29 nov 2010

L'Illusionista
È uno spettacolo per pochi. In un teatro ci sono meno di dieci persone a guardare le magie di un simpatico signore che fa apparire conigli e gioca con la prestidigitazione, è Tatì; in una sala cinematografica di 25 posti ci sono solo io a vedere questo film. Insomma, abbiamo (dentro e fuori al film) raggiunto certamente le 10 presenze. È durato appena un'ora e dieci invece dei 90 minuti che mi aspettavo, e così mi sono addorormuto in sala per la prima volta nella mia vita. Più precisamente cascavo dal sonno con i bulbi oculari che mi giravano e una testa che voleva tanto posarsi su un morbido cuscino. C'è da capirmi: il film era praticamente muto, terribilmente statico eppure preziosissimo con un certo numero di personaggi di contorno che erano autentica poesia, anche se tale livello il film non lo ha raggiunto in pieno. Peccato non sia durato di più, mi ha tolto la possibilità di addormentarmi sul serio e di rendere storica una visione al cinema.


Noi credevamo

Mi sono pericolosamente assonnato anche qui. Ero seduto in prima fila in una sala piuttosto grande e strapiena, gli occhi dunque riempiti da immagini troppo grandi.. e io non ci ho visto più niente. Stavo per uscirmene dopo un'ora e l'unica cosa che mi ha trattenuto è stata la comodità della poltrona e del posto trovati. Nonostante lo spessore storico-teatrale-imponente-evocativo dell'impianto scenografico-attoriale mi permettano di dire che è un bel film... mi chiedo cos'altro ci sia. Ero distratto.. che dire del 1861? Ma un bel niente. Scena muta :|


Scott Pilgrim Vs The World

"Mi sono divertito davvero molto". Etichetterei così quelle visioni che voglio subito consigliare senza dare una sola parola di descrizione di trama o altro. Ogni tanto escono pellicole di questo tipo, quelle che chiamo "succulente", che regalano letteralmente il sapore di una commedia libera dal già conosciuto. Ad esempio penso a "I love Radio Rock" o "Soul Kitchen" o "L'arte del sogno".
Scott Pilgrim mi ha dato l'impressione, mai avuta prima, di essere un film pensato e girato dagli stessi adolescenti del film che si sfidano tra loro in un universo di videogame, fumetti, telefilm, musica e altro mischiati in un linguaggio che non è indie (leggasi fighetto) ma tanto aggressivo quanto creativo. Non c'è un accumulo di trovate comiche, visive e via dicendo che partono da personaggi del tipo un pò carino-malinconoci e sicuri di sè che vanno avanti con personali precetti di vita contro il mondo, ma c'è invece una creazione vertiginosa di momenti che seguono un ritmo da fumetto, da episodio di telefilm (quasi da Simpson), da avventura lunga un giorno che rappresenta la rabbia, la competizione tra adolescenti all'interno del loro mondo di divertimenti. Il film è la partita del secolo di un videogame, quella che lo finisce per intenderci, ed è tutto una sfida (tra band, tra ex-ragazzi di, tra personalità) piena di cose che ad ognuno piacerebbe trovare nel proprio film più cool preferito.


23 nov 2010

Testimone Inconsapevole, di Gianrico Carofiglio

Tra pag. 147 e 148 il protagonista sfoglia dei libri che trova a casa della vicina di casa Margherita mentre lei sta preparando la cena, uno su Edward Hopper e l'altro il capolavoro di John Fante "Chiedi alla polvere" di cui legge alcune delle parole finali: che la storia tra Arturo Bandini con Camilla Lopez abbia qualche affinità con quella della coppia di questo libro, l'avvocato Guerrieri e la sua vicina sempre più amante? L'unico punto di contatto è nella caratterizzazione della donna molto bella, passionale, simpatica... anche se Camilla lo era molto di meno, anzi molto più inquieta dell'ex alcolizzata di questo Testimone inconsapevole. Carofiglio ha di certo tratto ispirazione dallo stile fluido e senza orpelli di John Fante per mettere a punto il suo di stile (anche se di tale non si può parlare) ma non più di tanto poichè in questo legal thriller italiano riesce a raccontare solo la vita libera del protagonista 40enne con qualche problema con una vecchia relazione finita in divorzio e la sua nuova socievole conoscenza condominiale. Il caso che viene affrontato, e che è ben riassunto nel risvolto di copertina (dunque non sto qui a trascriverlo) è molto e fin troppo semplice, sa di acqua per quanto è limpido e scorrevole: tratta di pregiudizio razziale su un personaggio, il senegalese Abdou, che in Italia vive vendendo merce sulle spiagge e che in patria lavorava come insegnante qualificato; e più in fondo tratta della costruzione della verità di cui abbiamo bisogno per poter andare avanti.
Guido Guerrieri è un tipo e anche un avvocato buono e onesto che sa affrontare di faccia sia un divorzio e le sue conseguenze, sia il rapporto con il proprio cliente che non illude più del dovuto sulle prospettive di assoluzione da un possibile ergastolo; non è il tipo sfigato che invece distingue l'avvocato Vincenzo Malinconico del romanzo "Non avevo capito niente" di Diego De Silva, estremamente simile a questo per stile e impianto di base (riferimenti alla cultura pop, singletudine, incontri con donne sempre molto affascinanti...) e anche per percorso di cosapevolezza. Quello di De Silva in realtà è un romanzo certamente più pieno di eventi e di empatia per via di una quantità di personaggi maggiore e più vari, e inoltre il Malinconico di "Non avevo capito niente", anche se logorroico, è un avvocato più succube dei propri limiti e allo stesso tempo il trionfo della filosofia spicciola. Guerrieri è invece equilibrato, altrettanto riuscito ma più per una certa leggerezza del suo disegno che per altro. De Silva pecca in prolissità, mentre Carofiglio in semplicità. E tra i due davvero non so chi scegliere per una veloce rilettura. Infatti non scelgo nessuno dei due.

- due terzi di quello che vediamo è dietro i nostri occhi -
(detto cinese)

grande schermo!

Entro nel Metropolitan. Per sicurezza passo dal box office per chiedere se non c'è da fare alcun biglietto per la proiezione, mi risponde di no. Mentre percorro il lungo corridoio penso che sono in ritardo di un minuto e non ci sono trailer per ammortizzarlo, scendo la breve rampa di scalini, giro a sinistra, salgo altre tre rampe piuttosto appese, la sala 6 ha ancora le porte aperte e sento che il film è già iniziato. Passo sotto il grande numero 6 giallo e cammino sulla moquette che attutisce il rumore dei passi. Schermo nero e titoli di testa bianchi: sono in tempo e il silenzio è attorno a me. Al buio scelgo il posto purtroppo non centrale non ottimale ma cmq adeguato e comodo, non so quante persone riempiono la sala (di certo si arriva a metà). Lo schermo si illumina con un'immagine di un cielo in bianco e nero e senza audio, nella sala non si sente nessun suono per qualche secondo, il momento è sacro.
La senzasione è strana. Il grande schermo è enormemente riempito da immagini senza peso, dalla presenza minima di elementi, sono apparizioni nel vuoto. E il silenzio che caratterizza il loro muoversi in una sala grande tanto da accoglierle nella giusta proporzione domina l'atmosfera. Le immagini mi danno il senso meraviglioso di immediato e sospeso, la storia dal canto suo è quella di una perdizione, il trascinamento di un apparentemente sicuro di sè protagonista tra donne, strade e salotti lungo un pezzo di vita sempre senza orari e senza possedimenti se non il proprio nome. Trova l'estasi accarezzando l'aura di una bionda e generosa donna nella Fontana di Trevi dove l'acqua smette di far rumore e l'alba arriva d'improvviso. Tra le stradine di Roma e in labirintiche ville aristocratiche, in ristoranti esotici con clown che cantano la propria tristezza con al seguito un tappeto di palloncini e apparizioni troppo illuminate della Madonna tra il gioco infantile e la morte, ambizioni artistiche, il ritrovamento di un mostro marino, l'omicidio per angoscia esistenziale, troppa bella vita fuori età. L'eccesso e l'estasi, incanto e disincanto. Il film dura tutta la giornata, entra nella mia vita di una giornata, ho l'impressione che non finirà mai.



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Fremo per l'attesa. Lo schermo è lì e io gli sono di fronte, agito le gambe libere da qualsiasi altra fila di poltrone più che sufficientemente lontane da me. Sto già ridendo anche se non lo so. Inizia... grande Giove! Una lunga e lenta panoramica su orologi di varia fattura, formato, dimensioni, tempo.. uno skate avanza e va a sbattere fermandosi su una cassa gialla nascosta sotto un letto, non c'è nessuno in casa, c'è solo il tempo di decine di orologi tutti sincronizzati.. ma di una mezz'ora in avanti: il film è appena iniziato e siamo già spostati in avanti nel futuro mentre Marty McFly è in ritardo sul presente. La cosa straordinaria di Ritorno al Futuro, a parte tantissime altre che si possono elencare, è che nella relazione figlio-genitori il primo salva i secondi da una vita sfigata, succube, triste per un caso fortuito. Il destino! Il corso degli eventi modificato da una scelta coraggiosa! Marty McFly se la sa cavare nei suoi anni '80, mentre per il resto della famiglia le cose non tirano bene, se non male. La lezione che con fatica impartisce al padre è che deve sapersi prendere quello che vuole, sapersi difendere e avere la forza di tirare fuori e poi usare la propria passione per la scrittura, per le storie di fantascienza in particolare; e tutto il film è un rotolante sfogliare delle pagine della cultura pop usata per salvarsi la pelle. Ritorno al Futuro è la storia di un mago (Doc) che perde il controllo della propria magia coinvolgendo nel guaio un altro mago (Marty) che invece sa bene che le magie sono un bene troppo potente e non fa altro che metterla al suo posto nel modo in cui lui sa fare.
Una risata due secondi prima di ogni battuta e una battuta ogni quattro secondi è l'evento di questa proiezione eccezionale in digitale in tutta Italia per la presentezione del nuovo restauro per il bluray. Rivederlo a cinema con un botto di gente sembra ovvio dirlo ma è stato tanto divertente quanto irripetibile.

13 nov 2010

Leggere Infinite Jest è come stringere la mano di una persona per trenta secondi circa (che è tantissimo). La mano di David Foster Wallace forse, ma anche un'altra. Talvolta è come abbracciare questa persona. E nonostante questo, quasi tutte le parti in cui si ritorna sull'Enfield Tennis Accademy, soprattutto sulle partite e i vari tecnicismi di quello sport, mi sono noiose. DFW è piacevolmente ossessionato dal tennis... sempre più spesso solo ossessionato.

09 nov 2010

Dr. House - 6x22

Il Dottor House insomma ha toccato il fondo della sua solitudine e ci si è anche risollevato: la sua confessione ad una ragazza intrappolata sotto le macerie di un palazzo con un piede a rischio amputazione (senza anestesia!), è di quelle che ammettono e accettano lucidamente la propria condizione. Dopo sei stagioni arriva la svolta, anche se ne viene data solo la scintilla negli ultimi minuti dell'episodio, e possiamo ben credere che questa sia quella giusta. Al Dottor House serviva un caso molto simile a quello che l'ha reso zoppo e dolorante: la privazione di un pezzo di muscolo della gamba ha modificato il suo carattere accentuandolo in peggio e il tempo per prendere la decisione di privarsi o non privarsi di un pezzo del proprio corpo (la gamba intera) ha fatto la differenza. La missione del Dottore è perciò sempre stata in inconsapevole attesa di questo decisivo caso che lo ha riportato a ripensare e poi ad ammettere l'unica condotta giusta da adottare: meglio rinunciare ad una parte (di sè) per andare avanti o scendere ad un compromesso estremo e perciò camminare sul filo del rasoio tra vita e morte? Il Dottor House ha sempre cavalcato questo secondo principio in nome di un controllo totale della propria vita sotto il dominio della razionalità, ma stavolta ha dovuto accettare le conseguenze sbagliate della sua logica.
Quale andazzo aspettarsi con la 7ma serie?
Queste ultime due puntate (quella precedente è un confronto col suo terapeuta) le ho viste a distanza di un mese: mai pausa più lunga ho creato tra me e il Dottore, sorta più per stanchezza che per motivi di tempo. L'appeal è decisamente calato ormai da due stagioni e mezzo per la mancanza di qualcosa di realmente... "rivoluzionario"... ma è probabilmente lo stesso soggetto del telefilm a non prestarsi a grossi cambiamenti. Per dire: i duetti con Wilson sono diventati più spassosi e frequenti ma sacrificando purtroppo la credibilità dello steso Wilson che da oncologo sempre presente in ospedale, è diventato un troppo romantico dottore sempre a casa in abiti borghesi. In realtà avrebbero potuto chiudere del tutto il telefilm, sempre con un'idea simile ma appunto definitiva. Ma House M.D. tira ancora anche se molto poco.
Faccio passare un pò di tempo e poi inizio con la settima... ma senza metterci mezzo pensiero.

07 nov 2010

IJ || 307

Ma da un pezzo ormai sto a pagina 307! Ben cento pagine da sintetizzare che però voglio solo scorrere per lunghi passi (non è cosa andarsi a rileggere...).


"Michael Pemulis, che di certo non è un cretino, prende da Latinate Inman Square di Cambrige un autobus [...]. Questo per escludere anche la più remota possibilità di essere seguito." Il Dmz viene anche definito Madame Psychosis e Pemulis (l'organizzatissimo) non fa affari con quelli dell'Ennet House.

"Tennis e il prodigio selvatico", una cartuccia scritta da Mario Incandenza e narrata da Hal (anche se vedo più probabile il contrario), parla di come si può riuscire ad essere un prodigio selvatico, il che significa saper tenere lo strumento (racchetta) e non essere più consapevoli del maneggiare una palla, ma anche come sudare, sopravvivere ad una proiezione di James O., provare a imparare da chiunque, essere Studioso del Gioco e così via.

C'è poi tutto un pezzo costituito dai messaggi inviati dai pazienti della Ennet House alla Dott.ssa Patricia Montesian, spassosi per quanto sono comici e disperati insieme. Ma sempre di quella comicità-ironia più di testa che di pancia (forse questo andrebbe detto a chi non conosce Wallace). Per dire: nella quarta di copertina scrivono che verremo intossicati con la sua comicità, del tipo però che fa sorridere in certi rari punti con storie aneddotiche e poi lungo tutto il romanzo con uno stile distaccato e tante altre cose insieme che mi è impossibile descrivere adesso qui.
"Bene, bene. Bene. Nient'altro che bene. proprio nessun problema. Sono felice di essere qui. Mi sento meglio. Dormo meglio. Mi piace il mangiare. In una parola, non potrebbe andare meglio. I denti? Digrigno i denti? È un tic. Un modo per rinforzare la mascella. Un'espressione del fatto che sto bene. Idem per la cosa della palpebra."

Madame Psychosis. Chi è Madame Psychosis? (spoilerissimo eh!) Una ragazza magra," molto bella", che si copre il volto con un velo nero, veste una gonna brasiliana, dei sandali, conduce un programma sulla radio del Mit molto avanguardistico costituito da un monologo lungo un'ora ("frutto di libera associazione e nello stesso tempo complessamente strutturato, che presenta una certa analogia con gli incubi"), preceduto da cinque minuti di vuoto delle trasmissioni, che nemmeno lo studente ingegnere che le prepara lo studio vede mai se non di spalle e in ombra e dietro un paravento che lei stessa porta da casa, il cui monologo non ha un soggetto costante ma in cui si possono trovare somiglianze con il cinema di certi registi come Bunuel, Dalì, Peckinpah, Tarantino, De Palma e soprattutto (per me) Tarkovskij, Antonioni, Ozu, Bresson (pag. 221). In una delle puntate elenca malattie rare che possono affligere una minoranza di individui, e lei parla a questi individui invitandoli ad "amare ciò che nascondete dentro", "c'è scritto Progresso non Perfezione". Bella questa descrizione: "L'immagine alla quale la lettura dà forma è una cosa pesante che oscilla lentamente alla fine di una lunga corda". Madame Psychosis è stata la musa di James O. Incandenza, ha avuto una relazione con Orin, ha provato a suicidarsi alla festa di Molly Notkin. Si chiama Joelle Van Dyne (pag. 261-287 con particolare attenzione alla pag. 272)

"Uno dei miti più pericolosi è quello secondo il quale chi sta per suicidarsi diventa sempre positivo e generoso e altruista. La verità è che le ore prima del suicidio sono fatte di enorme presunzione ed egocentrismo."

"Joelle Van Dyne è dolorosamente viva e ingabbiata" / "Le persone in gabbia e i futuri suicidi hanno molta difficoltà a immaginare che a qualcuno possa importare davvero tanto di qualcosa" / "La differenza tra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia" / "Il volto del profondo era il titolo che aveva suggerito per l'ultima cartuccia di Jim che non aveva mai visto, ma lui l'aveva giudicato troppo pretenzioso e aveva scelto invece quella citazione dalla scena del cimitero di Amleto, quella col teschio, e le era venuto da ridere ripensando alla pretenziosità. Lo sguardo spaventato di Jim alla sua risata è in assoluto l'ultima espressione di quell'uomo che lei si ricordi" (->p. 285)

Cosa si scopre alla Ennet House, un bel pò di verità come ad esempio che "la solitudine non è una funzione dell'isolamento" o che "per qualche perversa ragione è spesso più divertente desiderare qualcosa che averlo". Tiny Ewell è molto interessato ai tatuaggi come espressione dell'irrevocabilità.

Il penultimo "paragrafo" (lo chiamo così ma in un altro post ho iniziato a definirlo semplicemente pezzo) di queste 100 pagine circa è una descrizione accurata (potrebbe non esserlo? no) della zona di Einfeld, microcosmo chiuso in se stesso di tutto il romanzo e parte attiva delle varie vicende, che viene presentata così (la riporto perchè sintetizza tutto ciò che questa zona rappresenta nel libro):

Einfeld Ma è una delle piccole strane cose che dànno l'idea di cosa sia l'area metropolitana di Boston, perchè è una cittadella composta quasi interamente da edifici dove si praticano attività mediche, industriali e spirituali.
Dispiace parlarne in fondo al post dove non arriverei nemmeno io se volessi rileggere tutto, ma ero quasi sul punto di non farlo affatto. Dispiace perchè è un bel pezzo. In sintesi (perchè qui si fa tutto così, o almeno si cerca di fare):

  • è la telefonata di Orin ad Hal mentre il primo è in una vasca idromassaggio e il secondo è intento a far arrivare nel cesto posto ad una certa distanza dal letto dove è seduto le unghie dei piedi che si sta tagliando
  • non tutte le unghie entrano nel cesto e quando avviene diventa motivo per scoprirne la magia: perchè va e viene e cosa fare per tenerla costante. E infatti Infinite Jest è l'esperienza che si vuol tenere costante, di cui si vuol possedere il segreto, che si vuol esercitare al di sopra di tutto il resto.
  • "Poooronto"
  • "Ehi, Hallie? Penso di essere seguito"
  • Orin vuole sapere di più del suicidio di Lui in Persona
  • Hal racconta del trauma e della terapia del dolore e del rapporto comico con il terapeuta, della sfida che ingaggia con lui.
  • L'autorità, l'assenza di sentimenti, la repressione del dolore.

06 nov 2010


Scan Art (Sergio Fores)