25 ott 2010

IJ || 202

In realtà più che da pag. 162 è stata una lunga tirata in due parti da pag. 151 cioè dal pezzo sul guru che "vive del sudore altrui. Letteralmente" all' Einfield Tennis Academy, e il secondo su "il Vostro e C e Povero Tony" che nei giorni prima di natale vanno a caccia della dose per le strade e tra i cinesi di Boston cercando di non farsi bidonare con della roba cattiva. Ho dovuto leggerlo due volte per riuscire a seguire lo stile iper-schizzatissimo (come lo chiamo io) di Wallace per questa storia di tossici buffi, tragici nella loro estrema debolezza, contorti e naturalissimi nella loro parlata gergale fatta di termini che elencare qui sarebbe già come mettere una mano analitica sul modo in cui è stato scritto il tutto. È in pratica un pezzo da decifrare (come del resto tutto il libro, ma in particolare qui) perchè l'abilità di Wallace è tale che per penetrare nei cervelli di questi tre, abusa simpaticamente della possibilità mentale del lettore di respirare= ci sono frasi lunghissime.

La Ennet House è la Casa di Recupero da Droga e Alcol fondata da un certo Tizio Che Non Usava Neppure Il Suo Nome Di Battesimo che recuperò la sua vita dalla dipendenza grazie agli alcolisti anonimi e che morì anonimo. E basta.

Incredibile la storia del tizio che mentre lavorava in un cantiere edile si trovò a salire e scendere da un edificio perchè intrappolato nel meccanismo che aveva ideato per trasportare dei mattoni: è tutto raccontato come un fatto di cronaca in un'email... o qualcosa del genere.

Hal Incandenza scrive un saggio sul post-moderno. Ecco il Wallace saggista che ho conosciuto con "Tennis, Tv, Trigonometria tornado e altre cose divertenti che non farò mai più". Qui parla della differenza tra due eroi di due telefilm diversi "Hawaii Five-o" e "Hill Street". Non starò di certo a sintetizzare quello che ho imparato.

Un altro saggio ma stavolta puro, senza contaminazioni letterarie, sulla videofonia (sul come comunichiamo), cioè sul perchè nel futuro non ha attecchito fino in fondo (e perciò, perchè nel presente attecchiscono le buffonate inutili...). Wallace ci spiega le tre cause. Interessante quando dice che gli individui a un certo punto per non parlarsi guardandosi avrebbero iniziato a usare delle maschere (aderenti al volto, aggiungo io) rendendo il tutto talmente ridicolo da accorgersene tardi.

Da pag. 179 a 185 c'è la vendita di urine da parte di Michael Mathew Pemulis e il suo collaboratore Mario Incandenza, che filma il tutto, ai tennisti juniores che devono fare il controllo semestrale o annuale non ricordo. Da leggere. È il pezzo che presenta ufficialmente Pemulis e in cui anche Hal ha una sua buona parte. Da rileggere.

Cazzo. "Jim non così Jim. Non è quello il modo di trattare la saracinesca di un garage..." è massiccio. Massiccio. È il monologo interiore di un padre al figlio undicenne (?) sulla vita, l'esistenza, il destino, i princìpi, il successo, l'insuccesso, l'ossessione di non fare della propria vita solo una promessa (di non morirci con l'essere promettente) ma di realizzarsi da subito, da ora, come scientifico iper auto-controllo e come individuo non influenzabile da eventi esterni ad esso, ad esempio il giudizio di una persona... L'insegnamento inizia dalla naturalezza dei movimenti del corpo di Marlon Brando (che saggio meraviglioso) e prosegue con questo "Figlio, sei un corpo, figlio" fino all'esempio personale. Jim è ovviamente il Lui in Persona, James O. Incandenza. Il finale è memorabile.

22 ott 2010

IJ || 164

Sono a pagina 164, un pò troppo avanti rispetto alle prime 100 che volevo iniziare a commentare.. ma ho proseguito perchè ancora non mi andava di scriverne e perchè di fatti non sapevo cosa scrivere.
Due giorni fa però mi sono trovato in trappola a dover dire di cosa tratta questo libro e la difficoltà di spiegarlo in tre battute si è presentata quando ho cercato di dare l'idea della sua complessità e diversità da altri romanzi. Non è che si può solo dire che consta di 1300 pagine, che ne vanta 200 (forse) di note, che perciò servono due segnalibri per tenerlo in ordine, e che "...l'autore si è suicidato due anni fa per depressione..". Non gli faccio fare una buona impressione.

Penso che a pag. 164 il libro non si sia ancora avviato come penso possa avviarsi: dopo un centinaio di pagine con pezzi ottimi, luminosi, lineari e altri "meno belli" o più complessi con storie malate o grottesche mi sembra che questo insieme di personaggi e storie presentate/suddivise per anni pubblicitari (il cui numero è stato comprato dalla pubblicità e sostituito col nome di un prodotto) sia ancora nella fase pre-introduttiva. All'inizio mi sono ritrovato con una prosa eccezionale, di quelle che insomma ti dispongono i neuroni in fila in un ordine piacevole e stimolante, e questo è un effetto della lettura del tutto esaltante perchè senti il tuo cervello funzionare in quell'ordine di pensieri anche dopo aver chiuso il libro; proseguendo ho dovuto fare i conti con i nomi tecnici dei medicinali, con ragazzini di nemmeno 14 anni che pensano e discutono come dei genietti (pensate anche voi come Hegel che la trascendenza sia assorbimento?) e nel complesso con il compito di capire perchè ero in quella storia e dove ero nella storia... Non so, devo inquadrarlo meglio, ma come dicevo una cosa è fare il punto dopo 100 pagine (quando ancora si è freschi d'inizio) e un'altra è averne altre 64 da non poter accantonare... Come vorrei ricomincaire a riscrivere questo post daccapo!

Parla di intrattenimento e dipendenza (lo copio dalla quarta di copertina), ma in che modo? In tanti modi e stili, con tanti personaggi, con tante situazioni e luoghi che sommariamente si possono dividere in: ragazzini dal grande cervello in un' Accademia del Tennis, drogati in cura o in cerca di una cura, assassini/terroristi su sedie a rotelle. A corredo di tutto questo c'è un'America Settentrionale geopoliticamente diversa da quella che conosciamo e un apparato tecnologico proiettato nel futuro (il teleputer è onnipresente con le sue cartucce-video). Il tennis non è uno sport ma un qualcosa di scientifico-agonistico che forma individui eccellenti.

Il problema grosso di questo libro è che l'unico modo per dirne qualcosa è commentarlo pezzo per pezzo (cioè capitolo per capitolo, anche se non esistono) giacchè ognuno apre su una storia in cui ci si trova caduti dentro; e poi ogni storia è staticissima poichè i dialoghi sono quasi inesistenti per gran parte di esse e perchè gli stessi personaggi non si spostano/muovono da dove sono. Non è precisamente come fare zapping tra i canali, ma farlo tra tempi diversi, episodi diversi che fluiscono indipendentemente gli uni dagli altri eppure tutti connessi in qualche modo. Ripeto: questo libro è una sfida, ogni sua minima parte è densissima perchè è un racconto, e David Foster Wallace con i racconti è un cazzo di Maestro.

10 ott 2010

10/10/10



Ho deciso di comprarlo. L'ho comprato tre settimane fa. Inizio a leggerlo oggi 10/10/10 (un altro modo per festeggiare il mio compleanno). Non credo che riuscirò a finirlo tra una settimana.

9 ott 2010

Di più e ancora di più. È anche questo che mi serve, nelle giuste dosi da elaborare, nei momenti giusti, ma è questo. Parlo di cose come le mostre e tutto ciò che mi riporta a contatto con la bellezza oltre la generale banalità quotidiana. Per la precisione penso al PAN di Napoli e la mostra di foto della World Press Photo edizione 2010, per la prima volta nella mia città e a quanto pare per altri due anni ancora. Bene. Il fotogiornalismo non mi è mai interessato quanto stasera, ho capito meglio quanto siano importanti queste narrazioni immediate, folgoranti, di realtà che non giungono così vive da quest'altra parte del mondo, cioè quella di chi è fortunato a non subirle ma solo a vederne la testimonianza. Come si fa ad esempio a dire che in Madagascar le persone muoiono di fame? Costruisci un reportage, selezioni 6 foto di piccolo formato attraverso cui formi l'immagine di un divoramento che avviene in appena due ore: un elefante abbattuto viene aperto e tagliato in pezzi di carne da portare a casa. Nella prima foto c'è l'elefante morto disteso, nell'ultima che riporta la didascalia "tre giorni dopo" non c'è più alcuna carcassa, nè resti di altro tipo. In mezzo tanta gente che lacera la carne rossa e altra che aspetta o vede seduta al di sopra di un dosso. [qui]

E un orrore come la lapidazione di un uomo accusato di adulterio?
Ma l'orrore è vederlo per metà ficcato nella terra mentre vede a sua volta un tizio che sta sistemando il luogo dell'esecuzione. Mezzo morto, mezzo seppellito, lì a pensare gli ultimi pensieri di chissà quale tipo.. [qui]

Ce n'erano tante di bellissime (manco a dirlo) ad esempio questa inclusa nel reportage dall'Iran (sulle proteste nella notte della popolazione contro i brogli delle ultime elezioni) del vincitore l'italiano Pietro Masturzo; o quella di una donna trascinata via dalla scena dell'esplosione di una macchina bomba a Kabul che mi colpisce per il suo volto terrorizzato, per il probabile figlio alla sua sinistra che l'aiuta a fuggire. Vederla nelle sue dimensioni ha provocato un suo impatto.

Un'altra donna ma giapponese pressata sulle porte della metropolitana di Tokyo: il vapore sul vetro e i suoi occhi chiusi, la vicinanza della macchina fotografica al momento dello scatto me la fa sentire più che vicina. La didascalia dice che questa è la fine che fanno ogni giorno 8.38 milioni di passeggeri. Una foto alla portata di tutti in realtà, ma tant'è.. qualcuno l'ha fatta e io l'ho vista a mezzo metro dal mio naso.



Altre: la macellazione della carne in Umbria (questa di tre pecore che si affacciano nel mattatoio per ritrovare due loro conoscenze appese e scuoiate; la testa di toro tenuta per le corna da un uomo senza testa); un fiume blu elettrico formatosi nella frattura di un ghiacciaio che permette a due kayak di misurare con un radar il loro scioglimento; un fotografo cinese che denuncia vari casi di cronaca facendosi ritrarre nudo nei luoghi in cui sono avvenuti mentre fa delle flessioni. Di sicuro il reportage più singolare.



8 ott 2010

Inception (2010), Christopher Nolan

La mente è strutturata come un edificio di cui il punto più alto e più vasto è quello più profondo, la cui verticalità è perciò il suo movimento e paradosso, un labirinto che si costruisce man mano che lo si gira e rigira, sale e scende senza trovare via d'uscita, senza cercarla forse. Perchè se il sogno è consapevolezza di una realtà, convinzione che non ci sia altro che quello che vediamo di fronte, allora non possiamo che credergli. E usarlo per certi fini. Nolan ha pensato a questo film tenendo ben presente i lavori stupefacenti di Escher e, anche se non è riuscito (nè forse ha tentato fino in fondo perchè non era nelle sue possibilità) a riprodurre quelle rappresentazioni sullo schermo in modo che ce ne meravigliassimo di nuovo, ha costruito un interessante incastro di azione, di parole, di immagini sempre simili a tessere che compongono un mosaico su più dimensioni. Non così complesso come potrebbe sembrare grazie a spiegazioni non pedanti dei personaggi su come funziona il meccanismo e in quale sogno-realtà sono in quel momento, il film è la storia di un ladro di idee che in cambio della sua libertà fisico-geografica (ri-vedere i suoi figli che vivono negli USA) compie invece un delicato lavoro di impianto di un' idea per un milionario giapponese in un suo rivale, attuato solo una volta sulla moglie con una tragica conseguenza. Mettere a segno questo abile colpo, per il protagonsita, diventa difficile poichè richiede il massimo di realismo nella costruzione della scena in cui dovrà essere ingannato il rivale, scena (o scene) in cui egli dovrà passare per arrivare a concepire l'idea, l'emozione, alla base della sua decisione; e al contempo allontanare la proiezione mentale della moglie che si ripresenta in modo inaspettato a rovinar tutto in un incubo. Inception parla dunque di atti che hanno conseguenze e di conseguenze di certi eventi difficili da affrontare: i primi hanno origine nella mente, le seconde risiedono in modo ossessivo lì dove le si vuole nascondere. Nolan con questo film parla allora di convinzioni inestirpabili, di traumi che incidono sulla capacità di capire, di distinguere, e dunque del potere di un inganno costruito e auto-costruito. Il film non assume uno stile onirico per parlarci di questo, e con onirico intendo quelle caratteristiche di impalpabilità, incertezza, assenza di confini e dimensioni confuse, di inatteso e strano che sono la forza di grandi cult come eXistenZ o INLAND EMPIRE o Science of Sleep, ma fa uso del distacco di chi è dentro al sogno ma allo stesso tempo lo osserva nella sua totalità. A differenza di tanti altri questo film visualizza l'impalcatura del sogno, non elabora una visione del sogno, permette di credere al suo potente realismo e non alla sua incredibilità. ExistenZ ad esempio è perfetto nel porsi al confine tra veglia e sonno perchè rivela una sua atmosfera perversa, fisica di un corpo che elabora e gioca con se stesso finchè non si auto-inghiotte. Matrix è più vicino a Inception invece perchè la realtà che rappresenta è frutto del lavoro di macchine che soggiogano gli uomini fornendo loro un universo mentale condiviso: in entrambe le pellicole abbiamo la costruzione su vasta scala di un'illusione. Ma il film di Nolan sembra anche teorizzare il cinema stesso lì dove ogni sequenza è un livello di sogno o di videogioco diverso in cui siamo entrati grazie ad un'ellissi temporale, e in cui ogni elemento subisce per breve tempo a volte un'altra realtà (gli effetti speciali -> l'assenza di gravità, l'acqua inclinata nel bicchiere...) che altera una forte coerenza interna alla scena. In quanto grande costruzione impeccabile, Inception mi resta memorabile anche per quella lunga scena del furgone che cade al ralenti: non un flashback o flashforward, ma una realtà parallela racchiusa in pochi secondi. Forse Nolan avrebbe dovuto dare maggior enfasi a trovate come questa, in modo che ci coinvolgessero al di là del contatto con una sceneggiatura molto ben pensata e articolata. E forse la freddezza emotiva del film che molti attribuiscono alla mancanza dello "stile onirico" e altri a personaggi non molto empatici, è proprio nel non essersi dato la direzione di superare quel tanto la superficie straordinaria della sua struttura. Ma questa è l'impronta del regista già presente negli altri suoi film. In The Dark Knight quest'interesse per i meccanismi aveva già portato ad un finale molto asciutto e consapevole raggiungendo l'apice prima dei titoli di coda, quando il regista fa dire al Commissario Gordon "perchè Batman è l'eroe che Gotham merita ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perchè lui può sopportarlo. Perchè lui non è un eroe, ma un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro." Didascalico al massimo e di uno struggente stilizzato fino allo spasmo.