27 mar 2010

Ieri sera tra le 19.00/19.30 sono stato in P.zza Dante per sentire e dare un'occhiata alla festa di chiusura della campagna elettorale del movimento di beppegrillo. Ero lì curioso di sapere cosa succede in una di queste cose organizzate dalla politica, o meglio da cittadini insoddisfatti che si organizzano in una forma non rassegnata di politica, o meglio ancora (perchè non era cmq una manifestazione del cosidetto popolo viola) un cosa che nasce dalla foga di un comico che si è inventato un nuovo lavoro. Lasciamo stare quest'ultima definizione perchè beppegrillo io non l'ho visto e non mi interessava sentirlo, piuttosto mi sono messo nella folla della piazza per vedere chi ci va a queste presentazioni e come si tengono insieme per essere ottimisti sul loro futuro. Insomma come parlano delle soluzioni in cui credono.
È il primo evento politico di questo tipo che vedo (fisicamente, di persona..) e anche se sono stato lì per poco (ma poi quanto avrei dovuto restarci?) mi è sembrato molto ben organizzato. Appassionato, più che altro. Sotto al palco c'era della calca composta ed entusiasta con i propri applausi e a pochi passi da loro c'erano tutti gli altri, cioè non molti altri: p.zza dante è immensa, la riempiono davvero in pochi, e questa festa occupava liberamente giusto lo spazio tra il palazzo del Convitto Nazionale e la stazione della metro. Si stava insomma larghissimi. Famiglie? No. Gruppetti di studenti del tipo alternativo, signorotti del luogo (quelli con le mani unite dietro la schiena), signore che facevano il volantinaggio con entusiasmo saltellante e ragazzi dall'aria indaffarata. Il palco illuminato solo da una serie di luci calde direzionate verso il bordo, era animato da due vispi presentatori, direi anche brillanti, che facevano avvicendare i vari candidati del movimento in una brevissima esposizione delle loro intenzioni, principi, di dati (ad esempio sull'acqua), sul lavoro, accennando alla loro organizzazione nata sul web, etc.. Un minuto e mezzo circa per non so quante persone che si presentavano e parlavano al pubblico in modo molto chiaro, sintetico, di aspetti sempre diversi della candidatura. Comunicazione efficace cioè non dispersiva, niente affatto noiosa, e i presentatori non avevano problemi a troncare il discorso di uno per farne salire un altro. Di sicuro l'aspetto migliore di questo evento. Nessuna vena polemica, nessuna pesantezza retorica, nessuna asprezza: c'era insomma dell'intento costruttivo.
Di tutto questo non ho cmq tenuto conto che è un fare politica che cerca di portare avanti soluzioni (purtroppo) fuori da una loro reale attuazione, cioè hanno la forma delle cose immaginabili e la forza civile delle belle e giuste cose dette da chi non ha potere. Resta cmq, ed è questo che volevo sentire stando lì in mezzo, un bel momento di aggregazione, di collettività che può procurare un buon senso di identità, quella di chi è drammaticamente scontento di ciò che la politica fa della loro città e in generale delle loro possibilità di vivere meglio. La gente era lì per fornirsi quel minimo di speranza per una visione diversa della cose, non di certo perchè crede davvero e completamente in quella visione (o forse si?). Un popolo ancora senza Re, ma cmq un popolo che lo vuole e lo fa sapere (prima di tutto a se stesso).

Di tutt'altro tipo è un'altra serie di impressioni. Queste persone sono simpatiche, sono attive, si fanno coinvolgere, aiutano a mandare avanti una baracca itinerante: un palco, gente che fa spettacolo, che suona e che inventa canzoni (sul candidato alla regione), seduti sotto una statua, un'illuminazione non tanto forte, movimenti dietro al palco, transenne, un banchettino per dare informazioni, la voce amplificata che sbatte sulla facciata dei palazzi di fronte, etc.. Persone che in fondo giocano in una piazza. Sono persone che non conosco.

12 mar 2010

Alice in Wonderland di Tim Burton (2009)

Prima della proiezione di Up ci fu il trailer di Alice in Wonderland col suo Stregatto che usciva dallo schermo, a detta di diverse persone la cosa migliore (2 secondi appena) vista in quella sala. Prima della proiezione di Alice in Wonderland c'è stato il trailer di Toy Story 3, il teaser, nulla di che rispetto a quello esteso ma forse "migliore" di tutto il film seguente. Una storia risaputa ma sempre florida di fantasia, di non sense, di surreale strabordante, è stata rappresentata invece in modo simile a tante altre. Due cose mancano in quest'ultimo film del gruppo di Tim Burton (insieme alla compagna, a Johnny Depp e a Danny Elfman): la serietà della trasposizione/ispirazione e l'insana e incontrollabile forza dei personaggi. È troppo sbrigativo perchè si appoggia più del dovuto alla familiarità che abbiamo con l'immaginario, senza così azzeccare un solo momento buono per farci meravigliare di quel mondo: sappiamo che è il ritorno di Alice nel regno dell'impossibile, un luogo di cui non ricorda niente ma in cui non fa che correre senza stupirsi o spaventarsi per più di mezzo secondo di quello che la circonda.
L'inizio, i preparativi per la proposta di matrimonio, è la parte migliore anche se i personaggi con cui Alice è in conflitto sono presentati come una veloce carrellata che fa l'occhiolino citazionista; quando poi cade nell'albero il film smette di essere promettente. Un storia smozzicata, il ridicolo ballo del Cappellaio Matto alla fine e il 3D che non approfitta abbastanza di tutta questa creazione fantastica giocata sulle dimensioni, le deformazioni, le duplicazioni e le antropomorfizzazioni, rendono questo film piuttosto piatto. Si salva la convenzionale ma coinvolgente battaglia finale contro il drago, davvero necessaria!


Nel 2007 le parole di Tim Burton erano queste:
E' un tale classico, questo romanzo, e il suo immaginario è così surreale. Non so, non ho mai visto una versione cinematografica di questa storia che riflettesse davvero questo aspetto. Si tratta di una serie di avventure una più strana dell'altra, e cercare di farle funzionare tutte in un film sarà interessante. Le storie sono come droga, per i bambini, sapete? Li lasciano stupefatti. L'immaginario: nessuno è mai riuscito a trasmettere l'immaginario di questo romanzo trattandolo come un'unica storia. E' una sfida interessante.
(da badtaste.it)

The Hurt Locker (2)(e altre cose)

Il film di guerra è un altro di quei generi che sono morti o che stanno morendo. Dopo il western e la fantascienza e non so quale altro, forse l'horror ma non del tutto, la rappresentazione della guerra è ormai a secco di spunti sia per quanto riguarda una guerra in particolare che per tutte le guerre in generale, che poi è lo stesso. Sono troppo definitivo? L'ultimo forse è stato Clint Eastwood con il suo dittico su Iwo Jima (dalla parte degli americani e dei giapponesi, più riuscito il secondo) per me non così stimolante. Se poi si vuole inserire sul territorio di guerra un personaggio esterno tipo un agente della CIA, un contrabbandiere o fare un biopic, è un' altra cosa. Non so ancora di Redacted di Brian DePalma, l'unico che potrebbe essere accostato a The Hurt Locker, ma entrambi (in realtà c'è anche Flags of our Fathers) sembrano dire qualcosa in più solo dal punto di vista della rappresentazione della guerra e non dei temi, dei sentimenti di paura o di alienazione ormai sviscerati. Se la guerra in Iraq non c'è mai stata, come disse Braudillard, questo film ne è forse un'altra dimostrazione: lo stile di ripresa è quello di un cinema diretto fatto con la macchina a spalla con spostamenti veloci e piccoli zoom a cui ormai siamo abituati non solo per la serie 24, e le scene non sono che blocchi in successione di picchi di tensione in cui si inserisce un pò di coscienza in crisi nel soldato più addicted degli altri, un film videogame. Mentre lo vediamo in qualche modo ne siamo dentro ma non ci resta dentro quando termina. Il protagonista ne è proprio la dimostrazione: noi e lui ci salutiamo, ognuno ritorna sulla propria strada, nei propri ruoli, ci siamo incontrati giusto per due ore poi niente più.

Ora non voglio fare il nostalgico anche se potrei sembrarlo, ma rivedendo ieri sera Apocalypse Now (di seguito la considerazione facile del post) viene proprio da rendersi conto con più forza che certo cinema attuale è del tutto virtuale, e nel virtuale non c'è esperienza possibile per chi vede. Non si tratta solo di immagini fatte col digitale e manipolate in post-produzione, ma anche di personaggi, storie, narrazioni sempre fredde, distanti. Poi insomma c'è sempre da distinguere. Penso ad esempio a un Public Enemies di Michael Mann e a un Babel di Inarritu, diversissimi eppure tentano di avvicinare diversi contrasti. Avatar è singolarmente un'esplosione di questa virtualità, dell'assenza di esperienza.

10 mar 2010

The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (2008)


La guerra è una droga, dà dipendenza, assuefazione. E il film lo dice con un cartello ancora prima che partano le immagini. Annullando qualsiasi rischio corso per salvare e difendere qualcuno o qualcosa e in parte per portare a casa i soldi della missione, nel soldato resta solo l'impeto di avvicinarsi alla bomba, spogliarsi, toccarle i fili, tagliarli, portar via un ricordo e alla fine voltare le spalle. Prima di essere bello è soprattutto interessante un film che riproduce le azioni su un territorio di guerra facendosi prestare la guerra, per poi spingerci dentro costantemente fino ad essergli talmente vicino da dover arretrare istintivamente per la tensione. I primi 10 minuti sono quasi sicuramente i migliori perchè introducono un tipo di guerra che si preferirebbe fare (quella dei mini-rover, dei droni aerei, etc.) ma che non funziona (almeno per i civili), diventa impacciata e troppo collaterale. Dunque la sostituzione con un folle che mette sempre a disposizione il proprio corpo, che qualcuno vorrebbe uccidere ma che risulta più utile da vivo, procedendo di obiettivo in obbiettivo da bombe intrecciate, bombe in un bagagliaio, fino a bombe umane. Strade evacuate, deserti e balconi da cui gli irakeni con una videocamera puntata sull'azione, solleticano e mettono alla prova chi è andato lì per disinnescare. Il resto è la paura degli altri, una tranquilla debolezza che ha purtroppo un doppio conto alla rovescia che può essere ricaricato per un altro giro: gli uomini che non hanno figli non ritornano e non tutti quelli che ce l'hanno ci vedono il miglior motivo. Per questo gli ultimissimi minuti sono il senso perfetto di un film così diretto e pulito, sono come il senso di una notizia dal fronte finalmente sentita e compresa, immediata per pochi attimi.
Andava accorciato in qualche modo dopo la prima ora, quando inizia a girare attorno ad attese non proprio perfette e ai soliti giochi virili tra soldati, come anche in parte la scena notturna nella città. Non mi spiego perciò (anche se in realtà non mi interessa più di tanto) un numero tanto alto di Oscar, ben 6, soprattutto quello dato alla migliore sceneggiatura. Un buon film (presentato addirittura a Venezia nel 2008 e distribuito in poche sale nel 2009 in America) certamente non bellissimo.

07 mar 2010

Ore le acque sono calme, ma è notte e non posso vederle.