambi alla vita adulta. La Coppola elabora un film perfetto nel delineare gli umori e lo scarto con l'ambiente circostante, facendo giocare Bill Murray con oggetti fuori dalla sua portata o con giapponesi che lo trattano da grande attore con riverenti sorrisi, dando così alla storia una memorabile forma ironica oltrechè sentimentale. Innamorarsi per breve tempo in un hotel (e grazie ad un hotel) per Sofia Coppola non porta tristezza o lacrime perchè un intimo incontro sta per evaporare, ma significa tenersi semplicemente compagnia, e la città di Tokyo che possiede certamente coordinate diverse da quelle occidentali, qui è lo spazio desertico eppure così ludico che rende utile la percezione del perdersi, che non è un morire dentro, ma un coccolarsi.

04 set 2010

Inglourious Basterds

Non è un capolavoro e non è il miglior film di Tarantino. Non è un capolavoro e non è il miglior film di Tarantino. Anzi ci fa una brutta figura al cospetto del resto della sua filmografia. Forse è brutto ma nel senso che non è così piacevole vederlo come invece avrebbe potuto essere (cioè è difficile che abbia voglia di rivederlo subito tutto o qualche pezzo). E il campo dei "poteva essere" si sa che squalifica chi cerca di giocarci su, perciò mi fa incazzare. Non è il cinema puro che Tarantino ha imposto finora, è il suo cinema teorico perchè ogni capitolo in cui è suddiviso il film sembra uno studio sulla sequenza-tipo che rappresenta un confronto a due personaggi, poi a uno contro tre, uno contro alcuni e alcuni contro tanti. Quasi ognuna di queste si spinge consapevolmente al di là della durata che ci si aspetta, è la messa in scena di un dialogo o meglio di una tensione che scorre molto lentamente, fermandosi anche e poi cambiando di impatto fino ad esplodere in una chiusura epica e potentissima. Bastardi senza gloria è indubbiamente potentissimo in alcuni isolati momenti, sempre delle chiusure o delle cerniere: ad esempio la fuga di Shosanna ad inizio film con un pezzo di Morricone pazzesco e una semplice scalata di due piani su lei che corre per salvarsi e mille altre finezze che fanno scattare i brividi, ma anche i secondi finali nella cantina che esplodono prima che ci si accorga di cosa li ha fatti scattare.. il che significa un montaggio Perfetto. Ma tutte queste lunghe durate valgono la pena, cioè valgono l'attesa per ciò che accadrà alla fine? No. Restano scritte e girate benissimo ma laccate. Solo nell'ultimo quarto d'ora si trovano altri due momenti eccelsi. [Inizio SPOILER] Quello dell'uccisione, depalmiana nella sua prevedibilità, di Shosanna che viene sparata al ralenti con uno schizzare di sangue e una contorsione volante del corpo che sono un pezzo davvero stupefacente di uso dell' ottica della macchina da presa; e quello del messaggio di Shosanna proiettato in sala: il viso gigante che dallo schermo aggredisce e ride dei nazisti in sala, soprattutto la voce che esce profonda dalle casse della sala, le fiamme, le mitragliate sul pubblico, e altre cose. [FINE SPOILER] Brividi di puro cinema (della vendetta).
E Christoph Waltz? E Brad Pitt? Straordinario e unico il primo ma, come anche Brad Pitt, non si prende il film che stavolta inevitabilmente non fa spiccare i personaggi ma la successione delle lingue (francese, tedesca, inglese e italiana) e delle flessioni che le tradiscono. La sintassi del rispetto "civile" e reciproco per i nazisti contro la lingua spaccona e caricaturale degli americani, fino alla muta passione cinefilo-infiammabile della bionda vendicatrice.


non andrò a vedere il nuovo film della Coppola, come non andrò a vedere il prossimo di David Fincher e per motivi diversi. Il cinema di Fincher non mi piace, nel cinema della Coppola ho trovato un senso nei primi due film ma già col terzo ho capito che torna a rappresentare un'inquitetudine (solitudine dei e nei sentimenti, direi) senza distaccarsi dal proprio ego ed esperienze piuttosto limitate e in umido di un'atmosfera da acquario intimista: una ragazza sola in una casa o albergo, il complicato passaggio alla maturità, il rapporto con i genitori. È troppo autobiografica e autoriflessiva e soprattutto ripetitiva. Al di sotto del cambio di tempo con Marie Antoinette c'è sempre la stesso luogo dove la protagonista è esistenzialmente decentrata, spossata. Potrebbe mettersi in crisi e immaginare altri sviluppi degli umori in modo da avere una storia incisiva...

03 set 2010

più o meno questo è il secondo episodio, dopo il primo nel settore strumenti musicali della feltrinelli, dell' autogenerantesi serie "ragazzini che se la comandano".

un gruppetto molto più convenzionale questa volta, composto da quelli che tirano in porta sotto al palazzo, nello specifico nel vicolo cieco del parcheggio condominiale, e che per tornare alle proprie abitazioni ( a 30 metri di distanza) usano le biciclette lasciate svenire sull'asfalto invece di far scattare il cavalletto: questo dettaglio dimostra che riescono a darsi una caratterizzazione in più accompagnando al giuoco del pallone la pedalata sul biciclo. [...] Così dopo aver tirato calci di rigore sempre più forti e urlato pallllaaaaa!! al garagista (spero per lui che sia sotto i 30 anni e che dunque non abbia figli) con sbuffi compiaciuti per la solita noia, fanno girare la cinghia ingrassata del biciclo sull'anello dentato in modo da spingere le gomme sullo striminzito viale curvato del parco, col rischio, chissà quanto rincorso, di schiantarsi contro il furgoncino bianco della pasticceria che gira l'angolo.
Ma "ragazzini che se la comandano" significa che c'è un capuzziello tra loro che in questo caso decide e manifesta in trenta secondi i suoi connotati (forse non tutti ma sicuramente quelli che contano per il gruppo) con ritmo, con delle rime dei gesti che lo rendono esperto, efficace.
  • palleggia con il lato destro del piede controllando il pallone con la coda dell'occhio, mentre parla e mentre un altro gli sta di fianco girandogli intorno per prendergli la palla
  • si tocca i testicoli quanto parla con gli altri
  • prende il manubrio della bicicletta come se fosse un motorino (tra 6 anni circa il patentino)
  • urla
  • dice "stronzo"
  • dopo un tiro si aggiusta la maglietta sulle spalle in modo che sia in grado di respirare dopo lo sforzo
ma cosa più importante
  • quando vuole, prende il pallone e se lo mette sotto al braccio sinistro mentre si avvicina agli altri gesticolando con un pesante braccio destro: è incredibile come assuma un'altra imperiosità accostando alla forma del piccolo torace il pallone ovviamente gonfio, diventando così un pezzo unico con l'oggetto della sua abilità e affermando "se volete continuare a giocare dovete guardarmi negli occhi"