20 nov 2009

Open Water, Chris Kentis (2003)


Giovane coppia americana viene dimenticata nell'oceano dal gruppo di immersione al quale una mattina aveva deciso di partecipare. In mare, da soli, qualcuno riesce a capire cosa significa?? Qualcosa come venti minuti di angoscia pura (i primi, quando per i due inizia l'attesa di essere recuparati) sono mostrati con un realismo da documentario che taglia fuori qualsiasi stratagemma cinematografico conosciuto, come frasi ad effetto, sangue in gran volontà e inquadrature strane, allucinate, immagini del mondo che continua a scorrere sulla terra ferma e che prima o poi verrà a riprenderli, e via dicendo. Chris Kentis che scrive, dirige e monta questo film non fornisce davvero alcun appiglio convenzionale a cui potersi aggrappare: penso prima di tutto alle immagini in digitale che creano quell'impatto di qui ed ora impossibile da scrollarsi da dosso, le inquadrature non sono sempre sul pelo dell'acqua ma un pò più in alto per tenerli sempre schiacciati nell'acqua ed emersi in balia dei flutti e della corrente. Anche l'idea stessa di spersonalizzare il resto del mondo è valida. L'oceano è spietato e ci aspettiamo che prima o poi qualche squalo si farà vedere, ma anche il gruppo di immersione e chi l'organizzava risulta altrettanto e terribilmente: altre anonime persone scompaiono dopo essere risalite sulla barca, anche se a stento sono mostrate le loro gambe mentre scendono al porto. In pratica nessuno alla fine del giro si era accorto della coppia mancante. È bastata quella manciata di minuti di ritardo nel risalire insieme agli altri, e un errore dell'organizzatore nel conteggio di chi ritornava sulla barca, per non esistere più.
L'altro punto è che i due americani passano le successive sei-sette ore cercando di distrarsi in modo creativo, senza angosciarsi: solo dopo più di tre quarti d'ora circa di film, dopo l'attacco di uno squalo, le punture delle meduse e i contati di vomito, la loro rabbia esplode, iniziano a incolparsi l'un l'altro. Nonostante tutto, però riescono a domare il panico da sopravvivenza senza apparire irreali. Chiunque sarebbe esploso di rabbia molto prima, anzi immediatamente, ma l'obiettivo di Kentis è soprattutto quello di raccontare qualcosa di terribilmente monotono, una situazione di estrema immobilità e invariabilità, di tensione senza soluzione, in modo che non se ne perda mai il controllo. Purtroppo non tutto il film riesce a tenere accesa la tensione iniziale che inevitabilmente cala quando i due non interagiscono più in modo creativo con l'oceano, dando gradualmente tempo, più che alla paura e alla disperazione, all'assuefazione e al naturale irrigidimento che impone una natura assoluta. Da qui in poi i due iniziano a parlarsi quasi come se fossero legati, affiora la consapevolezza dei loro limiti umani, esistenze al loro limite fisico.
Sui titoli di coda sono agghiaccianti alcune immagini sulla terraferma che mostrano qualcosa di alieno, il segno di una sopravvivenza così primordiale che non viene riconosciuta. Fa molto orrore tanto l'essere lontani e persi in un mondo animale, sia l'essere lontani da esso?

Se non fosse uscito solo nel 2003 ma molto prima, mi sa che si poteva consigliarlo al Christopher McCandless (o meglio Alex Supertramp) di Into the Wild....

17 nov 2009

Public Enemies, Michael Mann (2009)

Un realismo perfetto, stupefacente, cinema autentico contrapposto al cinema rinforzato del 3D. Tutto potrebbe accadere nel momento in cui si guarda, un film negli anni '30 senza il cinema che conosciamo dagli anni '30.
È vero, si resta agganciati alle immagini, ma per ora mi pare che il protagonista sia un'ottima eccezione. Ci sarebbe da scrivere per molto anche se parlerei solo di un personaggio pubblico che non viene visto-riconosciuto, un fantasma. E la ripresa in digitale mi sa che dà molto più senso a questa concezione del personaggio che non una ripresa in pellicola.
Non so se sia una pecca ma quasi non ci si accorge che nel film ci sono insieme Bale e Depp ma anche la Cottilard, che colpevolmente prima conoscevo a stento, e i mitici fedora.

16 nov 2009

Youth without Youth, Francis Ford Coppola (2007)

Basta la metafora della zanzara rimasta intrappolata nell'ambra, o quella di una mosca nel miele, per redere l'idea di cosa è questo film. La viscosità del miele insieme al suo colore dorato sono un pò come lo stile adottato da Coppola per la storia di un professore tirato fuori dallo scorrere normale del tempo e immerso in un altro più denso. I temi affrontati sono talmente filosofici che inevitabilmente lo studio del protagonista, un linguista che conosce una certa quantità di lingue antiche, deve coincidere con quello del regista. Se questo film è difficile e apparentemente noioso, è perchè soprattutto da un certo punto in poi si perde in una rincorsa tra lo sviluppo dei personaggi, sempre più complicato, e proprio il modo in cui tutto ciò si complica. Alla fine, dopo due visioni, tutto risulta chiaro ma certamente la sfida di Coppola con se stesso non è completamente un successo, Coppola ha maneggiato una materia che inevitabilmente non può che scappargli dalle mani.
È un melodramma metafisico ma anche un'odissea quasi immobile in cui il professore Matei perde e riacquista anni, esperienza, saggezza, arriva all'origine del linguaggio sacrificando la seconda volta di un amore per la causa della conoscenza. È affascinante quello che viene rappresentato, la stessa idea di un superuomo che si ritiene un mutante del tempo, che scampa ai pericoli del corso della Storia, che vede sdoppiarsi la propria identità e sperimentare una benefica regressione del corpo, tutto calato in un'Europa appartata dell'Est. Reso qui e là con soluzioni visive da cinema delle origini, o da cambi di tonalità di colore, ma anche da inquadrature capovolte come ingressi nella mente.
Perciò, a parte ciò, forse il suo difetto sta nell'essere tutto estremamente controllato con sicurezza dal protagonista e così dal regista: entrambi (sicuramente il secondo) possiedono il tempo che hanno a disposizione ma non mettono bene in discussione cosa implica tutto ciò. Non è solo un fatto di perdere l'amore per la conoscenza. Nel finale, ormai solo nella sua vecchia stanza d'albergo, il protagonista si chiede se il progresso dell'Uomo meriti tutto il sacrificio umano che gli necessita perchè si compia. Ovviamente la risposta vorrebbe essere che il fine non giustifica i mezzi, questo è chiaro ma non è così marcato in quello che risulta essere un ottimo finale ma anche una conclusione inevitabile. Avrebbe forse dovuto mettere prima e meglio in crisi il personaggio?
Possedere il tempo, quello della narrazione, è il problema di Coppola credo un pò da sempre. E qui non lo risolve, lo lascia incompleto, la sua ambizione lo sovrasta. Un vero marchio di umile e onesta autorialità.

15 nov 2009

Sussurri e Grida, Ingmar Bergman (1972)



Attenzione al modo in cui questo film si svela allo spettatore: il suono cristallino di piccole campane accompagna molto delicatamente i titoli di testa su una superficie rosso accecante, poi appaiono le immagini di un giardino nebbioso, freddo, deserto. Non c'è alcuna presenza umana, nessun segno, eppure si è come accolti per entrare, o meglio per percepire qualcosa di ineffabile. I suoni diventano quelli dei rintocchi di antichi orologi in una casa. La macchina da presa scende lungo questi orologi dorati, ne mostra i fregi, le incisioni, con calma sembra che il tempo scorra nel silenzio, nell'assoluto rispetto di un luogo dove una donna e poi un'altra respirano nel sonno. Dormono di chissà quale tipo di sonno, in qualcosa di imperturbabile e di sospeso. Bergman ha dischiuso un mondo di assoluta intimità, un ambiente ovattato che non ha necessità di trovare un esterno, perchè in questa casa tappezzata di un rosso morbido e onnipresente, avvolgente, pesante, soffocante ma caldo, maligno e terapeutico, c'è già molto di estraneo che è stato come allontanato.
Tutto quel rosso fa venire in mente il sangue anche se non sembra vero che stia lì a significare il sangue. È un rosso che annulla le dimensioni spaziali e tutti gli altri colori che di fatto non esistono. Le pareti e i pavimenti sono dominati dai tessuti, costituendo più di uno sfondo per le tre sorelle e la governante vestite di un bianco accecante, poi sostituito dal nero profondo che annullerà i loro corpi.
Respirano nel sonno, poi una di loro nel letto si sveglia, si muove contorcendo il volto. Si alza dal letto e dopo un giro per la stanza, ancora da sola, scrive su un diario "è lunedì mattina presto... e sto soffrendo".


Quanti film di Bergman sono drammi da camera? Anche se non lo conosco abbastanza, per me sono tutti drammi da camera... da cui vorrei non uscire mai nonostante tutta l'umanità soffocata a cui dà spazio o a cui toglie spazio.
Non mi stancherei mai di percepire tutte le espressioni dei volti dei suoi attori ripresi in rigorosi primi piani in modo magistrale: prima ancora delle parole e i gesti associati sono i silenzi che introducono e colpiscono la mancanza e il bisogno di umanità. Non la evocano solamente ma la straziano fino a richiederne una terribile presenza sullo schermo, senza tuttavia risultare insopportabile agli occhi ma solo alla mente che affronta quel silenzio racchiuso e rinchiuso in uno spazio vastissimo e scomparso.