28 dic 2010

contrazione dei consumi

cassa integrazione

licenziamenti


come si sopravvive al 2011 ?

24 dic 2010

Tuttavia quello che la macchina fa e che l'occhio non potrà mai fare è fissare l'apparizione di quell'evento. Essa isola quell'apparizione dal flusso di apparizioni e la conserva immutata nel tempo. Prima non c'era nulla che potesse svolgere una funzione analoga se non la facoltà della memoria nell'occhio della mente. Ma a differenza della memoria le fotografie in sè non conservano il significato di un evento. Offrono apparenze. Il significato è il prodotto di processi cognitivi. Le fotografie di per sè non narrano, trattengono apparizioni istantanee.

John Berger - "Sul guardare"
da iojulia

19 dic 2010

Quando entro in libreria per non comprare un romanzetto, lo faccio per scroccare letture dai mensili di settore reperibili solo lì. Ma non sono il tipo che si siede sulla poltrona nera morbida con un paio di libri e se ne sta lì anche 10 minuti; non lo sono perchè quei divanetti li trovo sempre occupati e poi non saprei proprio restare più di 3 minuti comodo a leggermi qualcosa senza poi comprarlo. Lo faccio in piedi, è vero, e vado sempre piuttosto veloce. Praticamente una sveltina. Segnocinema ormai da secoli non merita di essere acquistato, lo stesso anche Cineforum che dedica intere sezioni a film visti in festival sperduti d'Europa e che questo mese scopiazza da Segnocinema un dossier sulla critica cinematografica (guarda un pò), cioè una serie di domande a vari critici di fama sul ruolo della critica oggi (e tutti a dire che non ha più un ruolo), sull'attenzione che danno a quella presente sul web (chi dice che sono tutti pivelli citando Truffaut, chi dice che sono l'origine della mutazione della forma...), e via chiacchierando sempre delle stesse cose scritte già su un vecchio numero di Segnocinema e ribadite più o meno dallo stesso nel numero di questo mese. Ma tutto questo attira sempre la mia attenzione perchè alla fine ribadisce la mia opinione secondo cui scrivere di cinema diviene di facile competenza se sai dare una forma chiara e sintetica al complesso del tuo giudizio, giudizio che si forma dopo la visione di tutti i film importanti e di una quantità che supera i 700. Ciò significa che tutti possono farlo. Il problema è che oltre al cinema devi saperti interessare anche di altre cose affini tipo la storia dell'arte (qualsiasi), la tecnologia, dinamiche dell'economia (fino ad un certo punto), marketing, fumetti e videogiochi, letteratura, musica. E questo significa che bisogna studiare. Poi c'è l'altra scuola di pensiero che mi vien di condividere secondo cui per capire le immagini in movimento devi provare a produrne di tue: fai un corto, prova a scrivere una storia. Cimentati nella parte pratica oltre che in quella critica. E alla fine, poichè non si può dispore di comparse oltre quei pochi amici disposti a sottoporsi ai tuoi sforzi, ti ritrovi con la realizzazione di quei video sperimentali che si assomigliano tutti (beh, dipende anche da cosa hai a disposizione per "sperimentare"). Cmq: chiacchiere.

Scroccavo anche una delle monografie dei Cahiers Du Cinema edite da poco tempo, quella su Coppola, che mi ha dato l'impressione di essere solo un volumetto per principianti del cinema: dimensioni grandi del font, una robusta quantità di inutili immagini... anche per via del prezzo (8 euro) sono in pratica i Taschen del cinema. Non mi servono. Su quello di Coppola però ho letto un box in cui il montatore di Apoc. Now Walter Murch parlava degli sguardi in macchina nel film e di come questi non siano mai stati analizzati da nessuno nei vari libri ad esso dedicati, ma anche dell'integrazione del nuovo materiale nella versione Redux: il suo problema era quello di mostrare la partenza del gruppo di Willard dalla piantagione dei coloni francesi giacchè l'unica ripresa disponibile era quella di un porticciolo d'attracco ancora sano e non mezzo distrutto come invece si vede all'arrivo. Beh, è riuscito a risolvere unendo la scena della camera da letto della francese con quella della nebbia sul fiume, cioè raccordando la zanzariera bianca attorno al letto con il bianco della nebbia, connotando così la lunga parte francese come se fosse stato quasi un'incontro fantasmatico con persone ferme ad un passato non più esistente. Dovrò controllare.

12 dic 2010

IJ || 502

Ci sono un bel pò di cose da dire. Prima di tutto sono andato avanti nella lettura senza fermarmi ogni cento pagine per darne qui una sintesi, e ciò è avvenuto perchè ci sono andato lento, la foga del primo mese l'ho persa assumendo forse più correttamente un ritmo normale. Seconda cosa il romanzo diverse volte non mi ha dato niente, cioè solo un mucchio di parole senza uno scopo. Un mucchio di parole.. E un autore che parla da solo. L'ho immaginato mentre scriveva per il semplice gusto di divertirsi con se stesso (poi spiegherò in che punto).
E ancora non so cosa sia questo libro. Non ha una "trama", non ha nulla di quello che ho letto finora, ha più il fascino di qualcosa che è piacevole consultare... ma su questo penso che ci ritornerò una volta arrivato all'ultima pagina. Ed è così diverso dagli altri due che ho letto di Wallace, "La ragazza dai capelli strani" e "Tennis, Tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)".
Vabbè, veniamo al dunque.
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"Il gioco delicato, effettato, cerebrale di Hal non è cambiato, ma quest'anno è come se gli fossero cresciuti gli artigli. In campo non sembra più fragile o assente, e ora batte le palle negli angoli senza neanche pensarci. I suoi Errori non Forzati non arrivano all'un per cento."
A parte un piccolo paragrafo (non solo questo qui sopra) sul gioco di Hal, c'è un lungo parlare di John Wayne che non è l'attore ma il campione dell'Eta, il miglior rappresentante al raduno annuale tra le due accademie di Enfield (Boston) e Port Washington. Poi si parla anche di Schacht, il ragazzo col morbo di crohn e un serio problema al ginocchio, di come Hal lo stimi segretamente. E io penso che questa mole di informazione su questi personaggi sarebbe più semplice da assumere con dei dialoghi piuttosto che con la descrizione di "cosa pensa ics" e "cosa fa ipsilon". C'è un pezzettino che dovrei citare e riguarda il tennis agonistico come "spirituale anzichè mentale" (è la filosofia di Schtitt), ma non lo faccio e rimando direttamente a pag. 321.

Da 322 a 335 c'è questo pezzo ambientato alla Ennet House che è complessamente straordinario. Equivale in pratica ad una lentissima panoramica effettuata su un certo numero (7 o 8) di pazienti e non (perchè Don Gately ormai lavora lì) che sono seduti o sdraiati in una stanza a far niente. Viene presentato ognuno di loro... e dovrei un giorno ritornarci su per dire qualcosa in più. Cmq pare ci sia una macchia strana sul soffitto.

"John Wayne e Hal Incandenza persero nei singoli un totale di appena cinque game in due." Questo è il breve ritorno in accademia. Non ho sottolineato niente.

Orin Incandenza. La sua storia. Abbastanza interessante. È il più grande dei fratelli Incandenza e quello che ha conosciuto la Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi. Ma prima di questo bisogna dire che il suo talento non è nel tennis ma nel football dove ha subito eccelso diventando un campione. Charles Tavis (il fratellastro della Mami) è stato il collegamento tra la Enfield e la Boston University per farlo accedere, e la majorette Joelle Van Dyne (dalla "bellezza atteonizzante") il motivo per cui abbandonò la palla piccola per la palla ovale (subito dopo averne calciata una in modo pazzesco). Da qui in poi il pezzo diventa rilevante e non solo perchè si parla della coppia ma anche per la connotazione mistico-astratta che prende il football nella descrizione e nell'osservazione di Joelle del suo giocatore preferito attraverso i video che rallentano le azioni.

"Povero Tony Krause ebbe un attacco sulla metropolitana" è un racconto straziante, tragicomico, orrido, pieno di falsa compassione, che prosegue addirittura da pag. 160 (e siamo a pag. 359). Il povero tony è in astinenza: "Passò un sacco di tempo morboso a cercare di capire da dove venisse tutta quella merda se non beveva che Codinex Plus. Poi a un certo punto capì: il tempo era diventato la merda stessa; Povero Tony si era trasformato in una clessidra; ora il tempo passava attraverso di lui". Molto bello.

Sto cercando di capire di cosa parla il pezzo seguente. Di politica a quanto pare, frammista a risultati di partite. Mmm.. mettere ordine. Dunque c'è la nota #110 che è lunghissima e spiega attraverso una telefonata tra Orin e Hal il separatismo quebechiano, o meglio cosa dire alla giornalista di Moment, come Orin deve affrontare le sue domande. Mi rompo di andarmi a rileggere la nota.. palle. Cmq quello che c'è da ricordare lo ricordo. Come tutte le note lunghe e dialoganti anche questa non manca di essere messa tra le più simpatiche anche se complessa.

Mario Incandenza è un deforme. Non so quante pagine gli sono dedicate per dire che nulla nel suo corpo è apposto. "Parlando di bradipedonismo, i piedi di Mario non erano tanto a zoccolo quanto cubici". "E in segreto, Hal, suo fratello minore ed esteriormente molto più apprezzato, quasi idealizza Mario. A parte le questioni sul tema di Dio, Hal crede che Mario sia un miracolo (semi)ambulante". "È stato Mario, non Avril, a procurare a Hal i primi volumi dell'Oed integrale quando Hal veniva ancora sbatacchiato per capire quanto danno emotivo aveva avuto".

Steeply e Marathe continuano a parlare di notte, nel deserto. Queste pagine de 380 a 385 sono essenziali in quanto i due parlano della cartuccia, del piano, della libertà di scegliere. Ed è un pezzo importante che non ho mancato di sottolinerare più e più e più volte. Un giorno dovrò scrivere un post su di esso.

Allora.. dunque.. Da pag 385 a pag 411 si può fare un salto lunghissimo senza farsi alcuno scrupolo di coscienza. Andate tranquilli, proseguite leggeri nel lungo viaggio di Infinite Jest, queste pagine ho provato a leggerle io per voi e vi assicuro che saltarle e sapere che possono benissimo non esistere vi daranno sollievo per quello che dopo. Non fate come me che mi sono intossicato non poco. Saltate allegramente questa enorme stronzata scritta da David Foster Wallace che va sotto il racconto del gioco di Eschaton. È solo una cosa di 15 pagine che Wallace ha voluto scrivere per se stesso e per prendere per il culo il lettore. Perciò affanculo vacci tu (purtroppo non può più sentirmi).

"Gli Aa di Boston sono diversi da tutti gli altri Aa del pianeta." E qua invece David Foster Wallace ci regala un capolavoro di ben 39 pagine. Grazie, caro! Perchè è bene leggerlo? Per il semplice motivo per cui si descrive un incontro degli Alcolisti Anonimi di Boston, di come funzionano, e soprattutto perchè funzionano così bene, perchè devi frequentarli assolutamente.

11 dic 2010

clicca per ingrandire a tutto schermo.
(foto di davidwallace, puro caso)

29 nov 2010

L'Illusionista
È uno spettacolo per pochi. In un teatro ci sono meno di dieci persone a guardare le magie di un simpatico signore che fa apparire conigli e gioca con la prestidigitazione, è Tatì; in una sala cinematografica di 25 posti ci sono solo io a vedere questo film. Insomma, abbiamo (dentro e fuori al film) raggiunto certamente le 10 presenze. È durato appena un'ora e dieci invece dei 90 minuti che mi aspettavo, e così mi sono addorormuto in sala per la prima volta nella mia vita. Più precisamente cascavo dal sonno con i bulbi oculari che mi giravano e una testa che voleva tanto posarsi su un morbido cuscino. C'è da capirmi: il film era praticamente muto, terribilmente statico eppure preziosissimo con un certo numero di personaggi di contorno che erano autentica poesia, anche se tale livello il film non lo ha raggiunto in pieno. Peccato non sia durato di più, mi ha tolto la possibilità di addormentarmi sul serio e di rendere storica una visione al cinema.


Noi credevamo

Mi sono pericolosamente assonnato anche qui. Ero seduto in prima fila in una sala piuttosto grande e strapiena, gli occhi dunque riempiti da immagini troppo grandi.. e io non ci ho visto più niente. Stavo per uscirmene dopo un'ora e l'unica cosa che mi ha trattenuto è stata la comodità della poltrona e del posto trovati. Nonostante lo spessore storico-teatrale-imponente-evocativo dell'impianto scenografico-attoriale mi permettano di dire che è un bel film... mi chiedo cos'altro ci sia. Ero distratto.. che dire del 1861? Ma un bel niente. Scena muta :|


Scott Pilgrim Vs The World

"Mi sono divertito davvero molto". Etichetterei così quelle visioni che voglio subito consigliare senza dare una sola parola di descrizione di trama o altro. Ogni tanto escono pellicole di questo tipo, quelle che chiamo "succulente", che regalano letteralmente il sapore di una commedia libera dal già conosciuto. Ad esempio penso a "I love Radio Rock" o "Soul Kitchen" o "L'arte del sogno".
Scott Pilgrim mi ha dato l'impressione, mai avuta prima, di essere un film pensato e girato dagli stessi adolescenti del film che si sfidano tra loro in un universo di videogame, fumetti, telefilm, musica e altro mischiati in un linguaggio che non è indie (leggasi fighetto) ma tanto aggressivo quanto creativo. Non c'è un accumulo di trovate comiche, visive e via dicendo che partono da personaggi del tipo un pò carino-malinconoci e sicuri di sè che vanno avanti con personali precetti di vita contro il mondo, ma c'è invece una creazione vertiginosa di momenti che seguono un ritmo da fumetto, da episodio di telefilm (quasi da Simpson), da avventura lunga un giorno che rappresenta la rabbia, la competizione tra adolescenti all'interno del loro mondo di divertimenti. Il film è la partita del secolo di un videogame, quella che lo finisce per intenderci, ed è tutto una sfida (tra band, tra ex-ragazzi di, tra personalità) piena di cose che ad ognuno piacerebbe trovare nel proprio film più cool preferito.


23 nov 2010

Testimone Inconsapevole, di Gianrico Carofiglio

Tra pag. 147 e 148 il protagonista sfoglia dei libri che trova a casa della vicina di casa Margherita mentre lei sta preparando la cena, uno su Edward Hopper e l'altro il capolavoro di John Fante "Chiedi alla polvere" di cui legge alcune delle parole finali: che la storia tra Arturo Bandini con Camilla Lopez abbia qualche affinità con quella della coppia di questo libro, l'avvocato Guerrieri e la sua vicina sempre più amante? L'unico punto di contatto è nella caratterizzazione della donna molto bella, passionale, simpatica... anche se Camilla lo era molto di meno, anzi molto più inquieta dell'ex alcolizzata di questo Testimone inconsapevole. Carofiglio ha di certo tratto ispirazione dallo stile fluido e senza orpelli di John Fante per mettere a punto il suo di stile (anche se di tale non si può parlare) ma non più di tanto poichè in questo legal thriller italiano riesce a raccontare solo la vita libera del protagonista 40enne con qualche problema con una vecchia relazione finita in divorzio e la sua nuova socievole conoscenza condominiale. Il caso che viene affrontato, e che è ben riassunto nel risvolto di copertina (dunque non sto qui a trascriverlo) è molto e fin troppo semplice, sa di acqua per quanto è limpido e scorrevole: tratta di pregiudizio razziale su un personaggio, il senegalese Abdou, che in Italia vive vendendo merce sulle spiagge e che in patria lavorava come insegnante qualificato; e più in fondo tratta della costruzione della verità di cui abbiamo bisogno per poter andare avanti.
Guido Guerrieri è un tipo e anche un avvocato buono e onesto che sa affrontare di faccia sia un divorzio e le sue conseguenze, sia il rapporto con il proprio cliente che non illude più del dovuto sulle prospettive di assoluzione da un possibile ergastolo; non è il tipo sfigato che invece distingue l'avvocato Vincenzo Malinconico del romanzo "Non avevo capito niente" di Diego De Silva, estremamente simile a questo per stile e impianto di base (riferimenti alla cultura pop, singletudine, incontri con donne sempre molto affascinanti...) e anche per percorso di cosapevolezza. Quello di De Silva in realtà è un romanzo certamente più pieno di eventi e di empatia per via di una quantità di personaggi maggiore e più vari, e inoltre il Malinconico di "Non avevo capito niente", anche se logorroico, è un avvocato più succube dei propri limiti e allo stesso tempo il trionfo della filosofia spicciola. Guerrieri è invece equilibrato, altrettanto riuscito ma più per una certa leggerezza del suo disegno che per altro. De Silva pecca in prolissità, mentre Carofiglio in semplicità. E tra i due davvero non so chi scegliere per una veloce rilettura. Infatti non scelgo nessuno dei due.

- due terzi di quello che vediamo è dietro i nostri occhi -
(detto cinese)

grande schermo!

Entro nel Metropolitan. Per sicurezza passo dal box office per chiedere se non c'è da fare alcun biglietto per la proiezione, mi risponde di no. Mentre percorro il lungo corridoio penso che sono in ritardo di un minuto e non ci sono trailer per ammortizzarlo, scendo la breve rampa di scalini, giro a sinistra, salgo altre tre rampe piuttosto appese, la sala 6 ha ancora le porte aperte e sento che il film è già iniziato. Passo sotto il grande numero 6 giallo e cammino sulla moquette che attutisce il rumore dei passi. Schermo nero e titoli di testa bianchi: sono in tempo e il silenzio è attorno a me. Al buio scelgo il posto purtroppo non centrale non ottimale ma cmq adeguato e comodo, non so quante persone riempiono la sala (di certo si arriva a metà). Lo schermo si illumina con un'immagine di un cielo in bianco e nero e senza audio, nella sala non si sente nessun suono per qualche secondo, il momento è sacro.
La senzasione è strana. Il grande schermo è enormemente riempito da immagini senza peso, dalla presenza minima di elementi, sono apparizioni nel vuoto. E il silenzio che caratterizza il loro muoversi in una sala grande tanto da accoglierle nella giusta proporzione domina l'atmosfera. Le immagini mi danno il senso meraviglioso di immediato e sospeso, la storia dal canto suo è quella di una perdizione, il trascinamento di un apparentemente sicuro di sè protagonista tra donne, strade e salotti lungo un pezzo di vita sempre senza orari e senza possedimenti se non il proprio nome. Trova l'estasi accarezzando l'aura di una bionda e generosa donna nella Fontana di Trevi dove l'acqua smette di far rumore e l'alba arriva d'improvviso. Tra le stradine di Roma e in labirintiche ville aristocratiche, in ristoranti esotici con clown che cantano la propria tristezza con al seguito un tappeto di palloncini e apparizioni troppo illuminate della Madonna tra il gioco infantile e la morte, ambizioni artistiche, il ritrovamento di un mostro marino, l'omicidio per angoscia esistenziale, troppa bella vita fuori età. L'eccesso e l'estasi, incanto e disincanto. Il film dura tutta la giornata, entra nella mia vita di una giornata, ho l'impressione che non finirà mai.



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Fremo per l'attesa. Lo schermo è lì e io gli sono di fronte, agito le gambe libere da qualsiasi altra fila di poltrone più che sufficientemente lontane da me. Sto già ridendo anche se non lo so. Inizia... grande Giove! Una lunga e lenta panoramica su orologi di varia fattura, formato, dimensioni, tempo.. uno skate avanza e va a sbattere fermandosi su una cassa gialla nascosta sotto un letto, non c'è nessuno in casa, c'è solo il tempo di decine di orologi tutti sincronizzati.. ma di una mezz'ora in avanti: il film è appena iniziato e siamo già spostati in avanti nel futuro mentre Marty McFly è in ritardo sul presente. La cosa straordinaria di Ritorno al Futuro, a parte tantissime altre che si possono elencare, è che nella relazione figlio-genitori il primo salva i secondi da una vita sfigata, succube, triste per un caso fortuito. Il destino! Il corso degli eventi modificato da una scelta coraggiosa! Marty McFly se la sa cavare nei suoi anni '80, mentre per il resto della famiglia le cose non tirano bene, se non male. La lezione che con fatica impartisce al padre è che deve sapersi prendere quello che vuole, sapersi difendere e avere la forza di tirare fuori e poi usare la propria passione per la scrittura, per le storie di fantascienza in particolare; e tutto il film è un rotolante sfogliare delle pagine della cultura pop usata per salvarsi la pelle. Ritorno al Futuro è la storia di un mago (Doc) che perde il controllo della propria magia coinvolgendo nel guaio un altro mago (Marty) che invece sa bene che le magie sono un bene troppo potente e non fa altro che metterla al suo posto nel modo in cui lui sa fare.
Una risata due secondi prima di ogni battuta e una battuta ogni quattro secondi è l'evento di questa proiezione eccezionale in digitale in tutta Italia per la presentezione del nuovo restauro per il bluray. Rivederlo a cinema con un botto di gente sembra ovvio dirlo ma è stato tanto divertente quanto irripetibile.

13 nov 2010

Leggere Infinite Jest è come stringere la mano di una persona per trenta secondi circa (che è tantissimo). La mano di David Foster Wallace forse, ma anche un'altra. Talvolta è come abbracciare questa persona. E nonostante questo, quasi tutte le parti in cui si ritorna sull'Enfield Tennis Accademy, soprattutto sulle partite e i vari tecnicismi di quello sport, mi sono noiose. DFW è piacevolmente ossessionato dal tennis... sempre più spesso solo ossessionato.

9 nov 2010

Dr. House - 6x22

Il Dottor House insomma ha toccato il fondo della sua solitudine e ci si è anche risollevato: la sua confessione ad una ragazza intrappolata sotto le macerie di un palazzo con un piede a rischio amputazione (senza anestesia!), è di quelle che ammettono e accettano lucidamente la propria condizione. Dopo sei stagioni arriva la svolta, anche se ne viene data solo la scintilla negli ultimi minuti dell'episodio, e possiamo ben credere che questa sia quella giusta. Al Dottor House serviva un caso molto simile a quello che l'ha reso zoppo e dolorante: la privazione di un pezzo di muscolo della gamba ha modificato il suo carattere accentuandolo in peggio e il tempo per prendere la decisione di privarsi o non privarsi di un pezzo del proprio corpo (la gamba intera) ha fatto la differenza. La missione del Dottore è perciò sempre stata in inconsapevole attesa di questo decisivo caso che lo ha riportato a ripensare e poi ad ammettere l'unica condotta giusta da adottare: meglio rinunciare ad una parte (di sè) per andare avanti o scendere ad un compromesso estremo e perciò camminare sul filo del rasoio tra vita e morte? Il Dottor House ha sempre cavalcato questo secondo principio in nome di un controllo totale della propria vita sotto il dominio della razionalità, ma stavolta ha dovuto accettare le conseguenze sbagliate della sua logica.
Quale andazzo aspettarsi con la 7ma serie?
Queste ultime due puntate (quella precedente è un confronto col suo terapeuta) le ho viste a distanza di un mese: mai pausa più lunga ho creato tra me e il Dottore, sorta più per stanchezza che per motivi di tempo. L'appeal è decisamente calato ormai da due stagioni e mezzo per la mancanza di qualcosa di realmente... "rivoluzionario"... ma è probabilmente lo stesso soggetto del telefilm a non prestarsi a grossi cambiamenti. Per dire: i duetti con Wilson sono diventati più spassosi e frequenti ma sacrificando purtroppo la credibilità dello steso Wilson che da oncologo sempre presente in ospedale, è diventato un troppo romantico dottore sempre a casa in abiti borghesi. In realtà avrebbero potuto chiudere del tutto il telefilm, sempre con un'idea simile ma appunto definitiva. Ma House M.D. tira ancora anche se molto poco.
Faccio passare un pò di tempo e poi inizio con la settima... ma senza metterci mezzo pensiero.

7 nov 2010

IJ || 307

Ma da un pezzo ormai sto a pagina 307! Ben cento pagine da sintetizzare che però voglio solo scorrere per lunghi passi (non è cosa andarsi a rileggere...).


"Michael Pemulis, che di certo non è un cretino, prende da Latinate Inman Square di Cambrige un autobus [...]. Questo per escludere anche la più remota possibilità di essere seguito." Il Dmz viene anche definito Madame Psychosis e Pemulis (l'organizzatissimo) non fa affari con quelli dell'Ennet House.

"Tennis e il prodigio selvatico", una cartuccia scritta da Mario Incandenza e narrata da Hal (anche se vedo più probabile il contrario), parla di come si può riuscire ad essere un prodigio selvatico, il che significa saper tenere lo strumento (racchetta) e non essere più consapevoli del maneggiare una palla, ma anche come sudare, sopravvivere ad una proiezione di James O., provare a imparare da chiunque, essere Studioso del Gioco e così via.

C'è poi tutto un pezzo costituito dai messaggi inviati dai pazienti della Ennet House alla Dott.ssa Patricia Montesian, spassosi per quanto sono comici e disperati insieme. Ma sempre di quella comicità-ironia più di testa che di pancia (forse questo andrebbe detto a chi non conosce Wallace). Per dire: nella quarta di copertina scrivono che verremo intossicati con la sua comicità, del tipo però che fa sorridere in certi rari punti con storie aneddotiche e poi lungo tutto il romanzo con uno stile distaccato e tante altre cose insieme che mi è impossibile descrivere adesso qui.
"Bene, bene. Bene. Nient'altro che bene. proprio nessun problema. Sono felice di essere qui. Mi sento meglio. Dormo meglio. Mi piace il mangiare. In una parola, non potrebbe andare meglio. I denti? Digrigno i denti? È un tic. Un modo per rinforzare la mascella. Un'espressione del fatto che sto bene. Idem per la cosa della palpebra."

Madame Psychosis. Chi è Madame Psychosis? (spoilerissimo eh!) Una ragazza magra," molto bella", che si copre il volto con un velo nero, veste una gonna brasiliana, dei sandali, conduce un programma sulla radio del Mit molto avanguardistico costituito da un monologo lungo un'ora ("frutto di libera associazione e nello stesso tempo complessamente strutturato, che presenta una certa analogia con gli incubi"), preceduto da cinque minuti di vuoto delle trasmissioni, che nemmeno lo studente ingegnere che le prepara lo studio vede mai se non di spalle e in ombra e dietro un paravento che lei stessa porta da casa, il cui monologo non ha un soggetto costante ma in cui si possono trovare somiglianze con il cinema di certi registi come Bunuel, Dalì, Peckinpah, Tarantino, De Palma e soprattutto (per me) Tarkovskij, Antonioni, Ozu, Bresson (pag. 221). In una delle puntate elenca malattie rare che possono affligere una minoranza di individui, e lei parla a questi individui invitandoli ad "amare ciò che nascondete dentro", "c'è scritto Progresso non Perfezione". Bella questa descrizione: "L'immagine alla quale la lettura dà forma è una cosa pesante che oscilla lentamente alla fine di una lunga corda". Madame Psychosis è stata la musa di James O. Incandenza, ha avuto una relazione con Orin, ha provato a suicidarsi alla festa di Molly Notkin. Si chiama Joelle Van Dyne (pag. 261-287 con particolare attenzione alla pag. 272)

"Uno dei miti più pericolosi è quello secondo il quale chi sta per suicidarsi diventa sempre positivo e generoso e altruista. La verità è che le ore prima del suicidio sono fatte di enorme presunzione ed egocentrismo."

"Joelle Van Dyne è dolorosamente viva e ingabbiata" / "Le persone in gabbia e i futuri suicidi hanno molta difficoltà a immaginare che a qualcuno possa importare davvero tanto di qualcosa" / "La differenza tra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia" / "Il volto del profondo era il titolo che aveva suggerito per l'ultima cartuccia di Jim che non aveva mai visto, ma lui l'aveva giudicato troppo pretenzioso e aveva scelto invece quella citazione dalla scena del cimitero di Amleto, quella col teschio, e le era venuto da ridere ripensando alla pretenziosità. Lo sguardo spaventato di Jim alla sua risata è in assoluto l'ultima espressione di quell'uomo che lei si ricordi" (->p. 285)

Cosa si scopre alla Ennet House, un bel pò di verità come ad esempio che "la solitudine non è una funzione dell'isolamento" o che "per qualche perversa ragione è spesso più divertente desiderare qualcosa che averlo". Tiny Ewell è molto interessato ai tatuaggi come espressione dell'irrevocabilità.

Il penultimo "paragrafo" (lo chiamo così ma in un altro post ho iniziato a definirlo semplicemente pezzo) di queste 100 pagine circa è una descrizione accurata (potrebbe non esserlo? no) della zona di Einfeld, microcosmo chiuso in se stesso di tutto il romanzo e parte attiva delle varie vicende, che viene presentata così (la riporto perchè sintetizza tutto ciò che questa zona rappresenta nel libro):

Einfeld Ma è una delle piccole strane cose che dànno l'idea di cosa sia l'area metropolitana di Boston, perchè è una cittadella composta quasi interamente da edifici dove si praticano attività mediche, industriali e spirituali.
Dispiace parlarne in fondo al post dove non arriverei nemmeno io se volessi rileggere tutto, ma ero quasi sul punto di non farlo affatto. Dispiace perchè è un bel pezzo. In sintesi (perchè qui si fa tutto così, o almeno si cerca di fare):

  • è la telefonata di Orin ad Hal mentre il primo è in una vasca idromassaggio e il secondo è intento a far arrivare nel cesto posto ad una certa distanza dal letto dove è seduto le unghie dei piedi che si sta tagliando
  • non tutte le unghie entrano nel cesto e quando avviene diventa motivo per scoprirne la magia: perchè va e viene e cosa fare per tenerla costante. E infatti Infinite Jest è l'esperienza che si vuol tenere costante, di cui si vuol possedere il segreto, che si vuol esercitare al di sopra di tutto il resto.
  • "Poooronto"
  • "Ehi, Hallie? Penso di essere seguito"
  • Orin vuole sapere di più del suicidio di Lui in Persona
  • Hal racconta del trauma e della terapia del dolore e del rapporto comico con il terapeuta, della sfida che ingaggia con lui.
  • L'autorità, l'assenza di sentimenti, la repressione del dolore.

6 nov 2010


Scan Art (Sergio Fores)

25 ott 2010

IJ || 202

In realtà più che da pag. 162 è stata una lunga tirata in due parti da pag. 151 cioè dal pezzo sul guru che "vive del sudore altrui. Letteralmente" all' Einfield Tennis Academy, e il secondo su "il Vostro e C e Povero Tony" che nei giorni prima di natale vanno a caccia della dose per le strade e tra i cinesi di Boston cercando di non farsi bidonare con della roba cattiva. Ho dovuto leggerlo due volte per riuscire a seguire lo stile iper-schizzatissimo (come lo chiamo io) di Wallace per questa storia di tossici buffi, tragici nella loro estrema debolezza, contorti e naturalissimi nella loro parlata gergale fatta di termini che elencare qui sarebbe già come mettere una mano analitica sul modo in cui è stato scritto il tutto. È in pratica un pezzo da decifrare (come del resto tutto il libro, ma in particolare qui) perchè l'abilità di Wallace è tale che per penetrare nei cervelli di questi tre, abusa simpaticamente della possibilità mentale del lettore di respirare= ci sono frasi lunghissime.

La Ennet House è la Casa di Recupero da Droga e Alcol fondata da un certo Tizio Che Non Usava Neppure Il Suo Nome Di Battesimo che recuperò la sua vita dalla dipendenza grazie agli alcolisti anonimi e che morì anonimo. E basta.

Incredibile la storia del tizio che mentre lavorava in un cantiere edile si trovò a salire e scendere da un edificio perchè intrappolato nel meccanismo che aveva ideato per trasportare dei mattoni: è tutto raccontato come un fatto di cronaca in un'email... o qualcosa del genere.

Hal Incandenza scrive un saggio sul post-moderno. Ecco il Wallace saggista che ho conosciuto con "Tennis, Tv, Trigonometria tornado e altre cose divertenti che non farò mai più". Qui parla della differenza tra due eroi di due telefilm diversi "Hawaii Five-o" e "Hill Street". Non starò di certo a sintetizzare quello che ho imparato.

Un altro saggio ma stavolta puro, senza contaminazioni letterarie, sulla videofonia (sul come comunichiamo), cioè sul perchè nel futuro non ha attecchito fino in fondo (e perciò, perchè nel presente attecchiscono le buffonate inutili...). Wallace ci spiega le tre cause. Interessante quando dice che gli individui a un certo punto per non parlarsi guardandosi avrebbero iniziato a usare delle maschere (aderenti al volto, aggiungo io) rendendo il tutto talmente ridicolo da accorgersene tardi.

Da pag. 179 a 185 c'è la vendita di urine da parte di Michael Mathew Pemulis e il suo collaboratore Mario Incandenza, che filma il tutto, ai tennisti juniores che devono fare il controllo semestrale o annuale non ricordo. Da leggere. È il pezzo che presenta ufficialmente Pemulis e in cui anche Hal ha una sua buona parte. Da rileggere.

Cazzo. "Jim non così Jim. Non è quello il modo di trattare la saracinesca di un garage..." è massiccio. Massiccio. È il monologo interiore di un padre al figlio undicenne (?) sulla vita, l'esistenza, il destino, i princìpi, il successo, l'insuccesso, l'ossessione di non fare della propria vita solo una promessa (di non morirci con l'essere promettente) ma di realizzarsi da subito, da ora, come scientifico iper auto-controllo e come individuo non influenzabile da eventi esterni ad esso, ad esempio il giudizio di una persona... L'insegnamento inizia dalla naturalezza dei movimenti del corpo di Marlon Brando (che saggio meraviglioso) e prosegue con questo "Figlio, sei un corpo, figlio" fino all'esempio personale. Jim è ovviamente il Lui in Persona, James O. Incandenza. Il finale è memorabile.

22 ott 2010

IJ || 164

Sono a pagina 164, un pò troppo avanti rispetto alle prime 100 che volevo iniziare a commentare.. ma ho proseguito perchè ancora non mi andava di scriverne e perchè di fatti non sapevo cosa scrivere.
Due giorni fa però mi sono trovato in trappola a dover dire di cosa tratta questo libro e la difficoltà di spiegarlo in tre battute si è presentata quando ho cercato di dare l'idea della sua complessità e diversità da altri romanzi. Non è che si può solo dire che consta di 1300 pagine, che ne vanta 200 (forse) di note, che perciò servono due segnalibri per tenerlo in ordine, e che "...l'autore si è suicidato due anni fa per depressione..". Non gli faccio fare una buona impressione.

Penso che a pag. 164 il libro non si sia ancora avviato come penso possa avviarsi: dopo un centinaio di pagine con pezzi ottimi, luminosi, lineari e altri "meno belli" o più complessi con storie malate o grottesche mi sembra che questo insieme di personaggi e storie presentate/suddivise per anni pubblicitari (il cui numero è stato comprato dalla pubblicità e sostituito col nome di un prodotto) sia ancora nella fase pre-introduttiva. All'inizio mi sono ritrovato con una prosa eccezionale, di quelle che insomma ti dispongono i neuroni in fila in un ordine piacevole e stimolante, e questo è un effetto della lettura del tutto esaltante perchè senti il tuo cervello funzionare in quell'ordine di pensieri anche dopo aver chiuso il libro; proseguendo ho dovuto fare i conti con i nomi tecnici dei medicinali, con ragazzini di nemmeno 14 anni che pensano e discutono come dei genietti (pensate anche voi come Hegel che la trascendenza sia assorbimento?) e nel complesso con il compito di capire perchè ero in quella storia e dove ero nella storia... Non so, devo inquadrarlo meglio, ma come dicevo una cosa è fare il punto dopo 100 pagine (quando ancora si è freschi d'inizio) e un'altra è averne altre 64 da non poter accantonare... Come vorrei ricomincaire a riscrivere questo post daccapo!

Parla di intrattenimento e dipendenza (lo copio dalla quarta di copertina), ma in che modo? In tanti modi e stili, con tanti personaggi, con tante situazioni e luoghi che sommariamente si possono dividere in: ragazzini dal grande cervello in un' Accademia del Tennis, drogati in cura o in cerca di una cura, assassini/terroristi su sedie a rotelle. A corredo di tutto questo c'è un'America Settentrionale geopoliticamente diversa da quella che conosciamo e un apparato tecnologico proiettato nel futuro (il teleputer è onnipresente con le sue cartucce-video). Il tennis non è uno sport ma un qualcosa di scientifico-agonistico che forma individui eccellenti.

Il problema grosso di questo libro è che l'unico modo per dirne qualcosa è commentarlo pezzo per pezzo (cioè capitolo per capitolo, anche se non esistono) giacchè ognuno apre su una storia in cui ci si trova caduti dentro; e poi ogni storia è staticissima poichè i dialoghi sono quasi inesistenti per gran parte di esse e perchè gli stessi personaggi non si spostano/muovono da dove sono. Non è precisamente come fare zapping tra i canali, ma farlo tra tempi diversi, episodi diversi che fluiscono indipendentemente gli uni dagli altri eppure tutti connessi in qualche modo. Ripeto: questo libro è una sfida, ogni sua minima parte è densissima perchè è un racconto, e David Foster Wallace con i racconti è un cazzo di Maestro.

10 ott 2010

10/10/10



Ho deciso di comprarlo. L'ho comprato tre settimane fa. Inizio a leggerlo oggi 10/10/10 (un altro modo per festeggiare il mio compleanno). Non credo che riuscirò a finirlo tra una settimana.

9 ott 2010

Di più e ancora di più. È anche questo che mi serve, nelle giuste dosi da elaborare, nei momenti giusti, ma è questo. Parlo di cose come le mostre e tutto ciò che mi riporta a contatto con la bellezza oltre la generale banalità quotidiana. Per la precisione penso al PAN di Napoli e la mostra di foto della World Press Photo edizione 2010, per la prima volta nella mia città e a quanto pare per altri due anni ancora. Bene. Il fotogiornalismo non mi è mai interessato quanto stasera, ho capito meglio quanto siano importanti queste narrazioni immediate, folgoranti, di realtà che non giungono così vive da quest'altra parte del mondo, cioè quella di chi è fortunato a non subirle ma solo a vederne la testimonianza. Come si fa ad esempio a dire che in Madagascar le persone muoiono di fame? Costruisci un reportage, selezioni 6 foto di piccolo formato attraverso cui formi l'immagine di un divoramento che avviene in appena due ore: un elefante abbattuto viene aperto e tagliato in pezzi di carne da portare a casa. Nella prima foto c'è l'elefante morto disteso, nell'ultima che riporta la didascalia "tre giorni dopo" non c'è più alcuna carcassa, nè resti di altro tipo. In mezzo tanta gente che lacera la carne rossa e altra che aspetta o vede seduta al di sopra di un dosso. [qui]

E un orrore come la lapidazione di un uomo accusato di adulterio?
Ma l'orrore è vederlo per metà ficcato nella terra mentre vede a sua volta un tizio che sta sistemando il luogo dell'esecuzione. Mezzo morto, mezzo seppellito, lì a pensare gli ultimi pensieri di chissà quale tipo.. [qui]

Ce n'erano tante di bellissime (manco a dirlo) ad esempio questa inclusa nel reportage dall'Iran (sulle proteste nella notte della popolazione contro i brogli delle ultime elezioni) del vincitore l'italiano Pietro Masturzo; o quella di una donna trascinata via dalla scena dell'esplosione di una macchina bomba a Kabul che mi colpisce per il suo volto terrorizzato, per il probabile figlio alla sua sinistra che l'aiuta a fuggire. Vederla nelle sue dimensioni ha provocato un suo impatto.

Un'altra donna ma giapponese pressata sulle porte della metropolitana di Tokyo: il vapore sul vetro e i suoi occhi chiusi, la vicinanza della macchina fotografica al momento dello scatto me la fa sentire più che vicina. La didascalia dice che questa è la fine che fanno ogni giorno 8.38 milioni di passeggeri. Una foto alla portata di tutti in realtà, ma tant'è.. qualcuno l'ha fatta e io l'ho vista a mezzo metro dal mio naso.



Altre: la macellazione della carne in Umbria (questa di tre pecore che si affacciano nel mattatoio per ritrovare due loro conoscenze appese e scuoiate; la testa di toro tenuta per le corna da un uomo senza testa); un fiume blu elettrico formatosi nella frattura di un ghiacciaio che permette a due kayak di misurare con un radar il loro scioglimento; un fotografo cinese che denuncia vari casi di cronaca facendosi ritrarre nudo nei luoghi in cui sono avvenuti mentre fa delle flessioni. Di sicuro il reportage più singolare.



8 ott 2010

Inception (2010), Christopher Nolan

La mente è strutturata come un edificio di cui il punto più alto e più vasto è quello più profondo, la cui verticalità è perciò il suo movimento e paradosso, un labirinto che si costruisce man mano che lo si gira e rigira, sale e scende senza trovare via d'uscita, senza cercarla forse. Perchè se il sogno è consapevolezza di una realtà, convinzione che non ci sia altro che quello che vediamo di fronte, allora non possiamo che credergli. E usarlo per certi fini. Nolan ha pensato a questo film tenendo ben presente i lavori stupefacenti di Escher e, anche se non è riuscito (nè forse ha tentato fino in fondo perchè non era nelle sue possibilità) a riprodurre quelle rappresentazioni sullo schermo in modo che ce ne meravigliassimo di nuovo, ha costruito un interessante incastro di azione, di parole, di immagini sempre simili a tessere che compongono un mosaico su più dimensioni. Non così complesso come potrebbe sembrare grazie a spiegazioni non pedanti dei personaggi su come funziona il meccanismo e in quale sogno-realtà sono in quel momento, il film è la storia di un ladro di idee che in cambio della sua libertà fisico-geografica (ri-vedere i suoi figli che vivono negli USA) compie invece un delicato lavoro di impianto di un' idea per un milionario giapponese in un suo rivale, attuato solo una volta sulla moglie con una tragica conseguenza. Mettere a segno questo abile colpo, per il protagonsita, diventa difficile poichè richiede il massimo di realismo nella costruzione della scena in cui dovrà essere ingannato il rivale, scena (o scene) in cui egli dovrà passare per arrivare a concepire l'idea, l'emozione, alla base della sua decisione; e al contempo allontanare la proiezione mentale della moglie che si ripresenta in modo inaspettato a rovinar tutto in un incubo. Inception parla dunque di atti che hanno conseguenze e di conseguenze di certi eventi difficili da affrontare: i primi hanno origine nella mente, le seconde risiedono in modo ossessivo lì dove le si vuole nascondere. Nolan con questo film parla allora di convinzioni inestirpabili, di traumi che incidono sulla capacità di capire, di distinguere, e dunque del potere di un inganno costruito e auto-costruito. Il film non assume uno stile onirico per parlarci di questo, e con onirico intendo quelle caratteristiche di impalpabilità, incertezza, assenza di confini e dimensioni confuse, di inatteso e strano che sono la forza di grandi cult come eXistenZ o INLAND EMPIRE o Science of Sleep, ma fa uso del distacco di chi è dentro al sogno ma allo stesso tempo lo osserva nella sua totalità. A differenza di tanti altri questo film visualizza l'impalcatura del sogno, non elabora una visione del sogno, permette di credere al suo potente realismo e non alla sua incredibilità. ExistenZ ad esempio è perfetto nel porsi al confine tra veglia e sonno perchè rivela una sua atmosfera perversa, fisica di un corpo che elabora e gioca con se stesso finchè non si auto-inghiotte. Matrix è più vicino a Inception invece perchè la realtà che rappresenta è frutto del lavoro di macchine che soggiogano gli uomini fornendo loro un universo mentale condiviso: in entrambe le pellicole abbiamo la costruzione su vasta scala di un'illusione. Ma il film di Nolan sembra anche teorizzare il cinema stesso lì dove ogni sequenza è un livello di sogno o di videogioco diverso in cui siamo entrati grazie ad un'ellissi temporale, e in cui ogni elemento subisce per breve tempo a volte un'altra realtà (gli effetti speciali -> l'assenza di gravità, l'acqua inclinata nel bicchiere...) che altera una forte coerenza interna alla scena. In quanto grande costruzione impeccabile, Inception mi resta memorabile anche per quella lunga scena del furgone che cade al ralenti: non un flashback o flashforward, ma una realtà parallela racchiusa in pochi secondi. Forse Nolan avrebbe dovuto dare maggior enfasi a trovate come questa, in modo che ci coinvolgessero al di là del contatto con una sceneggiatura molto ben pensata e articolata. E forse la freddezza emotiva del film che molti attribuiscono alla mancanza dello "stile onirico" e altri a personaggi non molto empatici, è proprio nel non essersi dato la direzione di superare quel tanto la superficie straordinaria della sua struttura. Ma questa è l'impronta del regista già presente negli altri suoi film. In The Dark Knight quest'interesse per i meccanismi aveva già portato ad un finale molto asciutto e consapevole raggiungendo l'apice prima dei titoli di coda, quando il regista fa dire al Commissario Gordon "perchè Batman è l'eroe che Gotham merita ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perchè lui può sopportarlo. Perchè lui non è un eroe, ma un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro." Didascalico al massimo e di uno struggente stilizzato fino allo spasmo.

27 set 2010

24 set 2010

16 set 2010

Abissi d'acciaio, Isaac Asimov (1953)

Dopo più di un decennio mi sono trovato a rileggere il primo libro del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov, esiliato nella seconda fila della mensola insieme ai seguiti e ripescato grazie ad anobii.com, dove un commento entusiastico mi ha fatto incuriosire quel tanto da volerci rimettere gli occhi.

Brevemente, i romanzi di Asimov appartenenti a questo ciclo sono dei gialli d'azione futuristici in cui a sbrogliare la matassa oltre al poliziotto umano compare il robot evoluto, così tanto da essere indistinguibile da un essere umano nella sua componente fisica. Questa interessante variante di Watson permette ad Asimov di costruire un universo di questioni sociali, storiche, antropologiche, culturali che ruotano attorno al concetto di diverso, di sovrappopolazione, di rapporti con altre società. E sono questioni che hanno bisogno di essere sbloccate quel tanto da permettere un cambiamento nella storia dell'uomo. Nel libro Asimov affronta in sostanza sia il problema della definizione di robot che quello della sua presenza all'interno di una società newyorkese, una magalopoli sviluppata in profondità (gli abissi, o meglio le caverne d'acciaio del titolo originale) invece che in superficie, una società che nutre un desiderio latente di ritorno ad un passato in cui si viveva con meno tecnologia, all'aperto, a contatto con la natura. Una delle immagini che restano di più e che dà l'idea del tipo di insofferenza che cerca di emergere, è quella dell'ufficio del questore in cui il lettore entra nelle prime pagine del romanzo: il questore è un uomo con gli occhiali, come più o meno oggi lo sarebbe uno con una pipa pregiata, che nel suo ufficio ha fatto installare una finestra. Ora, tutti gli edifici, tutti gli appartamenti di questa New York di un ipotetico futuro sono chiusi senza la possibilità di veder fuori: claustrofobia. E questa condizione, insieme ad altre, è ritenuta normale dalla gran parte dei cittadini che vivono in una città coperta nella sua parte più alta da una cupola.
"Quando ho fatto installare la finestra non è stato solo per guardare il cielo. Volevo tenere d'occhio la città, e adesso mi chiedo che cosa ne sarà tra un altro secolo."
Questo del vivere all'aperto è un sentimento che appartiene solo a questo personaggio e che si rivela importante per evocare e descrivere l'ambiente in cui ha luogo l'azione: una città che possiede le cosidette strade celeri dove le persone possono muoversi (non ho capito come, anche perchè non viene detto granchè) spostandosi dall'una all'altra, in cui i servizi igienici sono condivisi (il lavandino è un lusso), dove la subeterica (più o meno la tv) insieme alla mensa è fruibile solo da molte persone appartenenti ad una determinata Sezione, una città dove le vecchie strade per le auto sono ormai deserte. Più o meno sembra il più grande centro commerciale immaginabile. Il romanzo è stato scritto attorno al 1953 ma non so fino a che punto Asimov puntasse ad essere profetico...
Queste caretteristiche e molte altre ancora riversate sul lettore in tutta la prima metà del libro, convogliano tutte sul personaggio del poliziotto Elijah Baley, un uomo che non esita nel dimostrare le proprie teorie rischiando più volte di essere estromesso dal caso, ma che sa anche proporsi flessibile nel rapporto con i robot: la conoscenza del collega R(obot) Daneel Olivaw gli permette di farsi un'idea meno superficiale su questi esseri sempre più presenti nella società in ruoli che tolgono lavoro ai terrestri. Isaac Asimov non si limita certamente a questo. Il caso da affrontare è l'uccisione di uno scienziato robotista avvenuta nella città di Spacetown, l'unica confinante con New York e abitata non da Terrestri ma da Spaziali, cioè individui che in passato emigrarono su altri pianeti (Mondi Esterni) e che oggi vivono in modi del tutto diversi da quelli terrestri (un razionalismo elevato a filosofia, netta minoranza di individui rispetto a New York, longevità, estreme condizioni di pulizia, presenza massiccia di robot, e tanto altro). Tra i Terrestri e gli Spaziali non c'è alcun tipo di contatto se non quelli pochissimi istituzionali. Baley viene incaricato del caso perchè persona di fiducia del questore. La partita così descritta avviene su più campi convergenti (terrestri nostalgici e robot; terrestri e spaziali; spaziali e robot; terrestri e mondi esterni) che puntano ad un cambiamento drastico, rivoluzionario. Ma in realtà lo scopo di Asimov è quello di far incontrare le diversità, analizzarle razionalmente, estrapolare da tutto ciò la funzione dei robot dalla grande somiglianza umana, cioè esseri viventi che obbediscono all'uomo nel rispetto delle Tre Leggi della Robotica e che imparano ad assimilare i comportamenti umani e concetti a loro ancora estranei come quello di giustizia. Abissi d'acciaio è senza dubbio un romanzo complesso, ricco che offre molti spunti che vanno oltre il mero caso affrontato, per puntare più che altro sull'osservazione del meccanismo della storia umana e della tecnologia. Si tratta ovviamente di fantascienza pura. Pur realizzando un poliziotto umano dall'indole filosofica e una storia molto razionale (dalle descrizioni della città e della sua civiltà fino alle conversazioni con vari altri personaggi), Asimov fa scorrere il tutto con un linguaggio molto semplice: è ciò che viene definita letteratura popolare, con contenuti che non sono altrimenti di facile approccio. (un'eccellente analisi dei temi del libro e di quelli della storia della fantascienza, è presente nell'introduzione scritta dal traduttore; un'analisi che approfondisce e stimola molto meglio di quanto scritto qui). E infatti la mia lettura è andata avanti cascando in questa apparente superficialità che ho trovato nellla descrizione dei due protagonisti: un poliziotto dagli umanissimi timori ma che non dimostra scaltrezze inattese o ironia, e un robot umanoide fin troppo rigido nella sua eccellenza e nei suoi limiti (di costruzione). Per quanto in giro abbia letto che si tratta di una coppia memorabile di investigatori, almeno dalla rilettura di questo primo libro del Ciclo dei Robot, a me sono sembrati abbastanza appiattiti sulla pregevole costruzione che Asimov fa di questi futuristici mondi; e se tutta una prima parte è dedicata al disegno (ottimo per quanto è evocativo) di New York e dei suoi abitanti, la seconda rinuncia quasi del tutto a questo per proseguire in conversazioni didattiche statiche anche se non troppo noiose. Isaac Asimov mi ha certamente preso per tutto il libro, mi ha fatto dipendere dalla storia, ma mi resta cmq l'impressione di una storia di descrizioni saggistico-filosofiche priva del senso della scoperta.

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update
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"il senso della scoperta"... ci sto ripensando.. Asimov apre su un futuro delineato e in gran parte descritto in maniera eccellente, messo a disposizione dell'immaginazione di chi legge, ma in gran parte è anche privo di movimento.. ma questo l'ho già scritto.. il punto è che Asimov scrive la storia di un futuro come se questo futuro fosse già passato da millenni, il che non significa che narri di miti e leggende ma di eventi e cambiamenti che sta come rispolverando.. E se Isaac Asimov fosse più un archeologo del futuro che altro? (mi sto giocando la credibilità)

10 set 2010

20 sigarette

Il titolo sembra seguire la tendenza di qualche tempo fa quando i film avevano a che fare con i numeri, le quantità, l'unicità di qualcosa, le metafore, ma era appunto marketing. Anche qui. Se il film l'avessero intitolato in modo diverso facendo intendere la guerra, la guerra degli italiani, si sarebbero giocati quegli spettatori che non cercano l'impegno. (la sto facendo lunga). Prima di andarlo a vedere, stasera, sapevo due cose del film: il titolo e l'immagine del protagonista che si accende una sigaretta in mezzo al deserto sassoso (peraltro dei sassi distribuiti molto bene nel piatto deserto) afgano vicino a due militari. Stop. E in più devo dire di essere entrato in sala con un ritardo giustificato di 15 minuti (e dire che ho sempre rinunciato ad entrare per averne persi "appena" 5). Dunque mi ritrovo a dire paroloni (in senso positivo) su qualcosa che non immaginavo esistesse. Ah, sapevo anche della vittoria del film nella sezione Controcampo Italiano a Venezia ieri: ho visto la premiazione fatta dal presidente di giuria Mastrandrea e un'esultanza del regista con urla e abbracci da far paura. E devo dire che non me li spiegavo. L'attore protagonista è straordinario, c'ha una faccia che mi ricorda (vagamente nelle linee, ma chissà perchè) Orlando Bloom ma di più quello tedesco della saga Heimat. È uno di quei volti un pò diversi da quelli comuni, uno di quelli che credo possano sfondare. Basti (a me) cmq sapere che questo film è stato diretto dallo stesso protagonista della storia e che perciò è tutto vero.
Nassirya. Io l'attentato di Nassirya all'epoca l'avevo snobbato, anche se non è il termine giusto: sentivo più che altro un profondo disgusto senza precedenti per la reazione fin troppo collettiva alla strage con quel trasporto di tutto il Paese, la cerimonia televisiva (e solo la tv può indire una cerimonia dai tratti epici ma nella sostanza squallida e vacua retorica), la memoria dei militari caduti, il doversi cioè avvicinare emotivamente a delle immagini formato tessera (non dico nemmeno volti, ma immagini di ragazzi dalla corporatura asciutta e robusta) e farne emergere la mia presunta sensibilità per l'eroismo... puah. Ok, era lontananza da un certo mondo (o dal mondo tout court) ma tutto ciò che era avvenuto mi arrivava filtratissimo in tutta la sua pesantezza dal medium tv, ed è questo che incise. Il film, cioè il protagonista, alla fine denuncia esattamente questa menzogna nella cerimonia che ci fu e che consistette nel non menzionare alcuni (?, devo informarmi) nomi di chi era morto, denuncia il tentativo di un militare di ottenere la medaglia al valore, la parata di generali e politici che andarono a salutarlo in ospedale (una gustosa citazione da Arancia Meccanica peraltro), etc... 20 sigarette è perciò la storia di una lunga giornata in Afghanistan della durata di un pacchetto da venti, appunto.
Coinvolgimento assoluto. Il pezzo piuttosto lungo in cui il camion bomba viene fatto esplodere contro la caserma dei carabinieri è girato prima e dopo l'evento tutto in soggettiva ed è pazzesco, raggiunge una vetta di realismo quando si vede il braccio destro ustionato totalmente coperto di sangue del protagonista Aureliano Amedei che cerca di allontanarsi dall'esplosione trascinandosi, ma in pratica mordendo il terreno con le mani. È un film entusiasta per la forza e la vitalità che i personaggi tirano fuori e per alcuni momenti toccanti proprio perchè riusciti, e proprio grazie a questa scrittura e a questi momenti che riportano a personaggi morti credo si riesca a riconoscere lo spessore umano del far parte e rischiare in guerra. È cmq un film scritto e diretto da chi l'ha vissuta troppo intensamente in brevissimo tempo, ma di testimonianze dell'essere in guerra si trovano anche in certi rari reportage tv, come ad esempio uno visto su La7 che mostrava in modo molto chiaro cos'è vivere in un campo militare al fronte...

6 set 2010

Lost in Translation

Nei primi secondi c'è un'inquadratura di Scarlett Johansson, Charlotte nel film, che dorme sul fianco sinistro nel letto di un albergo e ci porge il fondoschiena coperto da uno slip semitrasparente, un'immagine che messa come sfondo del titolo sembra un pò la cover di un magazine su cui muovere gli occhi quando siamo in una sala d'attesa. Si, è un pò elaborata come interpretazione ma di altre non ne so trovare.. Nel corso del film Charlotte non la si vedrà mai dormire o posata su di un fianco.. perciò questa sembrerebbe una di quelle immagini-sintesi, un pò una strizzata d'occhio da indovinare, credo.

"Persi nella traduzione" è la pedissequa traduzione (ops!) del titolo anche se rende più chiaro accettarne un'altra tipo "Lost in Translation = il proprio mondo perso ancora più perso nello scarto linguistico-culturale-antropologico in un ambiente (in)solito al confine tra ciò che ci portiamo dentro e ciò che non capiamo di fuori". Il confine è quello circoscritto dal grande torrione dell'albergo giapponese in cui due americani, una ragazza che accompagna il giovane marito fotografo e un attore di mezza età non più quotato in patria e costretto a girare spot in un altro Paese, si conoscono lentamente per noia e per lento avvicinamento, spinti da una città come Tokyo buffa ma anche luminoso-protettiva che risulta incomprensibile, che appare altro dall'interiorità dei due protagonisti tanto ben creata da Sofia Coppola. La prima si accorge che ha sposato (da due anni) una persona che la lascia nell'albergo senza ascoltarla e il secondo non riesce a pareggiarsi con moglie e figlio dimenticandoli di proposito, allontanandosi così anche troppo dalla propria vita professionale... Persone in crisi che si trovano a decidere di obiettivi confusi come la vita dopo la laurea o la vita nella famiglia, passaggi entrambi alla vita adulta. La Coppola elabora un film perfetto nel delineare gli umori e lo scarto con l'ambiente circostante, facendo giocare Bill Murray con oggetti fuori dalla sua portata o con giapponesi che lo trattano da grande attore con riverenti sorrisi, dando così alla storia una memorabile forma ironica oltrechè sentimentale. Innamorarsi per breve tempo in un hotel (e grazie ad un hotel) per Sofia Coppola non porta tristezza o lacrime perchè un intimo incontro sta per evaporare, ma significa tenersi semplicemente compagnia, e la città di Tokyo che possiede certamente coordinate diverse da quelle occidentali, qui è lo spazio desertico eppure così ludico che rende utile la percezione del perdersi, che non è un morire dentro, ma un coccolarsi.

4 set 2010

Inglourious Basterds

Non è un capolavoro e non è il miglior film di Tarantino. Non è un capolavoro e non è il miglior film di Tarantino. Anzi ci fa una brutta figura al cospetto del resto della sua filmografia. Forse è brutto ma nel senso che non è così piacevole vederlo come invece avrebbe potuto essere (cioè è difficile che abbia voglia di rivederlo subito tutto o qualche pezzo). E il campo dei "poteva essere" si sa che squalifica chi cerca di giocarci su, perciò mi fa incazzare. Non è il cinema puro che Tarantino ha imposto finora, è il suo cinema teorico perchè ogni capitolo in cui è suddiviso il film sembra uno studio sulla sequenza-tipo che rappresenta un confronto a due personaggi, poi a uno contro tre, uno contro alcuni e alcuni contro tanti. Quasi ognuna di queste si spinge consapevolmente al di là della durata che ci si aspetta, è la messa in scena di un dialogo o meglio di una tensione che scorre molto lentamente, fermandosi anche e poi cambiando di impatto fino ad esplodere in una chiusura epica e potentissima. Bastardi senza gloria è indubbiamente potentissimo in alcuni isolati momenti, sempre delle chiusure o delle cerniere: ad esempio la fuga di Shosanna ad inizio film con un pezzo di Morricone pazzesco e una semplice scalata di due piani su lei che corre per salvarsi e mille altre finezze che fanno scattare i brividi, ma anche i secondi finali nella cantina che esplodono prima che ci si accorga di cosa li ha fatti scattare.. il che significa un montaggio Perfetto. Ma tutte queste lunghe durate valgono la pena, cioè valgono l'attesa per ciò che accadrà alla fine? No. Restano scritte e girate benissimo ma laccate. Solo nell'ultimo quarto d'ora si trovano altri due momenti eccelsi. [Inizio SPOILER] Quello dell'uccisione, depalmiana nella sua prevedibilità, di Shosanna che viene sparata al ralenti con uno schizzare di sangue e una contorsione volante del corpo che sono un pezzo davvero stupefacente di uso dell' ottica della macchina da presa; e quello del messaggio di Shosanna proiettato in sala: il viso gigante che dallo schermo aggredisce e ride dei nazisti in sala, soprattutto la voce che esce profonda dalle casse della sala, le fiamme, le mitragliate sul pubblico, e altre cose. [FINE SPOILER] Brividi di puro cinema (della vendetta).
E Christoph Waltz? E Brad Pitt? Straordinario e unico il primo ma, come anche Brad Pitt, non si prende il film che stavolta inevitabilmente non fa spiccare i personaggi ma la successione delle lingue (francese, tedesca, inglese e italiana) e delle flessioni che le tradiscono. La sintassi del rispetto "civile" e reciproco per i nazisti contro la lingua spaccona e caricaturale degli americani, fino alla muta passione cinefilo-infiammabile della bionda vendicatrice.


non andrò a vedere il nuovo film della Coppola, come non andrò a vedere il prossimo di David Fincher e per motivi diversi. Il cinema di Fincher non mi piace, nel cinema della Coppola ho trovato un senso nei primi due film ma già col terzo ho capito che torna a rappresentare un'inquitetudine (solitudine dei e nei sentimenti, direi) senza distaccarsi dal proprio ego ed esperienze piuttosto limitate e in umido di un'atmosfera da acquario intimista: una ragazza sola in una casa o albergo, il complicato passaggio alla maturità, il rapporto con i genitori. È troppo autobiografica e autoriflessiva e soprattutto ripetitiva. Al di sotto del cambio di tempo con Marie Antoinette c'è sempre la stesso luogo dove la protagonista è esistenzialmente decentrata, spossata. Potrebbe mettersi in crisi e immaginare altri sviluppi degli umori in modo da avere una storia incisiva...

3 set 2010

più o meno questo è il secondo episodio, dopo il primo nel settore strumenti musicali della feltrinelli, dell' autogenerantesi serie "ragazzini che se la comandano".

un gruppetto molto più convenzionale questa volta, composto da quelli che tirano in porta sotto al palazzo, nello specifico nel vicolo cieco del parcheggio condominiale, e che per tornare alle proprie abitazioni ( a 30 metri di distanza) usano le biciclette lasciate svenire sull'asfalto invece di far scattare il cavalletto: questo dettaglio dimostra che riescono a darsi una caratterizzazione in più accompagnando al giuoco del pallone la pedalata sul biciclo. [...] Così dopo aver tirato calci di rigore sempre più forti e urlato pallllaaaaa!! al garagista (spero per lui che sia sotto i 30 anni e che dunque non abbia figli) con sbuffi compiaciuti per la solita noia, fanno girare la cinghia ingrassata del biciclo sull'anello dentato in modo da spingere le gomme sullo striminzito viale curvato del parco, col rischio, chissà quanto rincorso, di schiantarsi contro il furgoncino bianco della pasticceria che gira l'angolo.
Ma "ragazzini che se la comandano" significa che c'è un capuzziello tra loro che in questo caso decide e manifesta in trenta secondi i suoi connotati (forse non tutti ma sicuramente quelli che contano per il gruppo) con ritmo, con delle rime dei gesti che lo rendono esperto, efficace.
  • palleggia con il lato destro del piede controllando il pallone con la coda dell'occhio, mentre parla e mentre un altro gli sta di fianco girandogli intorno per prendergli la palla
  • si tocca i testicoli quanto parla con gli altri
  • prende il manubrio della bicicletta come se fosse un motorino (tra 6 anni circa il patentino)
  • urla
  • dice "stronzo"
  • dopo un tiro si aggiusta la maglietta sulle spalle in modo che sia in grado di respirare dopo lo sforzo
ma cosa più importante
  • quando vuole, prende il pallone e se lo mette sotto al braccio sinistro mentre si avvicina agli altri gesticolando con un pesante braccio destro: è incredibile come assuma un'altra imperiosità accostando alla forma del piccolo torace il pallone ovviamente gonfio, diventando così un pezzo unico con l'oggetto della sua abilità e affermando "se volete continuare a giocare dovete guardarmi negli occhi"

30 ago 2010



(ingrandisci, please)

non che sia la più bella vista tra quelle postate qui (un blog ricchissimo) e appartenenti a Fabiano Busdraghi, ma la prima che mi ha colpito per il duplice taglio irreale: è sia il corpo dell'acqua che è stato lacerato dal cielo cupo e ovattato e lasciato galleggiare come un cadavere sul mare piatto e indifferente, e sia un corpo che impone la sua luce interiore tanto forte quanto trattenuta.

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solo un presunto pezzo di ghiaccio può capirne un altro?
Non so quando potrò permettermi di leggerli senza scrupoli, spero (anche se "hope is for sissies" e dunque vedrò di non farne uso) molto presto. Qui sotto una sorta di lista.

  • L' Idiota di Dostoevskij
  • Tifone di Joseph Conrad
  • Infinite Jest di David Foster Wallace (bah, ancora non ci credo)
  • Ragionevoli Dubbi di Gianrico Carofiglio (più per curiosità)
  • il resto di John Fante (3-4 libri)
  • Arancia Meccanica di Anthony Burgess (per completezza più che altro)
  • qualcun altro di Italo Calvino
altri che non ricordo...

29 ago 2010


si è rotta la chitarra cadendo, proprio ora che stavo iniziando a strimpellare.
e mentre cerco qualcosa che mi piace purtroppo devo anche passare per l'inferno. Così ora sono passati tre giorni che ho fatto uscire un suono da quell'orami pezzo di legno e non so se comprarne un'altra. Passavo oggi per il piano della feltrinelli dove espongono strumenti e spartiti ricercatissimi che tengono in misteriosi cassettini che mi verrebbe voglia di aprire tutti, e ho ammirato una parete di ottime chitarre sotto i 50 euro, tutte belle laccate e illuminate da faretti che più o meno dicono "prendi uno di questi pregiati pezzi d'albero intagliato e curato, e imbraccialo come non immaginavi di saper imbracciarlo su quel comodo sgabello nell'angolo vicino alla tastiera e all'amplificatore". Ma una volta aver sfiorato la chitarra e vibrato io di piacere inesprimibile, di più non so fare e così ho lasciato tutto all'ammirazione. Lo sgabello era cmq occupato da un ragazzino di non più di 16 anni che insieme ad altri due amici cercava forse di farmi girare per vedere il movimento delle sue dita sempre più sciolte e disinvolte, ma invano, cari i miei sbarbatelli prodigi.

26 lug 2010

e dopo tutto quello che è successo continuo a cercare nuovi vecchi mezzi per dimenticare.

17 lug 2010

Sono tempi in cui i cambiamenti iniziano per caso per poi accorgersi che è possibile cavalcarli, e che inaspettatamente mi piaccio anche tanto e che se non mi calmo rischio di piacermi troppo a lungo.

Capita una serata che non è stata scelta tra due destinazioni (sicuramente la meno stimolante) ma che pigramente è accaduta, che è iniziata e finita con numerosi cambi-divanetto e appoggia-macchina, niente alcol, solo patatine e due pezzi di torta. Ero dentro e fuori un cocktail bar senza il rimpianto per non essere andato a quel concerto ma con la certezza che anche gli altri erano lì per presenziare ad una festa slegata già in partenza. Una serata moderatamente convenzionale, senza punti-persone attorno a cui ci si diverte in modo particolare. Gli altri... c'è chi è intermittente tra il parlare e il sedersi annoiandosi con uno sguardo vuoto, poi quelli che effettivamente si divertono più o meno ballando fino a sforare vomitando (effettivamente si sfogano per qualcosa che gli manca) e al cui seguito, come una sorta di coretto di rinforzo, troviamo chi ne sorride perchè sono in loro agguato costante, poi nient'altro se non situazioni già conosciute. Un festa di laurea senza. Ma senza cosa?

14 lug 2010

13 lug 2010

9 lug 2010

22 giu 2010

Quel record sprecato alle Scuderie
Troppo breve la mostra del Caravaggio

Con la media quotidiana di visitatori mai raggiunta da una mostra italiana (5.088), l'esposizione al Quirinale avrebbe superato ogni primato, ben oltre le effettive 582 mila presenze. Ma l'aver voluto presentare solo opere certe di Michelangelo Merisi, l'artista più richiesto, ha costretto ad avere una mostra di soli 114 giorni. Inutile il tentativo di una proroga di due settimane. Successo per l'esordio delle mostre al Maxxi. Fra Roma e Milano oltre 400 mila visitatori per Hopper.
(repubblica/arte)

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Quanto godo!!!
Caravaggio, il MAXXI, Edward Hopper... ci mancava solo de Chirico tra i primati.. e praticamente me le sono viste tutte. Che goduria!

20 giu 2010

17 mag 2010

ultimi

È da un pò che non riesco a vedermi un film al cinema senza dover per forza scegliere l'orario serale. Mi sono perso Green Zone, Il Profeta e almeno altri due che non ricordo.
L'ultimissimo è stato Fantastic Mr. Fox e prima ancora Dragon Trainer, due film che a dispetto dei pochi incassi (in realtà solo il primo, il secondo anche se non è volato è riuscito a rifarsi grazie al passaparola dopo due settimane) sono validi e di ottima fattura.
Animazione in stop motion su un racconto di Dahl + le ossessioni fighette, ma qui rese gradevoli, di Wes Anderson, un regista che sembra costruire personaggi, ritrarre personaggi o meglio ancora disegnare personaggi come se fossero figurine da attaccare sul proprio album da incellofanare e conservare come in una collezione di avventure pianificate quando si era bambini. Davvero impeccabile, inutile parlarne: anche se non esaltante forse per un umorismo apprezzabilissimo ma dalla sottigliezza talmente serrata da dover essere districata nella prossima visione, rende (come tutta la stop motion quando è utilizzata nel migliore dei modi) l'animazione meravigliosamente confinante col reale. Mr. Fox sembra addirittura una variazione di questa tecnica: non immediata e fisica, ma teatrale e grafica insieme.

Dragon Trainer è stata un'ottima sorpresa della Dreamworks che finora ha in pratica sfornato solo pezzi commerciali, seriali e via dicendo. In questo progetto c'è un ottimo disegno dei personaggi, una storia che mi interessa e un 3D eccellente che stacca in qualità nell'avventura finale (meglio di Avatar visto al cinema, che da blu ray e su schermo enorme è n'altra cosa).

8 mag 2010

Eyjafjallajokull - Islanda
(HALLDOR KOLBEINS/AFP/Getty Images)
(da boston.com due ottime gallerie di foto)


Deepwater Horizon - piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico a Sud della Louisiana
(REUTERS/Sean Gardner/Greenpeace)
(da boston.com)


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larghezza: 125 km
(NASA Earth Observatory)


(AP Photo/NEODAAS/University of Dundee)


Perchè la scelta di queste foto?
Perchè tanto la creazione ad opera della natura, quanto la distruzione ad opera della civiltà mi colpiscono per la loro estensione spaziale e per il tempo che impegano per diventare enormi. Le traiettorie dei voli subiscono uno switch off e di conseguenza, come se mancasse l'elettricità perchè un fulmine ha preso in pieno i pali che te la portano a casa, si è costretti a ricorrere ad una alternativa più lenta. Affascinante.
Con chi vuoi prendertela? È tutta presa di coscienza che sgorga da una voragine in un posto lontano. A me è sembrato di veder risvegliarsi il Monte Fato del Signore degli Anelli in cui si è fabbricato il peggior modo per il potere di corrompere la volontà. Altri hanno detto che il fumo nero di Lost è fuggito dall'Isola.
Con chi vuoi prendertela per il petrolio che non sta più al suo posto? Quella del petrolio è davvero coscienza che sgorga di proposito perchè ce n'è stata poca, poco controllata o perchè esiste la probabilità di un errore. L'idea di questo tipo di persistenza delle cose più che angosciante è sconvolgente, cioè fare i conti con una macchia (quasi) indelebile è tosta. Dicono che una certa grande quantità di petrolio perso in mare non so quanto tempo fa, nonostante il lavoro di pulizia del mare e delle spiagge è tutt'ora adagiata su una parte di fondale oceanico come un tappeto nero e pesante.
Le foto dall'alto: guarda il pianeta adesso!

2 mag 2010


The Anxious Journey - Giorgio de Chirico
(Paris, spring-summer 1913. Oil on canvas, 29 1/4 x 42" (74.3 x 106.7 cm). Acquired through the Lillie P. Bliss Bequest. © 2010 Artists Rights Society (ARS), New York / SIAE, Rome)



Non mi sto preparando più per questo viaggio.
Non penso che sarà inquietante/labirintico con una locomotiva che si dirige (forse) proprio verso di me, come questo de Chirico, ma probabilmente a rischio vagabondaggio in certe parti della giornata, tipo di sera dopo le 8.

Pretendo forse di stabilire adesso, sulla mia scrivania, la durata e la forza stimolante (e all'opposto, la debolezza flaccida di stimoli) di ogni minuto di questo viaggio che in questo momento (si, che presunzione) rinomino viaggetto?

Una mano trasparente svuota di nascosto un bicchiere pieno di vernice colorata sostituendola con foglio di carta ridotto a pezzetti su cui sono stampati ossessivamente i numeri "1", "2" alternati alle parole "ore", "giorni".

24 apr 2010


Frank Stockton - "Second Chances" half page for More Magazine, December 2007

27 mar 2010

Ieri sera tra le 19.00/19.30 sono stato in P.zza Dante per sentire e dare un'occhiata alla festa di chiusura della campagna elettorale del movimento di beppegrillo. Ero lì curioso di sapere cosa succede in una di queste cose organizzate dalla politica, o meglio da cittadini insoddisfatti che si organizzano in una forma non rassegnata di politica, o meglio ancora (perchè non era cmq una manifestazione del cosidetto popolo viola) un cosa che nasce dalla foga di un comico che si è inventato un nuovo lavoro. Lasciamo stare quest'ultima definizione perchè beppegrillo io non l'ho visto e non mi interessava sentirlo, piuttosto mi sono messo nella folla della piazza per vedere chi ci va a queste presentazioni e come si tengono insieme per essere ottimisti sul loro futuro. Insomma come parlano delle soluzioni in cui credono.
È il primo evento politico di questo tipo che vedo (fisicamente, di persona..) e anche se sono stato lì per poco (ma poi quanto avrei dovuto restarci?) mi è sembrato molto ben organizzato. Appassionato, più che altro. Sotto al palco c'era della calca composta ed entusiasta con i propri applausi e a pochi passi da loro c'erano tutti gli altri, cioè non molti altri: p.zza dante è immensa, la riempiono davvero in pochi, e questa festa occupava liberamente giusto lo spazio tra il palazzo del Convitto Nazionale e la stazione della metro. Si stava insomma larghissimi. Famiglie? No. Gruppetti di studenti del tipo alternativo, signorotti del luogo (quelli con le mani unite dietro la schiena), signore che facevano il volantinaggio con entusiasmo saltellante e ragazzi dall'aria indaffarata. Il palco illuminato solo da una serie di luci calde direzionate verso il bordo, era animato da due vispi presentatori, direi anche brillanti, che facevano avvicendare i vari candidati del movimento in una brevissima esposizione delle loro intenzioni, principi, di dati (ad esempio sull'acqua), sul lavoro, accennando alla loro organizzazione nata sul web, etc.. Un minuto e mezzo circa per non so quante persone che si presentavano e parlavano al pubblico in modo molto chiaro, sintetico, di aspetti sempre diversi della candidatura. Comunicazione efficace cioè non dispersiva, niente affatto noiosa, e i presentatori non avevano problemi a troncare il discorso di uno per farne salire un altro. Di sicuro l'aspetto migliore di questo evento. Nessuna vena polemica, nessuna pesantezza retorica, nessuna asprezza: c'era insomma dell'intento costruttivo.
Di tutto questo non ho cmq tenuto conto che è un fare politica che cerca di portare avanti soluzioni (purtroppo) fuori da una loro reale attuazione, cioè hanno la forma delle cose immaginabili e la forza civile delle belle e giuste cose dette da chi non ha potere. Resta cmq, ed è questo che volevo sentire stando lì in mezzo, un bel momento di aggregazione, di collettività che può procurare un buon senso di identità, quella di chi è drammaticamente scontento di ciò che la politica fa della loro città e in generale delle loro possibilità di vivere meglio. La gente era lì per fornirsi quel minimo di speranza per una visione diversa della cose, non di certo perchè crede davvero e completamente in quella visione (o forse si?). Un popolo ancora senza Re, ma cmq un popolo che lo vuole e lo fa sapere (prima di tutto a se stesso).

Di tutt'altro tipo è un'altra serie di impressioni. Queste persone sono simpatiche, sono attive, si fanno coinvolgere, aiutano a mandare avanti una baracca itinerante: un palco, gente che fa spettacolo, che suona e che inventa canzoni (sul candidato alla regione), seduti sotto una statua, un'illuminazione non tanto forte, movimenti dietro al palco, transenne, un banchettino per dare informazioni, la voce amplificata che sbatte sulla facciata dei palazzi di fronte, etc.. Persone che in fondo giocano in una piazza. Sono persone che non conosco.

12 mar 2010

Alice in Wonderland di Tim Burton (2009)

Prima della proiezione di Up ci fu il trailer di Alice in Wonderland col suo Stregatto che usciva dallo schermo, a detta di diverse persone la cosa migliore (2 secondi appena) vista in quella sala. Prima della proiezione di Alice in Wonderland c'è stato il trailer di Toy Story 3, il teaser, nulla di che rispetto a quello esteso ma forse "migliore" di tutto il film seguente. Una storia risaputa ma sempre florida di fantasia, di non sense, di surreale strabordante, è stata rappresentata invece in modo simile a tante altre. Due cose mancano in quest'ultimo film del gruppo di Tim Burton (insieme alla compagna, a Johnny Depp e a Danny Elfman): la serietà della trasposizione/ispirazione e l'insana e incontrollabile forza dei personaggi. È troppo sbrigativo perchè si appoggia più del dovuto alla familiarità che abbiamo con l'immaginario, senza così azzeccare un solo momento buono per farci meravigliare di quel mondo: sappiamo che è il ritorno di Alice nel regno dell'impossibile, un luogo di cui non ricorda niente ma in cui non fa che correre senza stupirsi o spaventarsi per più di mezzo secondo di quello che la circonda.
L'inizio, i preparativi per la proposta di matrimonio, è la parte migliore anche se i personaggi con cui Alice è in conflitto sono presentati come una veloce carrellata che fa l'occhiolino citazionista; quando poi cade nell'albero il film smette di essere promettente. Un storia smozzicata, il ridicolo ballo del Cappellaio Matto alla fine e il 3D che non approfitta abbastanza di tutta questa creazione fantastica giocata sulle dimensioni, le deformazioni, le duplicazioni e le antropomorfizzazioni, rendono questo film piuttosto piatto. Si salva la convenzionale ma coinvolgente battaglia finale contro il drago, davvero necessaria!


Nel 2007 le parole di Tim Burton erano queste:
E' un tale classico, questo romanzo, e il suo immaginario è così surreale. Non so, non ho mai visto una versione cinematografica di questa storia che riflettesse davvero questo aspetto. Si tratta di una serie di avventure una più strana dell'altra, e cercare di farle funzionare tutte in un film sarà interessante. Le storie sono come droga, per i bambini, sapete? Li lasciano stupefatti. L'immaginario: nessuno è mai riuscito a trasmettere l'immaginario di questo romanzo trattandolo come un'unica storia. E' una sfida interessante.
(da badtaste.it)